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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Radioblog: Il Festival letteratura di Mantova

6 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eventi, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 

 

 

Oggi all’interno di RadioBlog parleremo di un sogno: LEGGERE PER MESTIERE e conosceremo una persona che ha fatto di questo sogno una realtà. Si chiama Simonetta Bitasi e si definisce LETTRICE AMBULANTE che significa in sostanza mettere in comunicazione tra loro lettori e libri, cercando di valorizzare quelle realtà editoriali che, seppur interessanti, per varie ragioni non riescono ad emergere e raggiungere il grande pubblico.

Simonetta ci racconterà il percorso che l’ha portata ad intraprendere questa professione, ci spiegherà come si svolge esattamente il suo lavoro e ci dispenserà consigli utili per poter seguire il suo esempio.

Ma parleremo anche di un evento letterario attesissimo, il FestivalLetteratura di Mantova che si terrà nella città dei Gonzaga dal 6 al 10 Settembre e di cui la nostra intervistata è una delle autrici.

Vi segnaliamo dunque il sito web di Simonetta Bitasi : www.lettoreambulate.it e quello del FestivaLetteratura www.festivaletteratura.it.

Ad accompagnare la nostra intervista ci sarà come sempre un’illustrazione di Eva Pratesi dedicata a Mantova, città natale di Simonetta e alla lettura.

Nell’occasione vi segnaliamo come sempre il sito web di Eva che è www.geographicnovel.com , dove troverete molte delle sue  illustrazioni.

"Music: www.bensound.com"

Buon ascolto!

 

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Hakan Gunday, "A con zeta"

5 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

A con zeta

Hakan Gunday

Markos y Markos, 2015

 

Quando questo libro uscì due anni fa ricordo ancora alcuni commenti entusiasti: “libro doloroso”, “libro commovente”, “quanto male fa ma va letto”ecc. Ora l’ho letto. In effetti le prime 30 pagine del libro danno ragione ai commenti di cui sopra: in apparenza si denuncia la situazione delle donne in certe regioni della Turchia dove la religione ha un peso elevatissimo sulla società, per cui fin da bambine anche solo il fatto che non restino analfabete può costituire un ostacolo al matrimonio, spesso con uomini con il triplo dei loro anni. Le stesse donne colte, quali le insegnanti, non godono di buona salute mentale. Nel momento in cui Derda, la protagonista femminile, va in sposa ad un criminale turco emigrato a Londra che la tiene segregata in casa e ne abusa sessualmente e fisicamente, la storia vira inaspettatamente verso un genere che potrei definire grottesco, in cui è richiesta al lettore una sospensione dell’incredulità eccessiva per giustificare come la giovane si salvi dal suo aguzzino: peccato che appaia troppo forzato che una sedicenne che non parla una parola di inglese, nella Londra con milioni di abitanti, finisca per incontrare 3-4 persone, guarda caso tutte correlate tra di loro, pur in momenti e posti diversi, con delle coincidenze davvero irritanti. Derda andrà incontro a peripezie degne di un’eroina ottocentesca che si risolveranno nel lieto fine. Ma qui inizia la seconda parte del libro in cui si parla di Derda maschio, orfano turco che si arrabatta a guadagnare pochi spiccioli pulendo tombe al cimitero di Istanbul. Questa storia invece inizia sotto il segno dell’humor nero, la satira e l’ironia verso certa società turca, i suoi problemi politici sono qui più evidenti e resi meglio rispetto alla storia della Derda femmina: il giovane infatti cresce da analfabeta finché non incontra in una stamperia clandestina il libro di Oguz Atay, un romanziere turco poco noto all’estero ma poco ricordato anche in Patria, e in nome di costui, travisando la storia dello scrittore, inizia ad attuare scorribande e omicidi finendo giovanissimo in prigione. Che la fine preveda l’incontro dei due Derda nemmeno lo dico perché pare scontato, le modalità sono abbastanza sgangherate e al limite del ridicolo, come mi pare lo sia stato tutto l’intreccio del libro. A parte l’utilizzo di una lingua semplice, la povertà di descrizioni con un interesse prevalente per le azioni e il loro susseguirsi in maniera meccanicistica, con dialoghi essenziali e di contenuto elementare, forse dovuta al fatto che i due protagonisti sono scarsamente scolarizzati, non solo non mi ha coinvolto ma l’ho trovato stancante alla lunga come stile. Il continuo deviare bruscamente da un genere all’altro non mi ha permesso di capire cosa volesse dire lo scrittore: denuncia sociale? Satira sociale? Dichiarazione d’amore per le letteratura con suo inevitabile ruolo salvifico? Semplice romanzo di intrattenimento che ogni tanto strizza l’occhio come per dire “Ehi, non è solo questo?”. Insomma nel complesso un libro che non ho apprezzato. Votato Miglior Romanzo Turco del 2011.

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Paolo Zardi, "XXI secolo"

3 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

XXI secolo

Paolo Zardi

Neo, 2015

 

Ingegnere con la passione per la scrittura, che ha espresso in diversi romanzi e racconti precedenti a questo, candidato Strega per il 2015, Zardi ci propone un romanzo distopico ambientato in un anno imprecisato della prima metà del XXI secolo. L’Italia, ma più in generale l’Europa, attraversano una fase di declino sociale, economico e politico, non descritta nei dettagli ma che si evince facilmente da frammenti di notiziari in cui a dominare la scena internazionale sono Paesi asiatici e sudamericani, da un mondo del lavoro sempre più spietato e precario, dalle descrizioni del paesaggio grigio, fatto di casermoni popolari periferici, case e quartieri degradati, centri commerciali come oasi nel deserto, il lavoro del protagonista che piazza depuratori per l’acqua a famiglie, che devono accendere onerosi mutui per permetterseli, con la pervicacia e ostinazione di un adepto che cerca di fare proseliti per una nuova religione. L’incipit ci getta subito nel mezzo della storia: la moglie, presumibilmente una quarantenne come il personaggio principale, va in coma (in parallelo col mondo in declino quindi in una allegoria abbastanza semplice da individuare) a seguito di un imprevedibile e raro evento cerebrovascolare, lasciandolo solo con i due figli ancora non adolescenti e un dubbio scaturito da un mazzo di chiavi abbandonato a lui sconosciuto, che dopo poche ricerche si materializza in una prova schiacciante data dalla foto del viso della moglie troppo vicino ad un’appendice maschile che non è la sua. Insomma, l’amatissima moglie per cui lui passa intere giornate a macinare kilometri piazzando inutili aggeggi in casa di gente che non può permetterseli con la fantasia di un saltimbanco, va a fare fellatio ad uno sconosciuto di cui lui non sa nulla mentre lui porta il pane a casa. Brutto colpo, eh? A differenza però del protagonista di Caos Calmo, il protagonista di Zardi decide di andare al fondo della questione e interroga le amiche o pseudo-tali della moglie, e in questo percorso investigativo si rende conto che della moglie conosceva molto poco, ignorava i nomi delle amiche, tanto da confondere due omonime, ignorava che avesse un avvocato, e la professionista una volta rivelatasi nemmeno gli dice per quale motivo avesse l’incarico. Per cercare di capire giunge persino a fare un viaggio in Austria a casa della moglie e dove tuttora vive la suocera ormai demente, alla ricerca di un indizio, una parola, una password. Invece troverà solo una domanda: “Era da quando aveva dieci anni che sentiva la storia degli eschimesi e delle loro venti parole per indicare i diversi tipi di neve, ma nessuno pareva stupirsi del fatto che per l’amore, in fondo ne esistesse solo una. Quale era la parola esatta che definiva l’amore di Eleonore con le sue svariate declinazioni? Venti parole sarebbero bastate a definirlo nella sua interezza? La voglia che ogni tanto le prendeva di succhiargli il cazzo fino al midollo (all’amante, inteso), sotto quale sfumatura dell’amore rientrava?”. Quesito tagliente a cui si ha paura di dare una risposta. Lui ne tenterà una con un finale che però non mi ha convinto, forse perché l’ho trovato stridente con la storia, che lascia in sospeso parecchio, col protagonista, che si avverte molto più cinico di quanto poi non si riveli, con una soluzione che forse io stessa non approvo (magari in questo periodo, tra 5 anni penserò il contrario) perché avrei forse agito diversamente, forse sarei cambiata come persona se avessi vissuto un trauma simile. Del resto, come ha detto qualcuno più in gamba di me, un libro è buono quando lascia delle domande a cui devi ancora cercare di rispondere dopo che lo hai terminato, quindi lo consiglio.

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Simona Lo Iacono, "Le streghe di Lenzavacche"

1 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le streghe di lenzavacche

Simona Lo Iacono

Edizioni E/O, 2016

 

 

Il magistrato Lo Iacono, scrittrice attiva sia in campo culturale che sociale, confeziona con questo suo romanzo, candidato al Premio Strega 2016, un vero e proprio inno alle donne che osano ribellarsi alla società che le vuole rigidamente segregate in una categoria da sempre troppo angusta. Scritto sotto forma di fiaba apparentemente nera, con una donna discendente da una famiglia di streghe, intese non come esseri dotati di poteri soprannaturali, bensì come donne libere, colte e soprattutto coese tra di loro a costo delle loro stesse vite, con un bambino nato affetto da una patologia che lo rende tetraplegico e muto, vista come chiaro segno della maledizione che sul piccolo incombe, essendo figlio di un rapporto clandestino nonchè nipote di nonna Tilde, nota “strega” che conosce le segrete arti della guarigione con le erbe. Come in una vera fiaba troviamo molti elementi tipici di quelle tradizionali: il protagonista e cavaliere è incredibilmente proprio il piccolo Felice, che già col nome di battesimo dato dalla madre Rosalba dal primo fiato di vita si oppone ad un destino atroce fatto di scherno, superstizione e disprezzo da parte dei compaesani. Ad aiutarlo nel suo percorso di ricerca il farmacista del paese, donnaiolo e vulcanico, con un cuore grande solo quanto la sua epa, la nonna che consulta indefessamente un misterioso libro (lo strumento magico fiabesco) e ovviamente la madre, donna coraggiosa e sensuale che ha per il figlio un solo desiderio: che possa essere felice non solo di nome. La strada di Felice e dei suoi bislacchi scudieri interseca quella del maestro Alfredo, le cui lettere occupano ogni metà dei capitoli della prima parte del libro, giovane insegnante non prono alla retorica del Fascio e che vorrebbe formare poeti e non soldati nel piccolo paese di Lenzavacche. La seconda parte del libro disvela invece il contenuto del libro di Tilde, scritto in italiano volgare del XVII secolo e in cui si narra la natura delle streghe di Lenzavacche. L’ultima, brevissima parte, si limita a esporre  le conclusioni di tutta la storia e offrire al lettore la soddisfazione di sapere cosa è successo ai tanto amati protagonisti: “Al che ho capito che ogni volta che una donna sarà madre a dispetto del mondo, e racconterà storie vincendo la morte, le streghe torneranno cara zia, ancora e ancora, con tenacia e compassione”. Una nota vorrei dedicarla alla scrittura evocativa e per immagini che utilizza parole desuete come “scoscendere” o onomatopeiche come “gloglottare” e che fa con piacere aprire il dizionario non tanto frequentemente ma nella misura giusta per apprezzare un uso sapiente della lingua italiana.

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