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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Saette Frecce e Dardi

17 Settembre 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #poesia

 

 

 

 

Saette Frecce e Dardi

                                – di petalo in Burrasca

in equilibrio di vertigine

                                – sulla pelle della pesca

l'ombra depredante – sul girotondo 

                                        vestale

   oltre i vetri ispessiti dal colore

         nel filtro che irrora i globi

         di liquido in gocce rotolanti

          come cera da una candela

                  urla e biancheggia

                               sul candelabro

                        tra le frasche feroci

                 sulla veste di smalto

                         incuneata nel circo

                   vivisezione nel cuore

                   fino ai vicoli della città

                   oltre umido buio

                       tra le cortine rosse

                             nella notte

                   uno sbuffo accalorato

                             nella presa

                     lei scappa

                   la strada divora la strada

                       e si arrotola arrotola

                            urlando                    (SCIANK!)

                       le ultime gocce

                       - le ultime gocce

                         - goccia – goccia - goccia

 

 

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Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"

16 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Cesare Lo Monaco

Matita fuori margine

Edizioni Sensoinverso

www.edizionisensoinverso.it

info@edizionisensoinverso.it

Pag. 140 - Euro 14

 

Cesare Lo Monaco, in arte César, non lo scopriamo certo noi, non è un debuttante, viste le sue collaborazioni al Corriere dei Piccoli, Smemoranda, Il Messaggero dei Ragazzi, Panorama..., ma fa pensare che per pubblicare una raccolta di graffianti  e incisive vignette debba ricorrere a un piccolo editore. I gusti del pubblico stanno cambiando al punto che il fumetto comico - satirico non ha più lettori oppure i nostri grandi editori si sono acquietati sui guadagni certi rinunciando alla loro funzione di stimolo culturale? Per noi è buona la seconda, ma resta un'opinione, che può essere smentita. D'altra parte vediamo che sono tornati in edicola Popeye e Cocco Bill, cosa che fa ben sperare per il futuro del fumetto umoristico.

Lo Monaco è più un vignettista scuola Giuliano e Forattini che un disegnatore di fumetti, i suoi lavori a tavola unica non prevedono un personaggio fisso, ma in primo piano ci sono le famiglie, i giovani amorfi che popolano il quotidiano, di tanto in tanto tornano i ragazzi al cellulare, gli studenti svogliati, gli amori via internet, ma protagonisti delle tavole sono gli uomini contemporanei. L'artista critica quel che siamo diventati - che è sotto gli occhi di tutti - un popolo di connessi, incapaci di comunicare con le parole e con gli sguardi, ma sempre intenti a dialogare on line, magari con perfetti sconosciuti. Battute divertenti, mai fini a se stesse, qualcuna lascia un sapore amaro in bocca, perché la scopriamo vera, ci rivediamo i nostri figli, la realtà in perenne cambiamento, forse non proprio verso un mondo migliore. Ed è questo il compito della satira, un genere che in Italia ha vissuto alterne fortune e del quale si sentirebbe il bisogno del ritorno, magari con una bella rivista da edicola come quelle di un tempo (Cuore, Tango, Il Male, persino Comix). César non usa la striscia e neppure la tavola domenicale ricca di vignette, risolve tutto con stile rapido in una sola battuta, graffiante, senza scadere mai a livello di barzelletta. Matita fuori margine è una raccolta di piccole storie di vita quotidiana, un lavoro interessante e soprattutto divertente, che ci permette di capire un po' di più come siamo diventati.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"
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Radioblog: Bookabook

15 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #vignette e illustrazioni, #eva pratesi

 

 

 

 

 

 

Oggi RadioBlog vi presenta un’iniziativa editoriale davvero interessante per chi volesse pubblicare il proprio romanzo. Si chiama BOOKABOOK e, sostanzialmente, secondo il meccanismo del crowdfunding, consente ai futuri lettori di un libro di contribuire alla sua pubblicazione. Per i nuovi scrittori un nuovo strumento per mettersi in gioco e riuscire a coronare il sogno di veder pubblicato il proprio romanzo e per i lettori un sistema coinvolgente che offre loro un ruolo di primo piano nella scelta dei romanzi che verranno pubblicati.

Ne parleremo con una scrittrice, Silvia Algerino, che proprio grazie a BookaBook ha pubblicato il suo primo romanzo e che ha continuato poi a collaborare con questo programma editoriale.

Accompagna questa intervista un disegno della nostra Eva Pratesi di cui ricordiamo come sempre il sito www.geographicnovel.com; qui Eva ci fa viaggiare in angoli nascosti d’Italia e non solo nei quali ci conduce attraverso le sue illustrazioni, le sue spiegazioni del territorio e la sua fantasia.

Buon ascolto!

 

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Chiara Parenti, "Con un poco di zucchero"

13 Settembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

Con un poco di zucchero

Chiara Parenti

 

Rizzoli

 

Matteo Gallo ha trent’anni ed è molto, molto amareggiato. La sua carriera da giornalista è sfumata per colpa di un tradimento e di una buona dose di impetuosità e il suo nuovo romanzo è fermo; la vista di quella pagina bianca come la neve gli provoca spasmi di ansia. Blocco dello scrittore, si suppone. O sarà che è costretto ad abitare insieme alla sorella Beatrice – avvocato penalista, cinica e dura – e alla sua prole? I due ragazzini, Gabriele e Rachele, sono la quintessenza della malvagità e dell’iperattività; nemmeno le tate più forti, quelle con il pugno di ferro, sanno resistere: tutte scappano, e a gambe levate, per giunta. Matteo li chiama “loro” o “gli hobbit”; mai per nome – come se fossero creature tanto diverse da lui da non poter essere chiamate con un appellativo umano –. Quando l’ennesima babysitter scompare, ne arriva una nuova. Matteo le apre alla porta, dopodiché la guarda con occhi sgranati. Katie Baker è bionda e bella, sì, ma ha qualcosa di strano. Eccessivamente entusiasta per ogni cosa, si muove con leggiadria, saltando ed emettendo gridolini per ogni cosa. Non parla quando sale le scale – non può, confessa, perché mentre sale conta i gradini – e i colori che porta indosso sono vivi, accesi. È una specie di fata buona dell’allegria, insomma. Tiene un blog; in esso racconta di mondi incantati e vicende fatate. I bambini si affezionano, Beatrice la adora. Matteo invece – così insoddisfatto della sua vita triste e grigia – la odia. E allora cos’è quella sensazione? Ma sì, intendo quella sensazione che gli attanaglia le viscere quando pensa al suo fidanzato, che lo porta a pensare a lei con il sorriso, che gli fa saltare un battito del cuore quando lei lo osserva… cos’è? Lei ha gli occhi grandi come fanali, luminosi e vivi; quando lui la guarda, tutte le tessere del puzzle tornano al proprio posto. Lei è un respiro d’aria fresca in un tunnel di fumo. Lei è la Con un poco di zucchero felicità. Lei è la libertà.

Chiara Parenti tesse una tela che, complice l’ironia con cui è capace di impreziosire ogni frase, resta impressa; la storia d’amore tra Matteo e Katie è un vulcano di energia, di emozione. Humor e quotidianità troneggiano sempre, nei suoi romanzi; inoltre un occhio di riguardo è sempre dato alla crisi che attanaglia i ragazzi di oggi costringendoli a una strenua ricerca di un proprio posto nel mondo. Un romanzo per giovani, che parla di giovani con linguaggio da giovani.

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Il Cristo di Giotto

12 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #pittura, #personaggi da conoscere

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria NovellaA sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

The city people, in the end, were tired of struggles. It happened then that a merchant - or a banker or a nobleman - richer and more powerful than the others, allied himself with the small people, after promising better conditions of life, and became master of the city. In this way the Municipalities were transformed into Lordships. Citizens no longer chose their leaders.

It is not easy to be free, the citizens of the Municipalities tried to do it from 1200 to 1400 AD, but their attempts resulted in a failure. However, during these turbulent centuries, some great Italians stood out for their spirit and their works.

One of these was Giotto di Bondone (1267-1337). Even today the walls of some churches in Florence, Assisi and Padua are covered with paintings that tell the life of St. Francis and Jesus. They are all paintings by Giotto or, at least, it is thought that they are or that he contributed considerably. The restoration of the crucifix of the Opificio delle Pietre dure in 2001 seems to have dispelled all doubts.

If the cycle of San Francesco is uncertain, it is certainly the splendid Scrovegni chapel in Padua.

Who does not remember the Giotto brand drawing albums sold in the 60s? Giotto is portrayed on the cover, while drawing a sheep on a stone, observed by Cimabue who, according to legend, thus became his master. It also seems that the Tuscan painter knew how to draw an O without compass, and that he painted a fly so realistic that Cimabue tried to chase it away.

Legends aside, Giotto modernizes painting, abandons the still images and golds of Byzantine art, recovering contact with reality and nature. The figures are no longer flat but become concrete, surpassing those of Cimabue. This leaves behind the "Greek" conventions, followed until a few years earlier by Cimabue and all the other painters. Dante Alighieri writes:

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura. (Purgatorio Canto XI)

 

 

Giotto's Christ is no longer a Byzantine icon but a crucified man, with blood flowing from his side. Giotto, in fact, abandoned the iconography of the Jesus arched to the left, with the halo still similar to that of the Pantocrator, to paint it with the figure sinking downwards and the head forward, with the arms no longer parallel to the ground but flexed by weight and suffering. We move from a merely spiritual and mystical image to a more concrete one, from centuries drenched in faith and a search for transcendence - from the upward push given by Gothic architecture - to a period in which man, his figure and its carnality, will be central. There is even a hint of light that, over time, will take us to Caravaggio.

This is how we move slowly but surely from the Middle Ages to the Renaissance.

 

 

 

 

Il popolo delle città, alla fine, fu stanco di lotte. Accadde allora che un mercante - o un banchiere o un nobile - più ricco e potente degli altri, si alleasse col popolo minuto, dopo aver promesso migliori condizioni di vita, e diventasse padrone della città. In questo modo i Comuni si trasformarono in Signorie. Non erano più i cittadini a scegliere i loro capi.

Non è facile essere liberi, i cittadini dei Comuni cercarono di farlo dal 1200 al 1400 d.c., ma i loro tentativi si risolsero in un fallimento. Tuttavia, durante questi secoli pieni di fermento, alcuni grandi italiani si distinsero per il loro spirito e le loro opere.

Uno di questi fu Giotto di Bondone (1267-1337). Ancora oggi le mura di alcune chiese di Firenze, Assisi e Padova sono coperte di pitture che raccontano la vita di San Francesco e Gesù. Sono tutte pitture di Giotto o, almeno, si pensa che lo siano o che egli vi abbia contribuito notevolmente. Il restauro del crocifisso dell’Opificio delle Pietre dure nel 2001 pare aver fugato tutti i dubbi.

Se il ciclo di San Francesco è d’incerta attribuzione, sicuramente sua è la splendida cappella degli Scrovegni a Padova.

Chi non ricorda gli album da disegno di marca Giotto venduti negli anni 60? Vi è ritratto in copertina, appunto, Giotto che disegna una pecora su un sasso, osservato alle spalle da Cimabue che, dice la leggenda, in questo modo ne divenne maestro. Pare anche che il pittore toscano sapesse disegnare un O senza compasso, e che abbia dipinto una mosca talmente realistica che Cimabue cercò di scacciarla.

Leggende a parte, Giotto modernizza la pittura, abbandona le immagini fisse e gli ori dell’arte bizantina, recuperando il contatto con la realtà e la natura. Le figure non sono più piatte ma diventano concrete, superando quelle di Cimabue. Si abbandonano così le convenzioni "alla greca", seguite fino a pochi anni prima da Cimabue e tutti gli altri pittori. Scrive Dante Alighieri:

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura. (Purgatorio Canto XI)

 

Il Cristo di Giotto non è più un’icona bizantina ma un uomo crocifisso, col sangue che sgorga dal costato. Giotto, infatti, abbandonò l'iconografia del Gesù inarcato a sinistra, con l’aureola ancora simile a quella del pantocratore, per dipingerlo con la figura che sprofonda verso il basso e piega il dorso e la testa in avanti, con le braccia non più parallele al terreno ma flesse dal peso e dalla sofferenza. Si passa da un’immagine solo spirituale e mistica a una più concreta, da secoli intrisi di fede e di ricerca di trascendenza - dalla spinta verso l’alto data dall’architettura gotica - a un periodo in cui l’uomo, la sua figura e la sua carnalità saranno centrali. C’è persino un accenno di luce pastosa che, attraverso il tempo, ci porterà fino a Caravaggio.

È così che si passa, lentamente ma inesorabilmente, dal Medioevo al Rinascimento.

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La notte di Atlantide

11 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi

 

 

 

 

Una grande festa. Sarà questo l’appuntamento del 12 settembre con Atlantide Edizioni a partire dalle 21.30 presso l'ex manicomio di San Salvi, in collaborazione con l’Associazione Culturale “La Chute” e la compagnia teatrale residente “Chille de la Balanza”, e con il sostegno del Comune di Firenze. L’evento, inserito nel programma dell’Estate Fiorentina, avrà ingresso gratuito e si configurerà come un vero e proprio happening in cui letteratura e musica si alterneranno, raccontando lo spirito e l’essenza di Atlantide Edizioni, casa editrice indipendente romana nata due anni fa con l’intenzione di pubblicare esclusivamente pochi titoli l’anno (dieci) in tiratura limitata e numerata, distribuiti presso un network autogestito di librerie indipendenti. 

Il tutto, significativamente, in uno dei luoghi simbolo della cultura alternativa fiorentina: quel San Salvi, ex manicomio sulla cui storia sono stati scritti libri e girati film, e che tra le proprie mura ha ospitato anche il grande poeta “folle” toscano Dino Campana.

Nel corso della serata sul palco si alterneranno, oltre a degli ospiti a sorpresa che verranno svelati all’ultimo minuto, scrittori e musicisti. Protagonista d’onore sarà Nada Malanima, autrice per Atlantide del romanzo “Leonida” rapidamente giunto alla quarta ristampa e vincitore del Premio Enea. Seguiranno poi letture musicate con la chitarra di Max Larocca che accompagnerà la scrittrice Flavia Piccinni, sul palco per leggere un’anticipazione del libro su Irene Brin in uscita a fine settembre, e l’esordiente Matteo Trevisani autore de “Il libro dei Fulmini”. 

Larocca stesso poi farà un passaggio musicale su Dino Campana, cantando alcuni estratti dal suo più recente album dedicato proprio ai versi del poeta.

Lo scrittore Simone Caltabellota, direttore editoriale di Atlantide, converserà poi con lo scrittore e giornalista Alessandro Raveggi rispetto all’opera di Colin Wilson, di cui l’editore ha pubblicato il cult “L’Outsider” e l’autobiografia “Oltre i sogni”. Parteciperanno anche Francesco PediciniGianni Miraglia e l’autrice statunitense Tiffany McDaniel

Fra gli ospiti a sorpresa Vanni Santoni e Fulvio Paloscia. 

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I’M Infinita come lo spazio di Anne-Riitta Ciccone

10 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Regia: Anne-Riitta Ciccone. Soggetto: Anne-Riitta Ciccone (romanzo I’M Infinita come lo spazio - Edizioni Il Foglio, 2017). Sceneggiatura: Anne-Riitta Ciccone, Lorenzo D’Amico De Carvalho. Direttore della Fotografia: Pasquale Mari. Scenografia: Maurizio Sabatini. Effetti visivi, 3D stereoscopico: David Bush. Costumi: Andrea Sorrentino. Montaggio: Andrea Maguolo. Musiche originali: Peter Spilles, con le canzoni dei Project Pitchfork. Produzione: Italia - visto censura dicembre 2016. Case di Produzione: A.T.C. ADRIANA TRINCEA CINEMA con RAI CINEMA E PAYPERMOON ITALIA. Prodotto da: Francesco Torelli. Con il supporto di: Trentino Film Commission e Regione Lazio. Distribuzione: Koch Media. Interpreti principali: Barbora Bobulova, Mathilde Bunduschuh, Guglielmo Scilla, Julia Jentsch, Piotr Adamczyk. Distribuito da Koch Media (Italia) e da Rai Com (estero).

 

Il fatto di essere l’editore del romanzo non mi impedirà di scrivere tutto il bene possibile di un film italiano non convenzionale e dotato di un respiro internazionale. Al diavolo le questioni di opportunità e la correttezza formale! I’M - Infinita come lo spazio è un film costato anni di lavoro - e si vede! - che consacra Anne-Riitta Ciccone nell’olimpo dei migliori giovani registi italiani. Non dobbiamo limitarci a presentarlo come un fantasy in Tre D, perché è troppo riduttivo; il film usa gli effetti speciali per condurci alla scoperta della psiche della protagonista, accompagnandoci nei meandri del suo cervello, nei suoi pensieri cupi di adolescente insicura. I’M è un film sul bullismo, sulla crescita, sulla necessità di vivere secondo i propri sogni, senza tradirli mai e senza attendersi niente dagli altri, perché - come dice in una sequenza cruciale una straordinaria Bobulova: “Al mondo non gliene importa un cazzo di te! Tira fuori le palle e lotta per affermare i tuoi sogni!”. Il 3 D si scatena quando la protagonista sogna di far precipitare in una feritoia del terreno i compagni bulli, ma anche in una rappresentazione da fiaba dark di Alice nel paese delle meraviglie, per non dimenticare la trasfigurazione della preside in perfida strega. Da notare le apparizioni del fantastico Papà Zucca, padre immaginario di Jessica, che la ragazza ha visto una sola volta, ad Halloween, e quindi continua a rappresentarlo nella sua mente mentre indossa una gigantesca maschera da zucca. Il film è girato in Alto Adige, tra le nevi di un ambiente surreale, di un non luogo imprecisato, perché non è importante. Potrebbe essere un’altra dimensione, un altro pianeta, il nostro stesso mondo, non è importante… La regista racconta i rapporti difficili di un’adolescente che sogna di diventare una disegnatrice di fumetti, in lotta con il mondo circostante, dai compagni di classe alla madre, passando per la sorellina e i professori. Unica confidente la rockstar fallita (Bobulova) che dispensa buoni consigli ma al tempo stesso è alcolizzata, depressa e costretta a fare un lavoro che odia. Un film sceneggiato senza punti morti, ben fotografato, interpretato alla perfezione dalla giovanissima Mathilde Bunduschuh e dalla più esperta Barbora Bobulova (mai così convincente). Colonna sonora di Peter Spilles, perfetta per accompagnare una simile storia, mixata con le canzoni dei Project Pitchfork, che pervade di musica rock, ai limiti del punk, tutta la pellicola. Finale a sorpresa, che non anticipo, ispirato a un fatto realmente accaduto in Finlandia. Poetico e suggestivo il sottofinale, tra le montagne altoatesine, che spero obbligherà anche il più incolto dei pubblici a seguire i titoli di coda. Presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori. In uscita il 16 novembre, speriamo in molte sale, perché la novità di una pellicola italiana impegnata e al tempo stesso spettacolare lo merita. Intanto leggetevi il romanzo…

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lup
i

 

 

 

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Dall’Isonzo a Mladà Boleslaw di Italo Maffei

9 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

L’Associazione Carsoetrincee propone questo memoriale di Italo Maffei, ufficiale modenese nella Grande Guerra. Il suo scritto è stato ristampato dopo la prima edizione del 1968 uscita a tiratura molto limitata; sicché ora gli appassionati possono accostarsi a un memoriale pressoché sconosciuto. Maffei fu impegnato sul medio Isonzo, sull’altopiano di Asiago e sul Carso; si distinse, infine, sulla Bainsizza nell’agosto del 1917.

Ufficiale e uomo di trincea, ci affascina con uno stile per nulla inferiore a Carlo Salsa e al suo notissimo Trincee. Il racconto di Maffei aggiunge una nota di vivacità o passione in ogni evento del logorante stare nelle prime linee. Tante cose parlano di morte, ma la distruzione è talmente costante da investire tutto, il paesaggio, i vivi e anche i caduti in un certo senso riavvicinati ai vivi da un comune patire senza fine:

 

È tutto un caos di cose morte, ma terribilmente vive e presenti che ci avvolge (..) Ci sono qua e là dei morti insepolti e anch’essi vivono una loro vita terribile nelle tragiche pose, supini, arrovesciati,  aggomitolati, protesi taluni, ancora in uno slancio felino (..) altri ancora maciullati, coi volti che pare che ridano biecamente e minaccino”.

 

La vicinanza del nemico impone vigilanza, estrema attenzione verso i subordinati, riposo minimo. Con il suo stile vivo l’autore ci trasmette questa tensione, vivacizzata dal rapporto franco con l’attendente Balestri, abbastanza simile al Benvenuto attendente di Mario Muccini, altro notevole  memorialista che ci ha lasciato lo splendido Ed ora, andiamo!. Ma sono tanti i temi affrontati; il rapporto con i civili improntato a non poca affabilità, il confronto con gli ufficiali superiori, la scarsa cura per le vite dei soldati che emerge in certi episodi. Il reparto di Maffei, ad esempio, rimane in attesa per quattro giorni per un’azione più volte rimandata e poi sospesa, esposto ai tiri nemici, perdendo uomini e vigore.

Serviva, poi, bombardare intensamente il nemico e procedere all’assalto, nella frettolosa convinzione che le difese fossero piegate? Maffei osserva un giorno un bombardamento con il suo capitano; i tiri sono micidiali e apparentemente precisi. Ma il seguente attacco cozza contro reticolati integri e le Schwarzlose dominano facilmente. Lo vede bene il disastro da lontano, il Maffei. Gli attacchi come quello erano destinati allo scacco, lo si notava vedendo i reticolati in piedi. Senza bombarde (armi decisive successivamente davanti a Gorizia nell’agosto del 1916), spiega in un altro momento e con efficacia a un superiore di buon senso, è inutile attaccare. Attacchi simili fanno eroi, non vittorie.

E sulla Bainsizza Maffei c’è ancora, pieno di energia, pronto all’undicesima offensiva che con uno spiegamento colossale di mezzi avrebbe dovuto spezzare in profondità il nemico. Il memorialista ci offre il suo drammatico punto di vista di comandante quasi sempre in prima linea in quella fase; ci parla di coraggio estremo e quasi spavaldo (a tratti sembra di leggere pagine di Ernst Jünger), avanzate mal coordinate, ufficiali inferiori costretti a prendersi fin troppe responsabilità, sacrifici fatti da poche truppe logore e senza armi pesanti.

Un memoriale intenso; parla di soldati e soprattutto di rapporti tra persone (in particolare durante la prigionia del giovane ufficiale modenese), senza dimenticare l’etica del dovere e della responsabilità.

Da leggere con cura, infine, dopo aver apprezzato le tante fotografie, le appendici all’edizione, specialmente le memorie difensive presentate alle autorità al rientro in Italia, ricche di energiche puntualizzazioni da parte dell’autore sugli scontri sulla Bainsizza.

 

 

 

 

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Radioblog: Terracina Book Festival

8 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eventi, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 

 

 

 

 

Amici di RadioBlog, ancora con voi questa settimana per parlarvi di un’altra iniziativa dedicata ai libri, Il Terracina Book Festival che si terrà nella bellissima cittadina laziale sul mare. Terracina è stata nominata tra le altre cose quest’anno  la Regina della Via Appia, in quanto tappa importante dell’Appia Trail, un percorso di trekking volto a riscoprire e valorizzare la bellissima Regina Viarum.

A parlarci di questo festival letterario sarà il giornalista, scrittore ed editore Andrea Giannasi che ci illustrerà in sintesi il programma con i principali appuntamenti e ci parlerà anche della sua attività di editore, segnalandoci nomi di scrittori che si affacciano sul panorama letterario italiano e offrendo consigli e suggerimenti a beneficio di coloro che volessero intraprendere la strada della scrittura.

L'illustrazione di oggi di Eva Pratesi è ovviamente dedicata a Terracina e richiama il tema del "Grand Tour" visto che questa deliziosa località è stata una tappa del viaggio in Italia di Goethe nel 1787. A questo proposito il Comune di Terracina ricorda lo scrittore in una stele che riporta una delle sue estasiate descrizioni delle ricchezze naturalistiche ed archeologiche del territorio. Il disegno che Eva vi propone rappresenta il connubio tra viaggio e letteratura, un invito a visitare Terracina in occasione del Book festival e magari, perché no, lasciarsi rapire come il famoso scrittore dalle bellezze del suo paesaggio.

Nell’occasione vi segnaliamo come sempre il sito web di Eva che è www.geographicnovel.com , dove troverete molte delle sue  illustrazioni.

"Music: www.bensound.com"

 

Vi auguriamo buon ascolto!

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L’armata tradita di Heinrich Gerlach

7 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

L'armata tradita è un romanzo di Heinrich Gerlach, pubblicato nel 1956 da Garzanti.

L’autore è uno tra i pochi sopravvissuti dei tedeschi presi prigionieri dai russi sul fronte orientale. Scrisse le sue memorie in prigionia nel 1944-45, ma nel 1949 il manoscritto gli venne sottratto dai carcerieri. Tornato in patria solo nel 1950, l’autore ricostruì l’opera tra il 1951 e il 1956, naturalmente con immensa fatica; rinacque così il testo che in forma di romanzo narra un grande dramma militare e umano. Seguendo la vecchia edizione Garzanti, diamo gli elementi della vicenda storica; circa 270 mila tedeschi restano intrappolati nella città nel novembre del 1942. Saranno progressivamente decimati soprattutto dal freddo e dalla fame, oltre che dai soldati sovietici. Circa 90 mila verranno imprigionati a fine gennaio del 1943 e solo poche migliaia torneranno a casa dopo la fine  della guerra.

Il romanzo è corale; i protagonisti sono sottufficiali e ufficiali tedeschi costretti a fare i conti con ordini sempre più assurdi in una situazione senza via di uscita. Alcuni reparti hanno persino avuto ordine di entrare nella sacca autointrappolandosi, non essendo per il comando accettabile alcun arretramento. Ma comunque il morale resta alto.  Inizialmente infatti si spera nei rinforzi; Hitler non può abbandonare un’intera armata. Arriveranno le truppe corazzate di Manstein, si ripetono i soldati. Vi saranno opportuni rifornimenti dal cielo, sperano. Ma Manstein non giunge e i rifornimenti sono limitati, mancando aerei adeguati. Le condizioni di vita peggiorano di settimana in settimana; eppure Hitler invita le truppe accerchiate a confidare in lui. Gerlach mostra un’ampia tipologia di reazioni davanti al vicino collasso dell’armata; chi ostenta apertamente le convinzioni antinaziste, chi riflette criticamente su una vita di compromessi e quieto vivere, chi cerca fino all’ultimo una medaglia, chi ripropone fanaticamente gli ordini di Berlino che impongono la lotta a oltranza. C’è del miracoloso in questa resistenza sempre più disperata; si formano battaglioni composti da cucinieri, da autisti, dal personale delle retrovie, mandati in linea con scarsa preparazione. Si riesce a procrastinare il crollo, sacrificando altri uomini  stremati. Mentre i russi penetrano nelle difese sempre più scarne, ai sopravvissuti non resta che tornare a sentirsi semplicemente uomini, animati da solidarietà e umanità, rigettando i valori del nazismo. Ma è comunque  significativo, in uno degli episodi descritti, che l’urlo “Heil Hitler” si elevi ancora in uno degli ultimi fortini tedeschi, segno che molti non rinnegavano il regime che li stava sacrificando.

Il libro fa sentire l’odore degli ospedali zeppi di feriti, la sofferenza fisica di uomini sempre più affamati e oppressi dal gelo, l’angoscia di essere chiusi da un accerchiamento micidiale. Due frasi di Hitler restano impresse; “Potete fondarvi su di me come su una roccia” (da uno dei tanti messaggi mandati da Berlino all’armata) e poi un’altra, pronunciata dopo la fine dell’assedio: “Gli uomini di Stalingrado devono essere morti”. Chi aveva perso nella grande battaglia di Stalingrado, infatti, non poteva che essere morto per non poter raccontare lo svolgimento di una disfatta e per essere utilizzabile come eroe nella propaganda di regime. Per essa Stalingrado era come le Termopili e la Germania si poneva come baluardo occidentale contro il pericolo sovietico. La resa o la ritirata non erano accettabili, nemmeno davanti all’imminenza del disastro. La massa dei caduti di Stalingrado serviva a creare un possente mito patriottico buono per motivare una rinnovata volontà di combattere contro il nemico ideologico. Irrazionalità e paranoia erano ormai di casa a Berlino e infatti pochi dei capi conoscevano realmente la situazione nei punti peggiori del fronte, ma senza problemi promettevano interventi del tutto irrealizzabili per mancanza di risorse.

Gerlach, uno dei superstiti di questi eventi, ha cercato di raccontare tutto questo, ossia l’olocausto di un’armata voluto dal suo capo supremo.

 

 

 

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