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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Dentro, suono crudo e abbandonato

7 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #poesia, #fabio strinati

 

 

DENTRO

 

Dentro un vecchio muro crepato e tinto

che soffre, adolescenza intaccata

in vortici di rogne,

e in eterno, nel sonno le maschere avvolte

dove nascono le cimici uguali

e le cantilene, gli indefiniti aliti e sepolti

sotto occhiaie di pensieri e patimenti

e i timori pesti mai andati,

e in eterno, in graffi sospesi nell’aria

come suoni in una scomoda mente.

 

 

 

SUONO CRUDO

 

Suono crudo assennato dentro il suo dentro,

di fanghiglia, nel rettangolo

superstite precario,

è un suono graffiato in un istante rudimentale

che scivola turchino

nelle coincidenze di una trappola mortale,

anime ingombrate nell’intasamento

di un dovunque aggrappato,

e le innaturali fisime, le porte socchiuse

in quel loro dentro futile e meschino,

come un suono rinchiuso in una teca

dove matematica e spine

si sbracano ammiccando pose di catarsi!

 

 

 

ABBANDONATO

 

Non solo mi chino su questa terra di fango marrone

e mi piego scacciando le ferrose catene

in un nevrotico abbandono,

che la sorte ormai guastata

nella sua biada di morte camuffata, travestita

da una sagoma di vita slavata e lunatica,

mi rende uno specchio d’inverno opaco,

e steso nel vuoto nell’incertezza

siderale che tanto mi somiglia,

ecco che mi spengo

in uno stordimento contrariato.

 

 

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Il coro di Ermengarda

6 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.

Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.

Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.

Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.

Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.

 

Sparsa le trecce morbide

Sull'affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S'innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una man leggiera

Sulla pupilla cerula

Stende l'estremo vel.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl'irrevocati dì;

Quando ancor cara, improvida

D'un avvenir mal fido,

Ebbra spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De' corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L'irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea repente, pallida

D'amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d'Aquisgrano!

Ove, deposta l'orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell'erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l'empia

Virtù d'amor fatica,

Discende il refrigerio

D'una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d'un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L'erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L'immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblio torna immortale

L'amor sopito, e l'anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com'era allor che improvida

D'un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

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Preludio, vuoto e angosce

5 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

 

PRELUDIO

 

La voce arranca, arretra tardiva al tramonto

crepa e sospira,

consuma un tempo nell’ambiguo vuoto circostante,

mentre scompare il vento che lì finisce e straripa.

 

 

VUOTO

 

Ho in prestito illusori letarghi d’animale

come invisibili le tane patite e noi, frasche

abbandonate all’interno di un vuoto assonnato.

 

 

ANGOSCE

 

L’anima che invecchia tra gli alberi

dove un legno secco marcisce

è preda del suo spreco inciso

sulla pelle fustigata, estenua del presente,

scende sconosciuta fuliggine

che piano si nasconde.

 

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Intervista a Fabio Strinati

4 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #interviste, #fabio strinati

 

 

Fabio Strinati è un giovane musicista e poeta (classe 1983), che vive a Esanatoglia, in provincia di Macerata. Abbiamo recensito su questo blog Pensieri nello scrigno e Dal proprio nido alla vita, entrambi pubblicati con Il Foglio Letterario. Fabio ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.

 

Ciao, Fabio. Parlaci un po’ di te e della tua scrittura. Ti senti più musicista, più poeta o più contadino?

 

Attraverso la scrittura cerco di esprimermi per come sono. Ammetto di essere una persona molto complessa, una persona non proprio semplice. Quindi penso che anche la mia scrittura, in qualche modo, sia abbastanza complessa. Detto questo, sono una persona in continua evoluzione. Non amo fossilizzarmi, amo sperimentare, conoscere, vedere, sentire. Quindi, quando dico che la mia scrittura è complessa, non la identifico come difficile, ma come una scrittura in continuo movimento. Io, sinceramente, mi sento prima contadino e poi poeta e musicista. Sono cresciuto in campagna, con la vigna, gli alberi da frutto, e tutto questo mi ha aiutato a saper vedere la natura con gli occhi giusti.

 

In Pensieri nello scrigno si notava una specie di desiderio inconfessato di lasciarti andare a un eloquio poetico più piano, meno ermetico. Mi sembra che nell’ultimo poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, tu abbia compiuto proprio questa operazione. È così?

 

Sono due libri completamente diversi. Il primo è una raccolta di poesie, mentre il secondo è un poemetto, anche se non mi piace identificarlo così. Il termine poemetto è pericoloso, molto poetico, molto ricco di linfa e di significato. Per questo sostengo che Dal proprio nido alla vita non sia un poemetto, ma un libro di semi-prosa poetica. Poi la differenza sta soprattutto nel fatto che Dal proprio nido alla vita è un libro influenzato da una lettura di un altro libro, che è Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi. Mentre Pensieri nello scrigno viaggia su frequenze del tutto differenti. Si tratta del mio primo libro, a cui sono molto affezionato, anche se all’inizio non è stato così facile farmelo piacere. Rispondendo alla tua domanda, credo che Dal proprio nido alla vita sia un libro molto profondo che si esprime attraverso una scrittura gradevole. Pensieri nello scrigno è un libro molto profondo, particolare, che si esprime attraverso una scrittura nebulosa.

 

Il fatto di scrivere poesie, suonare e vivere una vita di natura artistica, oltre che pratica, ti ha mai creato sensi di colpa? Voglio dire, hai mai dovuto giustificarti, con la famiglia, con gli amici, con la società per queste tue passioni?

 

Io ho trentaquattro anni, ma scrivo da circa quattro anni. Ho lavorato in fabbrica per ben quindici anni, ho fatto il militare, lavoro la campagna, ho lavorato in una azienda agricola, quindi, sensi di colpa non ne ho mai avuti. Ma in maniera del tutto onesta ti dico che, anche se avessi sempre scritto fin dall’infanzia, non me ne sarei affatto vergognato. Tutto ciò che conta per me è essere una brava persona. Non voglio essere ricordato come un poeta, uno scrittore, o cose del genere, ma voglio essere ricordato come una brava persona.

 

Ti senti risolto come persona, quello che fai ti appaga o sei ancora alla ricerca della tua identità?

 

Tutto quello che faccio mi appaga moltissimo e sento un’energia fortissima ogni volta che scrivo una frase, un verso. Ogni volta che mi metto al pianoforte è sempre come se fosse la prima volta, e mi piace così tanto suonare che il mio corpo vibra ogni volta che suono. Realizzato come persona sicuramente sì, ma come persona a 360°. Tutto ciò che mi circonda mi fa stare bene. La mia famiglia, la mia fidanzata, i luoghi che tocco, che respiro. Mi sento bene con me stesso.

 

Nell’ultimo lavoro è descritto un momento di crisi e di depressione. Puoi raccontarci qualcosa? 

 

Come ho detto in precedenza, sono una persona complessa. Nel poemetto è descritto un periodo ben preciso della vita di una persona, che è l’adolescenza. Si tratta di un periodo molto delicato della vita, un momento di passaggio, di trasformazione. Un periodo dove molto spesso non veniamo capiti, e non vogliamo neanche noi capire. Il mondo ci sembra molto piccolo, ma in realtà, poi, scopriamo che è molto grande. La crisi di cui parlo nel libro fa riferimento a una situazione di smarrimento. E quella situazione, quando si è sensibili e complessi, viene metabolizzata in maniera forte e disordinata.

 

Da agosto purtroppo sei alle prese con la devastante esperienza del terremoto, ha un senso la scrittura quando ci si scontra così duramente con la crudezza della vita?

 

Credo che la scrittura abbia ancora più senso durante questi momenti così duri. Io, attraverso la scrittura, mi sto tutelando la salute. Se non avessi scritto sarei impazzito già dal 25 di agosto. Ho vissuto e sto vivendo il terremoto in maniera drammatica, nonostante non abbia avuto grossi problemi. Dormo in camper per paura, non per inagibilità. Ma è proprio in questi momenti che l’uomo deve tirar fuori la sua parte solida e combattiva. Io ci sto provando, e la mia cura, la mia terapia, è scrivere.

 

Pensi che la poesia oggi abbia valore solo introspettivo e consolatorio?

 

La poesia ha un valore che va oltre la poesia stessa, oggi come in passato. Poi, che stiamo vivendo in un periodo storico molto molto complicato è sotto gli occhi di tutti, ma la poesia trova e troverà sempre lo spazio dove intrufolarsi. Non riesco proprio a vedere un mondo senza la poesia.

 

Cosa vorresti che un lettore provasse leggendoti?

 

Un libro deve farti compagnia, quindi penso che i miei lettori, leggendomi, provino questa sensazione di compagnia. Io quando scrivo ci metto l’anima, e spero che questa mia anima possa toccare il cuore dei miei lettori, che ringrazio moltissimo. E poi, se vuoi essere letto, devi leggere. È vero che scrivo molto, ma è anche vero che leggo moltissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

3 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #recensioni, #gordiano lupi, #fabio strinati

 

Dal proprio nido alla vita

Fabio Strinati

 

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 54

8.00

 

Una montagna scura,

tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi

e di leggende, che cantano le loro messe

tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi

cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)

 

Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.

In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.

Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.

Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.

La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.

Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.

 

Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,

che gelava, non soltanto quelle pochissime

parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)

 

Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.

Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.

Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.

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Marie Albes, "Apostasia"

1 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #Marie Albes

 

 

Apostasia

Marie Albes

 

Amazon, 2017

pp 433

14,00

 

 

 

Finalmente un libro da leggere come se fosse solo un libro ed io solo un lettore. Intendo dire un romanzo da tenere sul comodino ed essere felici di ritrovarlo la sera prima di dormire, semplicemente per sapere cosa accade nella pagina successiva, per farsi catturare dalla storia e dall’ambientazione. Ho sempre sostenuto che in Italia non ci sono romanzieri come piace a me, cioè narratori a tutti gli effetti, capaci di scrivere un romanzone accattivante, gradevole, non superficiale. Forse mi posso infine ricredere e questa (per me) sconosciuta Marie Albes è la narratrice che stavo cercando.

Non importa se la storia non è originale. Nessuna, a ben vedere, lo è. Le storie sono storie e alla gente piace sentirsele raccontare. Le storie sono spesso uguali, cambia il modo in cui sono scritte. E questa Apostasia è scritta davvero bene, a parte qualche minuscola imprecisione o ripetizione che, sono sicura, ad un successivo editing l’autrice ha saputo rilevare e correggere. La lingua è scorrevole, piana ma coinvolgente, ricca di spunti riflessivi, di pathos e persino di soffusa poesia.

La trama è ben congegnata, sebbene le due figure femminili, Chiara Innocenti ed Elena Gentile (c’è un eco Dickensiano nei loro cognomi) siano un po’ troppo intercambiabili. L’amore, perché di romanzo d’amore e di genere si tratta, è rappresentato, analizzato e vivisezionato in tutti i suoi aspetti. Si vede che l’autrice sa di cosa parla, conosce l’animo umano, l’ineluttabilità della passione, i tempi e i modi della stessa, il dolore dell’abbandono, e li riproduce con tanta finezza psicologica.

L’amore porta all’apostasia, si sostituisce alla fede, anzi, diventa esso stesso fede, fiducia nell’intuito del proprio cuore, nei sentimenti che sono sempre innocenti, nell’amato che non tradisce.

Chiara è una suora che s’innamora, ricambiata, di Josè, un giovane spagnolo di bell’aspetto, giunto nel suo convento per indagare un passato che qui non riveliamo ma che si lega a un vecchio delitto maturato in campo ecclesiastico. La vicenda di Chiara e Josè ricalca quella precedente di Elena e Miguel, in un parallelo troppo poco caratterizzato ma comunque ricco di suspense. Quindi abbiamo amore, thriller, intrigo, atmosfera, tinte forti di stampo ottocentesco, e mi sa che l’autrice ha confidenza con tutti i bei romanzi inglesi.

La narrazione si apre con il cliché del manoscritto ritrovato e prosegue nella campagna fiorentina e senese, fra oliveti, pievi e conventi, per concludersi nella città di Granada. Marie Albes mostra un forte interesse per la cultura e per la lingua castigliana, di cui fa un uso troppo abbondante nel testo, fino a compiere la scelta opinabile di nominare i capitoli in spagnolo.

Un talento, in ogni caso, questa Marie Albes - che pare abbia scritto anche romanzi fantasy- una scrittrice di genere elegante e garbata, un'autentica, piacevole, scoperta.

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