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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

11 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

pp. 801

€ 14,40

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in Piccole Donne di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di Harry Potter (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel Ciclo di Darkover, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito dai direwolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desiderio nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana in Excalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne Le nebbie di Avalon e nel suo prequel, The Forest House, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel Ciclo di Shannara. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

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Concorso "Trame tra le mura"

10 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #case editrici

Concorso "Trame tra le mura"

Ci scrive Marco Frullanti della casa editrice Nativi Digitali:

"Sono Marco, scrivo in quanto responsabile della comunicazione di Nativi Digitali Edizioni (www.natividigitaliedizioni.it), casa editrice digitale (non a pagamento).

Sperando di fare cosa gradita, vi segnalo il concorso letterario social che stiamo lanciando: "Trame tra le mura"!


Si tratta di un concorso totalmente gratuito, aperto agli aspiranti scrittori: non c'è limite di generi o stili, l'importante è il tema: tutti i racconti devono essere ambientati interamente in un appartamento condiviso. La prima fase di selezione è "social" e relativa a un abstract, l'idea dietro il racconto, quindi tra i 15 vincitori che ci invieranno i racconti ne saranno selezionati 5 da pubblicare in un'antologia, con regolare contratto di pubblicazione.

Un appartamento condiviso tra vari coinquilini ne ha eccome di storie da raccontare... vi sfidiamo a immaginarvene una, con il nostro Concorso Letterario Social "Trame tra le mura"!

A chi si rivolge: a scrittori che vogliono raccontare l'esperienza della condivisione di un appartamento, senza limitazioni particolari di genere e stili narrativi. L'unico vincolo: tutto il racconto deve essere ambientato all'interno dell'appartamento. Le storie possono reinterpretare esperienze vissute dall'autore o da altri (nel qual caso, si prega di usare nomi fittizi e di non fare riferimento diretto a fatti e eventi reali) oppure essere totalmente finzionali. La partecipazione è completamente gratuita.

Per informazioni e tempistiche dettagliate del progetto: bit.ly/trametralemura "

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I rimedi di nonna rosa: cataplasmi o impacchi ai semi di lino

9 Marzo 2016 , Scritto da Nicole Con tag #nicole, #i rimedi di nonna rosa

I rimedi di nonna rosa: cataplasmi o impacchi ai semi di lino


Il metodo e' eccellente per i catarri e bronchi. I semi di lino si trovano in erboristeria e con essi si possono sciogliere i catarri tramite il calore che emanano.

Si prende una pentola e mettiamo 200 ml di acqua con 2 0 3 cucchiai di semi di lino e portiamo in ebollizione, dopo di che li lasciamo freddare un pochino e, quando sono caldi, li adagiamo su un fazzoletto di cotone o lino e chiudiamo il tutto facendo attenzione a non fare uscire il composto.

Posizioniamo il tutto sul petto finchè non si raffredda: mi raccomando il cataplasma deve essere caldo non bollente sul petto!!!!

L'ideale e' ripetere l'operazione 3-4 volte il giorno per trovarne beneficio.

Se si vuole, si possono aggiungere oli essenziali, timo ed eucalipto (2 gocce per ogni tipo di olio). Tutto questo prima di togliere i semi dalla pentola!!!!

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"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Prospektiva: un altro modo di parlare di libri

7 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici, #concorsi

Prospektiva: un altro modo di parlare di libri

Ci scrivono da Prospektiva:

"Finalmente Prospektiva: un altro modo di parlare di libri, studiato in Francia e Inghilterra
Dalla Francia e dall’Inghilterra c’è chi già sta tentando di imitare quello che un gruppo di amanti della lettura è riuscito a costruire in Italia. Strano a dirsi ma mentre si parla di giganti dell’editoria, è un piccolo che si fa strada con un modello di promozione della lettura assolutamente originale e innovativo. Si tratta di un progetto nato a Siena nel 1998 che oggi finalmente viene racchiuso in un unico sito: www.prospektiva.it
Prospektiva è un contenitore dove i libri vengono proposti in dieci festival letterari tra Toscana, Puglia, Calabria e Lazio; in televisione con Book generation; in libreria con le monografie; in particolari “contropremi” letterari e infine utilizzando i Bookcrossing e le contaminazioni enogastroletterarie per alimentare, oltre che la pancia, anche l’anima. Nutrimenti dunque che vedono coinvolti ogni anno decine di scrittori, giornalisti, editori e basta poco per capire che il progetto piace.
Tanti i nomi che sono saliti sui palcoscenici dei festival letterari: da Beppe Severgnini a Maurizio De Giovanni, da Alessandro Haber a Davide Riondino, da Lirio Abbate a Giuliana Sgrena, da Loriano Macchiavelli a Marco Malvaldi. Fino ad oggi in 57 edizioni di festival tra Cropani (Catanzaro), Barga (Lucca), Novoli (Lecce), Castiglione di Garfagnana (Lucca), Terracina (Latina), Civitavecchia (Roma) e Castelnuovo (Lucca), sono stati oltre 120 gli ospiti con editori come Sellerio, Longanesi, Mondadori, Giunti, Fandango, Chiarelettere e molti altri ancora.
Un progetto che vede coinvolti decine di collaboratori sparsi in tutta Italia e che ogni anno si ritrovano al Salone Internazionale del libro di Torino per fare il punto della situazione e parlare di festival, ospiti e libri. Tra questi Andrea Giannasi, Gianluca Pitari, Massimo Lerose, Piergiorgio Leaci e Maurizio Poli primi promotori di tanti momenti letterari.
Tutto questo è Prospektiva sostenuto da enti e dentro le “Città del libro” il progetto lanciato dal Centro per il libro e la lettura dal Ministero dei Beni Culturali."


Ecco il resto lo trovi qui:
http://www.prospektiva.it/

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Heberto Padilla, "Fuera del juego"

6 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Heberto Padilla, "Fuera del juego"

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Heberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie Fuera del juego, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

Fuera del juego “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

La sua “colpa” è stata

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

Fuera del juego è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

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AA.VV. "Lavoro Vivo"

5 Marzo 2016 , Scritto da Heiko H. Caimi Con tag #heiko h. caimi, #recensioni

AA.VV. "Lavoro Vivo"

LAVORO VIVO

di AA.VV.

Alegre 2012

Pagine: 130, € 14,00

Proporsi di raccontare il mondo del lavoro, quello reale, vivo, vissuto giorno dopo giorno da chi lo fa o lo subisce, attraverso dieci racconti di autori diversi, è un'impresa coraggiosa e quasi disperata. Eppure questo libro, nato da un'idea del compianto Stefano Tassinari insieme alla FIOM di Bologna, ci riesce pienamente. Il che dimostra come autori diversissimi tra loro possano avere un terreno comune e lavorarvi, ognuno nel chiuso della propria stanza, con una perfetta sintonia. Ne esce un mosaico che, pur raccontando storie differenti e collocate in epoche diverse, compone un romanzo sul lavoro di impagabile valore.

Giungla d'appalto, di Gianfranco Bettin, è un racconto amarissimo sui malaffari condotti da ditte specchiate e autorevoli al porto di Marghera, scritto da un autore ben documentato (ha pubblicato tra l'altro Petrolkimiko. Le voci e le storie di un crimine di pace) e nato proprio a Porto Marghera. Un pugno nello stomaco, ma ancora dolce rispetto alle storie che seguono.

Drammatica e senza scampo, la scrittura finissima di Giuseppe Ciarallo scava, in Eqquessaè, in un passato non così lontano come gli anni Sessanta per ricomporre la lunga scia dello sfruttamento in fabbrica, "dove si moriva, ci si ammalava, ci si infortunava, e dalla quale si veniva sbattuti fuori appena non servivi più". L'autore abbandona la graffiante ironia che solitamente lo contraddistingue per immergersi completamente nell'atmosfera cupa delle illusioni spezzate.

New York, 1911: un incendio devasta la fabbrica della Triangle. Maria Rosa Cutrufelli, in Fuoco a Manhattan, racconta i fatti drammatici che portarono all'istituzione dell'8 marzo, e lo fa attraverso le vive voci di tre testimoni. Una scrittura lucida e asciutta per una narrazione drammatica ed equilibrata. Con il merito di ricordarci che l'8 marzo non è una festa dei fiori.

Manovia è la concitata narrazione di un operaio che fabbrica scarpe, orgoglioso del proprio lavoro. Angelo Ferracuti parte dallo sfruttamento e dalle condizioni sul lavoro per arrivare alla famosa livella di Antonio De Curtis.

Senza buccia, di Marcello Fois, racconta la resa al lavoro "in nero, senza garanzie, senza contratto, senza assicurazione" e la voglia, anzi la necessità, di riscatto, anche di fronte a quella maggioranza che china la testa senza mai ribellarsi e ostacolando chi lo vuole fare.

Carlo Lucarelli, in Devo dirti una cosa, rappresenta un classico caso di morte nei cantieri edili, una di quelle morti che ci voleva un niente ad evitare. Ma la sicurezza sul lavoro è solo una regola scritta, non praticata. E la connivenza di chi non vuole perdere la propria occupazione e per questo è disposto a rinunciare a qualsiasi garanzia ne rende impossibile l'applicazione.

No Cap, di Milena Magnani, è una storia di braccianti africani in Salento, sfruttati e ricattati dai caporali di turno; ma è soprattutto la storia di una riscossa, di come l'unione faccia la forza e di come non ci sia una sola ragione valida di abbassare la testa: si ha solo da perdere. Un racconto efficace nonostante qualche momento eccessivamente retorico.

In Ma scrivere è un lavoro? Giampiero Rigosi non sa rispondere alla domanda, e ci mette quindici pagine a farcelo capire. Non sa cosa scrivere, e ci spiega perché; si sente in colpa verso chi fa un lavoro manuale, e ci spiega perché; ma non arriva mai a rispondere, né sa rappresentare efficacemente la fatica, la dedizione e il sudore che richiedono lo scrivere. Viene un dubbio angoscioso: perché sprecare tante pagine per questo racconto insulso, invece di lasciare spazio ad un altro autore, che avesse qualcosa da dire?

Stefano Tassinari sa come nessun altro mettere il dito nella piaga con un racconto struggente, doloroso e mai retorico, scritto col cuore. Il ricordo amaro di un'assenza sa andare a fondo, con lucida amarezza, al crimine delle cosiddette morti bianche: omicidi per profitto e per negligenza. Perché è in atto una guerra, "da una parte gli aggressori e dall'altra chi è costretto soltanto a difendersi, ma a mani nude".

Chiude la raccolta Pezzi di ricambio, di Massimo Viaggi, la commovente testimonianza di un operaio costretto a lavorare per anni in mezzo all'amianto. "Pensi che al centro dell'Officina c'era un posto dove lavoravano gli operai di una ditta in appalto, che dentro a una camera formata con i teloni di cellophane spruzzavano le fiancate delle carrozze di amianto in fiocchi. Sono morti tutti".

Interessanti anche le note finali di Bruno Papignani, che narra la nascita di questa antologia e commenta ogni singolo racconto mettendoci la propria esperienza.

Un libro che sa essere testimonianza anche quando inventa, che non perde quasi mai di mordente e che dovrebbe figurare in tutte le librerie di chi ha una coscienza. Ma dovrebbe essere letto, soprattutto, da chi una coscienza non ce l'ha.

Heiko H. Caimi

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Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

4 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

Marino Magliani

Carlos Paz e altre mitologie private

Amos Edizioni - Euro 15 - Pag. 220

www.amosedizioni.it - info@amosedizioni.it

Marino Magliani è uno degli ultimi narratori classici italiani, romanziere sopraffino che intinge la sua penna delicata e soffusa di malinconia nel sangue che sgorga dalle ferite della vita. Magliani è la sua Liguria di Ponente, gli olivi e i colli riarsi tanto cari a Biamonti, ma anche l'Argentina, il Sudamerica, la Spagna bruciante passione, l'Olanda invernale e cupa. Magliani crea pagine di letteratura dalla sua vita - da sempre il miglior modo di far letteratura - ma non si limita a uno sterile autobiografismo, ché l'esperienza personale è sempre in primo piano ma diventa universale, si trasfigura nel ricordo.

Carlos Paz e altre mitologie private è una preziosa raccolta di racconti, forse tra le cose più riuscite della narrativa di Magliani che - memore della lezione sudamericana e degli autori che traduce - si esprime meglio nella misura breve. Una raccolta divisa in tre sezioni: Rena, Arenaria, Sport liguri e olandesi, composta da quindici racconti di ambientazione a metà strada tra la Liguria e l'Olanda con alcune divagazioni ispaniche.

Il mare è sempre presente come motivo ispiratore ed elemento vitale, sin dalle prime parole della raccolta (da casa sua il mare non si vedeva...), che sia il caldo e accogliente mar Ligure come il freddo e ostile mare olandese. Gli olivi, la terra, il tempo perduto, il tema del ritorno e dell'assenza, la poetica dell'uomo lontano dalle proprie radici che desidera assaporare il profumo di antichi giorni infantili. Le notti di Sorba - quasi un romanzo breve - è la storia più intensa della raccolta, quella in cui la poetica proustiana si fa più evidente, ma tutta l'opera è ad alti livelli, scritta con stile personale con sentori di Biamonti, Pavese e Tozzi.

Ottima confezione editoriale, come tradizione di Amos, piccolo editore di qualità, artigiano appassionato della vera letteratura.

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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

3 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #fantasy

Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

Cominciamo con l’Edda.

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato La leggenda di Sigurd e Gudrun, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con Il Silmarillion e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.

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Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

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"Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città"

2 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi

"Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città"

Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città

Omaggio a Giorgio Caproni

a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp. 110

Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.

Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.

Tra Livorno e Genova, il poeta della due città, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.

La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.

Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta Res amissa, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.

Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)

Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di Canzone, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni Preghiera. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?

Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.

Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.

Io son giunto alla disperazione calma,

senza sgomenti.

Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”

Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”

Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.

Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta Il seme del piangere (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.

Chi avrebbe mai pensato, allora,

di doverla incontrare

un'alba (così sola

e debole, e senza

l'appoggio di una parola)

seduta in quella stazione,

la mano sul tavolino

freddo, ad aspettare

l'ultima coincidenza

per l'ultima stazione?

Posato il fagottino

in terra, con una cocca

del fazzoletto (di nebbia

e di vapori è piena

la sala, e vi si sfanno

i treni che vengono e vanno

senza fermarsi) asciuga

di soppiatto - in fretta

come fa la servetta

scacciata, che del servizio

nuovo ignora il padrone

e il vizio - la sola

lacrima che le sgorga

calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino

che si raffredda, Annina

di nuovo senza anello, pensa

di scrivere al suo bambino

almeno una cartolina:

"Caro, son qui: ti scrivo

per dirti ..." Ma invano tenta

di ricordare: non sa

nemmeno lei, non rammenta

se è morto o se ancora è vivo,

e si confonde (la testa

le gira vuota) e intanto,

mentre le cresce il pianto

in petto, cerca

confusa nella borsetta

la matita, scordata

(s'accorge con una stretta

al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito

scrivere due righe, in fretta.

Dirgli, come faceva

quando in giorni più netti

andava a Colle Salvetti,

"Attilio caro, ho lasciato

il caffè sul gas e il burro

nella credenza: compra

solo un pò di spaghetti,

e vedi di non lavorare

troppo (non ti stancare

come al solito) e fuma

un poco meno, senza,

ti prego, approfittare

ancora della mia partenza,

chiudendo il contatore,

se esci, anche per poche ore."

Ma poi s'accorge che al dito

non ha più anello, e il cervello

di nuovo le si confonde

smarrito; e mentre

cerca invano di bere

freddo ormai il cappuccino

(la mano le trema: non riesce,

con tanta gente che esce

ed entra, ad alzare il bicchiere)

ritorna col suo pensiero

(guardando il cameriere

che intanto sparecchia, serio,

lasciando sul tavolino

il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente

che quel bambino è sparito!

E' cresciuto, ha tradito,

fugge ora rincorso

pel mondo dall'errore

e dal peccato, e morso

dal cane del suo rimorso

inutile, solo

è rimasto a nutrire,

smilzo come un usignolo,

la sua magra famiglia

(il maschio, Rina, la figlia)

con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa

il cuore, come può ricordare,

con tutti quei cacciatori

intorno, tutta quella grappa,

i cani che a muso chino

fiutano il suo fagottino

misero, e poi da un angolo

scodinzolano e la stanno a guardare

con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,

ormai tra marito e figliolo.

Vorrebbe piangere, cerca

sul marmo il tovagliolo

già tolto, e in terra

(vagamente la guerra

le torna in mente, e fischiare

a lungo nell'alba sente

un treno militare)

guarda fra tanto fumo

e tante bucce d'arancio

(fra tanto odore di rancio

e di pioggia) il solo

ed unico tesoro

che ha potuto salvare

e che (lei non può capire)

fra i piedi di tanta gente

i cani stanno a annusare.

"Signore cosa devo fare,"

quasi vorrebbe urlare,

come il giorno che il letto

pieno di lei, stretto

sentì il cuore svanire

in un così lungo morire.

Guarda l'orologio: è fermo.

Vorrebbe domandare

al capotreno. Vorrebbe

sapere se deve aspettare

ancora molto. Ma come,

come può, lei, sentire,

mentre le resta in gola

(c'è un fumo) la parola,

ch'è proprio negli occhi dei cani

la nebbia del suo domani?

La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.

Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre, contenuta in Il muro della terra (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.

Portami con te lontano

...lontano...

nel tuo futuro.

Diventa mio padre, portami

per la mano

dov'è diretto sicuro

il tuo passo d'Irlanda

l'arpa del tuo profilo

biondo, alto

già più di me che inclino

già verso l'erba.

Serba

di me questo ricordo vano

che scrivo mentre la mano

mi trema.

Rema

con me negli occhi allargo

del tuo futuro, mentre odo

(non odio) abbrunato il sordo

battito del tamburo

che rulla - come il mio cuore: in nome

di nulla - la Dedizione.

Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte Il Franco Cacciatore (1982)“ e Il conte di Kevenhüller (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.

Il franco cacciatore è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)

La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.

Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”

Il conte di Kevenhüller (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.

Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”

Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.

L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto Ballo a Fontanigorda (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.

Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.

Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.

Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.

Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.

L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.

Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.

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