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Strampalario di Natale, parte seconda

12 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte seconda

Da Pasiele a Dio

25 dicembre, ore 1:30

Caro Signore, prima di tutto buon Natale!

Eccoci qua. Come ci avevi chiesto, ti scriviamo. Scrivo io per tutti e due.

Abacùc si è steso sul letto e sta guardando il soffitto. È un po’ stanco, perché siamo tornati tardi, ma è stata una serata bellissima. Siamo stati in una libreria del centro. C’era una presentazione di uno scrittore (Abacùc lo ha definito “pifferaio magico” e “trombone sfiatato”, e un po’ ha ragione) che si credeva un Re Magio e non sapeva che i tre Savi a quest’ora erano ancora in cammino. Mica erano ancora arrivati alla mangiatoia. Ci sarebbero arrivati il 6 gennaio. Io ho cercato di dirlo subito all’inizio. Pensa che in sala c’erano persino tre statue dei Re Magi!! Ma nessuno ha risposto quando ho parlato io. Comunque. Lo scrittore, che si chiama Dino Salamè (che nome!) parlava e parlava e non la smetteva. Parlava solo di se stesso e del suo libro (si intitola “Comete e tripudi”) e la gente lo applaudiva. Ma il bello è venuto dopo, quando c’è stato il rinfresco, alla fine di quella noiosissima presentazione. Abacùc mi passava i panini al latte imbottiti con il prosciutto crudo e per sé aveva riempito un piatto di tartine al salmone e ai gamberetti. Mi stavo pulendo la bocca dalle briciole, quando si è avvicinato un signore che si è presentato come “ragionier Mariano Righetti”. Vedessi che bellissimo orologio ha nel taschino del panciotto! Il ragionier Righetti ha fatto i complimenti ad Abacùc, dicendogli che aveva un figlio molto sveglio. Così piccino e già conosceva la storia della Notte Santa e capiva tante cose. Credeva che fossi il figlio di Abacùc, visto che sono piccolino. Noi abbiamo fatto finta di niente, naturalmente. Abacùc si è messo a parlare con il ragioniere, che sembra conoscere bene Dino Salamè. Lo conosce bene, ma non lo apprezza per niente. Così mi è sembrato, da quello che diceva di Salamè. Però, ha subito aggiunto a mezza voce: «Nonostante tutto mi dà da mangiare.» Così, io gli ho allungato un panino al prosciutto: «Una volta tanto si faccia dare da mangiare da qualcun altro.», ho detto e lui ha riso. Mi ha accarezzato la testa e ha chiesto ad Abacùc: «Ma questo bimbo così educato e sveglio, cosa sa fare di bello?»

«Sa distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli.», ha risposto Abacùc orgoglioso, ma con un ghigno strano. E il ragionier Righetti, sgranando gli occhi, ha risposto: «Veramente?? Quasi quasi mi è venuta un’idea…»

Anche il ragionier Righetti è un tipo sveglio, sai? Sveglio e simpatico. Ma questo te lo racconto nella prossima lettera. Mi si chiudono gli occhi dal sonno.

Per intanto ti mandiamo i nostri saluti e tanti bacetti natalizi. Ciao.

Tuoi Pasiele e Abacùc

Il ragionier Mariano Righetti era davvero un tipo sveglio. E quel bambino, così curato nell’abbigliamento – al contrario del padre, un tipo un po’ bohémien con quel codino e quel giaccone frusto – gli era piaciuto sin da subito. Più che rappresentare la voce dell’innocenza, quel bimbo era davvero arguto, e che proprietà di linguaggio, nonostante i suoi pochi anni! Forse cinque al massimo, aveva valutato, squadrandolo, il ragioner Righetti. Quando poi il padre gli aveva rivelato che sapeva distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli, beh, il ragioniere era andato a nozze, come si dice.

Li aveva subito invitati a raggiungere il tavolo dove erano appoggiate le pile del libro “Comete e tripudi” di Dino Salamè, aveva preso una copia, l’aveva porta al bambino e gli aveva chiesto: «Tu che distingui i sogni, dimmi un po’ – che tipo di sogni ci sono in questo libro?»

Già, perché il ragionier Righetti, impiegato da trentasette anni nell’amministrazione della casa editrice “Ca’ Story” e promosso a direttore amministrativo otto anni prima, ne aveva visti di scrittori. Di ogni tipo. Aveva contabilizzato di tutto e ne aveva lette di cotte e di crude. Ma, nonostante tutto, era ancora convinto che il vero scrittore non potesse fare a meno di far colare i suoi sogni nella bottiglietta dell’inchiostro con cui poi avrebbe scritto le sue storie. E dunque, i sogni che avrebbero impregnato le righe di un libro sarebbero stati la cartina al tornasole dell’anima – e delle qualità umane - dello scrittore stesso.

Il bimbo dal cappottino blu prese il libro, sfogliò le pagine al contrario, sentì palpitare i sogni di Dino Salamè sotto alle sue mani, ci pensò un attimo e affermò decisamente: «Fuffa e ragnatele.»

«Spiegati meglio…», disse Abacùc.

«Questi non sono sogni.», Pasiele ne era convintissimo, «Sono fuffa. E sono ragnatele. Quelle spesse, grigie e polverose. Che ti si appiccicano ai capelli, quando entri in cantina… Insomma, fuffa e ragnatele! Non ci sono altre parole per descrivere questi sogni!»

Il ragionier Righetti non credeva alle sue orecchie. Davvero quel bambino era in grado di riconoscere i sogni? Lui, che aveva letto “Comete e tripudi” poteva affermare che il bimbo aveva ragione. Quel libro conteneva solo della gran fuffa, come tutte le altre opere del Salamè, d’altronde. Ma questa più di tutte. Fuffa. Fuffa e poi ancora fuffa. L’abbinamento con le ragnatele, però, al ragioniere era parso geniale. Addirittura “soprannaturale”, se avesse dovuto usare un termine alla Dino Salamè.

Ciò nonostante, Mariano Righetti, uomo tutto d’un pezzo, non volle farsi prendere da facili entusiasmi e decise di fare un’altra prova, per verificare che quel bimbo e suo padre non fossero due mistificatori. Così, il ragioniere andò verso lo scaffale di letteratura classica, prese un libro e, di nuovo, lo porse a Pasiele.

«In questo che sogni ci sono?», chiese, cercando di celare la sottile apprensione che iniziava a provare, pensando alle doti di quel bambino.

Pasiele si rigirò il libro tra le mani, lo aprì a metà, lo richiuse, ne accarezzò la copertina e disse, con gli occhi che gli brillavano: «Ma questi sono sogni pirotecnici!»

«Come? Come?», Mariano Righetti prese una sedia e si accomodò, fissando Pasiele, «Che vuoi dire?»

«Come i fuochi d’artificio visti da una barchetta sul mare. Di mille colori, a cascata, a stella, che piovono nell’acqua e si moltiplicano specchiandosi… anche se ci sono certi botti da far tremare le finestre!»

«Che libro è?», si intromise Abacùc.

«L’Orlando Furioso… il bambino ha azzeccato di nuovo…», rispose Righetti incredulo.

«Gliel’avevo detto io!», e ad Abacùc iniziò a frullare in mente un’idea. Fu quasi lì lì per fare un cenno a Pasiele, perché voleva parlargli a tu per tu di quello a cui aveva pensato, quando il ragioniere, che era corso nella sezione dei libri per bambini, riapparve con un libro dalla copertina gialla e viola.

«Aspettate, solo un attimo ancora! Ecco qui, dimmi, dimmi che sono curioso…», Righetti porse il volume a Pasiele e trattenne il fiato.

«Ma qui, ma qui… ci sono le montagne russe, i lecca-lecca e la musica degli organetti!», Pasiele strinse a sé il libro. Non gli era mai capitato di trovare un sogno così bello in tutti quegli anni.

Righetti, per un attimo, si sentì quasi mancare. Non credeva potesse essere vero. Tre su tre. Il bambino aveva azzeccato tutti e tre i libri. O era un mostro o era un’anima davvero speciale. Chissà se il padre era consapevole fino in fondo delle capacità di suo figlio, visto che se ne stava lì, come impalato, a rimirare il bambino con un sorriso strano. Poi, però, il ragioniere capì che era tutto vero.

«Vorrà dire che questo libro te lo regalo io! Te lo leggerà il tuo papà. È un bel libro. È come dici tu. Montagne russe, lecca-lecca, organetti…», e il ragionier Mariano Righetti infilò nella tasca del cappottino di Pasiele una copia de “Le avventure di Tallerino”.

Pasiele sorrise e si toccò la tasca. Ringraziò con un filo di voce, poi chiese ad Abacùc e al ragioner Righetti se era rimasta ancora qualche tartina con i gamberetti. Aveva ancora un po’ fame.

Fin qua mi sembra che tutto fili liscio. La storia, intendo.

A proposito, i lettori più attenti e puntigliosi ora staranno pensando che il ragionier Righetti il libro lo ha infilato in tasca a Pasiele, dicendogli che glielo regalava, ma mica l’ha pagato. Bella forza, il ragioniere. No, no, vi assicuro, Mariano Righetti non ha mai fatto cose del genere. Solo che aggiungere nel capitolo una frase del tipo “il ragionier Righetti chiese a Pasiele di restituirgli il libro per un attimo, raggiunse la cassa, lo pagò e lo porse felice al bambino”, mi dite voi cosa aggiunge alla storia? O cosa toglie? Già, perché sempre nei corsi di scrittura e narrazione una delle domande amletiche che dicono lo scrittore si debba porre è: “Ma questo fatto aggiunge qualcosa alla mia storia? Oppure toglie qualcosa?” e se la risposta è “no” a entrambe le domande, allora si può tralasciare.

Comunque, fidatevi. Il libro, il ragionier Righetti l’ha pagato. In contanti. “Le avventure di Tallerino” - chissà poi se esiste davvero un libro con un titolo così.

Ma torniamo a noi. La dote di Pasiele ha spiazzato il ragioniere. E ad Abacùc è frullata in testa un’idea. Sta scritto sopra, ma Abacùc non è riuscito a spiegarla a Pasiele. Sono stati interrotti sul più bello dalla terza prova del ragioniere, dal regalo (con pagamento avvenuto, ma omesso nella storia), dalle tartine ai gamberetti. Ma non è finita qui.

Il ragionier Righetti, visto e considerato che la libreria si stava ormai svuotando, perché tutti dovevano correre alle tavole imbandite per il cenone di Natale, ha proposto a Pasiele e ad Abacùc di fare un giretto in centro e poi andare alla messa di Natale. I due non se lo sono fatto dire due volte. Certo che avevano voglia di vedere il centro e poi andare in chiesa. Anche se al ragioniere, Abacùc era sembrato un poco fra le nuvole, distratto.

Aveva ragione Righetti. Abacùc stava ripensando anche al fatto che nessuno, nemmeno a presentazione finita, si era avvicinato a Pasiele, per dirgli qualcosa in merito alla sua osservazione sui Re Magi. Che poi era la verità. E anche se Abacùc, dall’alto del suo disincanto, sapeva bene che le cose andavano a finire così nella vita reale, provava dispiacere per il suo amico.

«E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa», questo aveva detto Pasiele all’inizio della presentazione di quel bellimbusto. Più ci pensava, più ad Abacùc spiaceva. E l’idea che aveva iniziato a frullargli nella testa, era diventata più nitida, più chiara, soprattutto quando si erano seduti in chiesa.

«Altro che non rispondere all’angelo riordinatore di sogni Pasiele... Caro Dino Salamè… buon Natale!» e Abacùc aveva iniziato a fissare il ritratto di San Michele posto sopra all’altare della chiesa. Aveva fatto così per tutta la durata della Santa Messa. Come fosse in trance.

«Stai bene?», gli aveva chiesto un po’ preoccupato Pasiele all’uscita.

«Mai stato meglio!», aveva risposto Abacùc con un sorriso strano. E si era sistemato il collo del giaccone con un gesto da attore consumato. Faceva freddino ed era ora di rientrare a casa, ma il ragionier Righetti, da vero signore, chiese se loro due avessero avuto voglia, per Santo Stefano, di pranzare a casa sua.

«Che bello, un invito!», aveva esclamato Pasiele.

«Praticamente, ragioniere, avrà capito che questa frase equivale a un sì da parte di noi due!», aveva aggiunto Abacùc, stringendo felice la mano di Mariano Righetti.

Sulla strada verso casa, Pasiele aveva ricordato ad Abacùc che avrebbero dovuto scrivere al buon Dio.

«Anche per fargli gli auguri di Natale.», aveva aggiunto timidamente.

«Fallo tu, io sono troppo stanco.», aveva risposto Abacùc che, appena entrato a casa, si era subito buttato sul letto, iniziando a fissare il soffitto, per rilassarsi.

Proprio come aveva scritto Pasiele nella lettera del 25 dicembre, alle ore 1:30 del mattino.

Era davvero stanco Abacùc. Sfinito. Si era concentrato così tanto durante la passeggiata in centro e poi in chiesa, fissando il ritratto di San Michele sopra all’altare.

Ma era inevitabile. Certe cose ti affaticano. Però ce l’aveva fatta.

E poi, lo sappiamo tutti che i giornali il 25 dicembre sono in edicola. È a Santo Stefano che i giornalisti e le rotative fanno festa. Abacùc era riuscito a organizzare tutto per tempo.

Continua

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Il museo dei presepi

11 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il museo dei presepi

Cari amici,

due giorni fa, come vi abbiamo detto, il profilo Facebook del blog è stato chiuso.

Ieri un problema di Overblog ci ha impedito di condividere su Facebook i nostri post.

Confidiamo nella vostra pazienza e nel vostro sostegno.

E ora veniamo a noi.

Grazie alle foto di Flaviano Testa , oggi vi presentiamo il museo del presepe.

Il museo è stato realizzato nel 1961 dalla famiglia Rogati.

Autore: l'architetto spagnolo Juan Mari Oliva, insieme ad Angelo Stefanucci, presidente dei presepi d'Italia.

Il museo dei presepi
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Strampalario di Natale, parte prima

10 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Strampalario di Natale, parte prima

Cari amici, buongiorno

per il momento Facebook ha oscurato il profilo del blog, Signora dei Filtri, sul quale avevamo più di tremila amici. Ci chiedono conferma d'identità, ma, trattandosi di un blog e non di persona fisica, non possiamo fornirla, ovviamente.

Potete contattarci tramite il modulo del blog stesso, direttamente sulla pagina ufficiale, o via mail all'indirizzo ppoli61@tiscali.it

Oppure potete chiedere l'amicizia all'amministratrice del blog

Patrizia Poli.

Se potete, condividete questo appello per i nostri tremila fedelissimi dispersi.

Grazie e Buone Feste a tutti.

Inizia con oggi, per noi di signoradeifiltri, il periodo più magico e incantato dell'anno. Natale ci piace, pur con tutte le sue contraddizioni, perché non siamo snob - Dio ce ne scampi - siamo nazionalpopolari e pure un po' bambini dentro.

Da oggi l'argomento sarà tutto dedicato alle festività, col nostro mitico hashtag #unasettimanamagica.

Si comincia con la prima parte di un racconto "strampalato" di Patrizia Bruggi.

STRAMPALARIO DI NATALE

«I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

La frase si era levata dalle ultime file.

Lo scrittore si era irrigidito e aveva allungato il collo, stretto in una cravatta nuova di zecca e alla moda, per vedere chi, tra i presenti, se ne era uscito con quell’osservazione sfacciata che, tutto sommato, lasciava il tempo che trovava (secondo lui).

«I tre Re Magi…», aveva ripetuto la vocina. E sopra le teste del pubblico aveva fatto capolino un personaggio strano. Si era messo in piedi sulla sedia, lui, così piccolino di statura, per farsi vedere meglio e aveva indicato con la sua manina grassoccia le statue dei Re Magi che lo scrittore aveva voluto fossero messe sul palco, proprio alle sue spalle. In occasione della prima presentazione del suo nuovo libro alla vigilia di Natale, nella libreria del centro, la più lussuosa - e alla moda, come la cravatta che portava lo scrittore quella sera.

«Chi ha fatto entrare quel nanerottolo?», lo scrittore si era voltato bisbigliando verso il direttore della casa editrice “Ca’ Story”. Ma il direttore, senza nemmeno fare un piega, aveva continuato a fissare il pubblico sorridendo.

Alt, fermi un attimo. Ora vi chiederete: «Ma questa cosa vuole? Perché mi sta trascinando a forza in una storia che non conosco? Così, senza che nessuno le abbia chiesto nulla. E oltre a esserci trascinato a forza, non so nemmeno se è una storia che mi piacerà. La storia, poi, è lunga, corta, noiosa? Quanto tempo dovrò impiegare per leggerla?»

“Keep it simple and complete”, dicono gli inglesi invitando, nelle tecniche di comunicazione, a mantenersi semplici ed esaustivi. Lo so, lo so, viviamo di fretta, esigiamo che le informazioni siano rapide. La nostra soglia di attenzione (e concentrazione) è diminuita parecchio. Forse resiste solo per qualche minuto e io, io sto già divagando. E forse voi, voi, vi state innervosendo (se non avete già smesso di leggere del tutto).

Ma questo, come avrete potuto leggere dal titolo, è uno “Strampalario di Natale” e, dunque, ci saranno cose strampalate, ci sarà un Natale…

Adesso non ditemi che non ve l’avevo detto. Mi sono pure messa di buzzo buono per cercare un titolo che potesse essere esaustivo (il “complete” degli anglosassoni di cui sopra!), così da non riservarvi brutte sorprese. E poi, scusate, ma voi, quando vi regalano qualcosa, state lì a questionare con il pacchetto in mano, facendo mille domande a chi vi ha usato la cortesia di farvi un regalo, oppure non ponete tempo in mezzo e scartate il pacchetto?

Ecco, io vi ho regalato una storia. Quanto basta. Ora tocca a voi scartarla, se avete voglia. Altrimenti, per favore, rimandatela al mittente, giusto così, tanto per sapere. Perché fare finta di niente non è mai bello (ne parla pure questa storia) e per chi scrive lo è ancora meno. Ah dimenticavo: fare finta di niente non è nemmeno educato. E chi scrive se lo ricorda.

Ora, il direttore della “Ca’ Story” aveva già notato il “nanerottolo”, come lo aveva chiamato nella sua ira bisbigliata lo scrittore. Lo aveva notato nel preciso istante in cui era entrato in libreria, accompagnato da uno spilungone con il codino e con addosso un vecchio giaccone da marinaio. Il “nanerottolo” che indossava un cappottino di panno blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini blu, non era un nano. Questo il direttore l’aveva capito subito. Anche se lui, di nani, non è che se ne intendesse più di tanto. Piuttosto gli era sembrato un bambino-adulto. Uno di quei bambini che, chissà come, sapevano già tutto della vita, perché erano riusciti inspiegabilmente a vederne tutto il buono e il cattivo appena venuti al mondo, con il primo battito di ciglia.

Lo spilungone che teneva per mano il bambino-adulto, invece, gli aveva dato subito l’impressione di quegli eterni scanzonati, per i quali, qualsiasi cosa accada, una soluzione si trova sempre.

Ma si era ben guardato dal farlo notare allo scrittore, perché i cinque minuti precedenti la presentazione dell’ultimo libro del grande e celebratissimo Dino Salamè si potevano sicuramente paragonare ai cinque minuti precedenti lo sbarco in Normandia, in quanto ad agitazione e nervosismo.

Bisogna sapere che Dino Salamè era profondamente convinto che uno scrittore del suo calibro recasse, in ogni sua opera, la lieta novella ai lettori. Per questo aveva fatto il diavolo a quattro per organizzare la presentazione alla vigilia di Natale e si era fatto espressamente inviare dal Sacro Monte di Bò, nelle Alpi Pennine, le statue ad altezza “soprannaturale” – come amava dire lui – dei tre Re Magi – dietro lautissimo compenso ai padri del Monastero di Serracorta di Bò versato dalla casa editrice. Proprio i tre Re Magi e nessun’altra statua, perché, quando erano iniziati i preparativi per la presentazione, tre mesi prima, aveva spiegato al direttore: «I miei scritti sono oro, incenso e mirra per le menti dei miei lettori!»

Così, nei cinque minuti precedenti la presentazione, Dino Salamè aveva misurato il palco in lungo e in largo, controllando la posizione delle statue dei Re Magi, facendole spostare ora di un millimetro più avanti, ora di un millimetro più indietro, controllando che i faretti illuminassero a dovere le statue, certo, ma che illuminassero lui al meglio. Finché, una volta che il pubblico si era accomodato e la sala si era riempita, il direttore aveva bisbigliato in modo suadente: «Dino, Dino… direi che possiamo incominciare.»

Dino Salamè non era il tipo di scrittore che permetteva ai proprietari delle librerie o ai direttori editoriali di formulare preamboli o introduzioni in occasione delle sue presentazioni.

«Io mi distinguo. Come il torero nell’arena.», amava sempre ripetere Dino Salamè nelle interviste, «Ma, a differenza della corrida, io non ho bisogno dei banderilleros! Io affronto il toro e il pubblico con cuore traboccante, mente vigile e sicura, ma senza premesse. Io mi presento da me!»

Quest’ultima frase gli era valsa una battuta che ricorreva spesso ai piani bassi della casa editrice, battuta che Salamè, dall’alto del suo ingegno, avrebbe considerato da quattro soldi, ma una battuta davvero fulminante. Tutte le volte che Dino arrivava a bordo della sua decappottabile sportiva - all’ultima moda, come la cravatta e la libreria del centro - il responsabile amministrativo della casa editrice - il ragionier Mariano Righetti – affacciandosi alla finestra, estraeva dalla tasca del suo panciotto l’orologio a cipolla e, guardando l’ora, annunciava agli impiegati: «È arrivato Salamè, quello che si presenta da sé.»

Anche quella sera il copione era stato rispettato alla lettera.

Dino Salamè aveva esordito con un: «Cari, quanti siete. Quanti. Sono commosso. Commosso e onorato. In questa santa notte… Pace, pace in terra agli uomini di buona volontà. Io vi reco la buona novella. La mia novella. La mia ultima fatica. Come i tre sapienti che vigilano alle mie spalle, questa sera, alla vigilia del Santo Natale, io vi reco doni modesti, inusuali, ma estremamente preziosi. Le mie parole. Nella speranza che siano per voi come la cometa, che, più di duemila anni fa, ha indicato la strada ai tre Re Magi.»

A quel punto il bambino-adulto era salito sulla sedia e aveva pronunciato la frase: «I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

Era seguito il bisbiglio risentito di Dino Salamè e il sorriso impassibile del direttore che, con maestria, aveva preso la palla al balzo. Facendo finta di non avere sentito - né visto - il bambino-adulto, il direttore aveva esclamato: «Un bell’applauso per il nostro Dino. Vi posso assicurare che il suo ultimo libro brilla già più di una stella nel firmamento editoriale! Molto più di una cometa. Mio caro Dino…», e, rivoltosi con uno sguardo benevolo verso lo scrittore, aveva proseguito, «la tua innata modestia ti fa onore, ma credimi, astri come questi», e aveva alzato il libro di Dino Salamè, sventolandolo verso il pubblico, «se ne vedono uno ogni mille anni!».

E tutti, contagiati dall’entusiasmo del direttore, avevano applaudito fragorosamente. Tranne quei due tipi strani, seduti nelle ultime file. E un signore distinto, che sedeva in fondo a destra, con un bellissimo orologio infilato nel taschino del panciotto.

Lo spilungone col codino aveva tirato il bambino-adulto per la manica del cappottino blu.

«Siediti, che tanto non ti dà retta nessuno. Non vedi? Stanno andando tutti dietro a quei due pifferai magici. Lascia perdere!»

Il bambino-adulto si era rimesso a sedere malvolentieri.

«Però sai che ho ragione. Alla vigilia di Natale, i Re Magi erano ancora in viaggio. Sarebbero arrivati per l’Epifania. E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa.», aveva risposto deluso.

Lo spilungone gli aveva fatto notare che in quel luogo, quella sera, con quelle persone, la verità avrebbe avuto mille facce e sarebbe stata manipolata a piacimento, come un panetto di DAS. Inutile dire le cose come stavano – o meglio come tutti sapevano che erano andate. Nessuno l’avrebbe ammesso. Dunque, meglio godersi lo spettacolo. Tanto più che poi ci sarebbe stato il rinfresco.

A questo punto, qualcuno di voi si sarà chiesto da dove saltino fuori uno spilungone e un bambino-adulto. Perché che saltino fuori da una storia le statue dei Re Magi del Santuario di Bò, uno scrittore tutto pieno di sé, un direttore e un pubblico in una libreria del centro per una presentazione alla vigilia di Natale, è cosa abbastanza usuale. O no…?

Eccovi accontentati. Il bambino-adulto e lo spilungone si può dire che sono e non sono. Mi spiego meglio. Lo spilungone è in viaggio premio. Il bambino-adulto lo accompagna e ha il compito di controllare che non faccia pasticci sulla terra. Avete letto bene. Perché loro due vengono da un’altra dimensione. No, non sono alieni. Sono angeli. Il che, dati i tempi che viviamo, potrebbe equivalere alla stessa cosa. Ma non è così. Sono semplicemente due angeli – semplicemente per modo di dire. E il fatto che siano sulla terra alla vigilia di Natale, è solo un caso. Nulla di prestabilito. Nulla a che fare con il loro ruolo nella festività.

Ora devo chiedervi un po’ di pazienza, perché devo spostare il “piano della storia” - come si dice nelle migliori scuole di scrittura e narrazione - su un altro livello. Un livello “soprannaturale”, direbbe Salamè, e in questo caso avrebbe ragione.

Lo spilungone, prima di diventare spilungone con il codino e il vecchio giaccone da marinaio, era un angelo di lungo corso. Il suo nome era Agàf, ma si faceva chiamare da tutti Abacùc, come il profeta. Perché quel nome gli era piaciuto sin dall’inizio e perché il profeta gli stava simpatico. Agàf – Abacùc vantava una carriera trentennale come angelo controllore di volo dei custodi (intesi come angeli custodi). Ne regolava le destinazioni, i decolli e gli atterraggi. Si muoveva tra rotte, mappe celesti, messaggi in codice e spazi eterei. Finché un bel giorno, aveva chiesto un’udienza straordinaria a Dio e, al suo incommensurabile cospetto, aveva solamente detto: «Buon Dio, fammi vedere dell’altro!»

Il buon Dio, che tutto sapeva e conosceva, non era certo arrivato impreparato all’incontro. Già da qualche mese continuava a scrutare nel pensiero dell’angelo controllore. E aveva letto chiaramente il desiderio di vedere qualcosa di più di tratti celesti, costellazioni e percorsi tortuosi tra le nuvole. Tanto più che l’angelo controllore, un po’ per noia, un po’ per attirare l’attenzione su di sé, aveva iniziato a essere un po’ troppo scanzonato. Capitava a volte che nei messaggi che impartiva ai custodi in volo usasse un frasario poco consono al suo ruolo e all’ambiente in cui si trovava. Diceva cose del tipo: «Custode 12, Custode 12, attento a non spiattellarti contro la nuvola a forma di elefante sulla tua destra! Custode 45, sei in ritardo, dacci dentro con le ali, mi sembri un tacchino!». Inoltre, aveva iniziato a trasmettere degli stacchetti pubblicitari inventati sul momento che tutti, da San Pietro all’ultima anima appena arrivata, potevano sentire in filodiffusione. Cose del tipo: «Volate Paradise, le linee aeree per i più buoni!», oppure «Un volo per tutte le destinazioni, Abacùc Wings!» e via dicendo.

Dio, che in questi casi preferiva sempre pazientare, raccogliere informazioni e aspettare al varco, quando si era trovato davanti l’angelo controllore di volo che gli aveva chiesto di fargli vedere dell’altro, aveva già pronta la risposta.

«Agàf, Agàf… che ti fai chiamare Abacùc, come il profeta… Certo che ti faccio vedere dell’altro. Ti regalo un viaggio premio sulla terra. Dalla vigilia di Natale a San Silvestro. Sette giorni in carne e ossa tra gli umani

L’angelo controllore abbozzò un sorriso al pensiero di quel viaggio, sorriso che però gli rimase appeso alle labbra, quando sentì pronunciare il “Ma” divino: «Ma, visto e considerato che negli ultimi tempi mi sei sembrato un poco troppo leggero nei toni, ti farò accompagnare. So già da chi. Qualcuno che vigilerà su di te, in modo che il tuo essere scanzonato non ti sia di danno sulla terra.»

Così, Abacùc il giorno della partenza per il viaggio premio, vide arrivare il piccolo Pasiele, incaricato di seguirlo in quei sette giorni terreni.

Non aveva scelto a caso, il buon Dio. Pasiele era un angelo piccolo come un bimbo. Un angelo riordinatore di sogni. Bisogna sapere che i sogni degli umani, sogni belli e brutti oppure incubi tremendi, al primo sorgere del sole, vanno a nascondersi nelle cantine o nei solai, per riappropriarsi poi del sonno degli uomini, una volta calata la notte.

Pasiele aveva il compito di girare le soffitte e le cantine e scovare tutti i sogni che si erano nascosti, fare una cernita, prendere i sogni peggiori e distruggerli, lasciando che rimanessero solo i più belli. Così, con calma, rigore e ordine, si aggirava per i sottotetti o nelle cantine, tra mucchi di cianfrusaglia o scaffali in metallo e scatoloni sigillati. Quando il suo udito finissimo percepiva il battito dei sogni, Pasiele allungava la sua manina grassoccia, prendeva in mano il sogno e, se si trattava di un brutto sogno, esclamava: «Uh! Un sognaccio! Che spavento!» e lo infilava nel sacco che portava a tracolla, se invece era un bel sogno, diceva: «Con questo vorresti dormire cent’anni!» e lo rimetteva al suo posto, perché continuasse ad animare il sonno degli umani. Una volta riempito il sacco, Pasiele correva in strada - non visto, naturalmente, era un angelo! - e raggiungeva la periferia della città, dove, attorno a dei bidoni nei quali bruciava di tutto, se ne stavano un mucchio di persone per riscaldarsi. Proprio in quei bidoni finivano i sognacci raccolti da Pasiele, che avevano almeno il vantaggio di ardere tutta la notte e riscaldare un poco di più quei poveretti.

Appunto per questo Dio aveva voluto che ad Abacùc lo scanzonato stesse accanto, nel suo viaggio terreno, Pasiele, candido e ordinato, in grado di riconoscere, e separare, il buono dal cattivo nei sogni e nelle cose.

Ecco, questa la digressione, l’altro “piano della storia” sul quale dovevamo necessariamente spostarci per capire chi fossero lo spilungone e il bambino-adulto. Ah, dimenticavo di dirvi una cosa - l’aspetto e l’abbigliamento con il quale tutti e due erano scesi sulla terra, Abacùc e Pasiele l’avevano espressamente scelto, non senza che Dio, sentite le loro richieste, avesse scosso il capo e rivolto gli occhi al cielo. Ma chi era lui per negare un codino e un vecchio giaccone da marinaio ad Abacùc e un cappottino blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini a Pasiele? Così, esaudite le loro richieste, raccomandò loro di scrivere ogni tanto, augurò loro buon viaggio e li spedì in carne ed ossa sulla terra, per un viaggio premio di sette giorni.

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IL SOGGIORNO di Andrew Krivak

9 Dicembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

IL SOGGIORNO di Andrew Krivak

L'autore si ispira alla storia della sua famiglia per offrirci questo romanzo, ambientato tra gli Stati Uniti di fine Ottocento e l'Europa della Prima Guerra Mondiale.

All'inizio lo sfondo è quello tipico del Far West; villaggi minerari, cacciatori, natura bella e pericolosa, gente in caccia di fortuna. Un padre di origine slovacca, dopo alcuni anni piuttosto sventurati, deve lasciare l’America e tornare sulle montagne di Pastvina, nell'Impero Austro-Ungarico. Nelle zone natali insegna a cacciare al figlio Josef e al nipote, conducendo una vita spartana e spesso assillata dalle beghe familiari. Quando scoppia la guerra, Josef e il cugino sono mandati sul fronte italiano; già abili cacciatori, diventano cecchini quasi infallibili. Combattono insieme come Castore e Polluce, aggirandosi in coppia tra i monti innevati, in una natura selvaggia dove il freddo uccide quanto la guerra. Non mancano le descrizioni liriche:

E in quel tardo autunno, per alcuni giorni, durante i quali camminammo di buon passo e senza sosta (…) provai per la prima volta un senso di pace in quella guerra, dentro e fuori di me, nell’inattesa bellezza delle cime che ci adescavano e ci minacciavano al pari del nemico, ma era una minaccia ben diversa dall’arbitrarietà della battaglia sull’Isonzo, perché le montagne apparivano in egual misura implacabili e disposte a perdonare”.

Dopo mille peripezie, sopravvivendo a tante battaglie e anche alla prigionia, Josef torna a casa in un impero defunto, dominato dal caos e scosso dalle agitazioni nazionalistiche. Nello sfascio del mondo asburgico, non c’è sicurezza; inoltre l’emergere di nuovi stati lo fa sentire privo di una chiara identità. L'Europa è troppo carica di lutti e di anni; per il giovane, alle prese con dolorosi ricordi e con ferite fisiche e morali, l'America rappresenta il mondo delle possibilità sempre aperte dove ancora ci può essere futuro.

Il libro è scorrevole e interessante, ma il suo limite è lo stile. Il periodare compassato e il tono sempre abbastanza controllato nonostante i drammi vissuti, alla fine stonano e tolgono infatti ritmo alla narrazione.

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La Livorno che c'è

8 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

La Livorno che c'è

Cappuccini e chiodi?

Cacciucco e tombolate?

Ribotta e vernacolo?

Sì, ma…

…e se…

…se ci fosse, metti caso, anche un’altra Livorno?

Se una città pudica, schiva, che non grida ma parla sottovoce, che finge un “normalità”, una “pochezza” a lei estranea, ora uscisse allo scoperto?

Un sottobosco d’autori disparato e apolitico, unito, però, dalla medesima sensibilità e dall’amore per Livorno, ecco da dove sgorga questo libro.

Che si cammini nella foresta in cerca di felci, come Marco, o si gioisca per una figlia appena nata, come Fabio, o si osservi ormai il mondo da un’altra dimensione, come Gio Batta, comune è il sentire, comune la carica emotiva.

Dal particolare – la parola, il gesto, la mano, la farfalla – si accede all’universale, e se i contenuti e gli stili sono differenti, l’urgenza di Ennio, di Gio Batta, di Marco, di Fabio, di Patrizia, di Massimo, è una sola, perché una sola è l’umanità, perché uguali sono le luci e le ombre della nostra esistenza.

Anche questa è Livorno.

La Livorno che c’è.

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Guelfo Civinini

7 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #poesia

Guelfo Civinini (1873 – 1954) è nato a Livorno solo perché i genitori vi si rifugiavano per sfuggire alla malaria.

Ha vissuto principalmente a Roma, dove si è spento nel 54, ma la sua vita è stata particolare, piena attività che ne fanno un personaggio interessante, al di là della scrittura.

Corrispondente del Corriere della Sera, fu inviato di guerra in Libia e in Grecia, seguì l’impresa di Fiume di d’Annunzio e aderì al fascismo, diventando uno dei firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti” ma, dopo le leggi razziali e il patto con la Germania, si distaccò dall’ideologia di Mussolini fino a diventare scrittore “non gradito” al governo.

Fra le due guerre viaggiò molto, soprattutto in Africa orientale, dove realizzò il documentario Aethiopia per conto dell’Istituto Luce. Organizzò persino una spedizione alla vana ricerca di un esploratore morto.

Comprò sull’Argentario la Torre di Santa Liberata, compiendovi degli scavi che portarono alla luce una villa romana.

Una figlia gli morì suicida nel 29.

La sua produzione parte dalle poesie crepuscolari di L’Urna e I sentieri e le nuvole - che lo fanno rientrare a pieno diritto nel Decadentismo, con una visione intimista, malinconica e sfiduciata - passa attraverso la produzione teatrale per sfociare nel verismo delle novelle, basate sui ricordi d’infanzia e sull’ambiente maremmano ma anche africano.

Rimane famoso soprattutto per aver scritto il libretto de La fanciulla del West musicata da Giacomo Puccini.

Guelfo Civinini (1873 - 1954) was born in Livorno only because his parents took refuge there to escape malaria.

He lived mainly in Rome, where he died in 54, but his life was particular, full of activities that make him an interesting character, beyond writing.

Correspondent of Corriere della Sera, he was sent to war in Libya and Greece, followed the business of Fiume of d'Annunzio and joined fascism, becoming one of the signatories of the "Manifesto of fascist intellectuals" but, after racial laws and pact with Germany, he detached himself from Mussolini's ideology until he became a writer "unwelcome" to the government.

Between the two wars he traveled extensively, especially in East Africa, where he made the documentary Aethiopia on behalf of the Istituto Luce. He even organized an expedition in vain to find a dead explorer.

He bought the Torre di Santa Liberata on the Argentario, carrying out excavations that brought to light a Roman villa.

A daughter died of suicide in 29.

His production starts from the twilight poems of L'Urna and The paths and the clouds - which make him fully fall into Decadentism, with an intimate, melancholic and disheartened vision - passes through theatrical production to flow into the realism of the novels, based on childhood memories and on the Maremma but also African environment.

He remains famous above all for having written the libretto of La fanciulla del West set to music by Giacomo Puccini.

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Il bagitto

6 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

I veri destinatari degli editti del 1591 e 93, promulgati da Ferdinando I° dei Medici, meglio noti come Leggi Livornine, furono gli ebrei sefarditi provenienti dalla penisola iberica, spagnoli, quindi, ma soprattutto portoghesi. Grazie alle leggi di Ferdinando, gli ebrei ottennero libertà di commercio, di pratica religiosa, di possesso e pubblicazione di libri. L’editoria livornese divenne poliglotta e riprodusse la babele di lingue di una città porto franco, piena di vita, di scambi culturali e commerci.

Sin dagli inizi del seicento s’insediò nella nostra città una comunità di marrani. Costoro erano stati obbligati a convertirsi al cattolicesimo ma erano rimasti giudei nell’anima e la loro lingua madre era il giudeo-portoghese.

Nel settecento si ebbe una dicotomia fra il parlare alto del ceto dirigente, che usava il portoghese, e quello basso, la lingua dei profughi e del popolo. Se il portoghese rimase la lingua della comunità fino al XIX° secolo, soprattutto negli scambi ufficiali, mentre il castigliano venne usato nella letteratura e nelle funzioni liturgiche, l’ebraico come lingua sacra e l’italiano come mezzo di comunicazione nei rapporti con la Toscana, il bagitto fu una lingua giudeo italiana, utilizzata dalla comunità labronica più popolare. Non è propriamente una lingua né un dialetto, piuttosto un gergo per capirsi fra simili senza essere compresi dagli altri.

La base linguistica è toscana, la cadenza cantilenante portoghese.

La S sonora diventa dolce, la G occupa il posto della C, la P diventa F, la V si scambia con la B, le doppie si tramutano in scempie, sparisce la caratteristica livornese del rafforzamento.

Furono scritte molte opere in bagitto, le più conosciute sono La Betulia Liberata di Luigi Duclou e La molte d’Ulufelne di Natale Falcini.

Con la dispersione della comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale, del bagitto rimangono poche tracce, esso continua a vivere (o, almeno, continuava, fino ai decenni passati) fra i banchi del mercato, gestiti da secoli da ebrei livornesi, prima dell’avvento dei cinesi, degli indiani e dei senegalesi.

The real recipients of the edicts of 1591 and 93, promulgated by Ferdinando I ° dei Medici, better known as Leggi Livornine, were the Sephardic Jews from the Iberian peninsula, Spanish, therefore, but above all Portuguese. Thanks to the laws of Ferdinand, the Jews obtained freedom of trade, religious practice, possession and publication of books. The Livornese publishing became polyglot and reproduced the babel of languages ​​of a free port city, full of life, cultural exchanges and businesses.

From the beginning of the seventeenth century a community of Marrani settled in our city. They had been forced to convert to Catholicism but remained Jewish in soul and their mother tongue was Judeo-Portuguese.

In the eighteenth century there was a dichotomy between the high speech of the ruling class, which used Portuguese, and the low one, the language of the refugees and the people. If Portuguese remained the language of the community until the 19th century, especially in official exchanges, while Castilian was used in literature and liturgical functions, Hebrew as a sacred language and Italian as a means of communication in relations with Tuscany , the bagitto was an Italian Jewish language, used by the most popular Labronic community. It is not properly a language or a dialect, rather a jargon to understand each other without being understood by others.

The linguistic base is Tuscan, the chanting cadence Portoguese.

The sonorous S becomes sweet, the G occupies the place of the C, the P becomes F, the V is exchanged with the B, the doubles turn into singles, the Livornese characteristic of strengthening disappears.

Many works in bagitto were written, the best known of which are Luigi Duclou's La Betulia Liberata and La molte d’Ulufelne by Natale Falcini.

With the dispersion of the Jewish community during the Second World War, few traces of the bagitto remain, it continues to live (or, at least, continued, until past decades) among the market stalls, managed for centuries by Livornese Jews, before advent of the Chinese, Indians and Senegalese.

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Giuseppe Bandi

5 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Giuseppe Bandi

Giuseppe Bandi (1834-1894) è nato a Gavorrano. Il padre è un funzionario del governo granducale e il suo incarico porta la famiglia Bandi a stabilirsi in diverse città della toscana. Bandi diviene segretario della Giovane Italia e per questo motivo è arrestato nel 1857 e poi ancora l'anno successivo per aver favorito dei latitanti mazziniani.

Come tanti suoi coetanei romantici, alterna la poesia all'iniziativa politica. Partecipa alla seconda e poi alla terza guerra d'indipendenza, s'imbarca da Quarto con i mille e viene ferito a Calatafimi, esperienza che riporterà nelle pagine del suo libro più famoso: I mille, da Genova a Capua.

Dopo il 1870, unita ormai l'Italia, lascia l'esercito e si dedica al giornalismo, dirigendo la Gazzetta livornese, quotidiano conservatore. Nel 1877 fonda anche giornale della sera, Il Telegrafo, attuale Il Tirreno, monopolizzando l'informazione cittadina.

Scrive romanzi nel genere storico -guerrazziano che pubblica a puntate nelle appendici dei suoi e degli altri giornali.

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Pietro Mascagni

4 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Pietro Mascagni

Pietro Mascagni (1863 - 1945) era nato in piazza delle Erbe, suo padre aveva un'avviata panetteria sotto casa ed era molto conosciuto a Livorno. Alto, dinoccolato, sempre rasato, con l'aria da ragazzo, gli occhi chiari, il ciuffo ribelle, Pietro aveva un'anima labronica spontanea, immediata, incapace di tacere e poco diplomatica. Oscillava fra l'entusiasmo e l'abbattimento, l'euforia e la malinconia. Per tutta la vita si mostrò esuberante, lottando per non far trapelare la tristezza, il malumore.

Suo padre non fu contento quando decise di dedicarsi completamente alla musica e s'iscrisse al conservatorio di Milano, dove divise una stanza con Giacomo Puccini, contribuendo a creare, forse, l'atmosfera goliardica e l'ambiente che furono d'ispirazione per la Boheme. In conservatorio si trovò male, seguiva i corsi con irregolarità, ebbe a ridire col direttore Ponchielli, alla fine se ne andò e cominciò a lavorare come direttore d'orchestra in giro per l'Italia finché non gli fu offerto un posto fisso a Cerignola.

Nel 1888 s'iscrisse a un concorso, indetto dalla casa editrice Sonzogno, per un'opera in un singolo atto. Chiese la collaborazione dell'amico Giovanni Targioni Tozzetti e di Guido Menasci, che riadattarono un dramma tratto dalla novella Cavalleria Rusticana di Verga. L'opera fu terminata il giorno della scadenza del concorso e vinse su 73 partecipanti. Fu un successo immenso, ripetuto in ogni teatro in cui fu presentata e mai più uguagliato da nessuna opera successiva, né Iris, né L'amico Fritz, né Le Maschere etc. Peccato che Verga accusò Mascagni di plagio, vinse la causa e ottenne un forte risarcimento.

Cavalleria Rusticana è la prima opera musicale verista a pieno titolo, della "Giovane scuola italiana" - come I Pagliacci di Leoncavallo e la Boheme pucciniana - laddove le altre opere mascagnane sono, prima, vagamente decadenti, secondo il gusto dell'epoca, poi, espressioniste, soggettive, tese a riprodurre la realtà con gli occhi dell'anima. La sua musica è definita esasperata perché ricca di acuti e di declamato.

Mascagni morì nella camera del suo albergo a Roma, nel 51, il suo corpo fu traslato al cimitero della Misericordia, dove si può ammirare il mausoleo.

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Amedeo Modigliani

3 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #personaggi da conoscere

Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega.

La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne.

Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane.

Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli.

Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita.

Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile. e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei.

Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo.

La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia, Modigliani senza leggenda che, insieme al libro di Corrado Augias, Modigliani, l'ultimo romantico, è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film Modigliani, i colori dell'anima, del 2004, di Mick Davis.

La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide.

Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.

Amedeo Modigliani
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