Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Nilla Pizzi

11 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Nilla Pizzi

Nel 1951 avevo 11 anni e già da alcuni mi interessavo alle canzoni, agli autori, ai cantanti, e alle orchestre. In quel periodo usciva dal giornalaio (il termine edicola non si usava ancora, a quanto mi ricordi), mensilmente, un piccolissimo libriccino con i testi delle canzoni più in voga, o almeno le più conosciute del momento; mi sembra che si chiamasse, se la mente carica di anni non m'inganna, "Il canzoniere della radio", una trentina di pagine o poco più.
Ed io, figlio di un padre prima senza lavoro e poi (fortunatamente) assunto come infermiere presso l'ospedale della mia città, non mi potevo permettere di comprarlo. Come del resto a casa mia non si compravano giornali o riviste per i grandi, per papà e mamma, intendo, (Grand Hotel, Gente) o fumetti (le famose strisce, ricordate? Corriere dei piccoli, Tex, Il piccolo sceriffo, L'uomo mascherato, Mandrake, Zagor, Cino e Franco).
Se qualcuno di questi giornali e giornaletti potevamo leggere o sfogliare, lo facevamo grazie all'ottimo rapporto di vicinato obbligatorio e scontato per quel periodo del primo dopoguerra, con la signora Adele, che abitava sotto di noi, che eravamo al primo piano. Abitava, lei e la sua famiglia, un piano terra che aveva davanti all'uscio un pezzettino di orto con galline e pulcini; e aveva due figli della nostra età, Marcella, la più grande, e Pierino, nel tempo diventato professore prima e preside di liceo poi, oggi in pensione, che ogni tanto incontro passeggiando per strada. Avevamo press'a poco la stessa età, anno più anno meno.

Bene, Adele, il cui marito Alessandro faceva il parrucchiere, comprava diverse riviste, soprattutto Grand Hotel, delle cui storie era appassionata tutta la famiglia; e per i figli, nostri compagni di giochi, non mancavano le strisce di cui sopra, soprattutto quelle de Il piccolo sceriffo.
E io e mio fratello più piccolo leggevamo le strisce; come del resto mia mamma, anche se non appassionatissima come loro, leggeva, tra una chiacchiera e l'altra tra donne di casa, il Grand Hotel, settimanalmente immancabile; che era un giornale-mito in quegli anni; ci aiutavano a sognare, grandi e piccoli, storie che tutti avremmo voluto vivere.
Intanto usciva in quell'anno il primo numero di Sorrisi e Canzoni, che da allora mi ha sempre accompagnato, per più di cinquant'anni, lungo la strada della musica leggera. Poi, verso l'inizio di quest'era moderna, la rivista, che ha preso il nome di TV Sorrisi e Canzoni, ha cambiato formato e contenuti; prima raccontava la vita dei cantanti con le loro canzoni; dal 2000 in poi tratta un po' di tutto, ma principalmente dei programmi della televisione.
Cominciai così a conoscere vita morte e miracoli, come si usa dire, dei divi della radio (che divi non erano davvero); la televisione non c'era ancora.
Adele dunque ci permetteva di accedere alle riviste e ai fumetti a strisce, e mia madre invitava molto volentieri tutta la di lei famiglia, compreso nonno Giggetto, a salire a casa nostra, a seguire la radio; quando c'erano, i gialli di Ellery Queen, ricordo, appassionati e paurosi, e noi lì a pendere dalla radio.

E poi il festival della canzone italiana di San Remo che presentava canzoni nuove, per mezzo dell'orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini, con i cantanti Nilla Pizzi, Carla Boni, Il duo Fasano, Gino Latilla e Achille Togliani…
La sigla dell'orchestra era "C'è una chiesetta amor, di Castaldi e Rampoldi", sigla che divenne celebre per anni, e che il maestro sostituiva solo quando si presentava come "Angelini e otto strumenti", (la sua orchestra ridotta a otto elementi, appunto); la sostituì con Where end When, ossia Dove e quando.
Il Festival della Canzone Italiana veniva trasmesso in diretta dal Casinò di San Remo. E durava, se non ricordo male, al massimo due/tre serate, solo per il tempo delle canzoni, senza tanti fronzoli, ospiti d'onore, scenette più o meno sceme, gag, e altro.
Quando il grande Nunzio Filogamo faceva uscire la sua inconfondibile voce dal nostro apparecchio radio - un Geloso di quelli grossi, con sullo schermo le stazioni con i nomi di tantissime città italiane e stranier, sintonizzate girando una manopola che faceva scorrere una barretta scura sotto il vetro, l'altra era per il volume (apparecchio che noi tenevamo su un mobile in sala) - bene, quando Filogamo parlava, tutt'intorno in un silenzio da chiesa, noi e Adele e i suoi eravamo là, seduti, pronti all'ascolto; e io, con il numero di Sorrisi e Canzoni aperto sulle ginocchia, a leggere i testi della canzoni interpretate.
Ecco, San Remo era portato avanti solo dal maestro Angelini e i suoi cantanti. Per quattro anni, dal 1951 appunto, fino al 1954, il maestro fu il re incontrastato del Festival.
E regina indiscussa della Canzone italiana, divenne immediatamente Nilla Pizzi, dopo che la sua canzone Grazie dei fior vinse quella prima edizione. Debuttò giovanissima in Rai - allora si chiamava EIAR - diretta dal maestro Carlo Zeme, con una canzone dal titolo Casetta tra le rose. Cominciò a incidere dischi, con, tra l'altro, Quel mazzolin di fiori; ma solo nel 1945 incontra il maestro Angelini che la porta con sé in giro per l'Italia. Poi torna alla radio, dove le fanno un contratto esclusivo per due anni. Continua a incidere per diverse case discografiche.
Interpreta La vie en Rose, E' troppo tardi e altre, ma non disdegnando ritmi latino americani.
Ed eccola nel 1951 al Festival della canzone Italiana di San Remo. Festival della canzone italiana, dunque, ché, allora, vinceva "la canzone" e non, come oggi, il cantante. Tanto che ai cinque cantanti del maestro Angelini venivano assegnate tutte le canzoni in gara. Lei, per esempio, al primo festival portò al successo, oltre quella che vinse, anche "La luna si veste d'argento", in coppia con Achille Togliani, Ho pianto una volta sola, che, pur essendo molto bella, non andò in finale. Fu la trionfatrice anche dei Festival seguenti. Nel 1952, con Vola colomba. Al secondo posto fece classificare Papaveri e papere, e terza, sempre per la sua voce calda e ammaliante, Una donna prega. Nel 1953, fece classificare al secondo posto, con la sua calda voce e la sua grazie infinita, Campanaro.
Questo è quanto, ma non è tutto. Il festival andò avanti tra alti e bassi; e, bene o male, pure stravolto nei suoi canoni e nelle sue finalità, è arrivato fino ad oggi. Alla ribalta della città dei fiori si alternano big, cioè i grandi, spesso cantanti di nessun nome e di nessuna fama e che non la raggiungeranno neppure dopo la loro presenza sul palcoscenico tanto glorioso; e cantanti cosiddetti "giovani", di cui a mala pena salviamo - ogni anno - uno o due elementi su una ventina; talvolta, anzi spesso, emergenti solo successivamente alla manifestazione, tra quelli eliminati nelle varie serate; lunghissime e noiosissime. Giovani che durano l'espace d'un matin, come dicono i francesi. Questo è quanto, ma non è tutto, dicevamo più sopra. Ché Nilla, al contrario di buona parte di questi cosiddetti cantanti moderni, ha continuato a cantare deliziandoci con la sua voce eterna.
Vediamola e ascoltiamola ancora come allora, coi suoi deliziosi abiti di scena, che magari oggi ci paiono fuori moda. E la sua grazia, che non passa mai di moda. E' il miglior complimento che le possiamo fare.

marcello de santis

Mostra altro

William Navarrete, "Fugas"

10 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

William Navarrete, "Fugas"

William Navarrete

Fugas

Tusquets Editores

http://www.amazon.com/Fugas-Coleccion-Andanzas-Spanish-Edition/dp/6074215170

William Navarrete è uno scrittore cubano che da anni vive a Parigi, un ottimo poeta conosciuto in Italia per la raccolta personale Età di paura al freddo e per l’antologia dei poeti incarcerati dal regime castrista, Versi tra le sbarre (Il Foglio Letterario Edizioni). Pubblica il suo secondo romanzo, dopo La gema de Cubagua, realizzando un ritratto realistico e nostalgico della sua terra natale.

Il romanzo è incentrato sulle vicissitudini di madre e figlio che - come molti - tentano di fuggire da un’isola che sentono ormai come un carcere asfissiante, una sorta di clausura incomprensibile. Siamo di fronte al solito romanzo sul fallimento della Rivoluzione Cubana che ogni scrittore insulare esiliato sogna di scrivere, e in fondo un po’ tutti ci riescono. Tra le pagine di Navarrete incontriamo sentori di Wendy Guerra con il mirabile Todos se van, tradotto in Italia e pubblicato da Le Lettere, ma anche molta narrativa di Leonardo Padura Fuentes, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Lezama Lima, che l’autore ama al punto di avergli dedicato una raccolta antologica.

Navarrete racconta in forma poetica la mancanza di libertà di cui soffrono i cubani, tratteggia il desiderio di fuga che pervade il suo popolo con molti elementi autobiografici, narrando le proprie vicende familiari più condivisibili.

Non tutto corrisponde alla mia vita” ci ha detto lo scrittore “ma mi sono ispirato molto a fatti e vicende vissute e ascoltate quando vivevo a Cuba. Il personaggio della madre non è mia madre, ma un mix di madri cubane che ho conosciuto. Un romanzo puzzle che alla fine trova una soluzione, mentre Cuba ancora non l’ha trovata… ”.

Navarrete racconta una storia di sopravvivenza, esistenze di persone che cercano di convivere con la follia del castrismo per la paura di abbandonare tutto, ma che, quando sentono di non farcela più, decidono di mollare e di andarsene lontano. Un libro musicale (ispirato alla Fughe di Bach, ha detto l’autore), umoristico, nostalgico, in fondo una commedia che racconta la vita. Da tradurre in italiano, se ci fossero editori interessati.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

William Navarrete, "Fugas"
Mostra altro

Ria Rosa: parte terza

9 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #musica

Ria Rosa: parte terza


Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, grande attore di teatro, ma soprattutto grande interprete della canzone napoletana, il canzonettista per antonomasia dei palcoscenici campani; cantava con uno stile tutto particolare, adottando, talvolta, nell'eseguire i brani, il suo stile recitativo, che, pur imitato, non è stato mai raggiunto da alcuno; nascevano le celeberrime macchiette, che contraddistinsero in breve la personalità del grande artista.
Si fece conoscere così, tanto da essere ingaggiato, Maldacea, dalla compagnia del grande Edoardo Scarpetta, il padre di Eduardo de Filippo; e poté raggiungere in tal modo la fama, che lo portò ben presto ad esibirsi nel celebre Teatro Margherita.
Ecco, Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, e proprio con lui affrontò per la prima volta il viaggio in America; qui, fattesi le ossa, mise su una propria compagnia teatrale, con la quale avrebbe recitato sceneggiate spassose; ma anche affrontando talvolta argomenti i più scabrosi del momento.
Del resto, come vedremo quando sarà in America, il coraggio non le mancava di certo. Era, diremmo oggi, nel suo DNA. Non poteva mancare di esibirsi e interpretare le più belle canzoni napoletane in alcune edizioni delle Piedigrotta, che iniziavano proprio in quegli anni.Ma non era sola a contendersi l'appellativo di regina della canzone napoletana, c'era in auge anche la sua rivale di sempre Gilda Mignonette. La rivalità era enorme, ma sempre rispettosa, tra le due dive.
Ria Rosa faceva viaggi continui tra l'America e l'Italia, Napoli-New York fu la sua vita per anni, fino a che decise di stabilirsi definitivamente laggiù; correva l'anno 1937. Fu l'anno del suo ultimo viaggio a Napoli; obbligata, si può dire; fu l'anno della morte dell'autore Ernesto Tagliaferri che tante canzoni aveva scritte, (ricordiamo: Napule ca se ne va, Mandulinata a Napule, Piscatore 'e Pusilleco), molte dedicandole a lei; e non poteva dunque mancare per l'ultimo saluto.
Tagliaferri stava finendo di scrivere per l'artista la sua ultima canzone dal titolo "Chitarra nera". E Ria Rosa, in quell'occasione, volle cantare per l'ultima volta in pubblico la canzone. Poi non la cantò più.

E la vediamo, dunque, l'artista, protagonista anche a Piedigrotta, in questa prima manifestazione pubblica della canzone napoletana (anche se alla rassegna c'erano pure alcune canzoni in lingua; del resto essa era organizzata da una casa editrice partenopea, quella di tale Francesco Esposito, il cui padre aveva un negozio di strumenti musicali in via Roma, a Napoli).

Furono invitati ad esibirsi una decina tra i cantanti che andavano più in voga in quel periodo. Di quella pattuglia di artisti oggi ne ricordiamo appena tre o quattro, che insieme a Ria rosa vinsero il tempo, e guarda caso due di essi donne. Una è senz'altro Gilda Mignonnette, di cui abbiamo parlato in questo saggio, che già era una vedette dei Cafè Chantant di Napoli; e poi la bella Tecla Scarano, che lavorava a teatro interpretando testi del grande commediografo Raffaele Viviani; una ragazza che molti anni appresso divenne una discreta attrice di cinema.
Le cantanti avevano una canzone a testa: Ria Rosa ebbe "E femmene masculine" (Barbieri-Giannelli), la Mignonnette cantò Sempe Napule sarrà (Mendozza-Gargiulo), a Tecla Scarano fu affidata Heart and heart (De Lutio-Ceryno) e l'altra cantante di cui si è persa la fama, il suo nome d'arte era La Zingara, presentò Cè vò cè vò (Vento-Recitano).
Una curiosità: le canzoni furono incise su dischi. Tranne sette, e tra queste tutte quelle eseguite dalle interpreti femminili.

Torniamo a quelli che raggiunsero una certa notorietà. Dobbiamo ricordare, e chi è molto addentro alla storia della canzone napoletana lo conosce bene, un certo Mimì Maggio, che fu nome di buona levatura nella Piedigrotta di quell'anno.

Proprio per questo essere un "minore" della scena artistica napoletana, egli merita qui qualche parola più degli altri di cui abbiamo appena parlato.
Mimì Maggio, a quei tempi, aveva 42 anni, dieci più di Ria Rosa, anche lui amico del Viviani, e lavorava già quattordicenne nelle rappresentazioni a teatro che si tenevano nei teatri di Napoli nelle memorabili matinée. Era un giovane dalle mille capacità, cantava, suonava il mandolino, recitava, e tutto lo faceva molto bene; mentre si esibiva lavorava anche come garzone di barbiere. A sedici anni abbandonò il lavoro e seguì la sua innamorata Antonietta Gravante, il cui padre portava in giro per i luoghi più disparati un moderno Carro di Tespi.
Ecco, Mimì aveva trovato la sua strada, sposò Antonietta, e a un certo punto se ne andarono per città e paesi a cantare e recitare; pensate, si esibirono perfino sul palcoscenico delle Folies Bergères a Parigi.
Fu, Mimì, il capostipite della famosissima famiglia dei Maggio, dei quali Beniamino e Dante, Pupella e Enzo, Margherita e Rosalia furono gli unici - tra i sedici che la coppia diede alla luce - che seguirono le orme dei genitori e divennero celebri.
Mimì morì a Roma nel 1943, ancora giovane, aveva poco più di sessant'anni.

Ria Rosa nel 1939 si stabilì, come detto, definitivamente a New York dove divenne famosissima, e da dove l'eco della sua fama correva continuamente a Napoli. Andate e ritorni interminabili, continuamente. Fu denominata la diva eccentrica proprio per i testi che proponeva, e per il suo coraggio nell'affrontare in essi argomenti scottanti di attualità, come nessuno osava fare. E, come detto più sopra, per la battaglia per i diritti delle femmine, gli attribuirono il tiolo di nonna del femminismo.


marcello de santis

Mostra altro

Desde el corazón del polvo

8 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Desde el corazón del polvo

Marta

El tiempo nos envuelve

como una enorme bocanada

nos perfora

nos huye por las venas

envejeciendo la sangre y la mirada

(pero el cielo es un telón horrible

si la campana del amor no tañe).

Ay, mujer, después de tanto y tanto,

después del penúltimo hasta siempre

y del regreso precipitado de la

carne

¿qué queda?

¿qué subsiste después de la

pasión desmadejada?

¿qué vibra

después del último segundo,

del jadeo como a gatillo roto

de tu pecho?

Ah… pues

que queden tus gestos en la

brisa,

tus palabras, pájaros de humo blanco

cantando sobre mi techo.

Ah… pues

que quede

el pan que cocimos

sin otro propósito que levantar al hombre, que

queden

nuestras manos

hechas briznas de oro

nuestras manos moneda verdadera

para

que quienes vengan luego mujer

no sientan el desasosiego de la

cuerda floja,

de la dinamita en los bolsillos.

Ah… que

queden

las estrellas hechas dulces

en las bocas por venir

y tú y yo

prendidos a la tierra como

antorchas

tú y yo camino semilla piedra vado

tú y yo y nuestro amor como a sudor quemado

convertido en gotas del remanso, en

recuerdo indeleble y generoso

tú y yo y nuestro amor

y nuestros huesos frágiles entonces

hechos edificios lámparas pasteles

y sobre todo caramelos

multicolores caramelos

y sobre todo

ensayos de palabras, aleos, sonrisas de los niños

tú y yo y nuestro amor

como a sudor quemado

y nuestras manos briznas de oro

alumbrando desde el corazón del polvo

millones y millones de miradas.

Marzo 1972

Félix Luis Viera nació en Santa Clara, Cuba, en 1945. Ha publicado los libros de poemas: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David de Poesía de la UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba); Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba); Cada día muero 24 horas (Editorial Letras Cubanas, 1990); Y me han dolido los cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991) y Poemas de amor y de olvido (Editorial Capiro, Cuba, 1994). Los libros de cuento: Las llamas en el cielo (Ediciones Unión, Cuba, 1983); En el nombre del hijo (Premio de la Crítica 1983, Editorial Letras Cubanas, nueva edición 1988) y Precio del amor (Editorial Letras Cubanas, 1990). Las novelas Con tu vestido blanco (Premio Nacional de novela, UNEAC 1987, Premio de la Crítica 1988, Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (Ediciones Unión, Cuba, 1995); Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003, Editorial Eriginal Books, Miami, 2012) y la novela corta Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997, Editorial Capiro, Cuba, 2002). Su libro de cuentos Las llamas en el Cielo es considerado un clásico en su país. Sus creaciones han sido traducidas a varios idiomas y se han publicado en antologías en Cuba y otros países. En su país natal recibió varios reconocimientos por su trabajo en favor de la cultura. En Italia se le conoce por su novela Un ciervo Herido, editada con el título El trabajo os hará hombres (L’Ancora del Mediterráneo, 2008), que aborda el tema de la UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción), en realidad campos de trabajo forzado que existieron en Cuba, de 1965 a 1968, adonde fueron enviados supuestos desafectos a la revolución castrista, como religiosos de diversas filiaciones, lumpen, homosexuales y otros. Esta novela, con buena acogida de público y crítica, ha circulado en varios países de habla hispana y en la Florida.

En 2010, Félix Luis Viera publicó en México El corazón del rey, novela que incursiona en la década de 1960, cuando en Cuba se establecía la llamada revolución socialista, y que expone el mundo marginal de esa época. Ese mismo año dio a la luz el poemario La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami), publicado posteriormente en Italia por ediciones Il Flogio y merecedor de uno de los Premios “Latina en Versos”, otorgados en aquel país. Su más reciente publicación es la reedición de sus cuentos "Precio del Amor" (Alexandria Library, 2015)

Es ciudadano mexicano por naturalización.

Dal cuore della polvere

Traduzione di Gordiano Lupi

Marta

Il tempo ci avvolge

come un'enorme boccata

ci perfora

ci fugge dalle vene

invecchiando il sangue e lo sguardo

(ma il cielo è uno scenario orribile

se la campana dell'amore non suona).

Ah, donna, dopo tanto tempo,

dopo il penultimo per sempre

e il ritorno inatteso della

carne

che resta?

che permane dopo la

passione stremata?

che vibra

dopo l'ultimo secondo

d'affanno come un grilletto rotto

del tuo petto?

Ah… dopo

che restino i tuoi gesti nella

brezza,

le tue parole, uccelli di fumo bianco

che cantano sul mio tetto.

Ah... dopo

che resti

il pane sfornato

soltanto per sostenere l'uomo, che

restino

le nostre mani

divenute pulviscolo d'oro

le nostre mani vera moneta

perché chi viene dopo la donna

non senta l'inquietudine

della corda molle,

della dinamite nelle tasche.

Ah... che

restino

le stelle diventate dolci

nelle bocche per venire

tu ed io

catturati dalla terra come

torce

tu ed io sentiero seme pietra guado

tu ed io, il nostro amore come bruciato dal sudore

trasformato in gocce dal rifugio, in

ricordo indelebile e generoso

tu ed io, il nostro amore

e le nostra ossa fragili allora

divenute edifici lampade torte

e soprattutto caramelle

multicolori caramelle

e soprattutto

prove di parole, alee, sorrisi di bambini

tu ed io, il nostro amore

come bruciato dal sudore

e le nostre mani pulviscolo d'oro

che illuminano dal cuore della polvere

milioni e milioni di sguardi.

Marzo 1972

Félix Luis Viera (Santa Clara, Cuba, 1945). Ha pubblicato le raccolte di poesie: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David di Poesía UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba); Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba); Cada día muero 24 horas (Editorial Letras Cubanas, 1990); Y me han dolido los cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991) e Poemas de amor y de olvido (Editorial Capiro, Cuba, 1994). Le raccolte di racconti: Las llamas en el cielo (Ediciones Unión, Cuba, 1983); En el nombre del hijo (Premio della Crítica 1983, Editorial Letras Cubanas, nuova edizione 1988) e Precio del amor (Editorial Letras Cubanas, 1990). I romanzi: Con tu vestido blanco (Premio Nazionale per il romanzo, UNEAC 1987, Premio della Crítica 1988, Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (Ediciones Unión, Cuba, 1995); Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003, Editorial Eriginal Books, Miami, 2012 - tradotto in Italia come Il lavoro vi farà uomini, L'Ancora del Mediterraneo, 2008) e il romanzo breve Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997, Editorial Capiro, Cuba, 2002). La sua raccolta di raacconti Las llamas en el Cielo è considerato un classico nel suo paese. Tradotto in diverse lingue, in Italia la sua opera poetica è tradotta da Gordiano Lupi, che con Il Foglio Letterario Edizioni ha pubblicato La patria è un'arancia (cartaceo ed e-book, gratuito su Amazon, vincitrice del Premio Speciale Camaiore 2014. Sempre su Amazon (gratis) sono reperibili in e-book le traduzioni in italiano di Preferisco quelli che cantano e Ogni giorno muoio 24 ore, curate da Gordiano Lupi. In preparazione un altro e-book gratuito contenente le versioni italiane de E mi hano fatto male i coltelli e Poesie di amore e d'oblio. Nel 2010, Félix Luis Viera ha pubblicato in Messico El corazón del rey, romanzo ambientato nella Cuba degli anni Sessanta e della Rivoluzione socialista. Nello steso anno è uscito La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami), pubblicato in Italia dal Foglio Letterario e vincitore del Premio Latina in Versi. La sua più recente pubblicazione è la riedizione dei racconti Precio del Amor (Alexandria Library, 2015). Vive a Miami ma è cittadino messicano naturalizzato.

Mostra altro

Ria Rosa: parte seconda

7 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Ria Rosa: parte seconda


Era il periodo, oltre che degli emigrati, anche dei celebri salotti napoletani, in quegli anni di quel primo novecento, salotti delle case dei ricchi, o dei benestanti, in cui si riunivano, tra parenti e amici del padrone di casa, poeti, parolieri, musicisti e cantanti, per fare ascoltare le loro composizioni, per recitare le loro macchiette, per cantare le canzoni nuove. E la gente comune, sotto per la via, ferma ad ascoltare, incantata, quelle melodie che poi continuavano a canticchiare andandosene via. Canzoni che col tempo sarebbero diventate eterne.
Era l'occasione che anche i padroni di casa aspettavano; era per loro la grande opportunità di poter mostrare l'eleganza delle loro sale fastose, i loro mobili importanti, il pianoforte di marca; e, come sempre avveniva, esibirsi alla pari degli artisti amici. Era tutta un'atmosfera che stava cambiando.
Fu in quest'atmosfera che iniziò i suoi primi passi la nostra giovane artista. E fu considerata la prima femminista della storia, grazie a ciò che porgeva al pubblico - soprattutto femminile - con la sua bella voce:

la libertà della donna, il diritto di truccarsi,
di mettersi il rossetto,
di poter "guardare" gli uomini"
e darne liberamente giu
dizi e pareri.

E anche in America i testi delle sua canzoni erano fin troppo liberi. Una volta ebbe il coraggio di presentarsi sul palcoscenico vestita da uomo, ma lo doveva fare, disse, del resto come porgere al pubblico la celebre Guapparia?

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù b
ella d''a 'Nfrascata!

Non aveva scelta; hai voglia a convincerla che non poteva farlo, avrebbe suscitato l'ennesimo scandalo, ci pensasse bene, rinunciasse! Ma va! Sulla scena doveva presentarsi come un autentico guappo. E dunque? La vinse lei. Lo fece. Da quella volta lo ripeté spesso - facendo gridare ogni volta allo scandalo; la sua bravata ebbe anche un seguito penale, qualcuno la denunciò, oggi diremmo "per oltraggio", non si bene a che cosa…
Vogliamo riportare ancora un aneddoto, o meglio un fatto: era il tempo in cui i due nostri connazionali, Sacco e Vanzetti, al secolo Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, vennero arrestati con l'imputazione di duplice omicidio, si era nel 1927; e furono giustiziati sulla sedia elettrica nell'agosto di quell'anno, a Charlestown. Va detto che cinquant'anni dopo il governatore dello stato del Massachusetts riconobbe pubblicamente l'errore in cui era incorsa la giustizia americana, riabilitandoli tutti e due.
Bene, Ria Rosa ebbe il coraggio di cantare una canzone dal titolo "a seggia elettrica", dove metteva in evidenza il suo parere contrario alla pena di morte, dedicandola, appunto, a Sacco e Vanzetti.
Vogliamo riportarvi brevemente la storia di questa canzone, il cui titolo era in effetti Mamma sfortunata: nacque nel 1924 grazie ai versi di un certo Gaetano Esposito, messi in musica da uno dei più grandi napoletani di tutti i tempi: E.A.Mario. Il musicista ebbe a riconoscere la paternità della canzone molti anni dopo, nel 1932, ma tra gli amici e in gran segreto; il motivo era semplice: le autorità di polizia americane perseguitavano coloro che parlavano a favore dei due italiani condannati a morire sulla sedia elettrica. Erano considerati dei sovversivi, e quindi perseguiti a norma di legge; così come gli scritti relativi al triste fatto di cronaca nera. Pensate, E.A Mario aveva paura ancora ben trent'anni dopo, nel 1959, quando, in occasione dell'annuale Piedigrott, pubblicò la canzone, dando quell'anno come anno di nascita. Nei versi, la mamma di uno dei due giustiziati legge sul giornale della disgrazia e… riportiamo la prima strofa della canzone

Quanno liggette 'o nomme int'e giurnale
dette 'nu strillo forte 'nnanze a gente:
No! Nun è overo! Figlieme è 'nnucente…
chi l'ha accusato fa 'na 'nfamità!
'E core e tutt'e mamme nun senteno raggione:
si 'e figlie nun so bbuone, nisciuno ce 'o ppo dì,
ma chella mamma s'accurgette subito
ca 'ncopp
'a seggia elettrica 'o figlio jeva a murì.

Quando lesse il nome sul giornale/
fece uno strillo forte in mezzo alla gente/
no! non è vero! mio figlio è innocente…/
chi lo ha accusato ha detto una grossa bugia,
una infamità!/ i cuori di tutte le madri non sentono ragioni/
se i figli non sono buoni, nessuno ce lo può dire/
ma quella mamma s'accorse subito/
che
suo figlio andava a morire sulla sedia elettrica.

Ria Rosa ebbe il coraggio di incidere la canzone - alla faccia della polizia americana - lo fece come abbiamo detto più sopra, nell'anno 1924, in un settantotto giri che la polizia tentò in ogni modo di distruggere. Certo poteva farlo e lo fece con diverse copie del disco, ma alla matrice non arrivò mai, e altre copie ne venivano fatte e distribuite. La cantante ebbe guai grossi con la giustizia di quel paese, ma andò avanti e cantava la canzone, quando se ne dava l'occasione, nelle sue rappresentazioni teatrali.
Da una donna così ci si poteva aspettare un coraggio degno, all'epoca, solo di un maschio (se mai ne avesse avuto, ed E.A. Mario - ricordiamo per la cronaca, cosa da lui stesso confessata trent'anni dopo - non lo ebbe).

marcello de santis

Mostra altro

Premio Francesco Gelmi

6 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Premio Francesco Gelmi

Informiamo dell'apertura del bando relativo al Premio letterario Francesco Gelmi di Caporiacco.

Il Premio è promosso e sostenuto dall’Associazione culturale Francesco Gelmi, dai quotidiani L’Adige, Corriere del Trentino, Corriere dell’Alto Adige e dalla rivista di studi storici Archivio trentino, edita dalla Fondazione Museo storico del Trentino.

Il tema della settima edizione, come potrete leggere dal bando stesso, è «Dialoghi, la narrativa come casa comune oltre la soglia dell’esilio». Come per le precedenti edizioni, la giuria del Premio, cui partecipano personalità di spicco della cultura, sarà presieduta dall’illustre filologo, storico e saggista Luciano Canfora.

Si ricorda che la scadenza per la partecipazione è fissata inderogabilmente 30 ottobre 2015.


Per scaricare il bando

www.museostorico.tn.it

Per maggiori informazioni scrivere a premiogelmi@adige.it

Mostra altro

Ria Rosa: parte prima

5 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Ria Rosa: parte prima

Cari amici, vengo a proporvi una breve storia di una cantante di Napoli di un centinaio di anni fa, Ria Rosa, che conobbi musicalmente nel mio soggiorno a Pozzuoli per lavoro, nei lontani anni '70 del 1900.
Avvenne per caso; scendevo dalla stazione della Cumana per via Pignasecca - e mi fermai a spulciare - come sempre facevo - nei contenitori dei dischi esposti sulla stradina in lieve discesa, rumorosa di traffico di motociclette, di bancarelle, di guaglioni che gridavano, e femmine che si chiamavano da un vascio all'altro - era il negozio del cantante Nunzio Gallo, che qualcuno di voi ricorderà - mi fermai a spulciare, dicevo, tra i tanti dischi a trentatrè giri.
Trovai un disco con sulla copertina la faccia di una giovanissima cantante che non conoscevo.
Io ero e sono un appassionatissimo della canzone napoletana, e allora andavo alla ricerca, nel tempo libero dal lavoro, passeggiando per le vie di Napoli con mia moglie, di tutto ciò che attteneva alla canzone napoletana,
Lessi il nome: Ria Rosa, lo girai e lo rigirai tra le mani, ma non mi diceva niente.
Lo comprai, e non sbagliai a farlo; a casa lo ascoltai e mi innamorai all'istante di quella voce. Inutile dire che il disco era una riproduzione, e frusciava in maniera impressionante, ciò che dava alla cosa una fascino tutto particolare.
Ecco, vi presento questa breve storia in tre parti, essendo un po' lunga, spero incontrerà i vostri favori. Grazie.



Ria Rosa. Nome sconosciuto ai più, ma artista napoletana di fama internazionale, in quegli anni del primo novecento, dove poco conosciuti erano i cantanti ma notissime cominciavano ad essere le canzoni.
Ria Rosa invertì questo canone, cominciò ad essere conosciuta prima lei che le canzoni che presentava. Ebbe una vita lunghissima, pensate, visse quasi cento anni, quando morì ne mancava uno a questo traguardo: ne aveva ben 99. Cominciò a cantare e recitare giovanissima, ad appena 15 anni. Ma stette poco nella sua città, la Napoli che le diede la luce alla fine del secolo, nell'anno 1899; perché nel 1922, sposatasi col suo produttore, si trasferì in America per seguire il capocomico della compagnia nella quale si esibiva, l'attore cantante Nicola Maldacea, che fu anche il suo maestro di scena. E là morì, a New York, nel 1998.
Il suo nome all'anagrafe era Maria Rosaria (di cognome faceva Liberti, ma questo per la nostra breve storia ha poca importanza; del resto nessuno lo sa, perché tutti la conoscevano così come amava farsi chiamare: Ria Rosa, appunto, prendendo la seconda parte del suo primo nome (ma) Ria, e la prima del secondo Rosa (ria).
Cominciò così, seriamente, non per gioco ma per volontà di affermarsi, a cantare; ché sapeva essere la sua voce calda e bene impostata - ma ditemi voi quale napoletano che si rispetti non aveva allora, e non ha ancora oggi, una voce adatta a recitare e cantare ingentilendoli ognuno a suo modo, i versi delle belle melodie del golfo…
Il suo maestro di canto la presenta al pubblico, perché ormai la ritiene pronta per il debutto artistico, grazie alla sua passione per la canzone, passione che emana da tutta la sua personalità, sul palcoscenico della sala Umberto; che già aveva visto esibirsi artiste di grande nome e caratura internazionale, come la Belle Otéro e la grande grandissima Anna Fougez.

Come detto, Ria Rosa era appena una signorinella, e per l'epoca, a ben guardare le sue poche foto che la ritraggono e che sono giunte fino a noi, era davvero una ragazza bella ed esuberante. Incontrò immediatamente il successo con la S maiuscola, ma è da dire "non inaspettato", non tanto dalla giovane artista, ma dal suo impresario, che ella sposò come abbiamo detto più sopra, di lì a poco; e questi non ci pensò due volte: la condusse in America, dove i napoletani erano davvero tanti, quegli emigrati che laggiù vivevano lavorando sodo, e masticando nel contempo pane e nostalgia. E chiunque portava loro l'aria di Napoli, le canzoni di Napoli, 'o còre 'e Napule, non poteva che essere il benvenuto; una bella ragazza poi, giovane, appassionata, con una voce da incantare, l'accolsero a braccia spalancate, e ne fecero in breve la loro beniamina. Maria Rosaria, ormai Ria Rosa, non lasciò più New York.
La sua voce viene immortalata sui dischi, quei primi dischi di vinile, fruscianti sotto la puntina di diamante che percorreva i settantotto giri con pignoleria; e i napoletani d'America ne consumavano a iosa, di quei dischi di Ria Rosa, fino quasi a non riconoscerne più la voce.
Allora chi era fortunato, o meglio chi aveva raggiunto un livello di modesta agiatezza si poteva permettere il grammofono, quello a tromba, per intenderci, e chi non lo aveva, si avvicinava a chi ne possedeva uno e si fermava da ascoltare, estasiato davanti alla grazia della voce di Maria Rosaria.
Ma la ragazzina non cantava ancora le canzoni d'amore che di lì a poco sarebbero entrate nel cuore di tutti; cantava invece canzoni allegre, dispettose, canzoni che strappavano un sorriso a aprivano il cuore a una vita più accettabile di quella di tutti i giorni, tra duro lavoro per tutti, e rimpianti per alcuni, e malinconia per altri.
Divenne in breve la regina del cafè chantant.

A Napoli, prima di partire, nello sguardo degli emigranti, perso nella cartolina del golfo che s'allontanava, sembrava di leggere, e di ascoltare, me ne vogl'ìi' a ll'A-merica… ca sta luntana assaje,

Me ne vogl'í a ll'America,
ca sta luntana assaje:
Mme ne vogl'í addó' maje
te pòzzo 'ncuntr
á cchiù.

Libero Bovio e Ernesto De Curtis li scrissero, questi versi, nel 1912, e ogni volta che un bastimento partiva dal porto di Napoli, per gli emigranti imbarcati erano cuori che si spezzavano.
La intitolarono, e a ragione, 'A canzone 'e Napule.
E pareva di sentire per l'aria sopra le loro teste, le note di questa canzone - e nel cuore le parole - che li accompagnavano fino a che il golfo scompariva; e non restava per loro intorno, se non mare e speranza.

marcello de saAscolta RIA ROSA

Mostra altro

Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

4 Ottobre 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #il mondo intorno a noi

Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

La narrativa di Faulkner, densa e imponente come poche altre, è percorsa da un’idea, ora esplicita ora sottesa, che si potrebbe riassumere press’a poco così: la guerra degli yankee contro lo schiavismo sudista è stata una guerra sbagliata, e quella faccenda, lo schiavismo, appunto, i sudisti se la dovevano sbrigare da sé. Idea che i manuali di storia e le buone convenzioni culturali hanno, probabilmente in buona fede, cancellato o creduto, a sua volta, sbagliata. Secondo i più, la lotta dei buoni yankee contro lo schiavismo era giusta e benedetta da Dio (o da i valori ideali costitutivi della civiltà occidentale). Ma con quell’idea, Faulkner mette il dito su una piaga sempre aperta della storia americana e, di conseguenza, della civiltà occidentale e, oggi, mondiale.

È giusto e augurabile che un’ingiustizia palese, macroscopica e intollerabile sia schiacciata con la forza? Gli yankee hanno schiacciato un bubbone facendolo esplodere, ma i rimasugli di quello, ricadendo, hanno fatto sorgere un’innumerevole serie di ingiustizie più piccole e meno eclatanti, la cui somma, però, potrebbe non essere inferiore a quella che si è schiacciata. Non voglio tener conto in questa sede di quella costellazione di problemi irrisolti che la storia americana sembra portarsi dietro ad ogni movimento: la cattiva coscienza di esser stata la causa, o anche solo d’aver contribuito, al sorgere dell’ingiustizia che ora si combatte (si pensi al problema mostruoso dei nativi americani); il concetto di frontiera inestricabilmente legato alla conquista violenta; e quant’altro ogni coscienza critica giudiziosa, non necessariamente malevola, potrebbe aggiungere. Mi limito al problema dello schiavismo: l’idea di Faulkner mette in evidenza una costante della storia americana, occidentale e, ora, ma non è detto che sia per sempre, mondiale: l’interventismo, l’aggressione dei problemi, delle ingiustizie in vista di un loro annientamento. Non ho intenzione di guardare la storia dal buco della serratura e, perciò, fare di quegli interventi e di quelle aggressioni l’effetto di interessi economici e geopolitici dissimulati dalle belle parole. Interessi che pure ci sono, ma che non potrebbero scatenare tutta la loro forza persuasiva se non fossero sostenuti dagli ideali che sono il piedistallo, la legittimazione, dei sistemi politici e istituzionali del mondo occidentale (per farsi un’idea di cosa intendo per "guardare la storia dal buco della serratura", basta armarsi di pazienza e leggere, tra uno sbadiglio e l’altro, Il cimitero di Praga di Umberto Eco). Gli storici, i politici, gli economisti possono trovare tutte le possibili giustificazioni materiali e prosaiche per quegli interventi, ma senza l’impulso dell’ideale quegli interventi non ci sarebbero stati. Nessun presidente degli Stati Uniti dirà mai: invadiamo l’Iraq perché dobbiamo controllare la gestione del suo petrolio. Si può discutere, certo, se, in assenza di impulsi materiali e prosaici o, addirittura, in presenza di elementi controproducenti, quegli interventi ci sarebbero stati ugualmente. Credo, però, che la questione debba essere lasciata impregiudicata e affidata all’intelligenza e alla sensibilità di ognuno. Idealismo o materialismo sono scelte perché né l’uno né l’altro sono verità.

Torno all’antipatica idea faulkneriana perché l’ho sempre accostata ad un cartone animato di Walt Disney che è rimasto nella mia memoria come una perfetta metafora della storia e della mentalità americana, occidentale e, per ora, mondiale. Cartone animato che vidi da adulto e che mi provo a riassumere e descrivere come meglio posso, avvertendo che l’autore (o gli autori, com’è più probabile) del cartone non aveva nessun intenzione di produrre un sunto ideologicamente orientato della storia americana, ma voleva soltanto, credo, divertire, con rara maestria e vivacità, i piccoli e grandi spettatori. Ma questa è una delle grandi prerogative dell’arte: dire anche ciò che non si sapeva e che non si aveva intenzione di dire e dirlo ad ognuno in maniera diversa a misura del suo spirito.

Dunque, è un giorno di festa e il tenero Paolino Paperino ha di fronte a sé la prospettiva di una giornata di piena soddisfazione, potrà trascorrerla in compagnia dei suoi amati nipoti, per i quali ha preparato una magnifica torta, ascoltando alla radio la cronaca di un’importante partita di baseball. Si accorge però di dover combattere un piccolo nemico insinuatosi in casa sua: una fila di formiche decise ad approfittare dell’abbondanza di cibarie contenute nella sua dispensa, non ultima la magnifica torta. Respinti i primi attacchi senza aver potuto annientare il nemico, Paperino passa a controffensive sempre più imponenti che continuano a scontrarsi con l’ostinata resistenza delle formiche. In un vertiginoso crescendo di attacchi e contrattacchi, fughe e rincorse, astuzie e smacchi, versi papereschi sempre più inarticolati, le azioni di Paperino diventano via via più sproporzionate rispetto al nemico da combattere e al bene da difendere. Alla fine ovviamente egli ha ragione delle sue nemiche ma solo al prezzo di veder distrutta buona parte della dispensa, la torta e finanche la radio da cui era in diritto di aspettarsi delizie di ristoro. Per inciso: la radio anche semidistrutta continuerà a funzionare.

Confesso che probabilmente ho riparato ai buchi della memoria e all’impossibilità di ritrovare e rivedere quel cartone orientandolo ancor più esplicitamente verso quell’interpretazione che allora e ancor oggi m’ero sentito in diritto di dargli. Si potrebbe anche poter dire che se non fosse vero l’avrei ben trovato.

Tra i tanti (troppi, a giudizio pressoché unanime) interventi americani orientati a difendere i valori della giustizia e della democrazia, il più al di sopra d’ogni sospetto è, per i cittadini della periferia dell’impero, gli europei, l’intervento contro il nazi-fascismo. Anch’esso però, a ben guardare, non manca di aspetti controversi: senza Pearl Harbour, quanto ancora si sarebbe aspettato? Nel quadro della guerra, che funzioni hanno avuto le distruzioni sistematiche? L’ostinazione a pretendere una resa senza condizioni? E la portata devastante della Bomba era stata prevista o ha ecceduto le previsioni?

C’è un modo alternativo di schiacciare i bubboni evitando che i rimasugli facciano sorgere una somma di ingiustizie pari o superiore a quelle che si è combattuta? I manuali, i benpensanti, i soddisfatti sono portati a credere, vorrebbero convincersi e convincere che non ce n’è e che quegli interventi e quelle aggressioni, e la loro misura, “erano inevitabili” (queste odiose parole le sentii pronunciare da D'Alema al tempo dei bombardamenti in Libia, ma non ho mai sentito dire da nessun “ho contribuito a renderli inevitabili – non sono stato abbastanza previdente, non denunciato e combattuto sul nascere quell’ingiustizie, ecc. – perciò mi ritiro a vita privata”). Rimane il fatto però che non sapremo mai come “i sudisti se la sarebbero sbrigata da sé”. Sogni di poeti… insoddisfatti.

Mostra altro

Fenesta vascia

3 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fenesta vascia

Erano gli amori dei poveri, amori di altri tempi in una Napoli di altri tempi.

Fenesta vascia narra appunto uno di questi amori, tra un guaglione e una guagliona che abita in una povera casa e che si nasconde dietro una finestra che resta chiusa. Siamo in un vicolo di Napoli e il ragazzo ha il cuore in subbuglio per quest'amore non corrisposto.
La canzone è di autore ignoto, risale al cinque-seicento, (forse al cinquecento, ma non è certo); si pensa che non sia mai giunta a noi così compiutamente come è stata pensata e scritta.
Se ce l'abbiamo, lo dobbiamo solo a un certo Guglielmo Cottrau, che dunque va considerato uno degli autori di essa. Cottrau scriveva, e tra le altre cose anche versi di canzoni in dialetto, oltre ad essere proprietario di una modesta casa editrice.
Era l'anno 1825, e questo signore si era preso l'arduo compito di cercare, studiare, e trascrivere - musicalmente parlando - le canzoni del secolo che lo vedeva vivere, e di quelli precedenti.
Egli dunque rintracciava testi antichi, o raccoglieva quelli che qualcuno gli portava, e li affidava, oltre a lavoraci su egli stesso, a collaboratori perché li rimettessero in sesto.
Questo testo lo passò al suo fido Giulio Genoino, poeta di un certo livello e conosciuto abbastanza all'epoca. Nato a Frattamaggiore, nell'entroterra napoletano, in una terra arsa dal sole e dimenticata da dio e dagli uomini, il poeta ci si mise sopra di buzzo buono, e riuscì in una impresa che gli fece onore: studiò a lungo le parole dialettali ormai dimenticate di quel testo, sorpassate da quelle attuali (ricordo, siamo nell'ottocento e trecento anni non erano passati invano), e le trasformò, le tradusse, possiamo dire, in altre che riscontravano più compitamente la lingua allora parlata.
Diciamo due parole sui due personaggi grazie ai quali oggi possiamo godere della canzone, Gugliemo Cottrau, che scrisse o trascrisse la musica, era nato nel 1797 a Parigi, per morire a Napoli ancora molto giovane, pensate aveva solo cinquant'anni quando avvenne la sua scomparsa, era l'anno 1847. Vi chiederete come mai giunse a Napoli dalla Francia, è presto detto: il Cottrau era di nobile famiglia e venne in Italia con i suoi; il padre era una persona molto appassionata di letteratura. Venne a Napoli al seguito di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone; e di Gioacchino Murat. Napoleone lo fece infatti re di Napoli nel 1806, e Giuseppe governò il Regno di Napoli per soli due anni, prima di essere nominato poi re di Spagna. Era già stato in Italia una decina di anni prima, sempre al seguito del fratello, e fu ambasciatore per conto di questi a Parma prima e a Roma poi. Girò a lungo per l'Europa come rappresentante dell'imperatore, fino a che nel 1841, tornò definitivamente in Italia, stabilendosi a Firenze, dove morì tre anni dopo. Murat, a Napoli, prese il posto di Giuseppe, quando questi ottenne il regno di Spagna, e dobbiamo dire che, grazie alle molte opere di interesse pubblico che realizzò, ma anche alla sua grande personalità - era anche una bella presenza - fu molto amato dalla popolazione.
I Cottrau facevano parte della corte dei due re di Napoli, e amarono molto Murat,che, tra le altre cose, riaprì la famosissima Accademia Pontoniana; ma non solo, fondò una nuova Accademia Reale delle Lettere. Peripezie belliche poi lo portarono in diverse guerre, e in fine a combattere in Calabria, dove fu arrestato e condannato a morte. Morì a Pizzo Calabro sotto i colpi della fucileria nel 1815 del governatore di quella regione. Ma torniamo a Guglielmo Cottrau, il quale proprio al seguito di Gioacchino Murat, grazie alla sua vasta cultura letteraria, assunse incarichi importanti nel campo dell'arte.
Il padre di Gugliemo, voleva fare di lui un politico, che seguisse in qualche modo la sua carriera, ma il giovane, appassionato di musica e di lettere, come il padre del resto, non volle seguire i suoi consigli e si dedicò interamente alla carriera musicale; in particolare, insieme ad altri amici, si dette alla ricerca e alla trascrizione di testi antichi. Il fatto che venisse da un paese straniero, contribuì a far conoscere i suoi lavori musicali sui testi napoletani, anche fuori d'Italia.
Abbiamo detto più sopra che molte sono le trascrizioni di versi non suoi, ma molte anche le musiche su canzoni che scrisse lui. Ma ad oggi non si sa ancora con precisione quali siano quelle e quali queste. Sicuramente gli sono attribuite due canzoni: una più bella dell'altra: questa, di cui parliamo, Fenesta vascia, e l'altra, celeberrima, Fenesta ca lucive, ispirata alla storia triste di origine siciliana, della baronessa di Carini.
Per la cronaca, va detto che tra i vari collaboratori del Cottrau, ci fu anche un certo Gaetano Donizetti.
Giulio Genoino, l'autore dei versi di tutte e due le canzoni sunnominate, come già abbiamo detto, era di Frattamaggiore, dove era nato nell'anno 1773, (morì a Napoli nel 1856.) E come Cottrau, collaborò col Donizetti per il quale scrisse i libretti per alcune sue opere liriche.
Di questi versi antichissimi, curò soprattutto la punteggiatura; e lo fece in maniera egregia, punteggiatura che, nel testo consegnatogli, era pressoché inesistente, e, laddove c'era, forse era stata distribuita a sproposito. I versi di Fenesta vascia sono sistemati in due strofe di otto versi l'una, con rime alternate, metrica propria delle storie di racconti popolari. Va detto che nel testo originale le rime c'erano anche se non erano propriamente giuste, fatte come si deve, ciò che forse era dovuto alla non perfetta preparazione dell'autore del cinquecento.
La musica è lenta, dolce e malinconica, proprio per meglio aderire alla storia raccontata, e meglio delineare la tristezza del ragazzo che implora amore dalla fanciulla, che lui sa nascosta dietro la finestra del basso, chiusa, povera; ragazza che lo vede soffrire ma non lo vuole aiutare.
Vogliamo riportare il testo della canzone qui sotto, perché il lettore possa gustarne tutta la dolcezza pur nella sua immensa malinconia, immaginando per ora la musica, che potrà ascoltare cliccando sul link che sta alla fine di questo saggio.

Fenesta vascia e patrona crudele
quanta sospire m'aje fatto jettare
M'arde sto core comm'a na cannela
bella quanno te sento annommenare
Oje piglia la sperienza de la neve
la neve è fredda e se fa maniare
e tu comme si tant'aspra e crudele?
Muorto mme vide e non mm
e vuò ajutare?

Vorria arreventare no picciotto
co na langella a ghire vennenno acqua
pe mme nne ì da chiste palazzuotte
belle femmene meje, a chi vò acqua?
Se vota na nennela da la 'ncoppa
chi è sto ninno che va vennenno acqua?
e io responno co parole accorte
so lagreme d'ammore, e non è acqua!

Finestra bassa di una padrona crudele/ quanti sospiri mi hai fatto gettare/
Quando ti sento nominare, bella mia/ mi brucia il cuore, come una candela/
Fai come la neve, ti prego / la neve è fredda, è vero, ma si fa accarezzare/
e tu, invece, perché sei così aspra, così dura
, così crudele?

Vorrei tanto farmi un guaglione/ che va a vendere acqua con un orcio/
per girare tra queste case a gridare/ belle femmine, chi vuole acqua?
S'affaccia una "nennella" da lassù/ e dice: chi è sto ragazzo che vende acqua?
e io rispondo con parole "accorte"/ so' lacreme d'ammore e non è
acqua

Il giovane appassionato vorrebbe farsi acquaiolo, così da passare per quelle case gridando, belle signore, c'è l'acquaiolo, chi vuole bere acqua fresca? E sperare che apra la finestra - bassa, chiusa - anche la giovane di cui è innamorato. Risponde - a una ragazza che s'affaccia da un piano superiore di una casa chiedendo chi è quel bel ragazzo che vende acqua, con uno dei più bei versi di tutta la canzone napoletana:

Sono parole dettate dal profondo del cuore, di un cuore "spezzato" per un amore non corrisposto.
Adesso, cliccando sul link qui sotto, potrete ascoltare una bellissima interpretazione della canzone "Fenesta vascia" eseguita dal grandissimo Roberto Murolo, in una esecuzione "matura", di quando cioè l'artista era all'apice della sua incomparabile carriera.

marcello de santis

Mostra altro

Il racconto ritrovato

2 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Il racconto ritrovato

L’Associazione IL RACCONTO RITROVATO, costituita 15 anni fa, si occupa di letteratura con un proprio sito www.viaggiandonelleparole.it

Il progetto nasce dalla lunga esperienza in campo letterario della sua fondatrice, Vera Vasques, che per decenni è stata, con la sua libreria, un centro riconosciuto della cultura torinese.

Ogni anno l’Associazione istituisce un premio, dedicato quest’anno al romanzo.

Il primo premio è di 1.000 euro, oltre alla pubblicazione e alla distribuzione nelle librerie del romanzo, da parte della Neos Edizioni, mentre un attestato di merito sarà consegnato agli altri quattro migliori romanzi.

La valutazione da parte della Giuria, composta da Bruno Gambarotta- Presidente e da Fiorenzo Alfieri, Evelina Christillin, Valentino Castellani, Paolo Messina si è appena conclusa.

La premiazione avrà luogo domani sabato 3 Ottobre, alle ore 17 presso la Villa La Tesoriera.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 > >>