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Il futurismo

21 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il futurismo

A trentacinque anni o poco più, Filippo Tommaso Marinetti ha concretizzato la sua idea di “arte nuova” della quale aveva esposto i canoni nel primo dei moltissimi manifesti sul futurismo, alcuni anni prima.

Il suo modo di vivere e concepire l’arte fu accolto immediatamente e seguito, al suo primo vagire, dagli operatori dei vari campi della cultura. Lo spunto per questa rivoluzione letteraria gli venne dalle pagine di Verso Libero di Gian Pietro Lucini, che mai pensava che sarebbe stato considerato il punto di partenza della nuova era culturale. Ma se il verso libero fu lo spunto, è chiaro però che i germi della “letteratura d’assalto” dovevano essere stati covati a lungo nell’animo di Marinetti.

Lucini stesso, sorpreso e stupito da tanto raccolto, ad un certo punto sente il bisogno di “dissociarsi” dal movimento, affermando a chiare note di non essere mai stato un futurista (è vero, infatti, che nell’antologia dei poeti futuristi, pubblicata dal Marinetti nel 1812, non figurano testi poetici di questo autore). Quasi si vergogna (se la parola non è troppo pesante) di essere “additato”e “segnato” come un futurista.
Ci domandiamo: se non ci fosse stata la sua innocente opera dal titolo Verso Libero ci sarebbe stato ugualmente il movimento rivoluzionario che ha improntato di sé quasi un quarto di secolo?
Forse sì; ma almeno in questo caso il malcapitato Gian Pietro non avrebbe avuto rimorsi di alcun genere!
Sia come sia, il Lucini, un anno dopo la pubblicazione dell’Antologia di cui sopra da parte del Marinetti, sente la necessità di proclamare la sua “innocenza”, la sua “estraneità” da sempre al Futurismo. Anzi, lo stesso accusa il Movimento di aver limitato la libertà dell’artista coi suoi mille divieti, e si oppone veementemente sia al modo con cui le nuove idee vengono applicate, sia allo scopo ultimo che il Futurismo intende perseguire.
Sentiamolo, Lucini:

Contrariamente alla leggenda… la mia vita ed opera… non fu mai futurista… No, io non fui mai futurista; ho sin dal bel principio sorpassato il Futurismo; vi darò sotto tal copia di documenti da convincervi come, non solo non abbia mai piegato alle sue dottrine, ma subito cortesemente, privatamente, con molta fermezza, oppugnate…”


La Voce, fondata nel dicembre del 1908 da Giuseppe Prezzolini, il quale ne fu anche il primo direttore, fu, tra le varie riviste del primo novecento, una delle più serie e valide per la capacità culturale dei collaboratori, che ne fecero una “voce europea”. Dopo Prezzolini fu diretta da Papini prima, da De Robertis poi, sotto il quale divenne solo ed esclusivamente una rivista letteraria.
Aggiunge ancora Lucini, in questo numero del 15 aprile del 1913:

Ho l’orgoglio di proclamare che, senza la conoscenza del mio “Verso Libero” non sarebbe stato possibile il “Futurismo”. Ma insisto col dire che il Verso Libero venne mal letto e mal compreso, sì che da quell’affrettata cognizione, in cervelli non assuefatti al lavoro filosofico o critico, sorse il “caos futuristico”.

Ma la personalità del Marinetti è tanto forte che le nuove idee attecchiscono immediatamente, come edera al muro, pur con i suoi difetti di base. Che non sono pochi. Difetti grossi, quelli del buon Filippo Tommaso, o se si vuole, quelli del Futurismo.
Il primo e più eclatante è stato il rinnegare, il rigettare come ininfluente, come non valida, tutta l’opera artistica del passato, senza pensare che un movimento letterario non può non tenere conto anche e soprattutto di ciò che è stato (in positivo e in negativo).

Guai a che ammira il passato! Affrettiamoci a rifare ogni cosa, Bisogna andare contro corrente!... Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! (sic!)… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile?... Noi vogliamo distruggere i musei le biblioteche le accademie d’ogni specie…”

Affermazioni assurde, e non è chi non veda! Il seme messo sotto la neve cresce e con la bella stagione diventa pianta; perché ci sia la pianta, dunque, non può non esserci il seme. Ecco il grossolano errore del Futurismo. Poteva esserci Futurismo, con tutti i suoi “vietato questo”, “vietato quello”, se non ci fossero stati i “questo” e i “quello”? Poteva esserci quel rinnovamento letterario dai futuristi auspicato e fortemente voluto, con la contemporanea rottura totale con la cultura del passato?


marcello de santis

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Riccardo Marchi

20 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Riccardo Marchi

Riccardo Marchi (1897 – 1992) è davvero un personaggio dimenticato nel panorama letterario italiano, cercando in rete si trova pochissimo su di lui. Eppure, Riccardo Marchi è stato paragonato dalla critica a Tozzi, a Verga e a Capuana, per il realismo della descrizione e per il suo essere studioso del folclore e delle tradizioni livornesi.

Telegrafista nella prima guerra mondiale, gestì con successo la fabbrica di sapone del padre, portando avanti, contemporaneamente, l’attività di giornalista, di scrittore e di attivista politico. Nel 1921 partecipò al convegno socialista che vide la nascita del partito comunista.

Oltre ai versi e a numerosi romanzi, molti dei quali di stampo rievocativo e genericamente autobiografico, ottenne anche un discreto successo via etere come autore di radiodrammi e radio fiabe. Divenne membro, insieme a Corrado Alvaro, di una autorevole commissione dell’E.I.A.R. Nel secondo dopoguerra si dedicò alla cronaca e critica cinematografica per “IL Telegrafo” e “Il Tirreno”.

Sul finire degli anni sessanta si ritirò a vita privata a Livorno, dedicandosi esclusivamente alla scrittura. Morì nel 1992.

I suoi romanzi più conosciuti sono: Circo Equestre, Lo sperduto di Lugh ma, soprattutto, Via Eugenia, 1900, dove rievoca la vita della sua famiglia, la fabbrica del sapone, la figura di Zio Tide, galantuomo d’altri tempi.

Un galantuomo! Vallo a cercare al giorno d’oggi. Zio Tide lo fu? Sicuramente lo fu.

Il discorso mi riporta necessariamente alla memoria di lui, di zio Tide, abbreviativo di Aristide, fratello di mia madre, esempio di galantomismo non gratuito o di poco costo, pagato anzi a caro prezzo.

Com’era nel fisico? Aitante con un volto bruno come scavato sulla scorza di un vecchio albero. Di apparenza burbero; in realtà bonario, rivelato nell’intimo da un non frequente sorriso che, schiarendolo, gli animava assieme allo sguardo, i cespugli arruffati degli scopettoni e i baffi da quarantottino. “ (pag.7)

Marchi aveva “il tratto dell’incisore”, come si afferma nella prefazione a cura dell’editrice Nuova Fortezza, e sapeva rendere le strade di Livorno con animata vivacità:

E la strada della fanciullezza com’era?

Pressappoco come oggi, più decorosa, più Eugenia, da un Eugenio magistrato civico. Allora, nonostante la saponeria e la fonderia limitrofa al termine di quel tratto di strada, nonostante qualche stallatico e due o tre botteghe di artigiani ed una modesta canova, nei sedici edifici che la compongono, fra i quali due palazzine padronali, via Eugenia ospitava con signorile dignità impiegati, artigiani e Liberi Imprenditori come noi.

Ora è trasandata, decaduta, coi muri scrostati e fioriti di erbacce, butterati dalle guerre; ma ai tempi di zio Tide, come garriva! Di panni al sole, di voci attestanti una vitalità calda; perfino di ricchezza.

La ravvivava dall’alba al tramonto, il cantare degli ambulanti: le erbaiole, l’arsellaio, il pesciaiolo, il pollaiolo, l’ombrellaio, l’arrotino, il ramaio di Prato, un cenciaio e così via dicendo. Polifonia alla quale, per solleticare il buon cuore, si univano le tiritere degli organetti. A questi Tide faceva l’elemosina di un soldo purché se ne andassero altrove a infastidire con “La vergine degli angeli” o “La donna è mobile”. Tornassero, magari, col repertorio nuovo e lo strumento accordato.” (pag. 19)

Via Eugenia 1900 è una finestra sul nostro passato, sulla Livorno appena uscita dal Risorgimento. Ci viene in mente l’angolo nascosto del cimitero dei Lupi con le tombe garibaldine crepate, inselvatichite, ed è spontaneo associarle – e confrontarle – con certe descrizioni del Marchi:

Ah, tempi gagliardi, bellissimi e feroci! Li ricordo ancora per i cortei, riti del popolo che se ne nutriva, come il pane. I funerali dei garibaldini cui partecipavo tenuto per mano dallo zio. Grande sfoggio di bandiere e camicie rosse; folla di severi uomini in nero, come lo zio: tutti quanti con una rappa di acacia all’occhiello.” (pag 41)

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Eugenio Montale

19 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

Eugenio Montale

Molti anni fa, ricordo che ero ancora alle mie prime esperienze letterarie, scrissi queste modeste note su Eugenio Montale, solo poeta italiano insignito del premio Nobel per la poesia; non era e non è certamente il mio poeta preferito, ma l’uomo e il poeta mi appassionavano, e quella mia ammirazione mi indusse a scrivere su di lui.
E’ veramente un lavoro modesto e leggero ma lo conservai tra le mie cose giovanili, intanto per non mandarle disperse, un domani, e poi perché ritengo che sia testimonianza di un periodo della mia vita, che il tempo, giorno dopo giorno, si sta portando v
ia...

EUGENIO MONTALE (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Nasce a Genova da una famiglia borghese; qui frequenta le elementari; ma subito dopo è costretto a lasciare la scuola pubblica per malattia; continuerà a studiare a casa, sotto la guida di Marianna, sua sorella. A vent’anni non pensa ancora alla poesia, e mai immaginerebbe che il suo nome possa diventare famoso nel mondo, proprio per la poesia. Spera di fare il cantante lirico, e per questo scopo, segue regolari corsi di canto, non tralasciando l’interesse per la letteratura, ed è assiduo presso la biblioteca comunale di Genova.

Ben presto, però, mette da parte l’idea del canto (pure portandosi dietro per tutta la vita la passione per la lirica), per dedicarsi completamente alla poesia. La famosa Meriggiare pallido e assorto nasce forse per caso; siamo negli anni della grande guerra. Il futuro poeta è chiamato ad assolvere il suo dovere di soldato.
Torna a casa nel ‘19, riprende a studiare e comincia a scrivere versi più seriamente di quanto non abbia fatto fino ad allora. Vengono pubblicati i suoi primi versi; l’editore Gobetti di Torino dà alle stampe Ossi di seppia, un volumetto che lo convince definitivamente che la sua vita sarà solo quella. Vivrà di poesia; i suoi versi e i suoi scritti cominciano ad essere accolti da riviste letterarie; perché ormai “è un letterato”, e come tale, a un certo punto, si trova a firmare il “manifesto degli intellettuali antifascisti”: siamo ancora lontani dagli anni ‘39-‘40; ma già, nel suo animo, sente che “qualcosa non quadra”

Lascia Genova per Torino, poi per Firenze, quindi Milano; viaggia come inviato speciale per un giornale, lavoro che lo porta in giro per il mondo; e le sue esperienze di viaggio influiranno in parte sulle poesie dell’età di mezzo, per essere poi raccolte e pubblicate nell’opera in prosa Fuori di casa.
Nascono, dopo la prima opera che gli dà subito la fama, Le occasioni, La bufera e altro, e, verso la fine, le poesie di Xenia e dei Diari che, insieme ad altri, andranno a confluire in Satura.
E’ senatore a vita per meriti artistici e Nobel per la poesia.
Gli ultimi anni li vive, malato e solo, con la sua, ancora “testa pensante”.


OSSI DI SEPPIA (1920-1927)

… una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di botti
glia…

.

Sono importanti, per il poeta, “il mare” e “la musica”; e il “tu” che usa per rivolgersi ad un interlocutore universale.
Gli “ossi di seppia” sono schegge di cuore e di mente, che descrivono, ora immaginaria, ora reale, la sua terra di Liguria e il suo mare di Genova, che per anni saranno una scenografia essenziale alle riflessioni e alle speranze del poeta; il verso scorre duro all’interno di una costruzione perfetta del “suo” endecasillabo, che fu il più bello del novecento letterario mondiale; ma il ritmo è spezzato, qua e là, da versi volutamente più brevi, spesso settenari, necessari alla pausa.

La lettura a voce alta degli Ossi ci porta all’orecchio in qualche modo, pur nell’asprezza dei vocaboli, nuovi per la poesia del primo novecento, una musicalità che ci fa pensare al Leopardi; diversa però è la sostanza dell’opera letteraria, pur “nella solitudine” che, a leggere i versi del nostro, lo avvicina al recanatese.
Il lirismo, fondamentale nei versi del Leopardi, nel nostro si trasforma totalmente nella sofferenza di una vita in prigione, prigione che il poeta malamente sopporta ma che purtroppo c’è; e a lui non resta che “saperla”.
Ecco allora il ricorso al “tu”, che egli, prigioniero senza speranza, usa per rivolgersi agli “altri ”, affinché recepiscano il messaggio e scampino alle catene della terra e del mare, dell’anima e della mente; perché accettino le speranze di fuga e di libertà che il poeta non sa più “crescere” dentro… e indica loro...


LE OCCASIONI (1928-1939)

la trama del carrubo che si spoglia
nuda contro l’azzurro sonnol
ento…

Il poeta s’avvede che “il mare” della sua giovinezza, non è solo nella sua Liguria, ma è “dovunque”.
Questo de Le Occasioni è un Montale meno istintivo, più maturo, rispetto agli “Ossi”.
E’ passato tanto tempo, in questi lunghi anni ha letto molto; D’Annunzio forse, Pascoli senz’altro; dai due ha preso le cose migliori; ma nel poeta de Le Occasioni, rispetto ai suoi predecessori, appare un gusto nuovo della poesia, che lo avvicina ai poeti liguri che ebbe amici e compagni nella sua prima età letteraria; ma è un gusto che da essi lo distacca per porlo su di un piano più elevato.

Il poeta affronta la realtà in maniera diversa da come ebbe a fare negli “Ossi”, e la plasma in modo da trasfigurarla in poesia nuova.
Ha abbandonato “il mare” e “la terra”, per gettarsi nello “infinito”, nello ” universo”.
Raccoglie la sua poesia “in poche righe e con frequenti pause”.
Oggi non è più al centro del creato come negli “ossi” ma sembra essere “spettatore in platea”, a mirare e notare la vita dell’umanità, come se questa si svolgesse su un immenso palcoscenico; allora, negli ossi, fu solitario e pensoso come il Leopardi, oggi vive tra la gente e cerca con essa il colloquio, anche se muto.


LA BUFERA E ALTRO (1940-1954)

La bufera che sgronda sulle foglie
della dura magn
olia…

.

E’ il terzo periodo dell’uomo Montale, ed è un nuovo poeta quello che scrive; un uomo maturo, sessantenne ormai, scettico sul suo futuro letterario, e poeta staccato (forse per questo) dalla realtà che lo circonda; raccoglie nell’opera versi antichi che facevano parte di un’operetta dal nome Finisterre, e ne inserisce di nuovi, ispiratigli da un mondo che non conosce più, che non è più suo, che sperimenta di malavoglia, perché in esso nutre poca fiducia..
Ha nel cuore e nell’anima ancora i rumori della seconda grande guerra, che gli lasciarono segni indelebili, segni che neppure la presenza assidua della Mosca, malata, riusciranno a cancellare, o quanto meno ad attenuare; la Mosca, che morirà e lo lascerà nella più sola solitudine.

Dicevamo della guerra; il poeta ha assistito al disfacimento morale universale, battaglie con migliaia di morti, poveri e malati, e feriti e lutti, e bombe e… insomma, non vede tutt’intorno che una incommensurabile “nube di pazzia“.

Ne La bufera e altro bisogna scavare pazientemente per trovare ciò che egli ha voluto nascondervi: la crisi dell’esistenza che non accenna a finire. Troppi morti hanno colorato di sangue “la terra” e“ il mare”… troppi sono rimasti “vivi” a piangere lacrime di “polvere” e “di sale”… Ed ecco allora i vivi e i morti accomunati da uguali sentimenti; più nessuna distanza tra i due stati. Siamo noi vivi, i morti, o sono loro morti, i vivi?
Nessuna risposta, per la sua poesia, eppure con una pazienza che rasenta la rassegnazione, (e il poeta, sostituendo il “tu” degli “ossi” - come sono lontani quei versi), interroga se stesso in silenzio, come il silenzio dei morti, e usa solo, adesso, l'“io”. Un “io” più spesso usato in fase negativa, a scavare dentro di sé, a cercare “nelle segrete cose dei vivi”, il divino: a domandarsi: dov’è Dio?… La ricerca di un qualcosa che “deve esistere” a giustificare i mali che non accennano a placarsi, fuori e dentro la sua anima, nell’anima del mondo intero, non sa se avrà fine, e quando…
S’interroga e si chiude nella sua solitudine, che, pur non volendolo, lo riporta al centro della sua opera prima, gli Ossi di seppia.

marcello de santis

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Galliano Masini

18 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Galliano Masini (1896 – 1986) nacque a Livorno all’indomani dell’assedio di Macallè, durante la guerra d’Abissinia, e deve il suo nome al protagonista di quell’episodio: Giuseppe Galliano.

Figlio di un pastaio, di aspetto ruvido, di carattere passionale, studiò solo fino a otto anni, fece poi molti mestieri prima di dedicarsi al canto: garzone di gelataio, apprendista fabbro, manovale, venditore ambulante di cocomeri e scaricatore di porto. Alla fine si arrese al fatto che il suo talento non sarebbe approdato a nulla se non si fosse dedicato alla musica a tempo pieno. Studiò, perciò, gratuitamente, a Milano. Provò a entrare nell’operetta ma fu scartato perché la sua voce era troppo pesante per il genere. Partecipò alla Parisina di Mascagni, debuttando al Goldoni nel 1914, con la corale cittadina Costanza e Concordia.

Dopo aver prestato servizio militare durante la prima guerra mondiale, poté cantare ne la Lodoletta, sempre di Mascagni, grazie all’indisposizione di un titolare, ma la sua consacrazione si ebbe nel 24, sempre al Goldoni, il giorno di Natale, con la Tosca di Puccini, e da lì partì la sua luminosa carriera che lo portò ad essere uno dei tenori più popolari, sebbene non quanto Beniamino Gigli e Giacomo Lauri Volpi. Cantò al Metropolitan di New York e a Buenos Aires ma soprattutto in Italia, non dimenticando mai la sua città che gli tributò sempre un affetto speciale, nonostante altri bravi cantanti avessero avuto lì i loro natali.

Chi cantava con lui lo apprezzava e lo considerava una delle più belle voci tenorili dell’epoca, anche se all’inizio partì quasi come baritono. Le malelingue dicono che il soprano Magda Olivero lo abbia definito “lento”, non nel canto bensì nel pensiero. I critici affermano che la sua voce aveva tutti i pregi e i difetti dei tenori italiani dell’epoca, cioè un bel tono, un’espressione diretta, ma suoni alti troppo protratti e singhiozzanti. Si trascinò per tutta la vita una bronchite cronica, contratta a Milano, che lo mandava spesso in scena in cattiva forma e gli procurava stecche famose fra i melomani. Ebbe dei contrasti con Mascagni, che lo definì “un corista”, e questo bastò a dividerli, dato il carattere impulsivo di Masini, ma la sua crescente popolarità decretò la loro riconciliazione. Masini fu un memorabile Turiddu in Cavalleria Rusticana.

Il suo volto fu notato nel cinema, partecipò ad alcuni film. La sua voce, con gli anni, andò declinando e si arrochì, ma Masini continuò a cantare fin oltre il secondo dopoguerra ed ebbe il coraggio, nel 55, di debuttare nel ruolo di Otello sempre al Goldoni. Fu nella sua città che, nel 57, cantò per l’ultima volta in Tosca e ne I pagliacci.

Non restano molti suoi dischi poiché diffidava delle sale d’incisione e si esprimeva a pieno solo sul palcoscenico.

Morì nella sua casa di Livorno, nel 1986, una settimana dopo il suo novantesimo compleanno.

Galliano Masini (1896 - 1986) was born in Livorno in the aftermath of the siege of Macallè, during the Abyssinian war, and owes his name to the protagonist of that episode: Giuseppe Galliano.

Son of a rough-looking, passionate pasta maker, he studied only up to eight years, then did many jobs before devoting himself to singing: ice cream shop boy, blacksmith apprentice, laborer, watermelon street vendor and docker. Eventually he surrendered to the fact that his talent would not have come to nothing if he had not devoted himself to full-time music. He therefore studied for free in Milan. He tried to enter the operetta but was discarded because his voice was too heavy for the genre. He took part in Mascagni's Parisina, making his debut at Goldoni in 1914 with the choral town Costanza and Concordia.

After going to the army during the First World War, he was able to sing in the Lodoletta, also by Mascagni, thanks to the indisposition of a titular, but his consecration took place in 24, always at Goldoni, on Christmas day, with Tosca by Puccini, and from there he started his bright career which led him to be one of the most popular tenors, although not as much as Beniamino Gigli and Giacomo Lauri Volpi. He sang at the Metropolitan in New York and in Buenos Aires but above all in Italy, never forgetting his city which always gave him a special affection, despite the fact that other good singers had been born there.

Those who sang with him appreciated him and considered him one of the most beautiful tenor voices of the time, even if at the beginning he started almost as a baritone. The gossips say that the soprano Magda Olivero called him "slow", not in singing but in thought. Critics say that his voice had all the strengths and weaknesses of the Italian tenors of the time, that is, a nice tone, a direct expression, but loud sounds too protracted and sobbing. He suffered his whole life of a chronic bronchitis, contracted in Milan, which often sent him on stage in bad shape and gave him bad reputation  among the music lovers. He had contrasts with Mascagni, who called him "a chorister", and this was enough to divide them, togheter with Masini's impulsive character, but his growing popularity decreed their reconciliation. Masini was a memorable Turiddu in Cavalleria Rusticana.

His face was noticed in the cinema, he participated in some films. His voice, over the years, declined and became hoarse, but Masini continued to sing until after the Second World War and had the courage, in 55, to debut in the role of Otello, always at Goldoni. It was in his city that, in 57, he sang for the last time in Tosca and in I pagliacci

Not many of his records remain since he distrusted the recording rooms and expressed himself fully only on the stage.

He died in his Livorno home in 1986, a week after his ninetieth birthday.

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Ci ho o c'ho?

17 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cultura

Ci ho o c'ho?

ERRORI E ORRORI

Va bene dire a mamma, mamma ho fame
ma si può dire anche ma’ c’ho fame
e aggiungere per gli altri: c’hanno sete
e ricordare: anch’io c’avevo sete.

Adesso tutti scrivono così,
scrittori giornalisti e poetastri
gentaglia da strapazzo, scrittorastri
che non sanno le regole…

C’hanno solo le fregole
di mostrarsi istruiti e intelligenti.

Ma sono poco più che dilettanti
della scrittura, quella letteraria.
La loro è una scrittura secondaria
che deve andare al rogo.

Ancora un poco
e andrem tutti a ramengo,
lo affermo e lo sostengo,
se non torniamo presto alla cultura,
alla cultura vera.

A legger certe cose
scritte in modo incosciente
mi vien da rigettare.

Ravvediamoci in tempo!
Torniamo a compitare
in un modo decente!
Riprendiamo immanente la lettura
dei classici, dei grandi…

E tornerà così la primavera
della letteratura.


Ho scritto questi pochi versi “balzani”, prendendo a prestito un aggettivo che Dino Campana - il poeta folle di Marradi, autore della più grande opera innovativa del novecento ,“I canti orfici”- usava per definire le poesie bislacche dei futuristi. Ho scritto questi pochi versi mettendo volontariamente nelle prime righe degli “errori/orrori” di ortografia, di grammatica, di sintassi, o come volete chiamarli. Direi piuttosto orrori, ché definirli errori è un eufemismo. Purtroppo è invalso oggigiorno questo malsano modo di usare la particella “ci” apostrofata; quando le regole della letteratura seria non lo permettono.
Veniamo al dunque. Scrivere, ad esempio, come ho fatto io c’ho fame, vuol dire di conseguenza leggere: cò fame; e così c’hanno sete, si legge “canno sete”, e c’avevo sete: “cavevo sete”.
Purtroppo gli scrittori di oggi, e anche qualche poeta (ma in poesia, debbo dire, ne ho riscontrati pochi di simili sgorbi) sono soliti comportarsi in tale maniera. E quello che è più grave, è il fatto che le case editrici ammettono che si compiano tali “reati letterari”.
Un giorno lessi sulla terza pagina di un quotidiano - sapete, la pagina che ogni giornale dedicava alla cultura (recensioni, presentazioni di libri, critiche) - un titolo a otto colonne che dettava così: Il nuovo vocabolario della lingua italiana: che c’azzecca! Con chiaro riferimento a un’esclamazione usata dall’allora nuovo entrato in politica.
Ma quell’illustre giornalista, di cui non faccio il nome ma che posso assicurare andava e va per la maggiore, pensava erroneamente che tutti avrebbero letto come pronunciava il politico: che ciazzecca! non rendendosi conto, ahi lui meschino, che la lettura esatta di quell’obbrobrio letterario è: CHE CAZZECCA! Ma è possibile non rendersi conto dell’errore/orrore in cui scrivendo in tal modo si incorre?
Leggo purtroppo così anche in romanzi di autori stranieri; quindi anche i nostri traduttori (che debbo riconoscere sono molto bravi, invero) si adagiano alla bisogna e alla consuetudine invalsa.
Bene, ho scritto (e scrivo, quando mi capita) a diverse case editrici, indicando la pagina o le pagine del libro in cui ho riscontrato o riscontro l’errore/orrore; nessuna si è degnata e si degna di rispondere (almeno per cortesia, o magari solo per giustificare questa nuova (assurda!) forma di scrittura); e tanto meno alcuni autori e traduttori cui ho inviato le mie rimostranze.
Allora mi sono rivolto all’Accademia della Crusca, la famosa istituzione con sede in Firenze, che riunisce studiosi ed esperti di linguistica e filologia italiana per esporre il problema.
Cercando in rete ho trovato la risposta, riferendo la suddetta accademia ciò che Luca Serianni, insegnante di storia della lingua italiana nell'università di Roma La Sapienza, accademico della “crusca” e direttore degli studi linguistici italiani e degli studi di lessicografia italiana, ha scritto in proposito ne La crusca per voi.

Voglio illustrare brevemente cos’è La crusca per voi. Si tratta di un foglio che l’accademia fiorentina pubblica ogni sei mesi ed è indirizzato alle scuole e a tutti quelli che amano in qualche modo la lingua del nostro paese. Io ho ricevuto il foglio per diversi anni, poi, per gravi difficoltà economiche dell’istituto, l’invio venne sospeso, e non ho più provveduto a richiederlo. Il foglio suddetto offre consulenze a chi ne fa richiesta e fornisce risposte a quesiti di carattere grammaticale e sintattico; e più in generale linguistico.
Veniamo al punto che ci interessa: ci con il verbo avere.

«Col verbo avere si è sempre più diffusa nell'italiano parlato di ogni regione l'inclusione dell'elemento ci, dando quasi luogo a un paradigma diverso: non ho, hai, ha, ma ciò, ciai, cià. Quando forme del genere, tipiche dell'oralità, devono ricevere rappresentazione scritta sorgono problemi. Naturalmente non è possibile adottare Iscrizioni come *c'ho...” (Luca Serianni)

Avete capito bene: non è possibile usare c’ho.

Sono andato ancora a cercare tra i miei circa quattromila libri, perché ricordavo di avere qualcosa sull’argomento, e ho rinvenuto (a fatica) un volumetto dal Serianni curato, dal titolo Eig – italiano, grammatica, sintassi, dubbi” (dove Eig sta per enciclopedia italiana Garzanti, una garzantina del 1997 molto attuale e per me, ma ritengo per tutti, utilissima).
Ecco quanto l’illustre accademico riporta.

In molti usi idiomatici il verbo Avere si presenta combinato con l’elemento ci.
Si tratta di modi esclusivi della lingua parlata, che sarebbe difficile trasferire nello scritto non solo per ragioni stilistiche, ma anche per difficoltà grafiche.
Come rendere l’elisione della vocale e i ci davanti al verbo Avere?
Non si può scrivere c’ho, c’hai, c’ha, c’abbiamo, c’avete, c’hanno, che corrisponderebbero a una pronuncia cho, chai, cha e via di seguito, e mantenendo intatta la particella si suggerirebb
e una pronuncia inesistente.”

Io ho fatto tantissimi anni fa il liceo classico, negli anni in cui fare il classico voleva dire uscire maturi nel vero senso della parola e con quell’insieme di informazioni che, una volta dimenticate, sarebbero diventate cultura. Bene, a noi hanno insegnato che ci non si può mai elidere davanti a vocali che non siano i ed e. Esempi: “c’invitano”, “c’eravamo”.

Mi pongo una domanda: oggi, che cosa insegnano ai licei in generale?

Quando scrivo le mie modeste cose, poesie e racconti nel mio durissimo dialetto tiburtino, scrivo tutt’attaccato, ad esempio: presente indicativo: io ciàgghio, tu cia’, issu cià, nui ciavémo, vui ciavéte, issi ciànnu, (io ho, tu hai, ecc.). E all’imperfetto: io ciavéa, tu ciavì, issu ciavéa, nui ciavèmmio, vui ciavèvvio, issi ciavéanu (io avevo, tu avevi, e così di seguito).
E non ci penso minimamente ad elidere (c’agghio, c’avì, c’avéa, c’avèmmio, c’avèvvio, c’avéanu, perché leggerei caggio, cavì, cavéa, etcc…).
Però scrivo c’èmmio iti (ci eravamo andati), c’èvvio iti (ci eravate andati), etcc. proprio perché conscio di una corretta forma.

Debbo concludere però riportando ancora alcune righe di Luca Serianni, importanti:

"D'altra parte, anche la grafia ci ho, ci hai - che è quella a cui ricorse un grande scrittore sensibile alla rappresentazione del parlato, il Verga - non è soddisfacente, perché suggerisce una pronuncia della vocale [i] che in realtà non esiste

Quindi intende, anche se non lo dice, che sarebbe meglio eliminare anche questo modo di scrivere.

Mi chiedo ancora e chiedo: perché si continua, in romanzi, racconti, articoli di giornali, saggi e quant’altro, a incorrere in tale bruttura? Non viene mai in mente a nessuno dei cosiddetti scrittori, giornalisti e traduttori (quasi tutti, purtroppo, come se si fossero passati parola) di stare commettendo uno scempio della lingua? O a costoro lo impone qualcuno? (Sia pure una tradizione letteraria “errata”?)
E che dire degli editori che pure hanno dei revisori ante-pubblicazione istruiti anch’essi, essendo a loro volta scrittori e letterati?

E’ un peccato. Un vero peccato.

marcello de santis

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Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo

16 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione, #recensioni

Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo

SINOSSI: Dopo aver saturato il mondo cinematografico, lo zombie ha trovato nuovo terreno fertile in televisione, dove il personaggio sta vivendo una seconda giovinezza. Dal successo mondiale di The Walking Dead allo spin-off Fear The Walking Dead, dalla sorpresa Dead Set al commovente In the Flesh, passando dalla sfrontatezza marcata Asylum di Z-Nation fino alla delicatezza romantica del francese Les Revenants, questo volume raccoglie le migliori serie tv zombesche che stanno affollando le televisioni di tutto il mondo, analizzandole criticamente e raccontandone la genesi. Prefazione di Paolo Di Orazio.

DALLA PREFAZIONE: [...] Non voglio anticipare cose che leggerete in questo splendido trattato, soltanto limitarmi a raccomandarne una lettura attenta e amorosa, e la divulgazione poiché personalmente vedo necessario erigere uno spartiacque tra ciò che è horror e ciò che non lo è. E questa operazione la si può compiere con successo cibandosi di questo libro ben scritto, che ci porta a spulciare nella produzione mondiale dei film sul morto vivente (ma anche per renderci conto di quanto l'Italia sia distante da quel che accade nel resto del mondo).

L’AUTORE: Marcello Gagliani Caputo è scrittore, saggista e critico cinematografico e letterario. Ha pubblicato Bad Boys - La Figura del cattivo nell’immaginario cinematografico per la Morpheo Edizioni, ha partecipato al libro Christopher Lee - Il Principe delle Tenebre, Profondo Rosso Edizioni e al volume Il Cinema di Michael Winner (Edizioni Il Foglio). Ha pubblicato la prima monografia su David Fincher, The Fincher Network (Bietti Edizioni), e ha partecipato al saggio The Walking Dead - L'evoluzione degli zombie in tv, nel fumetto e nel videogioco edito da Universitalia. Nel 2014 ha pubblicato l’ebook Zombie al cinema per Fazi Editore, mentre l'anno dopo Guida al cinema di Stephen King, Universal Monsters - L'epopea dei mostri in bianco e nero e Guida al cinema di Bud Spencer e Terence Hill. Alla sua squadra del cuore, la Juventus, ha dedicato la collana Almanacco Juventino - Tutte le partite della Juventus dal 1930 al 2014 e l’ebook Da Platini a Pogba - La Juventus dei campioni francesi (Delos Digital), mentre ha raccontato la storia della Champions League nel libro Champions Italia - Le italiane e la Coppa dei Campioni.

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Fred Buscaglione

15 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fred Buscaglione

Quell'anno io avevo ventun'anni, li avrei compiuti appena un mese dopo. Erano gli anni belli della giovinezza, e, per qualcuno di noi, del primo amore. E pure dei primi esami all'università. Io avrei voluto iscrivermi alla facoltà di medicina, e oggi, sono sicuro, sarei stato un ottimo chirurgo, conoscendo la mia voglia di arrivare, che già da allora mi sentivo dentro. Ma a casa i soldi non bastavano mai, e mio padre, infermiere, ripiegò, proponendomi giurisprudenza (ci teneva ad avere un figlio laureato), facoltà che frequentai alla meglio, ma che non portai a termine; senza rimpianti, ché non la sentivo mia, anche se le nozioni di legge mi servirono nella vita per il mio lavoro; lo feci felice ugualmente, mio padre, diventai direttore e funzionario bancario di alto grado.

Era, quello, il 1960. Il giorno: 3 del mese di febbraio. Un cantante, che stava andando alla grande, Fred Buscaglione, uscendo dal suo lavoro di night club, ritornava a casa, con la sua Ford, una Thunderbird tanto appariscente nel suo colore rosa shocking, e si schiantò contro un muro percorrendo le vie di Roma. Fu soccorso da alcuni passanti e, con un autobus urbano della linea 90, fu portato al pronto soccorso dell'ospedale più vicino; ma non ci fu niente da fare.

Poi si venne a sapere che era diretto agli studi di Cinecittà per girare una pubblicità (era già famoso per altri spot nei quali aveva recitato), l'aspettavano le maestranze, regista, segretaria e sceneggiatori, e la più famosa maggiorata dell'epoca, quel mammifero modello 103, come l'avrebbe definita lui nella sua celebre canzone dal titolo Che bambola!, quell' Anita Ekberg che, per il suo fisico esplosivo, si meritò il nome di Anitona e che di lì a poco avrebbe raggiunto l'apice del successo con la dolce vita di Federico Fellini.

Finì così, amaramente, la breve vita - aveva appena 39 anni - di Ferdinando Buscaglione.

Di famiglia torinese, trapiantato nella capitale, dove presto aveva raggiunto il successo con le sue canzoni fuori della norma, nelle quali si parlava di bambole, di pistole, di pupe, di whisky facili, di gin. Con quella sua faccia pacioccona, resa dura (almeno così pensava lui per apparire tale, un duro, per l'appunto, nei racconti delle sue canzoni) da un paio di baffetti alla Clark Gable. Ma dentro il petto gli batteva un cuore di panna, dolce e delicato come il suo sorriso bambino, sorriso che aveva ammaliato tutti i suoi fans, ma soprattutto le sue fans, che si sentivano morire alla sua elettrizzante presenza. Bucava il teleschermo, il buon Fred; bucava lo schermo di quegli apparecchi televisivi, grossi scatoloni con il catodo posteriore ingombrante, e con le valvole antiche che oggi sono solo un lontano ricordo di una vita diversa.

Sono Fred, dal whisky facile... cantava ammiccando con gli occhi socchiusi e il volto atteggiato a gangster, che gli riusciva così bene, mentre il sax del suo complesso lo accompagnava con un sottofondo vellutato, come solo un artista sapeva fare. E chissà se quella notte non sia stato proprio un bicchiere di whisky o di gin, (che lui amava tanto), stavolta un bicchiere di troppo, a offuscargli i riflessi e a condurlo a morire al volante della sua spider rosa. Una macchina degna di un divo di Hollywood, che non passava davvero inosservata, specialmente nelle sue uscite notturne, che non gli sarebbe servita più.

Era figlio di un modesto operaio torinese, e, prima di affermarsi nel mondo della canzone e della tivu - di quella tivu in bianco e nero che stava muovendo i primi passi in un'italia che stentava a uscire dai danni di una guerra devastante - aveva fatto di tutto: mille mestieri, dal fattorino all'apprendista alle dipendenza di un dentista. Ma non era quello il suo mondo, non poteva esserlo. Con quella faccia un po' così, come avrebbero detto più tardi i cantautori genovesi, doveva essere qualcuno. E si disse che sì, lo sarebbe diventato.
Intanto, al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino studia il contrabbasso con il maestro Gino Filippini, e, per pagarsi gli studi e per non pesare sulle spalle della famiglia, comincia a cantare e suonare canzoni jazz presso i night club. Conosce Leo Chiosso, anche lui piemontese (Fred ha appena 25 anni), che diventerà uno dei migliori parolieri della canzone italiana, anche lui appassionato di jazz . Pensate, con Chiosso, Buscaglione scriverà una cinquantina di canzoni, quelle canzoni che chiameranno criminal songs, scenette e raccontini in musica, sceneggiati e interpretati magistralmente con la sua voce roca e accattivante, sguardo da duro, sigaretta tra le dita, e un bicchiere di gin o di whisky in mano, che beve appoggiato al pianoforte, recitando il duro davanti alla telecamera.

C'è la guerra, e i due si perdono di vista. Chiosso parte con gli alpini e, catturato dai tedeschi, sarà deportato. Buscaglione lo crede morto, poi lo sente per caso alla radio, suona, infatti, con la band degli alleati all'emittente di stato di Cagliari, e spera di incontrarlo alla fine delle ostilità. E' ciò che avviene; si ritrovano a Torino alla fine della guerra e comincia il loro sodalizio, che darà alla musica italiana canzoni indimenticabili. Canzoni ispirate alle gang americane, alle donnine facili, alle vamp, alle pupe e ai gangster (tutt'e due, ma più Chiosso, erano amanti dei romanzi polizieschi d'oltre oceano).

Fu a questo punto che Buscaglione pensò bene di creare il suo personaggio, che lo avrebbe reso famoso per la poca vita che gli restava: il bullo, lo spaccone. Ma il mercato discografico non era pronto per recepire quelle smargiassate in musica.

Solo quando una loro canzone Tchumbala bey raggiunge il successo grazie a Gino Latilla, ci si accorge di Fred Buscaglione, e di riflesso del suo paroliere, Leo Chiosso. E' il 1953. L'anno appresso la Cetra gli fa firmare un contratto e Fred inizia a volare. Due anni dopo, è il 1956, il primo grande successo: Che bambola!

Fred non avrebbe mai pensato che la sua effimera gloria sarebbe finita con lui solo quattro anni dopo. Una breve vita che fu sufficiente a fargli vivere giorni e sogni di gloria. Se ne andò così, come mille volte aveva descritto la scena nelle sue criminal song, lasciando una bella moglie, che era entrata a far parte del suo complesso musicale, gli Asternovas, (alla sua scomparsa si sciolsero e non se ne seppe più niente). Lei sognata, amata, lasciata (non la tradì mai, anche se si allontanò per ritornare a lui poco prima di quel tragico 1960), Fatima Robin's, una giovane ragazza marocchina, bellissima, seducente, affascinante, carnale, che interpretò il sogno erotico di Fred Buscaglione, e che incarnò la pupa di cui egli narrava nelle sue canzoni.

Fatima aveva nove anni meno di lui, e, pur essendo originaria del Marocco, era nata a Dresda, in Germania, aveva cominciato ad essere conosciuta come contorsionista in un gruppo che si esibiva nei circhi, il Trio Robin's, appunto, composto dalla sorella e dal padre. Conobbe Fred nel 1949, aveva 19 anni e lui 28, si frequentarono per alcuni anni e poi si sposarono nel 1954.

Fu così che entrò a far parte del complesso del cantante; anche Fatima si esibiva ai microfoni, con la sua bella voce calda eseguiva le canzoni che allora giungevano d'oltre oceano, The lady is a tramp, Pretty eyed baby,A foggy night on Saint Francisco, e altre, mentre Fred cominciava con le sue composizioni strane.

Gli Asternovas, Buscaglione li conobbe a radio Sardegna quando si esibivano con gli alleati, e da allora non si lasciarono più. Pensate quali nomi formavano il complesso: Fred suonava il violino, altro strumento che portava sempre con sé e non rinnegò mai, Franco e Berto Pisano, fratelli, rispettivamente la chitarra e il contrabbasso, Gianni Saiu la chitarra, Carlo Bistrussu la batteria; a questi poi si aggiunsero anche altri due elementi, Giulio Libano e Sergio Valenti. Poi Buscaglione abbandonò il violino e diventò la voce del complesso, affascinato da quel grande attore americano che risponde al nome di Clark Gable, creò il suo personaggio che non abbandonò mai. Nel tempo il complesso variò più volte, si aggiunsero altri elementi di vaglia, al piano, prima Dino Arrigotti poi Paolo Zavallone, alla batteria Bistrussu fu sostituito da Ulderico Rovero, poi il tocco finale fu dato da Giorgio Giacosa, che suonava il sassofono, il clarinetto e il flauto. La formazione, che girò l'Italia e l'Europa da cima a fondo, per approdare anche alla televisione di stato, si chiamava Fred Buscaglione e i suoi Asternovas.

Il nostro ci ha lasciato (con le parole dell'amico Leo Chiosso) canzoni indimenticabili, come Eri piccola!, Porfirio Villarosa (che per fare la rima facile, faceva il manoval a la viscosa), Il dritto di Chicago, Teresa non sparare. E le canzoni lente, melodiche, come ad esempio Guarda che luna; o come Love in Portofino, che poi fu ripresa dopo la sua morte dal grande Johnny Dorelli, il quale ne fece un suo personalissimo successo internazionale.

Quanti pomeriggi da bravi liceali passammo, abbracciati alle nostre ragazze, cullandoci su una mattonella, sulla voce roca di Fred Buscaglione, che sprigionava tutta la sua malia da quei quarantacinque giri! Sono passati cinquant'anni, e le sue canzoni non si sentono più molto nelle trasmissioni delle varie radio. Ma è stato un fenomeno che nessuno potrà mai dimenticare.
Quel gangster dal cuore tenero, quando cantava Guarda che luna, lasciava emergere la parte più malinconica della sua dolce personalità.

Guarda che luna, quando la ascolto, ancora oggi mi riporta indietro; ai miei vent'anni, che, come Fred, non torneranno più


marcello de santis

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Il dente da latte

14 Ottobre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Il dente da latte

Un racconto inedito dedicato alla neo premiata con il nobel della letteratura 2015 Svetlana Aleksievic

Il dente da latte

Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze.

Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione.

La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.

Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale.

Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.

Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.

Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’ della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.

Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.

Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare.

Così, in un momento, senza preavviso, tanto che l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.

Morirono tutti.

Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa, a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione.

La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirotecnici.

Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo, al mondo, di un villaggio popolato ora di fantasmi.

Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie, trascorsi i giorni di quarantena.

Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti.

Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.

Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.

“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.

-Prima o poi cadrà da solo- dicevi!

-Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.

“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.

Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.

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Mario Riva

13 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #televisione

Mario Riva

Si chiamava Mariuccio, in verità, e di cognome faceva Bonavolontà. Eh sì, Bonavolontà, perché Mario era figlio del grande compositore napoletano Giuseppe Bonavontà, autore delle celebri canzoni 'E stelle 'e Napule - scritta su testo di Michele Galdieri (ricordate Munasterio 'e Santa Chiara, bene, l'autore delle parole è Galdieri)- e l'altra, che mise in musica le parole di Tito Manlio, dal titolo 'O mese d' 'e rrose.

Mario Riva cadde, mettendo un piede, in fallo dalla passerella del palcoscenico dell'arena di Verona, mentre sovrintendeva le prove per la sua trasmissione, che da qualche anno riscuoteva uno dei più grandi successi mai riscontrati in programmi televisivi, Il Musichiere; c'era una botola aperta e non la vide, rovinò da un'altezza di cinque sei metri.

Era il 21 agosto dell'anno 1960. Fu ricoverato in ospedale, dove gli riscontrarono fratture gravi e e lesioni interne ancora più gravi; i medici fecero di tutto per salvargli la vita, mentre tutti gli italiani restavano attaccati ai notiziari, che radio e televisione davano di continuo; ma non ci fu niente da fare, ché sopravvennero, come quasi sempre accade in questi casi, complicazioni ai polmoni e al cuore. Mario Riva aveva una forte tempra, ma, ciò nonostante, non resistette a lungo. Dopo una decina di giorni morì, era appunto il 1° di settembre 1960.

Lo ricordano quelli della mia età per il grande successo che riportò - in una televisione in bianco e nero - con quel suo programma musicale che si chiamava, come ho detto più sopra, Il Musichiere, dove due concorrenti, seduti in pizzo in pizzo ad una sedia a dondolo, per essere pronti a scattare, dovevano indovinare nel più breve tempo possibile il motivo suonato dall'orchestra in studio, diretta dal maestro. Una breve corsa e i concorrenti dovevano suonare una campana e dare il titolo della canzone. A volte indovinavano ascoltando sole due/tre note. E c'erano concorrenti davvero molto in gamba. Colui che vinceva la serata, tornava la settimana successiva, a confrontarsi con altri concorrenti; fino a che non veniva eliminato da un altro più bravo di lui.

Con Mario Riva se ne andò uno degli uomini di spettacolo più amati dagli italiani. Era un animo buono dentro un corpo alquanto robusto, una bella pancia, diciamo, e un viso paffuto che ti guardava con i suoi occhi non proprio allineati. E qualcuno glielo diceva, per scherzare, o (il malvagio) per rilevargli uno dei pochi difetti che riusciva a trovargli: ma con quegli occhi storti che hai… E lui, col sorriso sulle labbra e l'arguzia nel cuore, non facendo distinzione tra i due, rispondeva che il suo era uno strabismo di venere, ma che te credi!
Ricordo che, allora, io ragazzo di vent'anni o poco più, pochi mesi prima che lui cadesse, avevo fatto presso la Rai una delle tante selezioni per partecipare come concorrente al Musichiere.
La prova, davanti a due esaminatori, andò bene, anzi benissimo, ché ero un profondo conoscitore di canzoni, di autori e di tutte le formazioni musicali che allora si alternavano nelle varie ore della giornata in diretta alla Rai. In diretta, sì, perché ogni trasmissione a quei tempi andava in diretta; ricordo che si esibivano, ognuno per mezz'ora, con i propri cantanti, il maestro Cinico Angelini, Armando Fragna, Francesco Ferrari, Pippo Barzizza; e conoscevo tutte le sigle dei vari complessi, e i cantanti che facevano parte dell'orchestra. Tornai a casa, quindi, con la speranza di essere chiamato quanto prima, anche perché mi fecero capire che dovevo stare in campana ché avrebbero potuto telefonarmi in qualsiasi momento. Ma venne la disgrazia, e sfumò la vita di Mario Riva; e sfumò il mio sogno di ragazzo appassionato di musica

Era una trasmissione che veniva seguita da milioni di telespettatori, in quelle prime serate di fine anni cinquanta che vedevano ospite, tra una gara e l'altra, gente di cinema e di teatro, di circo e di sport, attori americani, campioni di ciclismo, cantanti italiani e stranieri. Ancora oggi c'è chi, come me, non ha mai dimenticato la sigla della trasmissione, che Mario cantava con quella voce che tutto era fuorché la voce di un cantante, ma sgorgava dal cuore. Con la mano tesa verso gli spettatori, Mario Riva donava la canzone e, con essa, quei quattro soldi di felicità a tutti i presenti in studio e agli spettatori davanti allo schermo nelle case. Mentre alle sue spalle, indimenticabile anche lui, il maestro Gorni Kramer, coi suoi baffetti che gli coprivano un perenne sorriso, lo accompagnava nei suoi viaggi musicali.

Domenica è sempre domenica,
si sveglia la città con le campane.
AI primo din-don del Gianicolo
Sant'Angelo risponde din-don-dan.

Domenica è sempre domenica
e ognuno appena si risveglierà
felice sarà e spenderà
sti q
uattro s
oldi de felicità.

Lo accompagnavano sulla barca piena di allegria e buonumore, oltre ai concorrenti e al maestro Gorni Kramer, due signorine di buona famiglia: Lorella de Luca e Alessandra Panaro, che furono le prime vallette successivamente approdate al grande schermo per tanti film di successo. I due cantanti ufficiali della trasmissione erano una dolce ragazza, che si chiamava Nuccia Bongiovanni, e un giovane di belle speranze dalla voce calda e vellutata, Paolo Bacilieri.

Quanti film ha girato, più di 50, il buon Mario, e con tutti i migliori registi italiani. Aveva fatto coppia, ma una di quelle inseparabili per quei tempi, con il suo grande amico fraterno Riccardo Billi; Mario Romano romanaccio, Riccardo Toscano toscanaccio, di Siena. Talmente bravi tutt'e due che non si sapeva chi fosse il comico base e chi la spalla (come si definiva il supporto indispensabile per gli sketch che proponevano due attori in coppia).

Per parlare di questo stupendo personaggio, su cui ci sarebbe molto da dire, ci vorrebbe spazio e tempo. Ma il mio intento è solo quello di far ricordare, a quelli che lo hanno conosciuto, che era un uomo buono e generoso che sprizzava allegria da tutti i pori; ai giovani, che non ne sanno niente, di destare la loro curiosità.

Andate a conoscerlo coi mezzi che la tecnologia moderna oggi pone a disposizione, internet e Youtube, soprattutto; troverete sketch, canzoni, interviste, fotografie, filmati, monologhi e duetti col suo grande amico Riccardo Billi.


Marcello De Santis

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Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"

12 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"

Senza scontrino non si esce

Flavia Todisco

Robin edizioni, 2015

pp 144

12,00

Avessimo fra le mani Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, invece che Senza scontrino non si esce di Flavia Todisco, penseremmo di star leggendo non racconti bensì splendidi incipit di romanzi, scritti con grande padronanza di stile e nati, probabilmente, da un’idea, da un capriccio, da un’atmosfera o da un’immagine, sviluppati con virtuosismo, sebbene penalizzati da un uso fin troppo precisino della punteggiatura e da un reiterare di certe formule che, alle lunghe, non sorprendono più. Ma la parte finale è sproporzionata nella sua fulmineità, sembra messa lì a giustificare il resto, come una specie di, appunto, scontrino che il lettore deve portarsi via all’uscita perché tutto trovi un senso.

Le trame sono particolari, nascono dal puro piacere di narrare, mescolato a un certo realismo magico, a un’atmosfera fantastica e surreale che ci riporta ancora una volta a Calvino. I personaggi sono i più svariati e fantasiosi: bizzarri inventori di sorrisi, gabbiani che uccidono piccioni, costruttori di muri, amanti trasformati in facoceri, amanti alla fine del mondo etc. Di buono, oltre allo stile - che ricorda addirittura i sudamericani, Marquez e la Allende, e contempla attacchi magistrali - c’è la molteplicità delle storie e quella ironia palese ma bonaria, non sarcastica, che pervade e alleggerisce tutti i racconti. L’autrice si diverte a mostrare la realtà attraverso una lente deformante, a creare personaggi simili a figure teatrali, che si muovono per breve tempo su un palcoscenico, attraversandolo per poi scomparire con un guizzo finale. Anche quando sono negativi, l’occhio che li scruta non è mai carico di disprezzo, semmai di curiosità.

Ogni buon novelliere sa inventare di volta in volta vicende che non si somigliano fra loro, che sorprendono per l’originalità. Flavia Todisco in questo è molto brava, i ventidue racconti sono tutti diversi l’uno dall’altro, anche se, forse, la raccolta include qualcosa di troppo, qualcosa che, magari, sarebbe stato meglio espungere o sviluppare in altra sede (vedi, ad esempio il racconto Uscite di scena).

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