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La prima mortadella non si scorda mai

20 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette, #luoghi da conoscere

La prima mortadella non si scorda mai

Recentemente la rivista statunitense Forbes ha eletto la regione Emilia Romagna come regina della cucina nel mondo. Non c'era bisogno di un parere tanto autorevole per decretare tra i cibi migliori in assoluto il parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma e i tortellini, ma io oggi desidero spezzare una lancia verso il salume tipico emiliano che viene considerato il parente povero del prosciutto famoso nel mondo. Parlo della mortadella di Bologna, esclusa dalla lista degli alimenti “in” pur essendo oramai apprezzata anche in America, che ne importa più di 400 tonnellate ogni anno.

Sono ormai lontani i tempi rappresentati nel film di Monicelli “La mortadella”, in cui Sofia Loren, veniva bloccata in aeroporto, perché cercava di portarla clandestinamente a New York, contravvenendo al divieto di importazione, eliminato soltanto nel 2000. Debbo dire che recentemente la mortadella, nostra rosea “eroina”, punteggiata di bianchi lardelli, con le sue paciose rotondità, ha vissuto un momento di vera celebrità e il suo nome è comparso su TV e giornali grazie all'ex primo ministro Romano Prodi cui era stato attribuito il nomignolo di “mortadella”appunto. Soprannome immeritato peraltro, essendo lo stesso originario di Reggio Emilia, per cui più adatto sarebbe stato “stracotto di somarina”, tipico piatto della sua città.

Inspiegabilmente la mortadella risulta essere un salume sottovalutato forse per la sua forma da grosso salame o per il prezzo tutto sommato economico, eppure ha una sua storia di gran rispetto e vanta di essere sempre stata sulle tavole dei potenti come pregiata leccornia.

Le sue origini si perdono nella notte dei tempi, si parla della sua presenza già all'epoca degli antichi Romani da qui deriva, pare, l'etimologia del suo nome, “farcimen murtarum” da mortaio, ovvero dall'attrezzo usato per tritare finemente la carne di maiale e preparare la ben nota polpa. Nel Medioevo era già considerata un cult e soltanto la corporazione dei Salaroli aveva il privilegio di confezionare la vera mortadella e apporvi il marchio originale di “garanzia”, come si direbbe oggi DOC. I luoghi di commercializzazione erano le botteghe dei Lardaroli, prosperanti all'epoca dei Comuni, dove si vendeva tutto il commestibile, dai prodotti della terra agli animali vivi. Negli statuti della corporazione sono indicate la qualità della carne e le modalità di macellazione, ma non viene mai indicata la ricetta della mortadella, tenuta segreta nei secoli e tramandata oralmente soltanto ai membri.

La prima ricetta scritta risale al 1600 ad opera dell'agronomo Vincenzo Tanara che descrive le parti di carne grassa e magra da usare, le spezie, il pepe e quant'altro. È falso credere vi siano mischiate carni diverse, la vera mortadella di Bologna è fatta esclusivamente con carne suina e lardo. Da notare che in quei tempi era esclusivamente ottenuta da maiali autoctoni, più simili ai cinghiali che ai maiali odierni frutto di incroci, e risultava più scura, come si evince da quadri antichi raffiguranti il prezioso salume. Già prezioso perché a quei tempi l'utilizzo delle spezie, e del pepe in particolare, era molto costoso e la mortadella si pagava allora nove volte più del pane, tre volte e mezzo più del prosciutto e via di seguito. Costosa e prelibata dunque la mortadella da comparire solo sulle tavole dei potenti, è documentato, come facesse parte del pranzo di nozze di Lucrezia Borgia con il duca d'Este. Tanto pregiata da essere tutelata e protetta con leggi che tendevano a punire le contraffazioni e le imitazioni, una sorta di anticipazione del marchio odierno di “origine protetta”. Primo salume nella storia dunque a fregiarsi di un “disciplinare di produzione”, quando nel 1661 il legato di Bologna cardinale Farnese ordinò alla Compagnia dei Salaroli di “ fabbricar mortadelle d'isquisita perfettione”.

Poi arrivò l'ottocento, l'insediamento dei primi nuclei industriali, l'utilizzo di macchinari, l'alta produzione, e la mortadella, come molti nobili, decadde e divenne un prodotto popolare.

Si stima che, ai primi del Novecento, gli addetti alla lavorazione in varie imprese fossero già oltre un migliaio, resta famosa a Bologna una delle prime aziende produttrici “Alessandro Forni”, che inventò la mortadella in scatola. Scatole di latta che consentivano una migliore conservazione e l'esportazione in tutto il mondo. Non sarà sfuggito a chi ha letto “Le avventure di Gordon Pym” , il romanzo del 1837 di Edgar Allan Poe, che tale alimento era citato dal protagonista, imbarcatosi da clandestino, che nella stiva della nave si era “abbondantemente servito di mortadella”.

Oggi ne vengono prodotte milioni di tonnellate all'anno, conosciuta e apprezzata a merenda per un rustico panino, se volete gustarne appieno il sapore, venite a Bologna e fatevela affettare con la “coltellina”, le fette restano più spesse e la mortadella si scioglie in bocca, infine ricordate che è ingrediente imprescindibile per il ripieno dei famosi tortellini... ma di questi parleremo un'altra volta.

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Matilde Serao: parte prima

19 Agosto 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Matilde Serao: parte prima


Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo 1856 – Napoli, 25 luglio 1927)

Mario Stefanile, grande giornalista, scrittore, critico letterario – ma anche pittore surreale e fotografo – allievo della Nunziatella, Napoli, 1910 -1977, (nel suo libro Labirinto napoletano: studi e saggi letterari su scrittori di ieri e di oggi, Napoli, 1958) descrisse così la scrittrice:

Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l'opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto.

Era nata in Grecia, Matilde Serao, nella seconda metà dell'ottocento, e si affermò come la prima donna italiana ad aver fondato un giornale, e ad averlo diretto con efficacia e capacità. Ma oltre che a svolgere il suo lavoro in redazione, ebbe il tempo di guardarsi intorno e sviscerare angoli e vizi e miserie della sua amata città, che le diede modo di scrivere un gran numero di libri.

Nacque in Grecia, perché suo padre Francesco, avvocato di una certa importanza, nell'anno 1848 era riparato colà per sfuggire ai Borbone che stavano imperversando sui patrioti napoletani, si era - ricordiamo - in pieno della rivolta del 15 maggio dei quell'anno turbolento. Là la famiglia fu costretta a vivere in condizioni disagiate, Francesco dovette fare l'insegnante, e nel frattempo scriveva ogni tanto qualche articolo per un giornale locale; poi, fattasi una certa fama, anche per altri. E finì per sposare una donna greca, la signora Paolina, una nobile borghese del luogo - si erano rifugiati a Patrasso - donna molto intelligente, sufficientemente colta, e soprattutto pratica.
Là nacque Matilde, era l'anno 1856.
Pur essendo nata in Grecia, nei modi, nel portamento, nella parlata a voce alta, Matilde ragazza era una napoletana verace. E da napoletana verace più tardi raggiunse la notorietà per avere scritto della sua città, degli abitanti di essa, dei vicoli, delle miserie e povertà, delle poche gioie e dei molti dolori di una terra che non ebbe mai un'età matura.
Qualcuno scrisse di lei:

"Matilde Serao aveva il dono di rappresentare delle persone reali ... tutto il turbinìo di intiere folle rumorose ... di un'intiera città..."

Dopo solo quattro anni dalla nascita di Matilde, la famiglia fece ritorno in Italia, ma non a Napoli, bensì in un paesino in provincia di Caserta. Francesco tornò al suo antico lavoro, quello di giornalista, ciò che permise alla piccola Matilde di frequentare la redazione del giornale del padre, e di vivere tra i fogli e le bozze e i macchinari di stampa. A otto anni stava ancora molto indietro con l'istruzione, non sapeva leggere né scrivere.

Crebbe la bambina, e diventò maestra, prendendo il diploma magistrale appunto; ma per aiutare in famiglia (la mamma s'era ammalata nel frattempo) cercava lavoretti che le permettessero di guadagnare qualcosa, e faceva anche concorsi; ne vinse uno, alle poste e telegrafi, e s'impiegò, ma la passione che si sviluppava in lei, e non poteva essere altrimenti, era quella del giornalismo. Per cui scrivere diventò la sua occupazione principale: articoli, saggi, recensioni, per il Giornale di Napoli; e anche brevi novelle, che venivano pubblicate. Ma non era completamente soddisfatta; lasciò così la sua città per andare a Roma. Qui prestò la sua opera al giornale Capitan Fracassa, sul qual scriveva, come del resto faceva a Napoli con uno pseudonimo; là era Tuffolina, qui divenne Chiquita. Aveva 28 anni, e ormai aveva trovato la sua strada: giornalista e scrittrice, si trovò a frequentare i salotti letterari della capitale, nonostante il suo aspetto che non faceva niente per farla accogliere favorevolmente; infatti era tozza di figura, con una voce potente e affatto femminile, e modi spicci quasi di popolana. Inoltre, quando rideva, la si sentiva a distanza. I salotti letterari dapprima la tennero a distanza, erano indifferenti alla sua presenza ma ben presto si integrò a tal punto che era ricercata. Ciò si deve anche alla rubrica che teneva sul Corriere intitolata Per voi, Signore, articoli a firma di una non meglio identificata Chiquita, rubrica mondana che trattava argomenti i più vari; ma soprattutto dettava consigli sul saper vivere che destarono subito l'interesse delle donne dell'alta borghesia. Finalmente di questa ormai famosa Ciquita, si interessavano anche le altre. Le altre erano delicate signore dell'alta società, belle e aristocratiche, elegantemente vestite e quasi sempre piene di fascino, che all'inizio non la potevano considerare quindi una di loro.
Di lei si spettegolava; e non poco. Però Matilde si trovava a proprio agio in mezzo alla gente bene; pur sapendo i pettegolezzi che quelle damine eleganti (come ebbe a definirle in un suo scritto) facevano sul suo conto. Edoardo Scarfoglio la considerava tanto "pettegola e convenzionale... falsa... vanitosa... brutta...incorreggibile e arruffona... nella vita comune ", quanto "semplice affettuosa bella umile dolce... nell'intimità...".

Più tardi le sue comparse in società, e nei salotti di cui sopra, le servivano per notare e annotare, per poi scrivere sui fogli del Capitan Fracassa, i suoi articoli.
Fu nella redazione del giornale che Matilde Serao incontrò il giornalista scrittore Edoardo Scarfoglio. E guarda caso proprio lui che sul sul primo romanzo Fantasia, edito nel 1883, non ebbe certo parole elogiative. Ecco come si espresse:

"… si può dire che essa sia come una materia inorganica,
come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso,
nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano
di saporire la scipitaggine del
l'insieme...".

E sul linguaggio usato dalla Serao ebbe a dichiarare che era un misto di italiano, dialetto e francese. Nonostante ciò che pensava dei suoi scritti Scarfoglio, quel ragazzo che ella giudicò, e a ragione, subito intelligente, intrecciò con lui una relazione che dettò scandalo nella Roma bene dell'epoca. I due personaggi erano l'uno il contrario dell'altro, distinto, alto, bello lui, affatto bella, non grassa ma di corporatura abbastanza voluminosa, tozza e con un atteggiamento da maschio lei, non parlava senza gesticolare, senza quella grazia propria delle ragazze, e molto rumorosa, come rumorosa era la folla di Napoli; vestita alla bell'e meglio. E aveva una facoltà rara nelle donne del secolo: la parlantina sciolta e pungente; e fu proprio questa qualità che la fece accettare del mondo maschile e maschilista di allora, all'interno dei giornali; con i quali ella collaborò, ricordiamo il Fanfulla della Domenica, La Domenica Letteraria, la Cronaca Bizantina e altri.
Con Edoardo Scarfoglio il colpo di fulmine scoccò nel mese di luglio del 1883, sul mare di Francavilla in Abruzzo. Matilde lo irretisce, pur non essendo bella, ma grande di una fortissima personalità e di una parlantina eccezionale (Scarfoglio ebbe a dire all'amica più cara di Matilde, la Olga Ossani, detta Febea: ... ch'aggi' 'a di', Flebe', Matildella (usando il vezzeggiativo che usava proprio Flebea) me piace troppo!

Il colpo di fulmine e la successiva frequentazione, anche per motivi di lavoro, nelle stesse redazioni, li unirono indissolubilmente, e questo rapporto, che divenne intimo in breve tempo, si concluse con le nozze celebrate a Roma due anni dopo. Avvenimento che fece epoca tanto che

D'Annunzio ne scrisse sul giornale La Tribuna.

Andarono ad abitare a Napol, in un appartamento al Monte di Dio, ma lavorarono nella capitale fino a che non tornarono definitivamente a Napoli. Ebbero quattro figli.

Giornalisti tutt'e due, non disdegnavano di scrivere libri; lei specialmente, iniziò proprio con quello che il futuro marito stroncò al primo apparire. Ma a quello ne seguirono più di sessanta.
Il romanzo che le dette il successo uscì nel 1884: Il ventre di Napoli, che mette a nudo tutto quanto di misero e plebeo circonda la sua città. I temi che tratta, a chi legge il romanzo, appaiono come quelli insoluti ed insolubili di oggi, pare che quasi un secolo e mezzo sia passato invano. 'A monnezza e 'a camorra c'erano allora e imperano ancora oggi, come un castigo che dio ha mandato, un peccato mortale che non deve essere mai assolto. E i rimedi che la scrittrice propina al lettore e all'autorità per risolvere i problemi sono leggeri e quasi ci volesse solo un miracolo di San Gennaro, allora come adesso.

"... Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli?...
... Voi non potrete sicuramente lasciare in piedi le case che sono lesionate dalla umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inve
rno;
dove le scale sono ricettacoli d’immondizie; nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti;
... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione
...Voi non potrete lasciare in piedi le case, nelle cui piccole stanze sono agglomerate mai meno di quattro persone, dove vi sono galline e piccioni, gatti sfiancati e cani lebbrosi;
case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza, dove altri dormono e mangiano, case, i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria, sotto il livello del suolo
... a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, essi sono fratelli nostri,
... non basta sventrare Napoli: bisogna quasi
tutta rifarla…"

E Matilde affronta e descrive l'usura, che c'è ancora oggi, il lotto, croce e delizia dei poveretti che vivono di speranza e muoiono ora come allora disperati; l'anima della città (povera) e ... l'anima della città... La scrittrice descrive penetrandola in prima persona l'anima della gente, la tragedia della sua vita quotidiana, la sua miseria perenne, la rassegnazione a un destino che non cerca mai di cambiare ché sa di non poterlo fare. Scarfoglio, recensendo la sua prima opera, parlò del suo modo di scrivere: popolano, sciatto, incerto, dallo stile spezzato e approssimativo.

Matilde Serao ebbe a giustificare il suo modo di scrivere:

"... io uso questo linguaggio mezzo napoletano e mezzo italiano, perché il popolo mi intenda, mi capisca, io non scrivo bene, perché il popolo non scrive bene, anzi non sa scrivere affatto, e sa a malapena leggere, e non posso usare paroloni e circonlocuzioni ardite, anche se lo sapessi fare, non lo farei... solo così infondo nelle mie parole il calore di cui la gente ha bisogno.... per coinvolgere la gente è così che devo fare..."

Tornati a Napoli, i coniugi Scarfoglio diressero il Corriere di Napoli, il giornale che ella stessa aveva fondato. Il Corriere di Roma, che avevano creato quando erano a Roma, non ebbe fortuna, e durò pochissimo tempo, anche per il fatto che i lettori continuarono a privilegiare La tribuna.
I debiti li stavano distruggendo, e i coniugi non sapevano più come andare avanti, il dubbio, se continuare in qualche modo o chiudere, li assillava costantemente. Fino a che, a Napoli, incontrarono il proprietario del Corriere del Mattino, un banchiere toscano che abitava la città del golfo.
Matilde era una ottima giornalista, ma sapeva che questa professione, pur duratura, le avrebbe dato una gloria effimera e temporanea, per cui si diede a scrivere romanzi carichi di tutta la sua esuberanza letteraria.
E i suoi articoli sulla moda, sul costume, sul modo di vivere del suo tempo, li trasportò nei libri che scrisse. Ma ora, con la crisi del giornale romano, forse avrebbe dovuto lasciare. Fu una fortuna l'incontro col signor Schilizzi, di cui abbiamo detto sopra; venuto a sapere delle difficoltà finanziarie in cui versavano, propose loro di venire a Napoli, e lavorare con lui al suo giornale.
Matilde vide una luce aprirsi davanti ai suoi occhi, e accettarono; il banchiere saldò i debiti ingentissimi del Corriere di Roma, , nel 1887, il giornale chiuse definitivamente. Si trasferirono a Napoli, e l proprietario del Corriere del Mattino decise di cambiarne il nome; da quel momento si chiamò, come abbiamo detto più su, Corriere di Napoli, che cominciò la sua vita col gennaio del 1888.
Intanto La Serao scriveva libri, con la sua attenzione costantemente rivolta alla povertà dei suoi conterranei e ai bisogni che mai potevano eliminare dalla loro vita quotidiana. Conobbe vari personaggi dell'epoca: Eleonora Duse (che divenne sua grande amica), D'Annunzio, Sommaruga, il direttore de La cronaca Bìzantina, Edmondo De Amicis, autore del libro Cuore, e quel famosissimo all'epoca Gegé Primoli, che teneva il più importante salotto letterario della Capitale.
Il lavoro dei coniugi Scarfoglio presso il giornale dello Schilizzi durò poco, ché, nel 1991 cedettero le loro quote allo stesso socio/proprietario, e con le 100.000 lire che ne ricavarono fondarono un proprio giornale; nacque Il Mattino, la cui prima copia vide la luce a metà di marzo dell'anno dopo.
Anno 1892, era appena nato il giornale, Matilde Serao non sta bene (dice), ha bisogno di cambiare aria e si reca a curarsi (riposarsi) in Val d'Aosta. Scarfoglio aveva fama di sciupafemmene, come si diceva a Napoli, e la sua vita - nonostante il matrimonio con la Serao, matrimonio senza alcun dubbio d'amore, donna intelligente ma goffa, affatto bella, grossa e tozza, e sgraziata; con lei ebbe una vita sentimentale normale - si svolge tra ballerine e belle donne, e puttane d'alto bordo; conosce una giovane cantante/ballerina venuta in Italia in cerca di lavoro e di avventure, di cui si invaghisce e che mette incinta: Gabrielle Bressard, una bellissima parigina. Del resto era vox populi che Scarfoglio passasse da un'avventura all'altra sia a Roma che a Napoli; passioni focose e ballerine appetitose. Matilde sapeva ma lasciava correre, conscia del suo fisico affatto attraente; ma a questa nuova scappatella, e qualcuno dice che lo fece proprio per questo, se ne andò, come detto, al nord, ufficialmente per riposarsi dalle fatiche del giornale. Altri dicono che Eduardo conobbe Gabrielle quando lei già se ne era andata dopo un furioso litigio. Abitavano a Roma, in quel periodo, e Scarfoglio frequentava teatri e camerini.

Quando la cantante resta incinta, chiede al suo amante di andare a vivere insieme, lasciare sua moglie e fuggire con lei. No, Non può farlo. Rifiuta. Del resto ama sua moglie.


Fine prima parte

marcello de santis

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In giro per l'Italia: Positano

18 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Positano

Durante il periodo delle ferie, Flaviano Testa ci invia le sue fotografie, sempre accattivanti, da un posto di villeggiatura e, guardando le immagini, pare di poter davvero ammirare gli splendidi panorami di Positano, un paese del sud Italia situato nella splendida cornice della costiera amalfitana.

Famoso fin dall'antichità per la bellezza dei luoghi e per la mitezza del clima, Positano fu apprezzato già dagli antichi romani per trascorrervi periodi di villeggiatura, dove praticare il loro "otium",come attestano numerosi rinvenimenti anche recent, fra cui quello di una villa con accesso dal mare.

Arroccato su un promontorio, ha tipiche scalinate che lo percorrono e, dall'alto del paese, arrivano fino alle spiagge. Il piccolo centro nacque come villaggio di pescatori poi, verso la seconda metà del Novecento, il luogo così riservato e incantevole è stato preso d'assalto da un turismo di élite e si è gradualmente trasformato nel centro turistico che oggi tutti conosciamo. Gli abitanti hanno, con splendido spirito di iniziativa, saputo affrontare il cambiamento e, conservando la loro innata semplicità, si sono trasformati da pescatori in disegnatori di moda. Gli abiti in stile “Positano”, confezionati con fibre naturali, linee semplici, e tinte vivaci, sono diventati il cult delle signore del jet set che frequentavano la costiera negli anni 50.

Nel tempo sono fiorite attività di fabbri che producono il ferro battuto e di cestai che, sfruttando i rami giovani e flessibili degli alberi di castagno, costruiscono ceste per trasportare merci o che vengono adibite ad originali culle per bambini, insomma l'economia del piccolo centro oggi è rivolta esclusivamente al turismo, con la proficua attività di calzolai che lavorano il cuoio e di bravi ceramisti.

Positano, che ha ammaliato il mondo intero quando i primi viaggiatori scorsero questo piccolo borgo di pescatori, con le case bianche aggrappate alla roccia, nel tempo è divenuto meta di viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

Numerose sono le leggende riguardo al nome di Positano, alcuni lo fanno risalire addirittura al Dio del mare Poseidone, “Posidan” per i Greci che avrebbero fondato il primo nucleo abitativo. Una leggenda vuole, invece, che il nome derivi da un avvenimento accaduto all'incirca nel XII secolo, quando l'equipaggio di una nave, con a bordo un quadro raffigurante la Madonna, trovandosi in difficoltà proprio di fronte alla costa di Positano, udì una voce proveniente dal dipinto stesso pronunciare le parole ”Posa posa”. Deposto il quadro sulla spiaggia, la nave potè riprendere il suo viaggio e gli abitanti iniziarono la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna dell'Assunta.

Dalla parte alta del paese, in mezzo a coltivazioni a terrazze di alberi di limoni e viti, si possono ammirare panorami mozzafiato che spaziano dalla pianura del Sele, fino a Paestum, per giungere con lo sguardo all'isola di Capri, davvero un piccolo angolo di paradiso di cui parlò lo scrittore francese Astolphe de Custine, scrivendo “in questo paesaggio incomprensibile, solo il mare è orizzontale, e tutto ciò che è terra ferma è quasi perpendicolare”.

In giro per l'Italia: Positano
In giro per l'Italia: Positano
In giro per l'Italia: Positano
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In giro per l'Italia: Positano
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Libero Bovio

17 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Libero Bovio

LIBERO BOVIO (Napoli 1883-1942). Per farvi un'idea di chi è stato questo grande poeta e scrittore napoletano del primo novecento voglio partire dalla fine.
Dopo una vita di successo, e di estemporaneità grazie al suo carattere compagnone e allegro, anche se un poco - apparentemente e forse no - misantropo, il poeta è sul letto di morte.
E voglio immaginare che in questo mesto momento della sua vita, nelle case, nelle piazze, nei vicoli della città partenopea la quotidianità della gente - che scorreva come al solito uguale e monotona, e da qualche parte forse anche no - si lavorasse si riposasse si vivesse - insomma - ascoltando qua la canzone Lacreme Napulitane


... e 'nce ne costa lacreme st'america
a nuje napulitane
pe' nuie ca 'nce chiagnimmo
o ci
elo e napule

là, la canzone Reginella

t'aggio voluto bene
tu m'hai voluto bbene a me
mo nun'nce amammo 'cchiu'
ma a vvote distrattame
nte
pienzo a te

e magari la radio italiana dell'epoca, quella che si chiamava ancora EIAR - Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (avrebbe assunto la sigla di oggi RAI Radio Audizioni Italiane solo due anni dopo, nel 1944) trasmetteva per tutto il territorio nazionale la canzone più malinconica, più triste del poeta: quella Chiove che egli scrisse dedicandola alla celebre cantante Elvira Donnarumma.

Tu staje malata e cante,
tu staje murenno e cante...
So' nove juorne, nove,
ca chiove...chi
ove...chiove...

La cantante infatti stava per morire - era l'anno 1923 - e Libero Bovio, don Liberato come lo chiamavano gli amici e colleghi più intimi, volle dedicargli una poesia; perché al poeta sembrò che la signora Elvira esprimesse con gli occhi ancora il desiderio di poter cantare, magari una canzone nuova, e magari una canzone scritta appositamente per lei dal suo più grande amico, don Liberato, appunto.

E se fa fredda ll'aria,
e se fa cupo 'o cielo,
e tu, dint'a stu ggelo,
tu sola, ca
nte e muore...

Chi si'? Tu si' 'a canaria...
Chi si'? Tu si' ll'Amm
ore...

E forse, chissà, con lo sguardo triste e stanco sul viso emaciato, implorava con un sorriso amaro, il poeta vicino 'on Libera' scrivetemi 'na canzona...
Elvira aveva un aspetto imponente, era piuttosto grossa, florida e vivace.
Cominciò a cantare giovanissima a Napoli per poi trasferirsi a Roma dove si esibì a lungo come canzonettista, appunto. Nonostante non avesse particolari attrattive fisiche, divenne una cantante di grande successo. Era il periodo della Belle Epoque e dei cafè-chantant e lei ne divenne presto una regina incontrastata. Ebbe successi enormi, e la stima di grandi autori come Bovio, appunto, e Nicolardi. Lavorò fino a che la sua cattiva salute, che era stata malferma fin dalla giovane età, la costrinse a ritirarsi dalle scene nel 1932.
Morì a Napoli l'anno successivo, all'età di cinquant'anni.
Fu così che nacquero i versi di Chiove, che il poeta sottopose all'attenzione del suo amico Evemero Nardella; che ne fece - musicalmente parlando - il capolavoro di quell'anno; e di tutti i tempi.

Tu, comm'a na Madonna,
cante na ninna-nonna
pe' n'angiulillo 'n croce,
ca vò'
sentì' 'sta voce,

'sta voce sulitaria
ca, dint' 'a notte, canta...
E tu, comm'a na Santa,
tu sola
sola, muore...

Chi sì'? Tu sì' 'a canaria!
.......
Giesù, ma comme chiove!

***

Il poeta aveva una stazza gigantesca, era grosso, camminava poco; sempe c''a sigaretta 'mmocca, come scrisse più tardi Carosone in una sua canzone dal titolo 'o sarracino; la sigaretta tra le labbra, viaggiava sempre in carrozzella; i napoletani lo amavano molto e lo riconoscevano da lontano quando passava per strada; correvano verso di lui e lo applaudivano, lo complimentavano; era una gioia per loro raccontare poi di averlo visto, di averlo avvicinato, e i più fortunati, di avergli stretto la mano.
Era ricercatissimo nei salotti che contavano, nelle "periodiche che si tenevano nelle case dei signori, dove si davano convegno scrittori, poeti, musicisti, parolieri"; era rinomato e per la sua classe estetica non indifferente e per la sua battuta sempre pronta e spontanea.
Ascoltate questa: un giorno sedeva al suo tavolo di lavoro, nella redazione della Casa musicale La canzonetta. Stava leggendo una sua nuova poesia al direttore, quando entrò nella stanza un modesto gerarca fascista, venuto appositamente nella sede delle Edizioni per comunicare al poeta che stava per arrivare a Napoli un alto funzionario del partito, tale Edmondo Rossoni, che desiderava incontrarlo.
Si avvicina alla scrivania, si presenta, battendo i tacchi con sussiego e disciplina, come era uso fare, ma Bovio che non intende distrarsi, alza appena la testa, gli lancia uno sguardo brevissimo e gli dice: pigliatevi una sedia. E torna alla sua poesia.
Quel fascistello borioso anzichenò, piuttosto contrariato da questo comportamento, gli fa: Forse non avete capito chi sono! E si ripresenta: nome, cognome, grado.
E Bovio: ...aaaaaahhh, e allora pigliateve ddoje segge.
E torna a leggere.
La sua fama nel mondo si deve alla canzone napoletana, anche se scrisse pure versi in lingua, che divennero presto canzoni famosissime; ricordiamo tra le più celebri Signorinella e Cara piccina. Amava la sua città, la sua gente, il suo dialetto. Diceva: Vuje nun 'o ssapite, ma puro Giesù parlava in dialetto; e Dante nun scriveva in dialetto? O pateterno alloco pur'isso parla in dialetto! (da: Renato De Falco, Del parlare napoletano.)
Scrisse i versi di "Surdate", che divenne la sua prima canzone di successo, per la musica di quel grande musicista, cui abbiamo già accennato, che fu Evemero Nardella.

«Songo napulitano. Nun voglio fa' 'a guerra, signor tenente...
voglio sulamente can
ta'!».

Il tenente ha sorpreso il soldato mentre canta una malinconica canzone napoletana, e gli dice che non deve fare il tenore, ma deve fare il soldato. E il soldato, con gli occhi lucidi, velati di tristezza, gli risponde così:

«Signor tenente,
mannàteme 'm priggione, nun fa niente!
Pienzo a 'o paese mio ca sta luntano,
e so' napulitano, e si
nun canto i' moro!»

Racconta lo storico Vittorio Paliotti che, quando Libero Bovio doveva salire sulla carrozzella, il cocchiere si doveva spostare con tutto il suo peso dalla parte opposta rispetto a dove stava salendo lui, facendo da contrappeso, per evitare che con la sua mole inconsueta facesse capovolgere la carrozza.
Lo scrittore Giuseppe Marotta lo descrive così: ... largo, denso, ... il mento a due piani, il ventre ondeggiante e inquieto come un pallone alla festa del Carmine in procinto di innalzarsi, le gambe stipate negli imbuti dei calzoni...
La storia della canzone napoletana lo annovera tra i grandissimi di tutti i tempi, accanto a Salvatore di Giacomo, Ernesto Murolo, E.A.Mario.
Si iscrisse all'Università, alla facoltà di medicina, ma non faceva per lui, abbandonò. La madre, la signora Bianca Nicosia ,valente pianista e maestra di pianoforte, quando s'avvide che al figlio piaceva comporre in napoletano, cercava di distrarlo facendogli ascoltare brani di musica classica, ma lui era solito affermare che migliori di Bach e Beethoven erano senz'altro i suoi compagni Gambardella e Di Capua (altri due grandi della canzone napoletana).
Fu il re di Piedigrotta per oltre trent'anni, con poesie musicate dai grandi musicisti di Napoli, tra cui Nardella, Lama, De Curtis.
La madre fece di più, per distrarlo da questa sua "mania" lo fece assumere presso un giornale locale, ma a lui di stare là dentro non piaceva; lo lasciò dunque per andare al Museo archeologico Nazionale; qui aveva modo di scrivere; e molto anche, ma soprattutto scrivere quello che più gli piaceva, lontano dagli sguardi fulminanti sua madre: poesia in dialetto.
Questa sua passione lo portò a dirigere la casa editrice La canzonetta per cinque anni (1917-1923), per poi passare ad un'altra casa editrice.
Nel 1915 scrisse Tu ca nun chiagne che Ernesto De Curtis rivestì di una musica immortale, e Reginella (musicata da di Gaetano Lama); il tempo passava e il suo nome brillava sempre di più; e anche la sua stazza saliva e saliva...
I napoletani lo amavano.

Dieci anni dopo nacquero 'O paese d'o sole (musica Vincenzo D'Annibale) e Lacreme napulitane (Francesco Buongiovanni).
Gaetano Lama musicò anche quella stupenda poesia che è Silenzio cantatore; sulla quale ebbe a scrivere alla moglie Maria, Luigi Pirandello: ... Silenzio cantatore vale quanto i miei Sei personaggi in cerca d'autore.
Va ricordato che nel 1934, - aveva appena passato la cinquantina -, fondò insieme ai musicisti suoi amici e collaboratori Gaetano Lama e Ernesto Tagliaferri, cui si unì anche Nicola Valente, la casa editrice La bottega dei quattro.
La sua vita fu costellata di tantissimi aneddoti che si ricordano con simpatia ancora oggi. Ne voglio riportare ancora uno.
Don liberato, come lo chiamavano gli amici, stava a letto con una fastidiosa influenza. E poiché non gli passava, impaziente, insofferente com’era proprio per natura, oltretutto con quella figura massiccia che si ritrovava - figuriamoci poi come doveva esserlo adesso che non si sentiva bene - fa chiamare il dottore.
Viene al suo capezzale un valente medico di Napoli, basso e scartellato (cioè gobbo). Il poeta che ha la testa avvolta in uno scialle di lana, si lamenta,
- dotto’… dotto’, me sento male! Me sa ca chesta vota ‘on liberato se nne va…
Il medico gli batte uno scherzoso colpetto sulla pancia enorme e per sollevarlo da quel pessimismo fuori luogo, gli fa:
- … don libera’, pigliateve ‘e medicine che v’aggio scritto ccà, e int’a quacche juorno, vuj starete comm’a me.
Bovio spalanca gli occhi sulla misera storta figura del medico, e bofonchia:
- dottò, voglio muri’…
Pur essendo di una mole esagerata era molto riservato e dotato di un pudore immenso. Le sue canzoni celebri non si contano. Noi ne vogliamo ricordare ancora altre due, indimenticabili.
Una è Zappatore che il poeta scrisse nel 1928, e che la musica di Ferdinando Albano contribuì a farne un successo internazionale. Successo che si deva anche al grande cantante Mario Merola, il quale ne recitò una sceneggiata che rimarrà alla storia. Ma forse pochi sanno che la prima interpretazione della canzone si deve a Gennaro Pasquariello (nel 1928, appunto); e solo un anno dopo - tanto era accattivante la storia - nacque la sceneggiata che porta lo stesso titolo, portata sulle scene dal grande Salvatore Papaccio due anni dopo, nel 1930.
Dovevano passare 52 anni, prima che Mario Merola ne facesse il suo cavallo di battaglia, nell'anno 1980, portandola in giro prima in Italia e successivamente in America, dove gli emigrati italiani fecero un idolo del cantante.
A una festa di ballo che si svolge in città si presenta un uomo di campagna, con indosso poveri panni di tutti i giorni. Persone allegre, "uommene scicche e femmene pittate": uomini eleganti e signore bene abbigliate.

Chi só'?...
Che ve ne 'mporta!
Aggio araputa 'a porta
e só'
trasuto ccá...

Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadin
o zappatore!

E' venuto a cercare il figlio avvocato, che per la grande città s'è dimenticato del paese e della madre che sta morendo,

... se vi vergognate di noi, signor avvocato, anch'io mi metto scuorno - mi vergogno, di vossignoria...
Sìssignori, scusate, sono un parente dell'avvocato... e voglio dirgli
che

Mamma toja se ne more...
'O ssaje ca mamma toja more e te chiamma?
Meglio si te 'mparave zappatore,
ca 'o zappatore, nun sa sco
rda 'a mamma!

Mamma tua sta morendo, vorrebbe che tu venissi a raccogliere il suo ultimo sospiro...

Chi só'?
Vuje mme guardate?
Só' 'o pate...i' sóngo 'o pate...
e nun mm
e pò cacciá!...

Só' nu fatecatóre
e magno pane e p
ane...
Si zappo 'a terra, chesto te fa onore...
Addenócchiate... e vásame sti
mmane!

(sono un lavoratore/ e mangio pane e pane/ se lavoro la terra, questo ti fa onore/ inginocchiati, e baciami queste mani.)

L'altra canzone che non potevamo non ricordare è la celebre Guapparia. Aveva 31 anni Libero Bovio quando scrisse le parole della canzone; e il musicista Roberto Falvo, che di anni ne aveva dieci più di lui, ne fece un capolavoro. Non c'è concerto nel mondo, leggero o lirico, in cui questa canzone non venga eseguita. Nel tempo venne classificata - se così si può dire - una "canzone di giacca" cioè di malavita; il nome si deve al fatto che parla del "guappo" che si presenta sempre ben vestito, elegante, cravatta alla moda e giacca attillata.
Un uomo è offeso dalla sua donna. Si chiama Margherita, è 'a cchiù bella d''a 'nfrascata.

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella d''
a 'nfrascata!

Ma adesso lui la vuole 'ntusseca', la vuol fare soffrire. E organizza una serenata 'ntussecosa, cattiva, crudele, per mettere in croce chi l'ha messo in croce; per colei che gli ha fatto perdere la dignità di guappo; pe' colpa soia. Era il più guappo del rione Sanità, e adesso...

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
p''o sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagl
iune 'e malavita!...

Ma il complesso, il concertino improvvisato, pur partecipando al dolore del capo, non va a tempo, stona maledettamente e sembra piangere mentre dovrebbe piangere solo lui...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutt''o cuncertino,
addó' ch'avess''a chiagnere sul'i'...
Chiágneno sti guagli
une 'e malavita!...

Libero bovio s'era ammalato nel 1941, quando aveva 57 anni. Stava nella sua casa a Napoli, in Via Duomo; morì là; era il mese di maggio del 1942. Poco prima di spirare scrisse gli ultimi suoi versi, Addio Maria, dedicati alla moglie Maria (Maria Di Furia). Ma volle scrivere anche il suo epitaffio, che desiderava fosse scolpito sulla pietra sulla sua tomba. Parole che dicevano così

qui non riposa libero bovio
perché gli altri morti di notte
litigano tra loro
e gli da
nno fastidio

Ciò che non avvenne: là furono incisi alcuni de versi di Addio Maria... Forse, e forse anche spesso, quando la gente passando si sofferma a leggere il suo nome sulla lapide e i versi dedicati alla moglie Maria, da lontano, fuori del camposanto giungeranno le parole e la musica di qualche sua canzone che si scioglierà dolce nel silenzio del luogo di rispetto. Silenzio che parla parole d'amore per la sua cara Maria.

Marì dint''o silenzio
silenzio cantatore
nun te dico parole d'ammore
ma t''e ddice '
o silenzio pe' me"


marcello de santis

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LA PAURA di FEDERICO DE ROBERTO (1861 – 1927)

16 Agosto 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA PAURA di FEDERICO DE ROBERTO (1861 – 1927)

"Nell'orrore della guerra l'orrore della natura; la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise ... uno scenario da Sabba romantico, la porta dell'inferno".

L'inizio della novella, ambientata nel Primo Conflitto Mondiale, rivela in modo magistrale la sensazione di violento disagio dei soldati nelle inospitali zone di guerra. Il dramma della vicenda è accresciuto dalla sostanziale unità di tempo, luogo, azione.

I fatti si svolgono in una postazione italiana mal difesa, ma ritenuta cruciale dai Comandi. Bisogna che una vedetta stazioni regolarmente in un punto poco protetto da dove si possono osservare gli eventuali movimenti degli austriaci. Tutto è tranquillo finché un implacabile tiratore inizia a sparare, uccidendo la sentinella. Secondo gli ordini ricevuti, il tenente Alfani deve far uscire un altro uomo. Il cecchino colpisce ancora efficacemente. Un altro deve allora prendere il posto del caduto. Passano davanti all’ufficiale soldati provenienti da mezza Italia; ciascuno è inquadrato nella sua specificità regionale attraverso la parlata. De Roberto, nato a Napoli e vissuto principalmente in Sicilia, si fece aiutare per il lato linguistico da amici di altre regioni.

Alfani vede cadere altri dei suoi; ma l'ordine è chiaro e viene ribadito dai superiori. La postazione deve essere presidiata a tutti i costi, nonostante sembri tragicamente inutile. La sofferenza e lo strazio raggiungono il loro apice quando un soldato, prima di andare allo scoperto, chiede di parlare col cappellano che però non c’è. Qui c'è un punto molto intenso; il tenente si sente tenuto a fare non solo da superiore, ma anche da confessore e confidente nel momento in cui la morte del subordinato è vicina. Nelle piccole unità, in effetti, il rapporto tra truppa e graduati era molto forte.

Alfani capisce la paura dei suoi uomini; non si tratta di combattere e rischiare come hanno sempre fatto, guadagnandosi encomi e medaglie. La minaccia non è imprecisata; non viene da una pallottola che può colpire o no. Qui si tratta di subire una fine certa, una morte che sta acquattata e pronta subdolamente a ghermire. Questo il soldato non può accettarlo e il coraggio non basta: lo sforzo anche fisico di affrontare il pericolo fatale richiede una capacità sovrumana. De Roberto è davvero profondo nel cogliere gli aspetti psicologici della guerra e delle relazioni gerarchiche. In un contesto militare l'obbedienza è dovuta. Senza di essa il sistema “salta”. Ma si deve obbedire anche a un ordine stupido o insensato? Spesso i superiori non hanno lo sguardo sulla realtà più prossima all’azione e non tollerano obiezioni dal basso da chi vede i limiti di certe direttive. All'ordine deve seguire l'obbedienza senza discutere, se non altro per tutelare l'aspetto formale dell'obbedienza e non creare un pericoloso precedente di rifiuto. E così nella novella la catena delle morti inevitabili prosegue perché pure il cecchino fa il suo dovere. All'autore de I Vicerè, che non prese parte al conflitto, va il merito di aver colto, da scrittore, alcuni nodi importanti della tragedia della Grande Guerra che fu in varie occasioni una tragedia legata al dovere di obbedire.

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Little Tony

15 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Little Tony

Io ricordo Little Tony in maniera un po' diversa da come siamo abituati a vederlo e sentirlo, cioè pieno di vestiti hard con lustrini e frange, alla Elvis.
Era molti anni fa, al Castello Orsini di Palombara Sabina a pochi chilometri da Tivoli, cittadina celebre per la sagra delle cerase, Antonio teneva una lezione sul rock and roll e i modi di presentare questo genere di musica da parte dei cantanti delle varie parti del mondo: e in particolare là dov'era nato il rock, in America, con i pianoforti e i sassofoni, presto sostituiti dalla chitarre elettriche; a noi giunse la canzone più celebre di rock, quella che abbiamo considerato come il primo rock end roll, quel Rock Around the Clock portata al successo da un altro cantante con un ricciolo sfacciato sulla fronte, Bill Haley che cantava con il suo gruppo "I Comets".
Ricordate I primi versi della canzone? Celeberrimi, li imparammo subito anche noi studenti del 56 che l'inglese non lo conoscevamo, o almeno sapevamo solo quello scolastico appreso sui banchi del liceo

One, Two, Three O'clock, Four O'clock rock,
Five, Six, Seven O'clock, Eight O'clock rock.
Nine, Ten, Eleven O'clock,
Twelve O'clock rock,
We're gonna rock around the clock
tonight.

Poi vennero Little Richard e Elvis Presley, e qui in Italia, dove aveva trovato i terreno fertile Little Tony, l'amico Bobby Solo.
Palombara Sabina, dunque, e Little Tony; ma io non sapevo di che si trattava; ero libero quel sabato mattina, e avevo letto da qualche parte che a Palombara "ci sarebbe stato Little Tony" per alcune classi del ginnasio-liceo della cittadina laziale
Andai a vedere, convinto che avrebbe fatto uno dei suoi spettacoli canori per i ragazzi delle scuole di Palombara. Mi sedetti davanti, c'era una fila di posti liberi, forse all'inizio riservati alle autorità, ma ricordo non c'erano i famosi biglietti "riservato", o forse no; non so bene, ma insomma, presi posto soddisfatto; ce l'avevo là a due metri che armeggiava con la sua attrezzatura necessaria alla mattina.

Fece tutto, tranne cantare. Manovrando - con l'aiuto di un assistente, forse un componente del suo gruppo o un amico - dei compact disk su un riproduttore di musica, sistemato in un angolo su un tavolinetto senza pretese, tenne una lezione indimenticabile sulla nascita lo sviluppo e l'attualità della musica rock nel mondo.
Fece ascoltare il modo di interpretarla, quella musica che aveva rivoltato il mondo musicale di quegli anni, da diversi cantanti stranieri, spiegandone i motivi, le sfumature che a un orecchio non abituato sarebbero sfuggite, le inflessioni (non linguistiche, ché quelle erano normali) ma del "porgere le parole" adeguandole alla musica e agli arrangiamenti.
Non lo dimenticherò mai. Alla fine mi avvicinai e mi congratulai.

Con la sua gentilezza (inaspettata? forse sì), e anche se dalle sue espressioni sempre pacate nelle interviste e nelle sue interpretazioni mi ero fatto una visione simile di lui, mi onorò della sua stretta di mano e di qualche ulteriore spiegazione ad alcune mie domande, dopo quelle fatte da alcuni studenti (poche invero); parlammo insomma per un po', si trattenne volentieri, e mentre parlava ed esponeva, mi guardava negli occhi, con quei suoi occhi magnetici, e, lasciatemelo dire, belli davvero. Poi lo salutai mentre insieme al collaboratore riponeva le sue cose.

Ecco, questo per me era Little Tony, un Little Tony sconosciuto alla gente della canzone, inedito per i fans che lo applaudivano ogni sera ai bordi dei palcoscenici nei teatri o nelle piazze, questa era l'anima vera di un grande cantante. Una persona gentile e colta.
Si chiamava Antonio, Antonio Ciacci e ha molto a che fare con la mia città; infatti era nato proprio qui, a Tivoli, nel febbraio del 1941, anche se la famiglia (famiglia di musicisti, il papà suonava la fisarmonica e si dilettava anche a cantare, e uno zio era chitarrista) era di origini Sanmarinesi, e così anche lui mantenne la cittadinanza di quel piccolo paese per sempre.
Aveva cominciato a suonare e cantare coi suoi fratelli allietando il pubblico delle piazze, dei ristoranti dei castelli romani, delle feste paesane, dei piccoli teatri e delle sale da ballo; la gente si accorse di lui e accorreva ovunque si annunciavano le sue partecipazioni.
E se ne accorsero anche quelli che contavano; per caso lo vide - era l'anno 1958 - un impresario straniero, lo portò in Inghilterra, e lì Antonio si dovette adeguare: nacquero Little Tony and his Brothers'.

Canta così inventando una lingua inglese tutta sua, ma poi, visti l'accoglienza e il plauso della gente, comincia a cantare Johnny be Good; e Lucille, che quel cantante pazzo americano Little Richard aveva portato al successo, quel Little Richard che gli aveva dato il nome, Little, come lui, e Tony, ché non poteva a 'sto punto chiamarsi ancora Antonio. E i fratelli, divennero i brothers, inglesi anche loro. Viene chiamato l'Elvis Presley italiano.
Nel 1961 torna in Italia e approda subito a Sanremo dove porta al successo con Celentano la canzone Ventiquattromila baci.
Ma non è questo il luogo di fare la storia delle sue canzoni, né della sua vita, mi preme solo ricordare il grande successo di Cuore matto, che canta a Sanremo nel 1967.
Il suo successo è enorme; dischi che si vendono a milioni di copie: e i vari festival cui prende contribuiscono ad espandere la sua immensa fama.
Lui aveva due anni meno di me; eravamo quasi coetanei.
Lo ricordo ancora quando negli anni 60 noi studenti del "Liceo classico Amedeo di Savoia" organizzammo il tradizionale ballo carnascialesco; a Carnevale allora si usava, c'era il ballo del liceo, il ballo di ragioneria, il ballo dei commercianti, e così via. Lo facemmo in quella che allora era l'Arena Italia, un grande cinema all'aperto, di proprietà del padre del mio amico Pierluigi - poi chiuso tanti anni dopo, e ancora oggi là, fatiscente e inutilizzato - prima con teloni, che in estate, verso sera, si aprivano per far godere gli ultimi spettacoli all'aperto: film e avanspettacolo, lire 25. Bene, quell'anno, era appena tornato dall'Inghilterra, lo invitammo a esibirsi per noi; e lo presentammo noi studenti. Il mio amico Alberto si improvvisò - e fu veramente bravo - presentatore della serata
Ho fatto di proposito i nomi dei miei amici Alberto e Pierluigi, perché, di lì a una ventina d'anni, dopo molto mio errare per il frusinate e il napoletano per lavoro, sede dopo sede e promozione dopo promozione, quando tornai a Tivoli demmo vita al Gruppo Appuntamento con la Poesia che raggiunse la formazione definitiva con l'innesto della bravissima e dolcissima Grazia e del tecnico del suono Gianni.
Dunque, quando parlammo, gli ricordai quel pomeriggio a Palombarala cosa, e sorrise, come a dire ma come posso ricordare, ne ho fatte tante...
Little Tony ci deliziò col suo rock cantato in inglese, un inglese che s'era inventato lui, insieme ai suoi fratelli Alberto ed Enrico, che facevano parte della sua band, Enrico chitarrista, che scrisse anche qualche canzone per lui, e Alberto, bassista.
Ha raccontato infatti più di una volta in interviste mandate dalle tivu, che quello slang - tradotto: frasi fatte da parole o espressioni che non fanno parte del lessico anglosassone né tantomeno di linguaggio dialettale o storpiamento voluto di una lingua parlata - era frutto della sua fantasia:

"Dovevo cantare davanti alle telecamere inglesi e non conoscevo una parola di inglese, e allora un poco ricordando Elvis, un po' inventando suoni simili, mi buttai, e andò. E il pubblico ci accolse con ovazioni ripetute e sincere."
Ma poi tornò in Italia e per poco continuò a cantare in quell'inglese senza senso.

A Tivoli tornava spesso, senza molto clamore, quasi alla chetichella; infatti era un collezionista di macchine d'epoca e non; nel suo parco macchine ce ne sono molte: Ferrari (una di queste era introvabile sul mercato: la Ferrari 330 GT 2+2 del 1964, motore V12, 4 litri di cilindrata) e Lamborghini i suoi gioielli; ma anche Alfa Romeo e delle vere opere d'arte, rarità assolute; ne aveva parecchie; meraviglia delle meraviglia una cadillac color rosa, una Fleetwood, simile a quella posseduta dal suo idolo giovanile, Elvis Presley.
Partecipò per diversi anni alla manifestazioni di queste vetture che si tenevano nella mia città.
Ho ricordato più sopra il grande successo di Cuore matto, che presenta alla sua ennesima apparizione al Festival di Sanremo nel 1967.
Antonio aveva veramente un cuore matto come la sua canzone per eccellenza, quella che ha venduto milioni di copie insieme all'altra, Una spada nel cuore.
Gli dette enormi preoccupazioni quella volta che venne colpito da un infarto; si trovava in Canada al Contessa Hall di Ottawa; cantava con la sua solita grinta gentile per i figli e i nipoti degli italiani emigrati colà. Era il 2006. Qui da noi si seppe della cosa solo qualche tempo dopo, lo confessò lui stesso in una intervista, in cui raccontava la rocambolesca storia della sua fortunata avventura nella canzone internazionale.
Ma non era ancora finita, partecipò ancora al Festival di Sanremo di due anni dopo, con una canzone che non avrà fortuna.
Le ultime volte che andò in televisione, in effetti non apparve molto in forma, sì, lo tesso ciuffo di una volta, un costume da scena leggermente più sobrio, e molte rughe sul viso; ma il sorriso era sempre quello, quello di Little Tony anni 60.


marcello de santis

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Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

14 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #televisione

Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

Biagio Proietti – Maurizio Giannotti

Il segno del telecomando

dallo sceneggiato alla fiction

Rai Eri – Euro 18 – Pag. 235

Biagio Proietti (1940) è uno dei più richiesti e prolifici sceneggiatori di gialli televisivi, scritti insieme alla moglie Diana Crispo, alcuni rimasti nella storia del piccolo schermo: Coralba, Un certo Harry Brent, Come un uragano, Lungo il fiume e sull’acqua, Dov’è Anna?, Ho incontrato un’ombra, L’ultimo aereo per Venezia… Non solo, è anche regista di film televisivi (Storia senza parole), pellicole cinematografiche (Chewingum, Puro cashmire), sceneggiati e documentari. Nessuno meglio di lui poteva affrontare una storia dello sceneggiato - un tempo chiamato originale televisivo - di cui è parte integrante, genere che precede le moderne fiction, che lo scrittore dimostra di non amare. Per questo è opportuno l’aiuto di Maurizio Giannotti, autore televisivo immerso nella realtà contemporanea (La vita in diretta, Uno Mattina, Forum, Non è la Rai…) che si occupa di integrare i ricordi di Proietti curando la parte contemporanea. Va da sé che anche per chi scrive quel che importa è il passato, soprattutto ricordare i tempi in cui la Rai non aveva abdicato al compito educativo di insegnare la lingua italiana (Non è mai troppo tardi del mitico maestro Manzi), le letteratura e la storia. Erano i tempi in cui potevi vedere Delitto e castigo in prima serata, Il dottor Jekyll e Mister Hyde con Albertazzi, Piccole donne, Cime tempestose, Il romanzo di un giovane povero, La cittadella di Cronin interpretato da un grande Alberto Lupo. Erano i tempi in cui a Proietti consegnavano un copione di venti minuti scritto per la televisione inglese e gli dicevano: “Scrivici un originale televisivo!”. Così è nato Un certo Harry Brent con Lupo protagonista in un ruolo che nell’originale britannico non esisteva (Harry Brent non compare mai), inventato per l’occasione dal prolifico sceneggiatore nostrano. Erano i tempi in cui Proietti incontrava Walter Chiari al Festival del Cinema di Venezia, un Walter Chiari triste, solitario, che rimpiangeva i tempi della grande popolarità e non riusciva a spiegarsi il successo dei comici lanciati da Antonio Ricci a Drive In. Erano tempi che non torneranno ma che è giusto storicizzare facendo parlare i protagonisti come hanno fatto Giannotti e Proietti in questo libro prezioso, utile guida per non dimenticare. Il segno del comando di Daniele D’Anza - con Pagliai e Pitagora - è il titolo cult mascherato nella denominazione di un volume nato per celebrare una cinematografia votata ai generi popolari. Artigiani come Anton Giulio Majano, Giorgio Capitani, Edoardo Anton, lo stesso Proietti hanno inventato trame che tenevano incollati al video milioni di telespettatori prima dell’avvento della televisione spazzatura, delle insignificanti tv commerciali, degli squallidi reality show. Prima che tutto diventasse mercato e prima che il mercato fagocitasse l’intelligenza. Ricordare, in certi casi, è un preciso dovere morale.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Sciuldezza bella

13 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Sciuldezza bella



La canzone "sciuldezza bella", dal motivo accattivante e, permettetemi il termine, moderno, risale - come era solito dire il grande Mario Riva, attore comico romano conduttore della trasmissione televisiva Il Musichiere degli anni belli della nostra giovinezza... "nientepopodimeno ché" all'anno 1905. Ha più di cent'anni dunque.
Il testo è opera del grande poeta Edoardo Nicolardi, napoletano verace; ricordiamo di lui la canzone più celebre, quella "Voce 'e notte" che egli scrisse per colei che sarebbe poi diventata sua moglie, Anna Rossi (Ernesto De Curtis ne scrisse la musica).
Edoardo Nicolardi, Napoli 1878-1954, fu dapprima giornalista, cominciò a scrivere all'età di diciassette anni al Giorno, poi produsse poesie, molte delle quali divennero celebri canzoni classiche napoletane.
Abbiamo detto poco fa della canzone Voce 'e notte, che scrisse per la futura moglie Anna Rossi.
C'è una storia legata a questo amore. Edoardo chiese la mano di Anna al padre, che era un commerciante, ma il signor Gennaro la diede in sposa ad un altro, a un suo cliente, della bella età di settantasette anni, mentre la ragazza era nel fiore degli anni, ne aveva appena 17, la stessa età di Edoardo. Ma il destino volle che l'anziano marito campasse ancora solo due anni.
E così i due giovani innamorati poterono sposarsi e creare una numerosissima prole.
Sulle parole spassose di "sciuldezza bella", scrisse una musica allegra il musicista Alberto Montagna ,allora già celebre pianista, seppur giovanissimo, nonché primo accompagnatore dell'affascinante Elvira Donnarumma; s'incontrarono alla Birreria dell'Incoronata nei pressi di Via Medina, a Capodimonte, punto e snodo importante della città; infatti collegava la parte alta di Napoli con la frequentatissima zona del porto. Fu qua che Alberto conobbe Elvira e si innamorò di lei perdutamente. Ed era qua che Alberto Montagna si esibiva come pianista.
La canzone narra di una ragazza, che doveva essere bella e affascinante, se riusciva ad ingannare tutti quelli che si innamoravano di lei. Questi ragazzi innamorati, dunque, si riuniscono sotto il suo balcone e la invitano ad affacciarsi, ché ci sono tutti, tutt''e quarantaquatto 'nnamurate; affacciati dunque, la invocano, e conta 'e cape, conta le teste, conta quanti siamo.

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
chi sa si 'e tradimente ll'hê cuntate!
Ma si t'affacce, 'e vvide a tuttuquante:
simmo 'a quarantaquatto 'nnammurate!

'Ammore è doce e 'o spassatiempo è bello...
ll'arape 'sta fenesta o nun ll'arape?...
Chist'è 'o mumento pe' chiammá ll'appello:
affácciate nu poco
e conta 'e ccape...

(bella figliola che hai ingannato tanti/chissà se i tradimenti li hai contati/
ma se t'affacci, li vedi tutti quanti/ siamo 44 innamorati/
l'amore è dole e il passatempo è bello/ l'apri questa finestra o non la apri?/
questo è il momento di fare l'appello/ affacciati un momento e conta le teste)

Stanno tutti là riuniti a fare un concertino, Peppe Tore, Giorgio Papiluccio... stanno là per farle una serenata, con la chitarra il mandolino il putipù, la ciaramella, e c'è Bebé che canta...

Che finezza 'e cuncertino!...
ma è n'orchestra o na fanfarra?
Peppe gratta 'o mandulino,
Tóre pízzeca 'a chitarra...
Giorgio sona 'a ciaramella,
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
...
Sulo chesto saje fá tu!

la serenata a Napoli

io t'aggio amato tanto/ io t'amo e tu lo saje...
J' te voglio bene assaje.../ e tu nun pienze a mme...
..

Bella figliola che tanti ne hai ingannati, eccoli qua sotto, che sfilano tutti per te, il tempo passa, e tu non hai trovato ancora marito... ci hai baciato tutti, ci hai tradito tutti... ma non fa niente ti portiamo ugualmente questa serenata

"tutto s'acconcia cu na serenata..."

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
tenive 'nfrisco tutte sti partite...
Mo 'e vvide ca te sfilano pe' 'nnante...
ma 'o tiempo passa...e tu nun te mmarite!

Nun ce sta core ca nun hê traduto;
nun ce sta vocca ca nun hê vasato,
ma nun fa niente, va'!...chi ha avuto ha avuto!...
tutto s'acconcia cu na serenata...

Picceré', stu cuncertino
porta overo 'e cape suone,
Bebé canta, e Vicenzino
mette 'a terza da 'o puntone...
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluc
cio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto pienze t
u!

Bella figliola, che stai rinchiusa in casa, dicci con chi stai, lo vogliamo sapere, per metterlo sull'avviso, ché tu un giorno lo lascerai... sei una traditrice, e digli al tuo uomo di adesso che impari a suonare uno strumento, che l'anno prossimo sarà qui con noi...

"Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto saje fá tu!..
..."

Bella figliola ca staje 'nchiusa 'a dinto,
vulessemo sapé cu chi staje 'nchiusa...
fall'affacciá...ll'avimm''a fá cunvinto
ca tu nu juorne 'o 'nchiante cu na scusa...

Tu si' na scellerata e 'o tradimento,
cresce cu 'e vase ca ve date ô scuro...
Dille ca se 'mparasse nu strumento:
ll'ha
da suná cu nuje ll'anno venturo...

Picceré', pe' tutt''o vico,
vanno 'e nnote 'e 'sta canzone...
si vedisse 'on Federico
ll'urganetto comm''o sona!
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bel
la!
Sulo chesto saje fá tu!

*****

Nell'aprile del 1974 Gabriella Ferri pubblica il suo ottavo disco (per la RCA italiana) dal titolo Remedios; l'anno prima era uscito il suo album dal titolo Sempre; comprendente tra le altre, le canzoni Il valzer della toppa (parole di Pasolini e musica di Umiliani) Sempre, appunto, Io cerco la Titina di Guido Di Napoli ,portata al successo tantissimi anni prima dal grande Natalino Otto; e le due celebri canzoni napoletane 'A casciaforte, testo di Alfonso Mangione e musica di Nicola Valente, e Lacreme napulitane, di Bovio e Buongiovanni.
Per la prima volta Gabriella Ferri si cimenta in canzoni della tradizione latinoamericana, e tra di esse citiamo la celebre La paloma che risale all'anno 1860, e Gracias a la vida, scritta dalla cantante cilena Violeta Parra poco prima di suicidarsi, era l'anno 1967, stava per cominciare l'era Pinochet; e inoltre Cielito lindo e La malaguena.
Nell'altro lato dell'album invece la cantante romana torna, o meglio prosegue, alla via del recupero, nel suo modo tutto particolare di cantare e di interpretare, della migliore tradizione classica romanesca. Tra le altre canzoni, ricordiamo Nina si voi dormite, del 1901, Fiori trasteverini una stupenda canzone di Romolo Balzani, e altre; e tra le altre: Semo centoventitre.
Gabriella Ferri, Roma 1942- Corchiano 2004 attrice e cantante di famiglia romana. Giovanissima insieme all'amica Luisa De Santis, figlia del regista cinematografico Giuseppe, forma un duo con il nome appunto di Luisa e Gabriella, interprete di canzoni romanesche. Ma Luisa è restia a mostrarsi sul palcoscenico, e la lascia. Gabriella intraprende la carriera di cantante solista. Col tempo dalle canzoni romanesche passa anche a quelle napoletane, che interpreta con una originalissima personalità.
Teatro, televisione, Bagaglino e Folk Studio e poi Il Piper a Roma.
Celebre è una trasmissione televisiva in cui lei, già con un fisico molto irrobustito, e il reuccio Claudio Villa, se ne dicono di tutti i colori a colpi di stornelli, duello che finisce senza vincitori né vinti, ma con la consacrazione, se ce ne fosse stato bisogno, di due grandissimi artisti della canzone dialettale.
Nel novembre 71 pubblica l'album di canzoni napoletane E se fumarono a Zazza, con tra le altre 'o sole mio, reginella, maria marì, marechiare...
Si ritira dalle scene nell'anno 1997 a causa dei una grave depressione che da anni la tormenta.
E che la porterà alla morte qualche anno dopo, nell'aprile del 2004.
Gabriela Ferri si cimenta anche come autrice del testo, dopo aver letto e ascoltato la canzone napoletana di cui abbiamo appena parlato, e cioè Sciuldezza bella.
La storia che Gabriella scrive è grosso modo la stessa cui aveva dato vita il poeta Edoardo Nicolardi tanti anni prima. Cambia molto poco in effetti; ad esempio il poeta napoletano presenta un gruppo di amanti traditi dalla bella al balcone in numero di quarantaquattro, Gabriella porta il numero a centoventitre. La scena è la stessa, la ragazza dai cento amanti al balcone e il raduno degli innamorati delusi di sotto; pronti a rinfacciarle i tradimenti, ma tutti riuniti per farle sentire la serenata. E come quello elencava dei nomi dei presenti, anche qui la cantante romana fa dei nomi, Peppino, Ninetto, Pippo l'avvocato, Giggetto... tanti sono i traditi, pensate, la bella regazza che cià cento amanti, e che sta lassù alla loggetta, non si è fatto mancare nessuno...

...e c’è puro er sagrestano
semo in centoventit
re ...

Bella ragazza che c’hai cento amanti
affaccete ‘ n tantino a la loggetta
se semo aridunati tutti quanti
pe’ fattela senti’ ‘sta canzonetta


Paraponzipò paraponzipò

La serenata a Roma si faceva di notte, all'epoca le vie erano ancora buie, mancando l'illuminazione e i lampioni erano ancora molto rari; se c'era la luna era meglio, la luna e una voce accompagnata dal colascione, e anche qui, come a Napoli, dal mandolino

C’è Peppino , c’è Ninetto
c’è sta Pippo l’avvocato
c’è Giggetto , c’è er "Tarmato"
vie’ a vede’ che bisca c’è

Scenni giù bell’angioletto
te li conti co’ la mano
e c’è puro er sagrestano
sem
o in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Gli amanti napoletani le rinfacciano i baci dati, gli abbracci a profusione, i tradimenti, questi romani le ricordano che non si può proprio nascondere, ché sanno molte cose di lei, ad esempio

che c’hai li nastri lilla a le mutanne
(ha i nastri colore lilla alle mutande)

e le giarrettiere so’ color de rosa
(e il colore rosa d
elle giarrettiere)...

bella regazza che ciài cento amanti... affaccete ‘ n tantino a la loggetta, qui sotto ce stamo tutti: ce so' puro Donato, Pietruccio, perfino Fausto lo zoppo, scendi vieni a contarci t'accorgerai quanti siamo,

e le ricordano ancora una volta ch, se potesse parlate la stanza dove ella dava convegno... be', che dire, anche la carta alle pareti sarebbe arrossita per la vergogna

De te sapemo tutti quarche cosa
e le giarrettiere so’ color de rosa
e ar busto porti ‘n cappio accussi granne

Paraponzipò paraponzipò

C’è Donato e lo "Stallino"
c’è Pietruccio , c’è er "Pelato"
ce sta Fusto lo "sciancato"
stanno tutti a aspetta’ te

Scenni giù bell’angioletto
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Parlasse la stanzetta ma no ‘n antra
che n’ avrà vista quarche
duna grossa
la carta che era tutta quanta bianca
pe’ la vergogna è diventata rossa

Paraponzipò paraponzipò

Poi le fanno sentire il concertino che stanno per fare (come accadeva nella scena napoletana) c'è anche qui una chitarra, c'è la fisarmonica, l'organetto
...
ce contenti a uno a uno
semo in centovent
itre

Vie’ a senti’ ‘sto concertino
chi te sona l’organetto
Pippo er flauto e Ninetto la chitara s
tà a sonà

...e qui a Roma, contrariamente a quanto avviene nella scena napoletana, tutti e centoventitre le chiedono un ultimo favore,

Scenni giu sur portoncino
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centove
ntitre

Qui sotto potete ascoltare la due canzoni, Sciuldezza bella nella classica versione di Nino Fiore, e Semo centoventitre cantata da Gabriella Ferri.
Grazie di avermi seguito.



marcello de santis

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

12 Agosto 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

poesie di Adriana Pedicini

prefazione di Nazario Pardini

Recensione di Renzo Montagnoli (luglio 2015)

L’amaro destino dell’uomo

L’uomo non nasce mai solo, ma con il concorso della madre; muore sempre, invece, solo, solo anche se attorniato dagli affetti più cari, perché la dipartita non può essere che un evento del tutto personale. Se nei primi anni di vita non ha la consapevolezza del suo destino e ha fretta di crescere, di procedere nel tempo, con il trascorrere degli anni ogni tanto gli appare il ricordo di quella spada di Damocle che pende sul suo capo dal momento in cui è stato generato e quando l’età, con i primi acciacchi, manifesta tutto il suo declino, è più facile che sopravvenga il timore della morte, che i tanti segni, soprattutto fisici, danno in avvicinamento. E allora tanto più avvertiamo la miseria di un’esistenza in cui più sono i misteri delle conoscenze, durante la quale non c’è mai spazio per una concreta prospettiva futura. È in quel momento, nella presa di coscienza del nostro effimero tempo, che vorremmo una risposta a tante domande, ma soprattutto a quella: perché la vita ha un termine e come sarà il dopo? Ovvio che non sempre avremo delle risposte, soprattutto per questo quesito fondamentale, ma è anche vero che è l’occasione per interrogarci, per trasporre magari in versi la nostra intima inquietudine, proprio come ha fatto Adriana Pedercini con questa silloge intitolata Il fiume di Eraclito, uscita di recente, ma, ahimè, non in cartaceo, ma come e-book. Dico ahimé poiché credo che il profumo della carta, lo scorrere dei fogli siano un elemento insostituibile e che costituiscano non tanto un corollario, ma la giusta base di partenza per leggere e gustare un’opera. Comunque, trattandosi di una silloge, composta da un certo numero di poesie, la lettura risulta meno disagevole visto che é indubbiamente meno faticosa di quella di un romanzo in formato elettronico.

Già il titolo mi ha incuriosito e allora ho pescato nella memoria, cercando di focalizzare l’opera di questo filosofo presocratico, per sua natura piuttosto criptico e mi è venuta in mente la correlazione fra il suo pensiero e il fiume. In buona sostanza, e questo lo sappiamo tramite Platone, Eraclito avrebbe detto:”che tutto si muove e nulla sta fermo" e poi confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, avrebbe aggiunto che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume" Che cosa significa? L’uomo non può fare la stessa esperienza due volte, poiché ogni entità, nella sua fittizia dimensione reale, è soggetta alla legge inderogabile del continuo mutamento. E pertanto non c’è alternativa alla morte e non è possibile che un essere vivente, venuto a mancare, abbia l’opportunità di morire ancora, perché ciò presupporrebbe una rinascita che per esperienza millenaria non si è mai verificata.

Credo, pertanto, che il titolo sia abbastanza esaustivo dello spirito che ha animato le poesie della silloge, ma se la vita in queste condizioni può essere un’astratta e anche a volte reale sofferenza, proprio perché essa è una sola e irripetibile si deve viverla, cogliere le infinite occasioni e opportunità che può dare, al fine, in ciò parafando questa volta i versi di una mia poesia, di poter dire al termine che ogni minuto è stato degno di essere vissuto. Ma ciò non significa gioia di esistere, bensì di accettare consapevolmente il dolore di esistere, che può essere anche uno sprone per addentrarsi nel terreno nebuloso, ma gratificante della metafisica, cercando oltre il sipario dell’ignoto. Sì, la morte si sconta vivendo, ma è anche vero che è un prezzo che tutti sono disposti a pagare.

Le liriche, raccolte, permeate dello stile intimistico di cui ci ha abituato la Pedicini, pur nelle variegate espressioni, riflettono questa sofferenza interiore, che pur tuttavia, stemperata dalla ricerca di conoscenza, si tramutano in note di carezzevole malinconia. Ed è proprio questa capacità di smussare, di filtrare solitudini e ancestrali angosce, che consentono di comprendere e godere i versi che in pacato ritmo, quasi un adagio, scorrono, come il fiume di Eraclito, davanti ai nostri occhi.

Da leggere, mi sembra ovvio.

Il libro è disponibile sia nella versione ebook che in cartaceo.

http://www.amazon.it/Il-fiume-Eracl…/…/ref=sr_1_1_twi_2_pap…

Prezzo di copertina del cartaceo 10 euro
richiedendolo a

adriana.pedicini@virgilio.it

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
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O sole mio

11 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

O sole mio



Che bella cosa na jurnata 'e sole
n'aria serena dopo la tempesta!
Pe ll'aria fresca pare già na festa...
Che bella cosa na j
urnata 'e sole.

Eccoli i primi versi della canzone napoletana più celebre al mondo, tradotta in mille lingue, cantata da tutti i cantanti di musica leggera, e da tutti i tenori; eseguita dalle orchestre piccole e grandi, da complessi e gruppi vocali, e perfino da cori polifonici del mondo intero.
Il padre del maestro Edoardo di Capua, il signor Giacobbe, in quell'anno del signore 1898 si trovava in Crimea (Ucraina) e precisamente a Odessa, per una tournée con altri colleghi musicisti; lui suonava il violino, e portava Napoli in giro per il mondo con una compagnia di posteggiatori molto rinomata. Lo accompagnava appunto il figlio Edoardo, anche lui posteggiatore e facente parte della compagnia: Eduardo che - aveva allora 39 anni - scrisse colà la musica, a rivestire quelle stupende parole di 'o sole mio, che l'amico Giovanni Capurro aveva scritto e gli aveva sottoposte. Era il mese di aprile, e chissà, forse a Odessa quel giorno c'era il sole, magari tiepido, o forse era una giornata buia e nuvolosa e per l'aria c'era ancora il freddo residuo di un inverno che da quelle parti è sempre rigido.
Fatto sta che Edoardo, pensando alla sua bella Napoli, con il sole che nel golfo è sempre di casa, prese a vergare con una matita sulle cinque righe di uno spartito bianco, una nota dietro l'altra, mentre tentava sui tasti bianchi e neri di un pianoforte ch'era in stanza (suo padre dormiva nella camera accanto) quella che diventerà la melodia per eccellenza di Napoli e della napoletanità.
Prima di partire, Giovanni tirò fuori dalla tasca un foglio un po' spiegazzato e lo porse all'amico Eduardo.

Edua' vide nu poco tu che ci puoi fare. Pe' me so' belle parole, e 'o ssaccio ca te piaceranno. Statte buono!

E dopo un abbraccio frettoloso, si allontanò; volgendosi una, due volte indietro a salutare l'amico, ancora, con il braccio alzato.

Che bella cosa na jurnata 'e sole / n'aria serena dopo la tempesta! / Pe ll'aria fresca pare già na festa.../ Che bella cosa na jurnata 'e sole…

Eduardo lesse in fretta solo i primi versi, che gli frullarono per la testa per tutto il viaggio.
Quella mattina, prima dimettersi al pianoforte, vogliamo immaginare - e forse fu proprio così - che si affacciasse alla finestra, gettasse uno sguardo al Mar Nero, calmo e tranquillo laggiù, e al sole che lo scaldava (o alle nuvole che oscuravano tutto). Poi tornò ai tasti; e pigiava e scriveva, pigiava e cancellava, pigiava e riscriveva.
Al termine della tournée, il complesso dei posteggiatori torna a Napoli, e qui comincia la vera storia della canzone: che guarda caso, era nata all'estero.

Lùcene é llastre d'a fenesta toia;
'na lavannara canta e se ne vanta
e pé tramente torce, spanna e canta
Lùcene 'e llastre d'a fenest
a toia.

Ci sono storie che contrastano con quanto ho appena scritto circa la nascita della canzone. Una di queste vuole che la casa editrice Bideri, cui il musicista collaborava da qualche tempo, affidasse i versi di Capurro solo in un secondo momento al musicista, quando questi già questi aveva composto la stessa. Anzi, l'editore sarebbe stato contrario ad accettare quei versi dal poeta (non parlavano d'amore, e non avrebbero avuto presa sulla gente, diceva; Napule esigeva sulamente parole d'ammore.)
Ma insomma, la soluzione del dilemma non ha importanza, il fatto che conta che nacque la canzone.

I POSTEGGIATORI

Bisogna fare una digressione, e parlare dei posteggiatori e di quello che rappresentavano in particolare in quell'ultimo scorcio dell'ottocento, in cui la musica e la canzone napoletana erano sentite come una cosa "necessaria" alla vita quotidiana da tutta la città e da tutti i cittadini, specialmente tra i popolani.
I posteggiatori, personaggi nati contemporaneamente alla canzone dialettale della città, si può dire che siano inscindibili dalla vita di questa terra benedetta da Dio con il suo mare e il suo cielo sempre azzurri, e rischiarati e riscaldati da un sole sempre presente. Essi sono da secoli sulle strade, nei vicoli, sulle piazze, con ogni mezzo che faccia musica, dal calascione del milleseicento (derivante da uno strumento più grosso e più ingombrate che si chiamava "colascione") alla chitarra di oggi, dal liuto del 400 al mandolino odierno, tutt'e due gli strumenti suonati col plettro; dalle mandole medievali a quelle rinascimentali e quindi a quelle moderne, dai tamburi ai tamburelli, dalla caccavella o putipù al triccheballacche.
E con la voce la più artigianale possibile, facevano conoscere i versi delle canzoni che nascevano nottetempo, lassù, nei salotti dove si tenevano le famosissime periodiche (di cui parlerò in un apposito saggio): riunioni ove ogni artista si esibiva nella propria specialità, spesso con nuove composizioni che già da questa prima esecuzione, rimbalzavano per la via sottostante, dove gruppi di persone erano in attesa di partecipare - se pure da lontano e come semplici "uditori"- a quelle novità.
Le canzoni, eseguite dal tenore di turno nella sala dei signori, scendevano una tira l'altra, attraverso la finestra aperta; e dalla notte stessa e quindi dal giorno dopo ci pensavano appunto gli improvvisati posteggiatori a farle conoscere da tutti. Del resto, è risaputo che la canzone napoletana è nata e si è sviluppata per le strade di Napoli, volando tra un mare sempre azzurro e il Vesuvio silenzioso a vegliare sulla città, grazie proprio all'opera indefessa di questi cantanti improvvisati.
Ai tempi nostri "'a pusteggia" (da posto) è un mestiere che si fa per vocazione, perché è una qualità "insita" nel napoletano vero; ancora oggi più che mai è richiestissima: non c'è matrimonio, comunione, compleanno, o qualsiasi banchettata fuori (trattoria, ristorante) o dentro casa, che non veda presenti due o tre posteggiatori, un mandolino, una chitarra, un tamburello, un violino, riuniti insieme ad allietare la serata. Si fanno chiamare "professuri" e non posteggiatori. Ci tengono a questa usurpatissima qualifica, ne va del loro prestigio di suonatori e cantanti. E non c'è serenata che non esiga la loro presenza.
Come ho già detto, la posteggia risale a tempi remotissimi. Senza andare molto indietro, va detto che già nel seicento si eseguivano villanelle e strambotti, col passare degli anni cambiavano le canzoni, ma rimanevano sempre gli esecutori che, alla stregua degli antichi menestrelli, si esercitavano nel loro mestiere di musicanti. Vecchissime, risalgono a quegli anni, le conosciutissime ed ancora eseguite Michelamma' e Lo Guarracino.
Quasi nessuno di essi raggiunse la celebrità, pure se qualcuno ebbe momenti di gloria, grazie anche ai soprannomi che adottarono, o che vennero loro attribuiti dalla gente comune, per loro caratteristiche.
Ne ricordiamo alcuni: nel cinquecento ci fu un certo "Compare Junno", che era cieco, ma molto bravo davvero. Nel seicento, Sbruffapappa, perché grazie alla sua voce rimediava giornalmente da mangiare. Nell'ottocento "'O busciardo", il secolo seguente "O zingariello, e poi "Eugenio cu 'e llente (con gli occhiali)

GLI AUTORI

EDUARDO DI CAPUA (1865- 1917)

Ebbe l'educazione alla musica in casa, impartitagli dal padre valente violinista e posteggiatore; con lui si esibì in tournée che lo portarono in giro, oltre che in Italia, anche all'estero, in Russia e in Inghilterra. E, come raccontato più sopra, fu proprio durante una di questi giri di spettacoli che il musicista compose le note della melodia più bella della storia della canzone napoletana.
Canzone che partecipò alla festa della Madonna di Piedrigrotta nel settembre del 1898; non vinse, arrivò solo seconda; il successo arrise ad una altra composizione che restò sconosciuta, mentre 'o sole mio spiccò il volo per tutta Napoli, e da lì per tutta l'Italia e poi per tutto il mondo. Ebbe negli anni traduzioni infinite e fu nel repertorio di tutti i più grandi cantanti nazionali e internazionali. Senza contare i tenori che si sono cimentati con essa.

Quanno fa notte e ó sole se ne scenne,
me vene quase 'na malincunia;
sott' a fenesta toia restarria
quanno fa notte e 'o sole se ne
scenne.

Ma Eduardo, nonostante il successo di 'O sole mio, non riuscì a vivere di essa, perché i tantissimi proventi di questa celebre canzone, come diremo appresso parlando di Capurro, andarono all'editore Bideri.
Eduardo Di Capua era costretto a vivere del suo pianoforte; accompagnava i primi film muti, nei cinema di periferia; o esibendosi a pagamento con altri musicisti che lo cercavano per la sua bravura, in matrimoni o cerimonie varie. Pensate: alla sua morte, avvenuta nell'anno 1917, la vedova fu costretta a venderlo, lo strumento tanto caro al maestro; fu lei a farlo trasportare da un rigattiere, per ricavare qualche soldo per tirare avanti.
Un aneddoto: alle Olimpiadi di Anversa, dell'anno 1920, al momento della esecuzione degli inni nazionali, il maestro della banda schierata in campo non trova l'inno di Mameli; improvvisa "o sole mio"; e uno stadio intero - alzandosi in piedi - canta in napoletano la canzone.
Va detto che Eduardo Di Capua divenne il musicista per eccellenza della canzone napoletana, musicò i versi dei più grandi poeti e parolieri coetanei. E dette vita ad alcune tra le più belle canzoni napoletane. Vogliamo ricordarne solo due: con parole di un altro grande sfortunatissimo poeta Vincenzo Russo: j' te vurria vasa', e Maria Mari'.

(notizie acquisite grazie a una storia di D. Rota, che ringraziamo)

GIOVANNI CAPURRO (1859-1920)


Al contrario di Eduardo di Capua, Giovanni Capurro studiò musica in Conservatorio e si diplomò in flauto. Ma arrivò alla canzone solo più tardi, ché nella vita fece diverse attività per tirare avanti, prima di quello che fu il suo mestiere definitivo: il giornalista, e da lì anche il critico teatrale. Ma era molto ricercato dai salotti, nei quali partecipava volentieri suonando il pianoforte.
La storia dice che aveva un carattere allegro, era - come si direbbe oggi - un buontempone, ed abilissimo a fare imitazioni. Ma era anche un buon poeta, tanto che pubblicò alcune raccolte di poesie. Da qui a scrivere versi per alcune canzoni il passo fu breve. Sua anche (ma siamo già nel 1905) la celebre Lili Kangy le cui parole dettero modo al musicista Salvatore Gambardella di rivestirle di una musica fantastica. Chi non ricorda le famosissime parole:


chi me piglia pe' frangesa/ chi me piglia pe' spagnola/ ma so' nata a Conte 'e Mola/ metto 'a coppa a chi vogl'j'… Caro Bebé,/ che guarde a fá?/ io quanno veco a te/ mme sento disturbá! …

Scrisse parole per moltissime canzoni, ma la sola che gli dette una notorietà internazionale fu solo una: 'o sole mio.

Quei fantastici versi:

Ma n'atu sole
cchiù bello, oi né.
'O sole mio
sta 'nfronte a te!
'O sole, 'o sole mio
sta 'nf
ronte a te
sta 'nfronte a te!

fecero e fanno ancora oggi il giro del mondo.

Voglio raccontare brevemente la vita di stenti che portò avanti il poeta.
Capurro rimase vedovo ancora giovane, aveva appena 31 anni, e la moglie gli lasciò tre figli da accudire, ma anche molti debiti. Per fortuna, nel 1904 scrisse una canzone per la nascita del figlio del Re che, rimasto soddisfatto, per l'occasione gli regalò una spilla di valore, che lui, invece di vendere, o di impegnarla come si era soliti di fare in quelle circostanze, volle donare alla Madonna di Piedigrotta, sperando che la Madonna gli facesse avere una vita migliore. Ma abbiamo già detto che i due autori, che fecero la fortuna della canzone 'o sole mio, e con essa la fortuna dell'editore Bideri, non ebbero a fruire dei diritti d'autore, perché della canzone si appropriò lo stesso editore, che li compensò con una somma modestissima: appena 25 lire.
Anche Capurro, come il suo amico, morirà poverissimo, seguendo dopo appena tre anni l'amara sorte del compagno.
Un aneddoto anche per Giovanni Capurro. L'autore di "'o sole mio" stava sul letto di morte, circondato dai suoi cari, gli avevano messo su un tavolinetto, lì accanto, per devozione, un'immagine di San Giuseppe, che a Napoli è considerato il patrono della buona morte. Ma il poeta, guardandolo, ebbe in mente il dolce che si prepara il 19 marzo, in occasione della festa del santo, le zeppole. In quel momento sorrise ed esclamò: che bona morte, sì… me sento meglio…

marcello de santis

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