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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Tobias Smollett a Livorno

21 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Nel secolo XVIII dimorò certamente a Montenero lo storico e letterato inglese Tobia Smollett, al quale i medici avevano consigliato un clima più mite e più confacente alla sua malferma salute. Egli prese stanza nella villa oggi dei signori Gamba, che situata in amenissimo luogo fra i poggi ed il mare, riparata dai venti di greco e di levante, e quasi sulla spiaggia, riuniva tutte le migliori condizioni igieniche. In questa villa a romantic and salutary abode, come la chiama un biografo dell'illustre scrittore britanno, lo Smollett preparò per la stampa il bello e soave lavoro The Expedition of Humphrey Clinker, che fu poi pubblicato in tre volumi nel 1771 e ricevuto con gran favore.”

Ancora una volta è Pietro Vigo a parlarci del soggiorno livornese di Tobias Smollett (1721 – 1771), letterato scozzese, creatore di Roderick Random e di Humprey Clinker. Teorico del romanzo razionale, di un picaresco mitigato dal realismo, strenuo avversario del romance, da lui considerato ignorante e superstizioso, nell’ultima parte della vita, per motivi di salute, soggiornò prima a Pisa e poi a Livorno, per la precisione a Villa del Giardino o Villa Gamba, fra Antignano e Monteburrone e qui, appunto, scrisse “The expedition of Humprey Clinker”. “Il Giardino” era una residenza di origine medicea che il Piombanti attesta possedere due sorgenti d’acqua potabile.

Smollett fu sepolto nella città labronica e ancora oggi la sua tomba a obelisco, ben visibile nell’antico cimitero degli inglesi, è una delle mete più ricercate dai turisti britannici. Tuttavia, come riportato nel sito mercantilivornesi.wordpress.com, uno scambio del 1898 fra il capitano James Buchan Telfer e il vice console britannico a Livorno, Montgomery Carmichel, sul periodico “Notes and Queries”, mette in dubbio che Smollett abbia veramente vissuto a Montenero - propendendo piuttosto per Pisa, definendo Livorno “an unattractive seaport town”, una città portuale priva d’interesse” - e persino negando che vi sia davvero sepolto.

louisstott.wordpress.com

Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it

mercantilivornesi.wordpress.com

“In the eighteenth century the English historian and literate Tobias Smollett certainly lived in Montenero, the doctors had recommended him a milder climate more suited to his ill health. He took up room in the villa that today is of the Gamba, which is situated in a very pleasant place between the hills and the sea, sheltered from the east winds, and almost on the beach, and had all the best hygienic conditions. In this villa a romantic and salutary abode, as a biographer of the illustrious British writer calls it, Smollett prepared for printing the beautiful and sweet work The Expedition of Humphrey Clinker, which was then published in three volumes in 1771 and received with great favor."

 

Once again it is Pietro Vigo who talks to us about the stay in Livorno of Tobias Smollett, (1721 - 1771) Scottish scholar, creator of Roderick Random and Humprey Clinker. Theoretical of the rational novel, of a picaresque mitigated by realism, strenuous opponent of romance that he considered ignorant and superstitious, in the last part of his life, for health reasons, he stayed first in Pisa and then in Livorno, to be precise at Villa del Giardino or Villa Gamba, between Antignano and Monteburrone and here, in fact, he wrote The expedition of Humprey Clinker. "Il Giardino" was a residence of Medici origin which Piombanti certifies having two sources of drinking water.

Smollett was buried in the Labronic city and still today his obelisk tomb, clearly visible in the ancient English cemetery, is one of the most sought after destinations by British tourists. However, as reported on the mercantilivornesi.wordpress.com website, an 1898 exchange between Captain James Buchan Telfer and the British vice consul in Livorno, Montgomery Carmichel, in the periodical "Notes and Queries", doubts that Smollett really lived in Montenero - rather leaning towards Pisa, defining Livorno as "an unattractive seaport town" - an uninteresting port city "- and even denying that he is really buried there.

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Marisa del Frate

20 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #televisione

Marisa del Frate

Marisa Del Frate ci ha lasciati quando stava per compiere 84 anni. I giovani di oggi non la conoscono, ché da molti anni si era ritirata dalle scene che l'avevano vista prima stella negli anni 50 e 60.
Io la ricorderò sempre nella sua immensa grazia nell'interpretazione della canzone Malinconico autunno, che presentò al V festival di Napoli dell'anno 1957. Lei romana di Roma (dove era nata nel 1931) ne fece un gioiello, e, a quanti la stavano vedendo e ascoltando, non poteva sfuggire la possibilità concreta di una grande affermazione. Vinse, infatti, inaspettatamente, il primo premio, e la canzone ancora oggi quelli della mia età sono in grado di accennarla, almeno in alcune strofe.


Erano verde...
erano verde 'e ffronne.
E mo, só' comme suonne perdute...
e mo, sóngo ricorde 'ngiallute...

Dint'a chest'aria 'e lacreme
'e stó' guardanno...
Cu 'o viento se ne vanno
pe' nun turná maje cchiù...

Malinconico autunno,
staje facenno cadé
tutt''e ffronne do munno
sulamente pe' me...

Chi mm'ha lassato pe' nun turná,
chisà a che penza...chisà che fa...
Ammore mio,
nun só' stat'i
o...
si' stata tu!...
Pecché?...Pecché?...

I versi della canzone si devono al poeta napoletano verace Vincenzo De Crescenzo, che - ricordiamo - godeva già di una sicura fama per aver composto nel 1950 la più celebre Luna rossa, portata al successo all'epoca da Giorgio Consolini e successivamente consacrata alla gloria da Claudio Villa.
La musica di Malinconico autunno è opera del maestro Furio Rendine, coetaneo di Vincenzo, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Maiella in violino e composizione.
Ecco, è sul palcoscenico del festival che conobbi per la prima volta questa bellissima affascinante donna; più tardi, quando aveva spiccato il volo verso la notorietà, contribuì la televisione a portarla nelle case di noi spettatori, quella televisione che da noi stava facendo i primi passi, tutta in bianco e nero, e tra noi si conquistò grazie alla sua simpatia una marea di ammiratori.
Divenne un'attrice, e una soubrette, mettendo in mostra tutte le sue doti fino allora a noi sconosciute; tanto che attori e comici di fama la chiamarono accanto a loro per averla come compagna di recitazione. Eccola così a fianco di Carlo Dapporto e Macario che la vollero nelle loro commedie musicali. Ma la celebrità completa l'aspettava dentro gli schermi della tivu.
Erano passati solo 4 anni dal'apparizione in quel festival della canzone napoletana; siamo nel 1961 e Gino Bramieri la vuole accanto a sé nella trasmissione quiz condotta dal grande Corrado Mantoni dal titolo L'amico del giaguaro.
Con loro due c'è anche un certo Raffaele Pisu. Il trio fa scintille, ed entra nel cuore di tutti gli italiani.
Mi fermo qui.
La sua carriera continua in televisione, in radio, nel cinema, e andrà avanti per molti anni. Ma a me piace ricordarla sul palcoscenico del festival di Napoli del 1957 quando dipingeva con la voce la canzone Malinconico autunno.
Marisa era sola, aveva perduto il marito, l'attore Tonino Micheluzzi che aveva sposato in Scozia, in quanto lui era già sposato; fu un matrimonio segreto.
Purtroppo la sola bimba che nacque dall'unione morì appena nata.
Ciao Marisa.

marcello de santis

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Boccaccio e il Romito

19 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Boccaccio e il Romito

Si dice che Giovanni Boccaccio si sia ispirato alla località del Romito per la decima novella della seconda giornata del suo Decamerone, in cui si racconta della bella Chinzica, rapita da Paganin da Mare presso una certa torre di Montenero. Questa torre era l'antenata medievale del Castello del Boccale.

"Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna."

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Giacomo Rondinella

18 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Giacomo Rondinella


Giacomo Rondinella ( 30 agosto 1923 - 26 febbraio 2015), abitava vicino al mio paese, a Fonte Nuova, dove ho accompagnato alcune volte i miei nipotini, che fanno ginnastica artistica in una palestra di quel paesino distribuito sulla via Nomentana; e l'estate scorsa mi sono recato a casa sua per fargli una visita, inaspettato, e per fargli dono di alcuni mie libri di poesie.
Quando sono arrivato, davanti al suo nome, sopra al campanello, ho esitato; mi avrebbe accolto? Non mi conosceva e il dubbio era normale. Ho suonato e qualcuno mi ha aperto. In casa c'erano due giovani intenti a sistemare il breve soggiorno; ho chiesto di lui, mi sono presentato, e ho saputo che, dopo la recente morte della moglie, Giacomo aveva scelto di ritirarsi in un centro anziani, aveva novant'anni, per sentirsi meno solo; girare per la casa vuota gli avrebbe fatto male.
Poi, più in là, l'amico Salvatore Pirrone mi ha comunicato che era ritornato a casa; e allora gli ho chiesto se mi avesse avvisato quando lui sarebbe andato a trovarlo. Rimanemmo d'accordo così.
Solo recentemente ho avuto un contatto con la nipote Rita; che mi ha detto che, quando io avessi voluto l'avessi pure chiamata, mi avrebbe accompagnato o accolto a casa di Giacomo.
Ho deciso allora di aspettare, preoccupandomi del freddo che, per un vecchio di 91 anni, era più duro che per me che ne ho settantasei.
Ma non ho fatto in tempo; Giacomo non mi ha aspettato; e non per colpa sua.
Se n'è andato alle 3.00 del 26 febbraio.
Era veramente l'ultimo grande dei classici, uno che ha inciso con la sua figura di bel giovane e grande voce il cielo del bel canto di Napoli.
Nato e cresciuto in una famiglia di artisti, i genitori Ciccillo e Maria, il fratello Luciano e le sorelle Francesca e Amelia, tutti cantanti; Clelia, nipote attrice, e oggi la nipote Rita.
Iniziò nel 44, in pieno periodo di guerra, quando vinse un concorso per voci nuove a Radio Napoli. Divenne presto un grande cantante, ma fece anche film e commedie musicali in teatro.
La sua prima grande canzone che lanciò proprio lui fu quella di Rocco Galdieri, Munasterio 'e Santa Chiar
a.
E nel 1951 fu il primo ad incidere Malafemmena del grande Totò.
Se ne andò in America e solo dopo vent'anni tornò in Italia con meno capelli in testa, ma sempre con la sua bella presenza (è stato sempre alto e atletico); ma soprattutto con la sua voce immutata calda e modulata come era agli inizi.
Non voglio soffermarmi più a lungo a ricordare i di lui successi canori e cinematografici; non ce n'è bisogno; ché la gente della mia generazione lo conosce fin troppo bene.
Questo breve ricordo vuole solo invogliare i giovani, che non lo conoscono e non lo hanno mai conosciuto, e non può essere altrimenti, a trovare qualche scritto su di lui e a sentire qualche successo delle sue canzoni.
Grazie Giacomo per la gioia che mi hai dato per lunga parte della mia giovinezza.
Ho un solo rimpianto, non averti conosciuto... ma la primavera che attendevo per venire a conoscerti, è giunta troppo tardi.
Ciao.

marcello de santis

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L'italiana in Algeri

17 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

L'italiana in Algeri

L'italiana in Algeri, opera buffa di Gioacchino Rossini, rappresentata per la prima volta nel 1813, si ispira, sembra, a un fatto di cronaca, la vicenda della milanese Antonietta Frapolli, rapita dai corsari nel 1805 e poi tornata in Italia.

La leggiadra Isabella, protagonista dell'opera, è però Livornese. Dalla città toscana è salpata alla ricerca dell'amato Lindoro ed è naufragata sulle coste algerine, dove è stata catturata e rinchiusa nell'harem del bey Mustafà, stanco della propria moglie. Sarà proprio grazie al suo carattere labronico, battagliero e arguto, se riuscirà a prendere per il naso Mustafà, a farlo pentire di aver ripudiato la sottomessa moglie locale in favore di una italiana, e a ricongiungersi con l'amato.

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Caruso a Livorno

16 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Enrico Caruso (1873 – 1921), già legato alla città labronica per il suo rapporto privilegiato con l’opera di Mascagni Cavalleria Rusticana, nel 1897 conobbe a Salerno il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi, che gli propose di accompagnarlo nella stagione estiva a Livorno. Caruso dimorò nella villa del soprano Ada Giachetti, interprete con lui dell’opera, sposata con il triestino Botti e madre di un bambino. La Boheme non era ancora mai stata rappresentata a Livorno.

Il 14 agosto 1897 Puccini fu accolto in trionfo, con la banda e con una profusione di torce accese, il cui fumo intenso fece anche temere per un momento un incendio. Il Goldoni era strapieno, le signore sfoggiavano abiti lunghi, piume, gioielli, gli uomini erano in frac. La Giachetti fu insuperabile e per Caruso fu un successo, ripetuto già l’anno seguente, dove nel luglio, al teatro Politeama, cantò in una stessa giornata addirittura due opere, I Pagliacci e Cavalleria Rusticana.

Trasportati dalla musica, dalla passione comune, dall’atmosfera romantica dell’opera lirica, Ada ed Enrico s’innamorarono perdutamente. Ada era un poco più vecchia di Enrico, aveva un viso ovale ma pieno, occhi grandi, sorriso enigmatico, per undici anni fu la sua compagna, la sua allenatrice, la madre di quattro figli di cui sopravvissero solo Rodolfo e Enrico Junior.

Ma la vita li allontanò, Ada fuggì con Romiti, l’autista, col quale poi intentò causa a Caruso, perdendola e finendo condannata al carcere e a un risarcimento pecuniario.

Enrico Caruso (1873 - 1921), already linked to the Labronic city for his privileged relationship with the work of Mascagni Cavalleria Rusticana, in 1897 met the conductor Vincenzo Lombardi in Salerno, who proposed to accompany him in the summer season in Livorno. Caruso lived in the villa of the soprano Ada Giachetti, interpreter of the work with him, married to Botti from Trieste and mother of a child. La Boheme had never been represented in Livorno yet.

On August 14, 1897 Puccini was welcomed in triumph, with the band and with a profusion of burning torches, whose intense smoke also made them fear a fire for a moment. The Goldoni was overflowing, the ladies sported long dresses, feathers, jewels, the men were in tails. Giachetti was unsurpassed and for Caruso it was a success, already repeated the following year, where in July, at the Politeama theater, he sang even two operas in the same day, I Pagliacci and Cavalleria Rusticana.

Transported by music, by common passion, by the romantic atmosphere of the opera, Ada and Enrico fell madly in love. Ada was a little older than Enrico, had an oval but full face, large eyes, enigmatic smile, for eleven years she was his partner, his coach, the mother of four children of whom only Rodolfo and Enrico Junior survived.

But life drove them away, Ada fled with Romiti, the driver, with whom she then filed a lawsuit against Caruso, losing and ending up being sentenced to prison and financial compensation.

 

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Angelica Palli

15 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Angelica Palli

Anghelikì Pallis (1798 – 1875), figlia del console, nonché direttore della scuola greca, di Livorno, nasce da genitori entrambi ellenici. Studia col maestro de Coureil (di origine francese ma morto a Livorno). Eredita dal padre l’amore per la letteratura e per i classici e comincia a versificare fin dall’adolescenza. Scrive poesie, novelle, tragedie, romanzi. Il suo “Tieste”, del 1814, si merita le lodi del Monti. Nel 1919 diviene membro dell’Accademia Labronica, col nome di Zelmira.

I suoi interessi, oltre che artistici, sono politici e sociali. È un’attiva sostenitrice degli ideali e delle lotte risorgimentali, si dedica alla causa del popolo greco contro gli ottomani (la stessa per la quale muore Byron). L’unica donna a essere ammessa al gabinetto Vieusseux - il circolo fondato a Firenze che, oltre a fungere da emeroteca e biblioteca circolante, serve anche a mettere in contatto fra loro gli intellettuali della futura Italia unita - le viene proposta una collaborazione ma rifiuta non sentendosi all’altezza del compito.

Il sito angelicapalli.blogspot.com è una preziosa fonte d’informazione per conoscere la vita privata della scrittrice livornese. Vi si narra che, nel 1970, nella soffitta di una casa di campagna della valle Benedetta, è stata ritrovata una cassa contenente lettere di Angelica al padre.

Siamo nel 1830, Angelica ha trentuno anni, un viso di una bellezza classica e pulita. Conosce il diciannovenne Giovan Paolo Bartolomei, nobile di origine corsa e patriota, e se ne innamora. Lui è cattolico, lei ortodossa, lui un ragazzo, lei una donna fatta. La famiglia di lui osteggia il rapporto. I due fuggono, aiutati dal fratello di Angelica, Michele, con l’intenzione di chiedere la dispensa papale per sposarsi. Ripiegano poi su Corfù, dove si uniscono in matrimonio con rito ortodosso. L’anno successivo Angelica scrive accorate lettere al padre, implorando il suo perdono, spiegandogli che ha ricevuto tanto ma ha anche sofferto. Sono, appunto, le lettere ritrovate nella cassa.

Dal matrimonio nasce un figlio, Lucianino, e i tre fanno finalmente ritorno a Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, sugli scali del Pesce in Venezia, diventa il principale salotto mazziniano, tra il 20 e il 40, frequentato da Lamartine, Champollion, Niccolini, Guerrazzi, Bini e Manzoni. Quest’ultimo immortala Angelica in un’ode scritta per lei, dove la definisce “Prole eletta dal Ciel, Saffo novella”.

In questo periodo l’attività politica della Palli s’intensifica, ella collabora a riviste e giornali, scrive poesie e novelle di argomento civile e nel 47 si occupa dell’organizzazione dei volontari toscani. Il marito e il figlio adolescente partono insieme con un gruppo di patrioti livornesi per combattere a Milano durante i moti del 48 e Angelica li raggiunge per poi tornare a Livorno nel 49.

Durante i mesi autunnali, per alcuni anni soggiorna a Fauglia, in corso della Repubblica 47 (dove una lapide la ricorda). Qui scrive il famoso “Discorsi di una donna alle giovan maritate del suo paese”, in cui rivaluta in senso femminista il ruolo della donna nella società. Scrive anche “Cenni sopra Livorno e i suoi contorni”, dove mostra di apprezzare lo spirito battagliero delle donne labroniche, descrivendole come buone, generose ma irrispettose e irriverenti. A questo testo fa riferimento anche Pietro Vigo nelle sue ricerche storiche.

Nel 53 rimane vedova e si trasferisce a Torino ma muore poi a Livorno nel 1875. Le sue spoglie riposano nel cimitero greco in via Mastacchi.

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Guido Menasci

14 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

Mamma, quel vino è generoso, e certo

oggi troppi bicchieri ne ho tracannato...

vado fuori all'aperto.

Ma prima voglio che mi benedite

come quel giorno che partii soldato...

E poi... mamma... sentite...

s'io... non tornassi... voi dovrete fare

da madre a Santa, ch'io le avea giurato

di condurla all'altare.”

Quasi tutti conoscono Guido Menasci (1867 – 1925) come librettista, insieme all’amico Targioni Tozzetti, della “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni.

Malinconico, cagionevole di salute, di lui si ricorda la storia del libretto finito di scrivere l’ultimo giorno di scadenza del concorso, poi vinto dall’opera di Mascagni - in cui la tematica sociale del testo verghiano viene diluita e diventa solo folclore. Il successo dell’opera decretò la fama dei due librettisti che collaborarono ancora ad altre opere del compositore livornese.

Non tutti sanno, però, che Menasci fu uomo di lettere a tutto tondo. Suo padre, assessore all’Istruzione del Comune di Livorno, fu uno dei primi traduttori italiani di Heine, poeta tedesco a metà strada fra romanticismo e realismo. Queste opere infusero in Menasci l’amore per la letteratura soprattutto straniera. Conosceva così bene il francese da tenere orazioni a Parigi e fu fine critico letterario goethiano. Scrisse prose, libri per ragazzi e versi malinconici ispirati alle nostre marine.

Almost everyone knows Guido Menasci (1867 - 1925) as librettist, together with his friend Targioni Tozzetti, of Pietro Mascagni's "Cavalleria Rusticana".

Melancholy, poor in health, we remember the story of the booklet finished writing on the last day of the competition's expiration, then won by Mascagni's work - in which the social theme of the Vergian text is diluted and becomes only folklore. The success of the work decreed the fame of the two librettists who still collaborated on other works by the composer from Livorno.

Not everyone knows, however, that Menasci was an all round man of letters. His father, Councilor for Education of the Municipality of Livorno, was one of the first Italian translators of Heine, a German poet halfway between romanticism and realism. These works infused Menasci's love for especially foreign literature. He knew French so well that he gave orations in Paris and was a fine Goethian literary critic. He wrote prose, children's books and melancholy verses inspired by our navies.

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Madama Sitrì

13 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Madama Sitrì

"Viaggio d'andata senza ritorno

Bella Livorno,

Mi fermo qui

Verso l'inferno o al paradiso

Come al bordello

Madame Sitrì"

(Bobo Rondelli)

Quella di Madame Sitrì era una casa di tolleranza livornese che non aveva niente da invidiare alle famose maison di Roma o Milano. Un bordello lussuoso, vicino al mare, con grandi saloni, specchi, morbidi divani e poltrone dove erano mollemente adagiate le più belle ragazze sulla piazza, discinte, velate, sorridenti, allegre per contratto, pronte a offrirti un bicchiere di spumante e a farti dimenticare guai e mogli brontolone. Ragazze raffinate, che sapevano trattare i clienti facoltosi, i maggiorenti della città, i cadetti dell'Accademia Navale, addirittura i rampolli di Casa Savoia, spesso persino qualche professore di liceo, sbeffeggiato dai suoi ragazzi appostati fuori, o qualche gesuita che, per l'occasione, si era tolto la tonaca.

A gestirla era una signora elegante, non priva di cultura e dal piglio imprenditoriale, capace di mantenere l'ordine fra i clienti e dirigere le ragazze con bonaria fermezza.

Alla figura di Madama Sitrì e alla sua celebre casa chiusa si sono ispirati Aldo Santini, Giuseppe Pancaccini e Bobo Rondelli, il quale le ha dedicato una celebre canzone.

I bordelli furono chiusi nel 58, dalla legge Merlin.

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Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta

12 Luglio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
UN PAESE AFFASCINANTE CHE, NONOSTANTE LE DOMINAZIONI SUBITE, HA MANTENUTO LE SUE TRADIZIONI.

L’Uzbekistan è un’affascinante destinazione turistica, non molto nota al turista italiano, ma conosciuta dai veri viaggiatori che, attratti dai paesi dalla cultura totalmente diversa dalla nostra, amano visitare mete alternative ai tradizionali e più noti circuiti turistici.
L’Uzbekistan è attraversato dalla famosa “Via della Seta che, partendo da Venezia, attraverso l’Armenia, l’Iran ed il Kyirgystan, portava fino alla Cina.
La Via della Seta era stata così denominata dai carovanieri e dai mercanti che la utilizzavano per i traffici e scambi commerciali che si tenevano lungo di essa. Quest’importante strada di comunicazione era citata spesso quale punto di riferimento geografico sulle antiche mappe dei primi viaggiatori.
Sin dal Medioevo la via della seta è stata oggetto narrativo di storie, non sempre veritiere, da parte di coloro che al ritorno dei lunghi viaggi raccontavano fantastiche avventure capitate proprio lungo quella leggendaria via di collegamento.
I mercanti intraprendevano lunghi viaggi per acquistare principalmente seta grezza o lavorata, oltre ai bozzoli dei bachi che la producevano, al fine di produrre seta sia nel nostro paese sia nel Nord Europa.
I maestri di filatura e tessitura di quelle località insegnarono anche ai mercanti, al seguito di Marco Polo, l’antica arte dell’allevamento e della tessitura di questa pregiata stoffa.

LA STORIA PIÙ RECENTE…

Dopo il crollo del muro di Berlino, con la conseguente frammentazione di quella che fu la grande Unione Sovietica, l’Uzbekistan ha riaperto al mondo il suo scrigno ricco di preziose meraviglie che hanno segnato una parte della storia strettamente legata alle scoperte di Marco Polo durante uno dei suoi interminabili viaggi.
Geograficamente si trova al centro dell’Asia. Confina a nord con il Kazakistan, a sud con il Turkmenistan e Afganistan, a est con il Tadjikistan e il Kyrgystan
Vi sono circa 25 milioni di abitanti che vivono prevalentemente di agricoltura, una delle principali risorse del paese. L’industria mineraria è molto avanzata e i metodi di estrazione di minerali preziosi quali l’oro e l’argento collocano l’Uzbekistan al quarto paese nel mondo per quantità estratta sia di questi che di altri minerali. Anche l’estrazione del petrolio e l’industria automobilistica è molto sviluppata.
l’Uzbekistan è uno degli Stati dell’Asia Centrale più ricco di storia. Il suo territorio, lambito a nord ovest dal grande lago salato d’Aral, si estende lungo i corsi dei fiumi Syr-Darya e Amu-Darya. Fu terra di conquista di Alessandro Magno nel IV secolo a.C., quindi asservito all’impero persiano poi i turchi occidentali nel VI secolo d.C. vi portarono la religione islamica e l’alfabeto scritto. Nel XII secolo fu invaso dalle orde del mongolo Gengis Khan e nel XIV secolo passò sotto il dominio turco del non meno spietato Tamerlano. Nello stesso secolo alcune tribù mongole iniziarono a chiamarsi “uzbeki”, ripresero il controllo della regione e lo mantennero fino ai giorni nostri. Nel XIX secolo fu stato vassallo di un impero zarista teso ad impedire l’espansionismo inglese e, a partire dalla “rivoluzione d’ottobre” del 1917, divenne regione estrema dell’Unione Sovietica, che vi impose la collettivizzazione e la monocoltura del cotone. Infine, dal 1991, l’Uzbekistan è una repubblica presidenziale indipendente.

TASHKENT LA CAPITALE

Tashkent ha una popolazione di 3 milioni di abitanti. Il clima si può definire molto simile a quello mediterraneo, sebbene in inverno faccia un po’ più freddo ma il terreno è molto fertile e questo particolare clima permette la raccolta del grano 3 volte all’anno.
Il mese più freddo è gennaio e può capitare che nevichi, mentre il più caldo è luglio, la cui temperatura può arrivare fino a 38°, sopportabilissimi perché privi d’umidità.

Questa “moderna” capitale colpisce per i suoi innumerevoli parchi e giardini, tutti ben curati, e il tantissimo verde a disposizione dei cittadini.
Nella zona centrale della città si trovano i più importanti alberghi di varie categorie, ma molte catene alberghiere stanno costruendo bellissimi e lussuosi alberghi dotati di centro congressi, businness center ed altre infrastrutture adatte a uomini d’affari.
La capitale non ha un vero centro storico, c’è solo un vecchio edificio che segna un ipotetico centro. Tashkent è per lo più una città moderna ed i suoi edifici ed alberghi ci ricordano molte città dell’Est Europeo. Tuttavia, lo stile architettonico dei palazzi “Modern-Soviet" fa di Tashkent una capitale davvero interessante
La sua metropolitana merita assolutamente di essere visitata perché si può ammirare un autentico capolavoro stile Decò. Le decorazioni alle pareti, i lucidi marmi, i bei lampadari rendono questo piccolo gioiello un’opera d’arte.

BUKHARA

Durante una lunga traversata di circa sette ore nel sud-est del paese, attraversando immensi campi coltivati a cotone e ortaggi, osservando fiumi e fiumiciattoli che scorrono costeggiando i lati dell’“autostrada”, incontrando paesini agricoli dove ci si può fermare per vedere che quasi in ogni casa l’allevamento “fai da te” di bachi da seta è imperante, si arriva nella bella città di Bukhara. Ogni monumento storico o sito culturale che si vede a Bukhara è la testimonianza del grande talento artistico del popolo Uzbeko, della sua forza creativa nel campo delle scienze, della cultura spirituale, di quella filosofica e religiosa.
Per migliaia d’anni, Bukhara è stata presa come esempio del simbolo della civilizzazione. Ed i mercanti, i pellegrini (i turisti di allora) che vi transitavano per la religiosità dei luoghi, ne hanno fatto un sito sacro, oltre che un importante centro di scambi commerciali. Le numerose cisterne d’acqua che vi si trovano fungevano/fungono da laghetti dove godere un po’ di riposo e di frescura oltre a esercitare la funzione di luoghi di relax, di socializzazione e di divertimento della popolazione.
La città è conosciuta soprattutto per i tappeti, ma all’origine ci fu un equivoco: i “bukhara”, ben noti tappeti conosciuti in tutto il mondo per i loro disegni, colori e tessitura, non provengono da questa città. Sono prodotti in Turkmenistan, ma essendo stata Bukhara uno degli snodi mercantili più vivaci sulla “Via della Seta”, già all’epoca di Marco Polo, è qui che questi manufatti iniziarono ad essere commercializzati e presero il nome della città.
Le moschee, le madrasse, i minareti, le piazze, gli archi, le vie lastricate e i capolavori architettonici dei palazzi, tra cui i palazzi dell’Amministrazione, il Mausoleo dei Samanidi, la Cittadella con il palazzo del Gran Kan (il quale si era fatto costruire un piccolo balcone sul torrione più alto, proprio sopra la piazza, da dove assisteva alle esecuzioni capitali), testimoniano la grande fama di Bukhara. Oggi, dopo tanti anni di abbandono, si assiste alla sua rinascita grazie al restauro e alla conservazione di tutti questi monumenti, riportati al loro originale splendore.
Gli oltre 140 siti museali presenti sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Tra i più importanti, c’è la piazza secentesca Labi-Khaus, con la più grande madrassa (scuola islamica) della città costruita intorno ad una vasca; la moschea e il minareto Kalyan del XII secolo, alto 47 metri, un tempo l’edificio più alto dell’Asia; il mausoleo di Ismail Samani, la struttura più antica e più elegante della città, completata nel 905 d.C. Siamo affascinati dall’architettura relativamente semplice e sobria, ma imponente, dei monumenti.

E se l’immaginazione ci rimanda alla magnificenza cromatica di alcune moschee che abbiamo in mente, rischiamo di rimanere delusi. A Bukhara, proprio per l’antichità del sito, i colori prevalenti sono il beige e il marrone, gli stessi delle numerosissime piccole case dei dintorni. Tra i pochi passanti di un giorno feriale, soprattutto fedeli, si può osservare che gli uomini portano tutti un copricapo quadrangolare nero con disegni floreali bianchi, vestono abiti lunghi e scuri ravvivati dal sash blu o bluette, una sorta di maxicappotto trapuntato. Le donne portano abiti coloratissimi con disegni floreali che coprono i pantaloni, anche questi variopinti. Come riconoscere una donna nubile? Semplice. Se la fanciulla porta treccine tutte raccolte all’interno di un ampio fermaglio decorato, vuol dire che è “da marito”. Altrimenti – se le treccine sono sciolte – significa che è sposata.

Ma Buhkara offre ancora la visita alla moschea e alla madrassa Nadir Divanbegi, con il suo timpano decorato a mosaici rappresentanti uccelli fantastici. Qui ci sono tre bazar coperti. I tappeti, ovviamente, sono l’attrazione principale, ma pure le splendide sushine di seta ricamate a mano da giovani donne. Ve ne sono di tutte le misure, vuoi come eleganti centrotavola, vuoi come tendaggi o come parati in un ambiente etnico. Nell’antichità, a seconda dell’armonia dei disegni, dei colori e della perfezione dei ricami di questi preziosi manufatti, l’uomo decideva chi valesse la pena di prendere in moglie. Una sorta di test prematrimoniale. Qualcuno fa ottimi affari, ma giungere ad un accordo sul “prezzo giusto” è un’arte nella quale pochi di noi sono avvezzi.

LA MITICA SAMARKANDA

Sul Milione sono citate più volte capitali epiche tra le quali anche Samarkanda, una delle città più vecchie del mondo. Fondata oltre 2.750 anni fa, raggiunse tra la fine del 14° secolo e l’inizio del 16° la massima espansione sotto il regno del famoso condottiero Tamerlano. Di quel periodo, purtroppo, ci sono pochissimi riscontri archeologici che possono confermarne il suo antico splendore. Dalle testimonianze storiche della necropoli di Shah-i-Zinda (14° sec.) ed altre d’epoca medievale, si può capire quanto fossero sviluppate l’architettura e il bellissimo mausoleo di Gur Emir, dove ancora oggi si può ammirare la tomba del grande Tamerlano e della sua famiglia, ne sono un esempio.

Nello stesso mausoleo sono sepolte anche le spoglie degli uomini più importanti del paese, tra questi il famoso Ulughbek, insigne astronomo, scienziato, esperto matematico e statista il quale, già nel 1.428, fece costruire un osservatorio astronomico d’elevata precisione (ancora oggi parzialmente visibile) ed a lui si debbono molte scoperte che rivoluzionarono i concetti astronomici di quei tempi.
A Samarcanda si possono ammirare importanti “Madrasse” (scuole Coraniche), e la necropoli di Shakhi Zinda consistente in 11 mausolei decorati con splendide maioliche dai delicati colori che vanno dal turchese al blu cobalto con sfumature di colore lapislazzulo. Ancora oggi sono ben conservati e piuttosto visibili e mostrano un gradevole gioco di forme e di colori.
The Registon Square, è una enorme piazza incorniciata dalle tre più importanti Madrasse, ricche di decorazioni in maiolica dai colori brillanti che variano dal giallo ocra al blu cobalto, dal turchese al verde smeraldo. Queste splendide maioliche impreziosiscono la piazza con i loro riflessi sfumati di colore.
I suoi quattro longilinei minareti, che svettano ai lati, avvolgono le Madrasse come braccia, le cui mani, protese verso il cielo, sembrano essere messe a protezione di questo sacro e imponente mausoleo religioso.
È un’atmosfera magica quella che si respira a Samarkanda anche se, uscendo dal nucleo storico, i riflessi di un’urbanistica di stampo sovietico fanno effettivamente un po’ “a pugni” con l’architettura dei monumenti e la ricchezza cromatica e stilistica degli antichi palazzi. Ma fervono lavori di restauro volti al recupero, alla tutela e all’esaltazione di un patrimonio di inestimabile valore storico culturale.

Della necropoli Shakh-I-Zindeh, con i tre gruppi di mausolei, dell’immensa Piazza Registan, non si finisce mai di ammirare l’azzurro luccicante dei mosaici finemente decorati, dove pure campeggiano antiche scritture e si confondono le simbologie di zoroastriana memoria. Giganteggia la moschea di Bibi-Khanym, un tempo destinata alle grandi assemblee. Fu il gioiello di Tamerlano. Tutt’ intorno il grande bazar: il più spettacolare e suggestivo sito folcloristico di Samarkanda. Un enorme caravanserraglio di vestiti, stoffe, cappelli, turbanti, tappeti. Al coperto, il mercato agricolo con ogni ben di Dio di spezie, vegetali, frutta, frutta secca, melograni, cereali

URGENCH

Volando verso est, si arriva dopo circa 30 minuti di volo ad Urgench, una piccola città resa importante dalla vicina cittadina di Khiva.
Fondata agli inizi del 17° secolo, mantiene intatta la sua fisionomia medievale e i suoi minareti, i suoi vicoli, le sue moschee, le sue scuole coraniche sono ancora in un perfetto stato di conservazione. Tutte le costruzioni sono edificate in mattoni d’argilla e paglia, e il colore della città è lo stesso del materiale che è stato adoperato con sfumature che tendono al nocciola. Le case e i palazzi sono ancora oggi abitati e lungo le strade e nei quartieri della città vengono esercitati mestieri di antica memoria che catapultano indietro nei secoli chi proviene come noi da paesi supermoderni. Sembra di essere capitati in un’opera teatrale ambientata in un mondo arcaico e lontano che non ci appartiene più.

KHIVA

Definita la perla dell’Uzbekistan è contemporanea della fondazione di Roma e risale a 2.500 anni B.C.
Documenti attendibili, invece, ne testimoniano la nascita addirittura a 2.700 anni prima di Cristo. Così come alcune testimonianze confermano la creazione della prima Accademia dell’Asia centrale (chiamata di “Ma’moon”) proprio in questa città e ben 1.500 anni B.C. Oggi tale accademia è assurta a nuovo splendore, grazie a importanti lavori di restauro, ed è stata riaperta al pubblico.

A Khiva, vivono attualmente circa 1.500 persone le quali debbono il loro benessere a questa città, frequentata da turisti, ma che è riuscita a mantenere intatta la sua identità di città fortezza ben difesa dai suoi muri di protezione. I muri la incorniciano nei quattro lati e sono ancora ben conservate sia le porte di accesso sia gli spalti difensivi e gli innumerevoli minareti, il più celebre dei quali è quello incompiuto (sembra che la popolazione si rifiutasse di sponsorizzare l’opera che riteneva brutta e troppo costosa).
Una leggenda vuole che questa piccola città fosse fondata da Sem, figlio di Noè, che qui scavò un pozzo. Khiva era importante sia come fortezza sia come snodo commerciale sulla “Via della Seta”. Si entra dunque all’interno della città più antica, Ichan-Kala, perfettamente restaurata. È un insieme fitto di minareti, come quello di Kalta Minor, ricco di mosaici di colore turchino, di moschee e di madresse.

Colpiscono, in particolare, la fortezza di Kukhna Ark e la moschea Juma sostenuta da ben 212 colonne lignee decorate con disegni floreali e rappresentazioni di animali. Nel XVI secolo Khiva fu capitale sotto il regno dei Timuridi, che la resero tristemente famosa a causa di un fiorente mercato di schiavi. Quando si visita il museo delle carceri si comprende che questa dinastia di governatori si distinse anche per le atrocità inflitte a chi commetteva un qualche reato.

I dipinti dell’epoca alle pareti, raffiguranti sevizie inimmaginabili, sono lì per dare un’idea del terrore che furono in grado di incutere i signori di queste terre. Solo nel XIX secolo i russi riuscirono a sottrarre la città al giogo dei Timuridi.

Oggi il centro storico di Khiva è un luogo turistico molto vivace, pieno di innumerevoli bazar, piccole botteghe e scuole d’artigianato, che si distinguono soprattutto per i lavori di intaglio del legno con cui vengono realizzate porte arabescate, baldacchini, paraventi, leggii e altro.

Salendo sulla torre Kukhna Ark si possono scattare bellissime foto della cittadella, soprattutto al tramonto, quando il sole che scende per “coricarsi”, colora magicamente cupole e mura di cinta.

Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
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