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In giro per il Molise con Flaviano Testa

10 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con Flaviano Testa

I click di Flaviano Testa ci portano oggi a scoprire gli angoli più segreti e nascosti di Roccamandolfi. Click che catturano le immagini donando un volto tangibile a vecchie mura, a scorci panoramici immutati nel tempo, a paesaggi mozzafiato.

Roccamandolfi si trova nell'estremo sud-est della provincia di Isernia, ai confini con la Campania, nel suo territorio comunale è compreso il Massiccio del Matese, con il monte Miletto che tocca quota 2050 m. Grazie alla sua posizione il territorio circostante è ricco di boschi di alto fusto e verdi pianori, il clima risente dell'altitudine (860m)dell'esposizione ai venti e raggiunge temperature molto rigide durante l'inverno con abbondanti nevicate e si mantiene gradevole nel periodo estivo. Il piccolo centro del Matese ha origini medievali, la sua nascita risale molto probabilmente ai primi decenni del dodicesimo secolo, quando il territorio venne occupato e dominato dai signori Mandolfus, provenienti dalla Germania che qui costruirono una roccaforte. L'origine del nome deriva dalla scomposizione di "rocca", dal latino fortezza e "Mandolfi" dal nome della famiglia che la dominò. La rocca ebbe, nel tempo, un ruolo rilevante, anche dal punto di vista strategico, soprattutto per la difesa dell'accesso a questa parte del Matese. Le mura originarie del Castello erano tipicamente mura difensive, molto spesse, e protette da ben cinque torri, una delle quali più grande ed imponente delle altre. La rampa di accesso, scavata direttamente nella roccia, immetteva in una sorta di atrio di cui oggi il piano terra è leggermente più alto rispetto a quello originale. Ciò che rimane oramai dell'antica roccaforte è purtroppo poca cosa rispetto a quello che si poteva ammirare di una delle fortezze ritenute più sicure di tutto il territorio molisano. Il centro storico si sviluppa intorno all'antico palazzo ducale Pignatelli, la Chiesa San Giacomo Maggiore e la piazza pavimentata in pietra locale. Ai piedi del borgo antico si trovano diverse sorgenti. Il paese è rinomato per la sua cordiale accoglienza riservata a tutti gli ospiti, in modo particolare ai turisti che, specialmente nel periodo estivo, amano trascorrere il tempo libero in armonia con la natura e per gustare prodotti tipici di una volta: formaggi, salumi, funghi porcini, lenticchie... Nel periodo estivo la popolazione del centro matesino raddoppia, rientrano i numerosi figli residenti all'estero o nelle varie regioni italiane, arrivano villeggianti, gruppi di escursionisti, boy scout. A loro si indirizzano manifestazioni musicali, culturali, folcloristiche ed intrattenimenti serali. Roccamandolfi vanta di avere uno dei costumi più belli del Molise che si può ammirare nelle varie manifestazioni estive, con le esibizioni del rinato gruppo folcloristico.

Per la sua posizione strategica e per la difficoltà a essere raggiunto, il paese fu per lunghi anni covo di Briganti. Nel 1812 Sabatino Maligno, capo di una delle bande locali, venne assassinato dai propri compagni e la sua testa mozzata, rinchiusa in una gabbia di ferro, fu appesa al campanile dove restò fino al 1843, senza che nessuno avesse il coraggio di toccarla. C'è una targa vicino al luogo ove venne ucciso che racconta la sua storia e quella della sua amata. L'unità d'Italia non fu bene accolta dai roccolani, abituati alla solitudine e all'autogoverno, già nell'ottobre del 1860 ebbe inizio la rivolta contadina che in armi insorse al grido di “Morte a Garibaldi! Viva Francesco II!” Dopo alcune rapine nelle case dei liberali, i ribelli furono sopraffatti e messi in fuga dalla Guardia Nazionale e dalla forza pubblica. Una tradizione molto antica di Roccamandolfi, di cui si occupò anche un documentario trasmesso dalla RAI negli anni 60, vedeva praticare dagli abitanti la "pesatura del corpo in cambio della grazia". Usanza di origine orientale che ricorda riti medio-orientali, ma che può rifarsi anche alla pesatura del cuore dei morti da parte del Dio Anubi nella cultura egizia antica. Nella piccola Chiesa dei Santi, in cui si venera ancora oggi, tra gli altri, San Donato Vescovo d'Arezzo, si pesava un bambino o chiunque richiedesse la guarigione al Santo e in cambio di questa gli si offriva una quantità di grano o di cereali pari al peso della persona per cui si domandava l'intervento miracoloso. La pratica serviva più spesso per cercare di curare le malattie sconosciute, di cui non si aveva la cura e che un tempo era impossibile "tenere a bada" in alcun modo, principalmente l'epilessia allora del tutto inspiegabile. La ricerca affannosa del popolo per curare questi disturbi ha fatto sì che i tutti i mali incurabili o dalle origini poco chiare vengano dette in dialetto: "lə malə də Sandə Dənàtə" ossia “il male di San Donato”. Il dialetto di Roccamandolfi è il roccolano, parlato dai mille abitanti del paese e dalle migliaia di roccolani emigrati in tutto il mondo. Questo dialetto, pur essendo chiaramente molisano, è basato anche su sviluppi fonetici e lessico "simili" allo spagnolo. Nacque nel 1944 a Roccamandolfi Salvatore Baccaro, un uomo dal volto veramente particolare che, trasferitosi a Roma per lavoro, dove faceva il fioraio, proprio per il suo particolare aspetto deforme, quasi animalesco, caratterizzato dal naso schiacciato, la fronte bassa e pronunciata, le mani dalle dita enormi, venne definito “l'uomo più brutto del mondo”. Tuttavia dotato di un'innata simpatia, di un carattere gentile e bonario fu notato da alcuni produttori cinematografici e per lui iniziò una brillante carriera nel modo della celluloide. Baccaro divenne in breve tempo un attore “ caratterista”richiestissimo per ruoli comici o grotteschi, partecipò a diversi film negli anni settanta recitando con Franco e Ciccio e in numerosi “spaghetti western”. A Roccamandolfi, dai briganti ai riti pagani dalle feste popolane alle sagre nei boschi, ce n'è per tutti i gusti, un paese bizzarro con tanta storia e bellezze naturali tutto da visitare.

In giro per il Molise con Flaviano Testa
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Placido di Stefano, "L'antibagno"

9 Aprile 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Placido di Stefano, "L'antibagno"

Placido Di Stefano

L’antibagno

Italic Pequod - Euro 20 – Pag. 375

L’antibagno è un romanzo travolgente e fuori dagli schemi che si anima delle contorte figure espressioniste di Egon Schiele, della musica disperata e struggente di Kurt Cobain e dei suoi Nirvana, ma anche dei CCP (Produci, consuma crepa!; Un’erezione triste/ per un coito modesto, per un coito molesto, per un coito modesto). Sembrano passati milioni di anni. Chi se li ricorda più, i CCP - Fedeli alla linea, a parte noi che avevamo vent’anni nel 1980! Placido Di Stefano, forse li ha conosciuti nel 1988, visto che è nato nel 1970 ed è uno scrittore vero, che tuffa il pennino telematico nel sangue della vita, lo intinge del rosso delle ferite che il mondo dispensa, invece di perder tempo a scriver gialli, finti porno consolatori e narrativa ombelicale. Di Stefano ci accompagna nei meandri di un non luogo immerso tra gli alti palazzi della periferia milanese dove le voci non hanno suono e le persone sono ombre che svaniscono nel buio. Storie di pusher, di amori impossibili, pulsioni suicide, specchi che riflettono il nulla esistenziale, scritte a caratteri cubitali nei bagni e sui teleschermi che scandiscono una vita fatta di consuetudini. Vediamo la sinossi: “Un ragazzo e una ragazza passano le loro serate seduti sul pavimento dell’antibagno di un Circolo di periferia, di fianco a un lavandino che gocciola di continuo, illuminati dalla luce fluorescente di un neon che ronza sopra le loro teste. È l’inizio del nuovo millennio, i due ascoltano musica da lettori cd portatili e nei loro appartamenti periferici guardano la tele da vecchi apparecchi con il tubo catodico e lo schermo bombato. La città intorno corre nelle strade nelle tangenziali nelle metropolitane mentre loro non fanno altro che starsene seduti di fianco a quel lavandino con le cuffie alle orecchie, come se fossero in attesa di qualcuno o qualcosa. Dentro quel posto sporco e maleodorante è come se vivessero in una dimensione parallela, una sorta di interzona ronzante e caustica. Mentre fuori, nel mondo reale, vivono una vita alienante e ripetitiva fatta di lavori inutili e solitudine”.

Termino la lettura e mi chiedo perché le librerie debordano stronzate mentre i veri romanzi li scopro per caso, inviati in casella postale da piccoli editori che chiedono recensioni o da scrittori che pretendono (giustamente) attenzione. Mi avvicino alla vetrina di una libreria e mi provoca repulsione, fuggo da un’esposizione di thriller, gialli, erotici all’acqua di rose, libri di veline, nani e ballerine. Giungo alla conclusione che le librerie non sono più un luogo per lettori, ma sono un non luogo, come l’antibagno del romanzo, sono luoghi che dispensano carta da culo per non lettori, luoghi che i CCP canterebbero in una loro canzone e distruggerebbero con un realistico produci, consuma, crepa! Quant’è cambiato il mondo dagli anni Settanta - Ottanta… come hanno distrutto il nostro cinema e la nostra letteratura, torve di manager falliti interessati soltanto al profitto e ad addomesticare le masse. Il lettore contemporaneo non deve andare in libreria, non luogo da fuggire come la peste, ma deve cercare su Internet, scovare la letteratura là dove si nasconde, nei cataloghi di piccoli e coraggiosi editori che devono fare soltanto un piccolo sforzo economico. Sì, perché non è possibile far pagare 20 euro un romanzo in un mondo come quello contemporaneo dove la maggior parte delle persone è capace di leggere soltanto lo schermo del proprio telefonino e il resto della popolazione è assuefatto al niente fatto libro proposto dalla grande distribuzione.

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NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger (1895 – 1998)

8 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger  (1895 – 1998)

Questo è il diario di un giovane impegnato nelle Fiandre e sul fronte francese durante la Grande Guerra. Lotta e combatte con lo spirito di un guerriero antico in un conflitto moderno dove la morte arriva da lontano, azionata freddamente attraverso macchine potenti. Il devastante conflitto è infatti il regno della tecnica e delle sue armi distruttive:

“Un giorno vedemmo un pilota proiettato, in una lunga curva, fuori dall’apparecchio e cadere dal cielo come un pezzo staccato dalla sua macchina”.

Si usano grandi artiglierie e i terrificanti gas. Ci sono anche le bombe a scoppio ritardato, ordigni divisi in due parti da un diaframma di metallo. In una parte, spiega il memorialista, c’era l’esplosivo, nell’altra un acido che lentamente corrodeva il diaframma metallico determinando poi l’esplosione:

Uno di questi ordigni diabolici fece saltare il municipio di Bapaume, nell’istante in cui le autorità erano radunate per celebrare la vittoria”.

Un sibilo che lacera l’aria può annunciare la distruzione di una compagnia, ridotta a brandelli qualche secondo dopo dall’esplosione:

Mezz’ora prima comandavo una compagnia sul piede di guerra, ora mi trovavo con qualche compagno disfatto a vagare verso la rete delle trincee”.

Perciò le armi si sono fatte micidiali, si impiegano quantità senza precedenti di uomini e mezzi, forze enormi rendono la morte per molti uguale, indistinta, orrenda. Si combatte in massa e si muore in massa.

C'è ancora spazio per l'eroismo individuale in un simile conflitto in cui un ordigno piomba da distante dilaniando molti uomini e un pilota abbattuto appare solo come un pezzo dell’aereo? Il greco Protagora affermava che l’uomo è misura di tutte le cose. Questa asserzione sembra trovare ancora conferma nelle memorie del soldato che concluderà l’esperienza al fronte col grado di tenente. Infatti, in mille azioni sottolinea l'importanza dello stato d'animo, della tempra, del carattere degli uomini che possono decidere l'esito della lotta anche in situazioni quasi disperate e combattendo in posizioni molto precarie.

Forte è l'ammirazione per il coraggio e il valore. Ecco cosa dice (quasi come epitaffio) del soldato Kloppmann, commilitone coraggiosissimo durante le incursioni notturne nelle trincee nemiche e destinato a cadere:

Kloppmann era uno di quegli uomini che non si possono immaginare prigionieri”.

Un ufficiale inglese appena catturato si guadagna subito la sua stima quando si sente tenuto a spiegare che la resa è stata dovuta al fatto di essere completamente circondati e non a una scelta di viltà. Lo scrittore sembra avere il carattere dell'immortalità; ferito quattordici volte, sempre pronto a tornare in trincea, sfiorato da tanti proiettili, ma sempre salvo. La guerra è esperienza unica che offre sensazioni quasi inspiegabili nel momento drammatico ed esuberante dell’assalto:

“ … io mi sentivo, in compenso, completamente estraneo alla mia persona, come se i piccoli proiettili che mi fischiavano alle orecchie avessero sfiorato un oggetto qualsiasi. Il paesaggio aveva la trasparenza del vetro”.

Altrettanto dense sono le sensazioni dopo una ferita grave:

“Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi in cui possa dire di essere stato veramente felice. Compresi in quell’attimo tutta la mia vita nella sua più intima essenza”.

Il fratello ferito gravemente qualche tempo prima aveva espresso considerazioni simili:

Pensavo alla morte senza che ne fossi turbato. Tutti i legami col mondo mi sembravano tanto semplici da rimanerne stupefatto”.

Si tratta sicuramente di un diario difficilmente accostabile ad altri testi lasciati dai soldati. Il dramma della morte incombente non genera disperazione ma è fonte di conoscenza del proprio sostrato intimo; la vita sembra schiudere i suoi segreti all’individuo nel momento in cui sta venendo meno. Il pericolo desta un’inesauribile volontà di lotta anche davanti ad avversari sempre più agguerriti e ormai nel 1918 ampiamente superiori in mezzi. Non c’è fanatismo, ma eroismo intrepido e senso aristocratico della guerra. Jünger non sempre porta l’elmetto, va all’assalto calzando i guanti, tenendo la pistola nella sinistra e un frustino di bambù nella destra, guadagnandosi una fama di temerarietà e di quasi invulnerabilità. Intrattiene buoni rapporti con i civili belgi come i signori Plancot che per quanto privati di quasi tutto gli mandano dei doni mentre lui è convalescente all’ospedale. I subordinati lo apprezzano e rischiano la vita per trascinarlo via sotto il fuoco nemico quando viene ferito per l’ultima volta sul finire del conflitto. È giusto concludere l’esame di questo complesso libro con alcune sue significative parole che condensano l’etica del diarista:

Durante la guerra mi sforzai sempre di considerare l’avversario senza odio, di apprezzarlo secondo la misura del suo coraggio”.

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George MacDonald, "Lilith"

7 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

La saga di Lilith

George MacDonald

Auralia edizioni

Abbiamo già parlato di “Sulle ali del Vento del Nord”, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi “Oltre lo specchio”, “Lilith” e “La casa del rammarico”, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.

Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de “Le Cronache di Narnia” – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come “La Mummia”), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)

Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.

Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di “Sulle ali del Vento del Nord”) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.

A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato “L’immaginazione fantastica”, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.

Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio, l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.

Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)

Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.

“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)

L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.

Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.

La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.

I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.

We have already talked about "At the back of the North Wind", by the Scottish George MacDonald, written in 1871, which has Death as its protagonist. The saga of Lilith, composed around 1895 and declined in the three novels "Beyond the mirror", "Lilith" and "The house of regret", takes up the figure of the female demon associated with the wind. The protagonist of the trilogy is Lilith, from the Akkadian Lil-itu, lady of the air, a creature connected to the storm and the cat. In Mesopotamian culture, Lilith was a demon, whom the Jews borrowed during the Babylonian captivity and turned into Adam's first wife, repudiated for refusing to obey her husband. It has always had negative characteristics, of a nocturnal, witchy, adulterous and lustful feminine. In the nineteenth century, however, with female emancipation, it comes to represent the strong woman who no longer submits to man, is reevaluated by modern neo-pagan cults and assimilated to the Great Mother.

In the first book, the protagonist, Vane, finds himself in a parallel world, following Mr Raven, a disturbing librarian capable of transforming himself into a crow, whom we will later discover to coincide with Adam. Here he will experience all sorts of adventures, meet monsters, birds, children, skeletons, beautiful women, fabulous animals. Many are the topoi of fantastic literature. The first is the magic mirror, the device capable of acting as a link between parallel universes, such as the wardrobe of "The Chronicles of Narnia" - and not surprisingly C.S. Lewis was MacDonald's greatest admirer. Other recurring images are the battle of skeletons (see Tolkien's paths of the dead, films such as "The Mummy"), the dead asleep in the crypt, the dark and threatening forest (see Dark Forest, Mirkwood, Fangorn Forest. )

But the main meeting will be with Lilith, a beautiful but evil woman, prototype of all the previous and subsequent vampires. If the Jewish Lilith used the nightly pollutions of the youngsters to generate jiins, that of MacDonald behaves like a leech that bites and bleeds to maintain its strength. Her beauty is her strength but also her sin. Contemplating herself satisfies her, as happens to the perfidious stepmother of Snow White, but amplifies her self-centeredness, distances her from the Good, makes her self-referential and bad.

Like the myth's Lilith, this too poses a threat to children. And the community of innocent children (who remember Diamante, the Child of God of "At the back of the North Wind") is a peculiar feature of the saga. But Lilith is also the embodiment of misogyny, of the fear that the male has of the woman, of the one who can envelop him, bewitch him, suck his soul away together with the seed. She is a belle dame sans merci not unlike Rider Haggard's Ayesha.

Unlike Tolkien, who did not like the Scottish writer for this reason, MacDonald's fantasy - theologian, preacher and mystic - has a strong allegorical - religious connotation. In the treatise "The fantastic imagination", MacDonald maintains that a well-constructed story must also have a meaning, not necessarily evident to the author, and modifiable according to the cultural level of the readers. It is no coincidence that the Auralia edizioni, edited by Marco Gionta, speaker of Vatican radio and expert on themes relating to Christian spirituality, such as angelic traditions, republishes the saga of Lilith. The whole saga, and, more generally, all the matter narrated by MacDonald, is based on the dichotomy Good / Evil, Light / Darkness, Damnation / Redemption, White Leopard / Spotted Leopard. Sin and forgiveness are the two main themes, closely related to each other. Sin exists, it is part of reality and creation. To overcome it, you need to know it and experience it.

Vane's sin is obstinacy, the presumption of being able to do without others; Lilith's, more serious, is has even done without God, thinking that she imagined herself. Lilith lives immersed in the darkness of her selfishness, closed in on herself, blind to the needs of others, capable of even killing her daughter. The place that has been created is hell itself, or rather, the anguished desert of her sinful mind. Lilith is beautiful because she was conceived by God but has a stain on her hand, an indication of the corruption that is advancing, of the evil she consumes (like the portrait of Dorian Gray.) The leopard covered with macules is the definitive form of evil.

 

"This is not about the leopard but about the woman," he said, "and will not go away until he has devoured you to the heart and your beauty will slip away from you through the open wound."

It will take a white worm, a biblical snake that, like Shannara's sword, will creep into her bosom and show it to herself, revealing the abyss of her perversion, the horror of what she is. But unlike Terry Brooks' magical object, the worm will perform an openly religious conversion in her. Only in this way can Lilith surrender to the good, let herself be redeemed, accept death, even lose a piece of herself. But from this loss a new beginning will spring, life will be reborn, the water of expiation and of its healing and of all nature will flow.

 

"The evil you have planned," Adam continued, "you will never realize it, Lilith, because God - and not evil - is the Universe, but it will end: what will become of you when Time is gone in the dawn of the eternal morning? Repent , I beg you and become an angel of God again! " (pag 78 second volume)

 

MacDonald's eschatology does not conceive of eternal damnation. Everything returns, sooner or later, to the Creator, to the one who thought the creature.

Even the protagonist is not free from sin, he is selfish and, by his own admission, greedy, impulsive, foolish. "You will be dead for as long as you refuse to die," says the crow, aka Mr Raven, aka Adam. That is: you will be a sinner until you perform a catharsis, until you accept the loss of what you were previously, to transform yourself into something new, pure, healed. The concept that one must die to really live is fundamental. Only by surrendering, abandoning oneself to sleep in the cold chamber of death, will one be able to dream and then be reborn to real and imperishable life.

The moral law is one, it cannot be reinvented or reversed, even in a "secondary or sub-created" world. Where Tolkien invents an atheist universe, based on secular values ​​such as heroism, sacrifice, loyalty, MacDonald offers us a powerful religious nucleus that, if it starts quietly with the first book, becomes more explicit in the progress of the story. Numerous biblical allusions, even glaring, such as the presence of Adam and Eve, the Eden in which innocent creatures (the Children) live, the Shadow of the tempting serpent, the city of God of the finale. The events narrated also have several similarities with Dante's journey, but without the realistic, as well as allegorical, power of the Florentine. MacDonald's is a Dante universe sweetened, weakened and revisited in a Pre-Raphaelite key.

The defects of the book are, in our opinion, two: the feeling that, at least at the beginning, it proceeds by accumulation, letting itself be guided through the chapters only by the author's fervid and gothic fantasy, and the lyrical impenetrability of the dialogues, due to the undeniable influence of the language of the Holy Scriptures.

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Carlo Levi, "Cristo si è fermato a Eboli"

6 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #recensioni

Carlo Levi, "Cristo si è fermato a Eboli"

Carlo Levi (1902 – 1975), condannato dal regime fascista, ricorda con una scrittura piacevole e dettagliata la sua esperienza di confinato nei paesi di Grassano e Gagliano, negli anni 1935 e 1936. Il racconto dello scrittore piemontese esce dal genere memorialistico, dato che il fecondo contatto con le genti dell'arretrata Lucania, lo porta a svolgere molte considerazioni, tanto che il testo a tratti diventa un saggio storico e un contributo al dibattito sulla questione meridionale. I paesi sono poco collegati tra loro, ci sono frane, le case assomigliano a tuguri; la malaria affligge i contadini ormai rassegnati a vivere in una miseria senza rimedio. Levi è pittore e medico; i malati del posto non si fidano degli altri dottori e chiedono aiuto a lui. Nonostante le grandi difficoltà, il giovane antifascista nota che i miglioramenti si potrebbero avere facilmente, se le autorità svolgessero i propri compiti, facendo profilassi, assistendo i poveri, occupandosi dei corsi d'acqua e in generale del territorio. I contadini vivono tra l'incudine del lontano potere centrale di Roma e il martello delle autorità locali, ciniche, irresponsabili, impegnate in piccole beghe interne. Quanto si decide nella capitale o altrove è sopportato dalla gente con lo stesso spirito con cui si sopporta una calamità naturale; non ha senso opporsi alla grandine o al vento. Ecco alcuni esempi di quello che succede in questi piccoli centri. Quando un nuovo decreto prevede una tassa per chi possiede capre, ai contadini non resta che macellarle non avendo soldi per pagare. Pazienza e silenzio sono il quotidiano dei poveri. Capita che il podestà debba tenere un discorso patriottico in piazza; chi va nei campi sa già che per non perdere la giornata bisognerà alzarsi due ore prima del solito, in modo da essere fuori dal paese prima che i carabinieri blocchino i sentieri per portare la gente ad ascoltare e applaudire parole incomprensibili. Meglio rassegnarsi e questa rassegnazione, misto di malinconia, assenza di speranza, quieto vivere, contagia precocemente anche i bambini, come nota il confinato. L’unica possibile salvezza è partire per il paradiso dell’America; chi però poi torna a Gagliano, rapidamente ricade nella cupa miseria di quelle terre. Levi fa quanto può per alleviare le sofferenze dei malati e finisce per scontrarsi con le autorità che gli vietano di esercitare la professione. Eppure, come detto, poco basterebbe, per migliorare la situazione; per questo ritiene che la classe dirigente locale, parassitaria e oppressiva, abbia enormi colpe. In fondo anche altri scrittori, nel periodo risorgimentale, avevano rilevato i limiti del processo unitario, effettuato senza adeguate riforme sociali. Il garibaldino Cesare Abba si sentì spiegare da un monaco siciliano che l’impresa dei Mille non avrebbe cambiato nulla poiché non prevedeva di scalzare i piccoli oppressori locali, liberando davvero i contadini. Levi nota che senza dirigenti responsabili e adeguate autonomie (l’autore suggerisce forme di federalismo), non c'è prospettiva per una società dove i poveri vengono ingannati dalle persone istruite, non hanno assistenza nonostante ci siano norme che dovrebbero tutelarli, si ammalano e spendono tutto in medicine mentre le terre vanno in malora. Lo scrittore cerca di lottare contro il clima di noia e di torpore che si respira nei borghi isolati e che induce a non credere che ingiustizie secolari possano essere rimosse. Eccolo in un momento di apatia:

"L'eterno ozio borbonico si stendeva sul paese, costruito sulle ossa dei morti: distinguevo ogni voce, ogni rumore, ogni sussurro, come una cosa nota da temi immemorabili, infinite volte ripetuta, e che infinite altre volte sarebbe stata ripetuta in futuro. Lavoravo, dipingevo, curavo i malati, ma ero giunto a un punto estremo di indifferenza. Mi pareva di essere un verme chiuso in una noce secca".

C'è anche una vivace attenzione "sociologica" per questo mondo che vive di credenze antiche, superstizioni, magia (peraltro riscontrabili anche in realtà del Nord, come racconta Nuto Revelli nel suo Il mondo dei vinti). In questi luoghi la modernità si è appena affacciata. Molte credenze hanno un sapore pre-cristiano; ad esempio la sua domestica non spazza la sera fuori dalla porta per non infastidire l'angelo che veglia la casa sull'uscio e molti contadini gli parlano di vivaci scontri con piccoli spiritelli dispettosi (sarebbero le anime dei bambini morti prima del battesimo). Le descrizioni della cultura locale che il dotto medico di Torino riporta con attenzione e partecipazione sono la parte più pittoresca del libro e affiancano la disanima dei mali e delle storture. La diagnosi del medico su quanto visto è chiara; ma non ha la possibilità di eseguire la terapia e terminato il forzato soggiorno parte non senza tristezza, tra il vivo dispiacere dei "suoi" contadini.

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Luca Lapi, "Memoria"

5 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luca Lapi, "Memoria"

Memoria

Luca Lapi

Il Filo, 2014

pp 66

8,00

La mia vita si avvita, ancora, dentro al dado della mia sorte che Dio Padre non ha ancora gettato. Si avvita, ancora, alla mia voglia di continuare a vivere, ma non a sopravvivere, non a subirla o subire una vita altrui.”

Ho letto il libro del mio caro amico Luca Lapi. Luca è diversabile, nato con la spina bifida e l’idrocefalo. “Memorie” è la sua autobiografia, semplice e diretta, senza autocommiserazioni o piagnistei che, comunque, sarebbero giustificati. Premetto che Luca ha coraggio da vendere e che ciò di cui ci parla nel libro non è nemmeno un granello della sofferenza alla quale la sua condizione lo espone.

Non cammino. La mamma deve tenermi tra le braccia o su un passeggino, ad ogni mia partecipazione alla Messa domenicale, nella Pieve di San Lorenzo.”

Luca accenna solo brevemente alla gogna di sentirsi additato, non compreso, persino deriso dagli altri bambini quando è piccolo, non racconta il disagio che deve subire ogni giorno, le mille sofferenze quotidiane, si concentra sul dolore psichico, sulle barriere fisiche e psicologiche che la sua condizione frappone fra lui e gli altri, fra lui e la sua voglia di comunicare, di condividere, di dare e ricevere amicizia. Luca soffre la dipendenza dai genitori anziani e la solitudine, sente ogni minuto vissuto dagli altri lontano da lui come un minuto di felicità che gli è sottratto, per egoismo, per faciloneria, per diffidenza.

Si ha l’AMICIZIA quando non si ha più paura del coinvolgimento emotivo e si accetta di “andare allo sbaraglio”, di rischiare con amiche e amici d cui, all’inizio, non ci si fida e ci si spaventa, quando si decide di raccontare tutto di se stessi a 360°.

La carrozzina sulla quale è costretto a spostarsi è la sua gabbia, gli divide la vita a compartimenti stagni. Lui diventa l’amico della biblioteca, del lavoro, della parrocchia, chiuso e limitato in un ruolo che gli sta stretto, vorrebbe allargarsi, estendere la sua amicizia ad altri momenti, conviviali, goliardici, quotidiani.

Ma nella sua lotta, Luca è sorretto da una fede profonda.

La mia fede m’induce a pensare a un disegno di Dio Padre di una mia guarigione dalla Spina Bifida e dall’Idrocefalo, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente nelle mie preghiere”

Si notino le lettere maiuscole riferite ai due mali che lo affliggono. Luca, d’abitudine, usa la maiuscola per ciò cui attribuisce alto valore morale, come la Madre o l’Amico. Anche il Male merita rispetto perché è il tramite attraverso cui Dio lo ha prescelto, e non punito. Il Signore ha donato a Luca una condizione particolare, che gli permette di vedere il mondo da un’angolazione speciale e con una sensibilità più acuta. Disabilità e ipersensibilità sono entrambe fonti di sofferenza ma anche strumenti di una maggiore consapevolezza, attenzione, conoscenza. Sono ricchezze.

Rendo lode al Signore, con gioia, per il sigillo dello spirito Santo che (…) non mi ha sigillato nei miei dubbi, nelle mie disperazioni, nei miei egoismi.”

Quest’autobiografia alterna momenti di riflessione poetici a elenchi di date e avvenimenti, apparentemente asettici, in realtà connotati da una forte emotività sotterranea, che solo attraverso l’ossessività può essere arginata e incanalata. Peculiare di Luca è l’uso della punteggiatura con una cura maniacale della virgola.

Finisco dicendo che il mio amico Luca non è più un ragazzo, ormai. Non è più il bambino che arrancava sulle stampelle, è un uomo di mezza età ma non si arrende, ha ancora tanto da vivere, da sperimentare, soprattutto da dare.

Dio padre sta continuando a scrivere la mia vita ed io voglio continuare (a Lui piacendo) a conoscerla e a viverla.”

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Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse

4 Aprile 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
ISOLE COMPLETAMENTE DIVERSE L’UNA DALL’ALTRA E COSÌ VICINE ALL’AFRICA PIÙ CHE ALLA SPAGNA ALLA QUALE APPARTENGONO.

Le Canarie, le sette favolose isole emergenti dell’Oceano Atlantico, oltre a qualche isolotto disabitato, colpiscono spesso la fantasia del potenziale turista con l’immagine di terre gremite da turisti, soprattutto tedeschi. Ma non è così, e, a questo scopo, è bene illustrarle oltre che dal punto di vista turistico, anche da quello storico.

Note ai Romani con il nome di isole Fortunate, furono conosciute forse già dai Fenici nel IV sec. A.C. Gli Europei le considerano isole leggendarie fino a quando alla fine del XII secolo non le riscoprì il nobile genovese Lanzarotte Maloncello, il cui nome è rimasto ad una delle isole stesse: Lanzarote.

Vennero raggiunte nel ‘400 da navigatori francesi, furono esplorate dai veneziani e contese a lungo tra Portogallo e Spagna che, massacrata gran parte della popolazione autoctona, divenne nel ‘500 padrona di tutto l’arcipelago.

Punto di raccordo tra l’Europa e il Nuovo Mondo, le Canarie facilitarono il viaggio di Colombo verso le Bahamas e resero possibile la diffusione in America di varie specie di animali e piante dopo un periodo di acclimatamento nell’arcipelago. Tornando al nome, la leggenda vuole che le isole fossero, invece che di canarini popolate da cani.

Raggruppate in due provincie e considerate alla stessa stregua delle provincie metropolitane spagnole, si dividono in isole occidentali (provincia di Santa Crux di Tenerife) e isole orientali (provincia di Las Palmas). Il clima, molto regolare, non ha mai escursioni termiche marcate per cui va da un minimo di 18° ad un massimo di 28° tutto l’anno. Da Oriente ad Occidente appaiono al primo posto le due meno elevate: Lanzarote, che ha paesaggi strani e irripetibili e Fuerteventura con immense pianure e spiagge interminabili.

Segue Gran Canaria, rotonda, con profilo di Piramide che si eleva fino a 2000 metri sopra il livello del mare. Poi viene Tenerife la più grande e la più alta, coronata dal vulcano Teide (711 m), poi ancora Gomera, più piccola delle precedenti e con una superficie accidentata piena di sorprese.

Segue La Palma un gioiellino anche montagnoso e, finalmente, El Hierro, la strana isola per la quale passò il primo Meridiano che indicava l’estremo più occidentale del mondo conosciuto prima della scoperta dell’America.

Dirupi, coste, zone vulcaniche, flora millenaria oltre al folklore, la musica, l’artigianato, la gastronomia, i prodotti del mare: tutto ciò offrono queste splendide isole dotate di una perfetta ricettività alberghiera e definite “continente in miniatura”.

L’architettura tradizionale canaria si ispira a fonti andaluse e portoghesi, l’artigianato della terracotta deriva da antiche guanches, l’arte di far cesti ha proprie caratteristiche, il ricamo è basato su tecnica di sfilatura della stoffa e non è da dimenticare la storica abilità dei falegnami di Tenerife.

Strutture alberghiere, complessi residenziali, ville e appartamenti non difettano. Festival, mostre, cinema, campionati di golf, ippica, completano il quadro di un soggiorno che molti forse credono irrealizzabile, mentre le ottime varie condizioni offerte delle agenzie turistiche riscontrano sintomaticamente un incremento del turismo.

Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
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Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
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LA BATTAGLIA COME ESPERIENZA INTERIORE di Ernst Jünger (1895 – 1998)

3 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

LA BATTAGLIA COME ESPERIENZA INTERIORE di Ernst Jünger (1895 – 1998)

Testo impegnativo, da leggere dopo il monumentale Nelle Tempeste d'acciaio (che affronteremo in questo blog), di cui in un certo senso è figlio sul piano filosofico ed etico. Scritto nei primi anni venti, al tempo della debole e poco amata repubblica di Weimar, il saggio del pensatore tedesco è rimasto a lungo inedito in Italia. L’autore insiste sull'importanza di accettare la guerra come attività umana. Finché ci saranno gli uomini, ci sarà anche la guerra. Essa è madre di ogni cosa: è una legge di natura, non si può ignorarla. Anche le idee più grandi sono state decise in seguito a una disputa sanguinosa. Gli orrori delle trincee aiutano ad apprezzare la quotidianità domestica e la pace, ma non devono portare a bandire il conflitto. Le cose vanno viste dialetticamente; non si può eliminare uno dei due poli senza danneggiare la spiritualità dell'uomo che si è ricomposta con la guerra stessa perché essa ha permesso che istinti e pulsioni antichissime, proprie dell'uomo preistorico, riemergessero. La guerra è distruzione e creazione nello stesso tempo.

Torna, vivissima, la lezione del filosofo greco Eraclito; un mondo senza antitesi non è possibile. C'è un divenire che è passaggio da uno stato al suo contrario. Con la guerra si è recuperato il lato ferino e sanguinario degli individui che sembrava scomparso; il soldato che nel buio della trincea, spiega Jünger, afferra un'arma al minimo rumore sospetto, ricorda il primitivo pronto a difendersi in ogni momento in mezzo a una natura pericolosa. L’uomo sostanzialmente resta un selvaggio; la vita civile è un abito che finisce per cadere scoprendo la vera natura umana, legata agli istinti e alla violenza.

La normalità impoverisce e rende mediocre la vita:

"Abbiamo convissuto nel grembo di una cultura strampalata, più stretti dei nostri antenati, disintegrati tra voglie e affari, a rotta di collo tra piazze scintillanti e tunnel della metropolitana, attirati nei caffè dai bagliori degli specchi, viali, fasci di luce colorata, bar pieni di liquori scintillanti, tavoli di conferenze, tutto all'ultimo grido, una novità all'ora, ogni giorno un problema risolto, una nuova sensazione a settimana e una grande, rintronante insoddisfazione di fondo”.

In più punti il testo esprime una cultura vivacemente antiborghese.

La Grande Guerra ha permesso agli istinti più antichi di tornare in auge e ha fatto emergere una nuova "classe", un ceto aristocratico che ha sfidato la morte senza poi restare prigioniero di una visione meramente negativa del conflitto. Chiunque, dal bracciante allo studente, se valoroso può farne parte. Si insiste molto sul primato dell’uomo che ha combattuto, sulla sua tempra e sulla sua etica basata sul coraggio; le macchine di distruzione, sempre più potenti, hanno avuto un ruolo enorme, ma questo non intacca la centralità dell'uomo e della sua forza morale. Lo scrittore spiega che l'avversario deve essere combattuto con ogni mezzo, ma senza odio; i coraggiosi rispettano i coraggiosi per evidente affinità. Jünger ricorda un episodio al fronte; dopo un tremendo acquazzone che aveva reso inospitali i ricoveri, i tedeschi uscirono nella terra di nessuno e trovarono nel pantano i loro dirimpettai inglesi, anch'essi costretti a uscire dalle trincee. Venne naturale scambiarsi saluti e segni di stima, prima di tornare a spararsi. Una dialettica necessaria è quindi anche quella col nemico, una sorta di “fratello” che arriva a comporre la propria identità, come due lati della stessa medaglia, come un solo corpo.

Un libro certamente non facile, forse terribile, senz'altro spregiudicato e stilisticamente seducente, ma anche un punto di vista diverso dalla vulgata e soprattutto onesto, nel senso che l'autore scrive di guerra dopo averla conosciuta nel corso di tre durissimi anni passati a combattere.

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Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra

2 Aprile 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
UN MARE FRA I PIÙ BELLI DEL MONDO E LOCALITÀ FACILMENTE RAGGIUNGIBILI DALL’ITALIA.

Fare il bagno in un aquario, circondati da pesci multicolori che guizzano attorno oppure si fermano a guardarvi senza alcun timore, è possibile? Si, nel Mar rosso, dove la natura ha concentrato forse la più ricca varietà di fauna ittica del mondo e dove l’estate dura quasi tutto l’anno. È il paradiso esotico a noi più vicino, raggiungibile dall’Italia in poco più di tre ore di volo. Tutto questo era già noto da decenni agli esperti subacquei animati da spirito di avventura.

Ma da tanti anni è alla portata di tutti, di chi, senza rinunciare alle comodità, vuole affrontare spettacolari scenari sottomarini, di chi vuole dare un’occhiata sott’acqua con la maschera, senza impegnarsi in immersioni, e di chi vuole semplicemente fare un bagno, peraltro anch’esso in compagnia di qualche branco di pesci.

Infine, per chi voglia soprattutto riposarsi e magari prendere la tintarella, sono a disposizione spiagge stupende. Per chi voglia invece esplorare il deserto, sarà una piacevole sorpresa scoprire quanto sia sorprendente e variegato il paesaggio. Una sorpresa antica forse quanto l’uomo, visto che è possibile imbattersi in testimonianze remote, mitiche e storiche lasciate da lontani predecessori.
Mete turistiche che si sono affermate rapidamente negli ultimi anni in questa parte del mondo sono Hurghada, Sharm El Sheikh e Marsa Alam, tutte in Egitto, l’una affacciata sulla sponda occidentale del Mar Rosso e le altre due distese verso la parte orientale; tre località simili ed al contempo diverse.

Hurghada è un antico porto, una città araba la cui periferia si perde verso infinite spiagge, dove negli ultimi anni sono sorti complessi alberghieri assai confortevoli e dotati di tutte le comodità, dove chi vi risiede può scegliere tra lo splendido isolamento dinanzi ad un mare invogliante, protetto dalla barriera corallina, oppure visitare la città ed immergersi nella realtà locale.

Hurghada può essere la base di partenza per una serie di escursioni. In barca, alle isole Giftun, per un approccio ancor più stretto con questo meraviglioso mondo marino. Sulla terra, verso antiche cave di marmo sfruttate dai Romani duemila anni fa, oppure verso i lontani, antichissimi monasteri copti di Sant’Antonio e San Paolo, risalenti ai primordi del cristianesimo. Infine, è d’obbligo una escursione a Luxor, la meta più affascinante lungo il corso del Nilo, per una visita all’antica Tebe, ai templi di Karnak e, sulla sponda opposta, alla Valle dei Re e delle Regine, con le loro stupefacenti tombe.
Sharm El Sheikh è invece una località turistica sorta pressoché dal nulla. Quando, tantissimi anni fa, gli israeliani occuparono il Sinai, costruirono, presso la punta meridionale della penisola, un aeroporto per meglio controllare il territorio. E quando finalmente fu siglata la pace tra Israele ed Egitto, con la restituzione del Sinai, quell’aeroporto si rivelò una meravigliosa opportunità per un lancio turistico della regione.

Imprenditori egiziani, ma anche italiani e altri della Comunità europea, svizzeri ed americani, si impegnarono per realizzare un centro di villeggiatura che avesse eleganza o comodità analoghe a quelle che si riscontrano in varie località italiane o della Costa Azzurra. L’operazione è riuscita.

Sharm El Sheikh oggi vanta grandi alberghi estremamente confortevoli, passeggiate a mare molto invitanti la sera, negozi con prodotti di qualità internazionali ed altri tipici locali, locali notturni ed un casinò. E naturalmente un mare ch’è rimasto stupendo, anche perché non vi sono scarichi da terra, perché le acque reflue sono depurate e riciclate e vanno ad alimentare una grande oasi sorta nell’entroterra, con alberi da frutta tropicali ed altre piante esotiche.

Quindi, acque cristalline e ancora pesci che sguazzano vicino a riva tra i bagnanti. Sharm El Sheikh assicura una vacanza gradevole ai giovani di tutte le età, per chi voglia cimentarsi in tutte le attività marine e per chi preferisca i tranquilli quattro passi oppure giocare a golf o a tennis.
Sono possibili alcune escursioni assolutamente straordinarie. Una marina, nel parco di Ras Mohammed, verso la punta del Sinai, tra rocce, sabbie e mangrovie che affondano le radici in un mare, poi inabissatesi in incredibili fondali popolati da una fantasmagorica fauna ittica.

Un’altra passeggiata sulla costa, in direzione opposta, porta verso la baia di White Knight, villaggi di pescatori beduini e la foresta di mangrovie. Verso l’interno si può attraversare in fuoristrada Wadi Watir e Wadi Nakil, valli scavate da torrenti ricchi di acque in occasioni eccezionali, verso il fantastico Canyon Colorato. E ancora, l’escursione più emozionante è verso l’interno, al monastero di Santa Caterina, pervaso di suggestive memorie dove è tuttora coltivato il roveto ardente che vide Mosè. Mosè che da qui salì sul monte Sinai per ricevere da Dio le Tavole dei Dieci Comandamenti.

Anche oggi i visitatori più determinati possono seguire le orme del profeta, salire verso la vetta a dorso di mulo o di cammello o percorrendo una infinità di gradini, magari di notte, per poi assistere ad un sensazionale sorgere del sole. Forse non incontreranno Dio e non riceveranno le Tavole della Legge, ma la commozione è assicurata.
Marsa Alam, invece, è stata l’ultima scoperta di questo splendido mare. Rispetto alle altre due località è molto più tranquilla e ancora da sviluppare completamente. Ci sono, però, hotel di ogni tipo e villaggi a gestione italiana che incontrano sempre più i favori dei turisti italiani. Spiagge lunghissime e isolate, un mare incontaminato dove è facile imbattersi nel “dugongo” un delfino “buffo” ma inusuale ed una barriera corallina ricca di pesci multicolori. Anche qui è possibile trascorrere una vacanza all’insegna del divertimento o del relax con un rapporto qualità-prezzo eccezionale.

Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
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"Gli scacchi della vita" a Piombino

1 Aprile 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

"Gli scacchi della vita" a Piombino

Sabato 11 Aprile 2015 - ore 17.00

Festa delle Arti

CENTRO GIOVANI DE ANDRE'

Viale della Resistenza, 4

PIOMBINO (LI)

Fabio Canessa e Gordiano Lupi

presentano il regista Stefano Simone

e il suo film

GLI SCACCHI DELLA VITA

tratto da un racconto di Gordiano Lupi

INGRESSO LIBERO

Un evento da segnalare. Vedi allegati. Un lavoro ispirato a Bergman.

Un nostro libro è al PREMIO STREGA: 24:00 - Una commedia romantica sulla fine del mondo, scritto dal follonichese FEDERICO GUERRI.

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