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E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

13 Marzo 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #cinema, #marcello de santis

E CHI NON BEVE CON ME,  PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):

... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).

Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.

Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.

Lo intervistano:

"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono
andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si st
abilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo ae
reo per l'Europa...

Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.

marcello de santis

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Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente

12 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
UNA DELLE PARTI PIÙ BELLE DI QUESTO PAESE SEMPRE PIÙ PRESCELTO PER I VIAGGI DI NOZZE.

Fra noi e l’Australia ci sono 12.000 chilometri, ma vale la pena di mettersi l’animo in pace e trascorrere un bel po’ di ore a bordo di un aereo per raggiungerla. Il Queensland è forse la parte più bella e conosciuta di questo enorme paese che, da terra di nostri emigranti, è diventata terra di vacanza.
Iniziamo a parlare di Cairns, una delle più importanti città del Queensland settentrionale. La città è nata nel 1876 come punto di raccolta per l’approvvigionamento merci, ad uso delle varie miniere d’oro e di zinco esistenti nell’entroterra della zona. Cairns è considerata la “capitale” della grande barriera corallina australiana, e le sue bellissime spiagge las rendono un luogo di vacanza tra i più ambiti del mondo, grazie anche ad un importante porto dal quale partono tutte le navi da crociera, e alle navi di appoggio utilizzate per chi vuole fare immersioni nella barriera corallina più estesa del mondo.
Una meraviglia naturale, quest’ultima, che si sviluppa per una lunghezza di oltre 4.500 chilometri (copre una superficie grande quanto il Regno Unito e l’Irlanda)di cui oltre 2.000 km solo nella regione del Queenslan
d. Nella zona, inoltre, si contano circa 100 isole e isolotti.
Cairns, quindi, rappresenta un ideale punto di partenza e di arrivo per i turisti interessati a visitare il grande continente australiano.
Gennaio è il mese più umido del periodo considerato meno buono e che va da novembre a marzo. Sono frequenti gli acquazzoni che si abbattono sulla regione e che i locali usano scherzosamente definire “the liquid sunshine".

Il primo contatto con il mare australiano avviene in una zona residenziale dove gli australiani amano trascorrere le loro vacanze estive. I numerosi alberghi e i vari locali di intrattenimento, oltre allo splendido mare con le attività ad esso connesse, rendono questo posto molto ambito e di gran moda.
Il clima sub tropicale e le piogge abbondanti favoriscono lo sviluppo di una rigogliosa vegetazione, che si estende per buona parte della costiera del Queensland del nord che, oltrepassando Cape Tribulation, arriva fino a Cape York penisula, estrema punta dell’Australia Nord-est e facente parte delle aree protette della Daintree Rain Forest National Park, un territorio occupato esclusivamente da qualche insediamento di tribù aborigene.

UNA NATURA INTATTA

Nella rain forest vivono in totale libertà molti animali acquatici ed uccelli, e nei numerosi corsi d’acqua nuotano indisturbati pericolosi coccodrilli molto temuti dai locali. Ma l’uomo, si sa, non conosce limiti né si fa vincere dalla paura e, quindi, ha costituito dei bellissimi e confortevoli Resort e Lodge, tutti rigorosamente in legno e completamente immersi nella vastità della foresta pluviale. Le costruzioni, però, sono state progettate per essere in piena armonia con l’ambiente naturale e la vegetazione circostante.

Molto suggestivi i resort, le cui pareti-vetrate della sala da bagno sono circondate dalla vegetazione che protegge da occhi indiscreti e da una sensazione di piena libertà. Immergersi nella vasca da bagno ed essere circondati da un’impenetrabile foresta è una sensazione davvero bellissima, e trascorrere una o più notti in uno di questi resort è veramente molto emozionante. I rumori e i suoni degli abitanti di questa fitta jungla riempiono gli spazi del silenzio notturno, e le “voci” degli animali e degli innumerevoli uccelli fanno da controcanto alle rane gracidanti che cercano di attirare il partner di sesso opposto. Trovarsi in un luogo così unico, e rendersi conto così intensamente delle meraviglie circostanti, fa sì che il soggiorno nei Lodge sia un’interessante esperienza da vivere soprattutto per chi ama il vero contatto con la natura incontaminata. E qui lo è veramente!

LE JELLY FISH BOX

Prima di intraprendere un viaggio è importante sapere se i luoghi che si andranno a visitare sono soggetti a fenomeni naturali che, però, non sono ideali per chi vuole trascorrere solo un periodo di vacanza tipicamente balneare. Il Mare, infatti, nel periodo che va da novembre a marzo, è interessato dal fenomeno delle meduse. Ce ne sono di diverse specie ma la più conosciuta e pericolosa è la “Jelly Fish Box”, così chiamate per la sua forma a scatola.

La medusa, pur essendo grande pochi centimetri, ha dei filamenti lunghi oltre un metro molto urticanti e pericolosi per l’uomo se vengono a contatto con la pelle. A volte possono causare la morte se non si agisce i tempo con un antidoto. Nelle spiagge più frequentate ci sono aree circoscritte da reti di protezione entro le quali si può fare il bagno in tutta sicurezza. Nella malaugurata circostanza di contatto con la Jelly Fish Box, i bagnini sono attrezzati per un pronto soccorso rapido ed efficiente. A tal proposito, non di rado si incontrano persone che fanno il bagno in mare vestendo una specie di tutina, leggerissima e colorata, a protezione sia dei raggi solari che da eventuali contatti urticanti. Inoltre, anche nel periodo interessato dal fenomeno, se ci si allontana poche centinaia di metri dalla costa , le meduse non ci sono più in quanto non sono assolutamente presenti in tutta la barriera corallina.

IL PARADISO DEI SUB

L’esperienza di un’immersione con le bombole in queste acque – considerate l’ottava meraviglia del mondo ed inclusa nella lista del Patrimonio Naturale Mondiale – dona un’emozione indescrivibile. Tutto ciò che i documenti naturalistici ci mostrano non descrivono a sufficienza quello che si vede a pochi metri di profondità con i propri occhi. I coralli vivi e di tutti i colori, le Tridacne Giganti che misurano un metro di larghezza e che si chiudono di scatto non appena vengono sfiorate; le migliaia di pesci multicolori che, incuriositi, ti girano intorno sfiorandoti appena; un mare cristallino che permette una buona visibilità fino a 60 metri di profondità; una moderna e confortevole barca di appoggio superattrezzata e un equipaggio di professionisti formato da esperti trainer, sono il “plus” per chi si vuole cimentare in una “Scuba Diving experience”, adatta anche a dei neofiti che si immergono per la prima volta, attratti dalla moltitudine di pesci che nuotano sfiorando la superficie del mare.

UN PAESAGGIO VARIEGATO

Lasciando il mare e andando verso Sud, in direzione della bella e moderna cittadina di Towsville – costeggiando parte delle Black Mountains – si incontrano tanti piccoli paesi caratterizzati dalle tipiche abitazioni di legno a due piani e con i tetti spioventi. La parte inferiore delle case è lasciata aperta, senza pareti, in modo da permettere il passaggio dell’aria che consente una buona climatizzazione della casa sovrastante.

La zona pianeggiante, molto verde, è stata colonizzata dai contadini (Farmers), dediti alla coltivazione e alla lavorazione della canna da zucchero che, in un tempo non molto lontano, era una delle industrie primarie del Queensland. A est, di fronte a un mare di colore turchese, si ammirano le bianche spiagge di Mission Beach di Tully, nota cittadina vacanziera della costa e, in lontananza, si delineano le silouette delle isole di Dunk Island, Hinchinbrook Island e Orpheus Island.

I KOALA NEL LORO HABITAT

Da Townsville si raggiunge, in 25 minuti di traghetto, Magnetic Island. La leggenda vuole il suo nome legato agli strumenti di bordo della nave del Capitano Cook, il quale, mentre navigava alla scoperta delle coste Australiane, in vicinanza dell’isola, vide letteralmente “impazzire” gli strumenti per la forte attrazione magnetica delle rocce. La causa risiedeva nella forte presenza della magnetite contenuta in queste ultime.
Incastonate tra le rocce appaiono candide e segrete, nascoste agli occhi di chi si trova sulla terra perché visibile solo dal mare. Nel suo parco naturale e protetto non è difficile incontrare Koala solitari o in compagnia dei loro piccoli, oltre a una grande varietà di piante e uccelli. Sull’isola, inoltre, è possibile praticare numerosi sport acquatici ed altre attività per trascorrere una bella vacanza e impegnare il tempo libero.

Ritornando invece a Townsville, oltre alla visita dell’acquario HQ Acquarium, nel quale si possono ammirare esemplari di coralli di tutte le specie, in una sezione adiacente si può vedere il relitto della nave “HMS Pandora”. Il nome non ci dice niente, però la HMS Pandora è la nave che diede la caccia agli “ammutinati del Bounty”, resi noti da un bel film interpretato da Marlon Brando e, nella realtà, catturati a Tahiti. La nave naufragò contro la barriera corallina mentre riportava in patria il comandante e l’equipaggio del Bounty.

UN “SANTUARIO” PER GLI ANIMALI

Un posto consigliato per un’interessante visita è il Billabong Sanctuary che si trova a 17 km a sud di Townsville. In un parco si possono osservare animali di specie protette che vengono curati e nutriti. Qui, oltre a vedere coccodrilli e canguri, si possono coccolare, tenendoli in braccio, dei cuccioli di koala. Gli animali hanno la pelliccia profumata di balsamo di eucalipto – dovuto al fatto che mangiano grandi quantità di foglie di quest’albero – e quando si prendono in braccio istintivamente si aggrappano al collo delle persone come se fossero bambini che hanno paura di cadere.

E’ motivo di grande emozione l’incontro ravvicinato con questi animali a serio rischio di estinzione, così come lo è quando si prova a tenere in braccio un “baby Wombat o cucciolo di Diavolo della Tasmania”, un orsacchiotto dal pelo ispido color marrone, anch’esso purtroppo in via di estinzione. Socievolissimo, si assopisce con la massima tranquillità in braccio agli uomini, proprio come fa un bambino con i propri genitori.

TRASPORTI AVVENIRISTICI

Ma è tempo di rimettersi in viaggio per visitare nuove località. I mezzi di trasporto del Queensland non hanno niente a che vedere con quelli che siamo abituati a utilizzare in Italia e la differenza è veramente notevole. Provate ad immaginare di essere seduti su una comoda poltrona e di avere davanti un piccolo tavolo estratto dallo schienale della poltrona di fronte a voi. Dallo stesso schienale potete estrarre anche uno schermo a cristalli liquidi da cui si può conoscere l’orario di partenza e di arrivo, si può osservare la mappa del territorio che si sta attraversando, conoscere il nome delle fermate, la velocità di crociera, i chilometri percorsi e quelli che mancano per giungere alla meta.

Inoltre, mentre si può osservare tutto ciò che si incontra lungo il tragitto – per mezzo di una telecamera istallata in posizione frontale – una hostess vi chiede se desiderate un giornale o qualcosa da bere. Bene, avrete senz’altro pensato ad un viaggio in aereo, e invece no, non è così. Non si tratta di un tragitto effettuato a bordo di un aeromobile ma di un treno, denominato “Tilt Train”, che collega molte città della costa. Il nome equivale al nostro vecchio “Pendolino”, ma sicuramente in comune ha soltanto il nome e non i servizi!

UN ARCIPELAGO MOZZAFIATO

Da Townsville, in 15 minuti di elicottero, si atterra ad Airlie Beach, l’aeroporto dell’arcipelago delle Whit sunday Island, di cui fanno parte isole meravigliose ed incontaminate tra le quali è doveroso citare Hayman Island, Hook Island, Hamilton Island, Lindeman Island, Pentecost Island, e dove si è sviluppata una rigorosa vegetazione tropicale formata da palmeti.

Il nome Whit sundays deriva dal giorno in cui il capitano Cook attraversò lo stretto che collegava la terra ferma con i mari dei coralli. Quel giorno era detto “Whit Sunday” letteralmente (inerzia domenicale) e così fu chiamato quest’arcipelago. Queste isole, considerate un vero paradiso terrestre, offrono quanto di meglio si possa desiderare per una vacanza in pieno relax. Le strutture alberghiere sono di buon livello e dotate di ogni confort. La ristorazione offre piatti internazionali e la cucina è di ottima e ricercata in tutti gli alberghi. In mare si può praticare ogni tipo di sport e la barriera corallina, poco distante, è raggiungibile con una barca o con un idrovolante. Gli appassionati di diving o snorkeling possono addirittura soggiornare su una nave ancorata sulla barriera. Vicino alla nave, una piattaforma galleggiante e attrezzata di tutto punto riesce ad esaudire qualsiasi richiesta dei patiti delle immersioni.

I NUMEROSI LAGHI DI FRASER ISLAND

50 minuti di volo, ancora in direzione sud, e si arriva a Harvey Bay. Da qui, con un traghetto si raggiunge Fraser Island, una delle isole più caratteristiche formata da sola sabbia e ricoperta di vegetazione cresciuta su dune di sabbia alte fino a 400 metri. L’isola, nella parte est, è contornata da una spiaggia lunga oltre 100km, che viene usata come pista di decollo e atterraggio per aerei mono e bimotore.

Dal punto di vista naturalistico è un vero paradiso.

Qui si trovano ancora i dingos, una particolare razza di cani che vive allo stato selvaggio e numerosi uccelli. Si può nuotare in piccoli laghi naturali di acqua dolce dal colore turchese intenso, circondati da spiagge di sabbia di un biancore quasi accecante. Il famoso lago McKenzie, raggiungibile con un fuoristrada 4×4,attraverso una lussureggiante foresta di eucalipti, permette a quanti lo vogliono di nuotare nelle sue acque dolci e fare picnic sulle sue candide rive. Un “must” da non mancare è il pranzo a base de pesce nel ristorante Happy Valley e una visita al relitto della nave tedesca Maheno, arenata nel 1935 mentre veniva rimorchiata per essere demolita, e andata poi alla deriva per la rottura della catena che la trainava.

BRISBANE, LA CAPITALE DEL QUEENSLAND

Un altro tratto di pullman (circa 4 ora da Maryborough), via Nosa, lungo la statale n.1 sud, e si arriva a Brisbane, la capitale del Queensland. La città ha conservato il suo carattere “old english fashion”, e in alcuni quartieri si possono vedere ancora delle case coloniali in perfetto stato di conservazione, così come i cimiteri monumentali circondati da prati curatissimi e senza recinzioni di sorta.

Nata come colonia penale nel 1824, Brisbane divenne capoluogo dello stato indipendente. Il fiume Brisbane River, navigabile e che l’attraversa per tutta la sua lunghezza, ha svolto un ruolo decisivo per lo sviluppo della città, concepita a misura d’uomo, dove vivono appena 1.500.000 abitanti. Piccola metropoli dall’architettura moderna, già centro commerciale e finanziario del Queensland, oltre ad avere l’aeroporto più grande dello Stato, vanta anche il principale porto marittimo.

Brisbane offre anche svaghi e divertimenti e le strutture alberghiere garantiscono una gamma di livelli adatti a qualsiasi esigenza turistica, sia congressuale che individuale. La storia di Brisbane ebbe inizio nel 1824 quando nacque come colonia penale e, quindi, all’inizio, abitata soprattutto da delinquenti deportati dalla lontana Inghilterra. La città è dotata di numerosi parchi e il fiume che la attraversa permettono ai suoi abitanti di praticare numerosi sport sia di terra che acquatici. Sono numerosi i circoli velici che impegnano gli sportivi di tutte le età.
Lo sviluppo turistico va assumendo un’importante voce nel bilancio economico della città. Brisbane, infatti, è considerata la porta della “Gold Coast” uno dei luoghi di villeggiatura più frequentati dell’Australia.

Secondo quanto affermano gli stessi Australiani non esiste altro luogo con così tanti luoghi di divertimento, tanti negozi, pensioni, ostelli, alberghi e una vasta scelta di attività di sport acquatici. Il centro turistico più importante della Gold Coast è “Surfer Paradise” che, adotta il logo delle 3 S: Sun Sand Surf (sole, sabbia, surf), ed ha di fatto iniziato ad essere popolare già dagli anni quaranta.

La sua vivace vita notturna e le tante opportunità diurne per trascorrere il proprio tempo libero senza annoiarsi, hanno reso questa città unica, tanto da sembrare nata all’insegna del divertimento e della vacanza. Non a caso il nostro stilista Versace ha voluto costruire il suo “palazzo” proprio qui, e oggi l’hotel è unanimemente riconosciuto come uno dei luoghi turistici di culto di tutta la Golden Coast. Ma assieme ai divertimenti e alla modernità, Surfer Paradise permette ai turisti di ricrearsi nei “santuari” naturali.

Subito fuori città, infatti, la grande Rain Forest si presenta nuovamente con tutta la sua maestosità. Immensi e verdi boschi lambiscono il mare cristallino e la sua barriera corallina. L’Australia, e in questo caso, lo stato del Queensland ci convincono che la natura incontaminata qui è ancora la padrona assoluta e l’uomo, che tenta di colonizzarla ed abitarla, ne costituisce soltanto una piccola interferenza. Gli ampi spazi, il mare turchese, le lunghe spiagge, la più bella barriera corallina esistente al mondo, la vegetazione rigogliosa, i numerosi animali – anche rari – le belle città, i deserti, i divertimenti in maniera “easy”, rendono affascinante per chiunque questo continente ormai… non più tanto lontano.

Liliana Comandè

Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
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Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
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In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.

11 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.



Ho abitato diversi anni nella piazza di via del Borgo di San Pietro, la strada che unisce via delle Moline con le mura di Porta Galliera in quartiere Irnerio, e conosco un poco di storia di questo “piccolo mondo” che un tempo era considerato quasi una periferia e ora è pieno centro. Alla via fu dato questo nome, perché molti terreni della contrada appartenevano alla cattedrale di S. Pietro e gli abitanti delle case che vi furono costruite pagavano un canone annuo alla chiesa.
“Il fantasma di Borgo San Pietro” era il titolo del primo romanzo di appendice apparso sulle pagine de Il Resto del Carlino, scritto da Cesare Chiusoli, che fu anche il primo direttore del giornal
e.
Era il 1885, il foglio costava allora 2 centesimi e veniva dato dai tabaccai a chi comprava un sigaro toscano, come resto di una moneta da dieci centesimi, detta appunto il ”carlino”, e da qui poi il nome “il resto del carlino”.
Erano anche quelli gli anni in cui si sviluppava Borgo san Pietro, strada interna alla cinta muraria, ma non considerata centrale, forse allora un po' malfamata, vicino a piazza del Mercato che era il regno degli imbonitori e dove venivano eseguite le sentenze di impiccagione per ladri e truffatori.
Il Borgo faceva razza a sé coi suoi giovani :i “buli” e le “bule”. Se qualche “milordino” (signorino di altri quartieri) osava avvicinarsi a una ragazza del Borgo per infastidirla o anche per corteggiarla, erano fatti suoi: nessuno poteva aver l'ardire di entrare in via Del Borgo e prendersi una delle ragazze del posto. I ragazzotti del Borgo portavano un fazzoletto di seta al collo, vestivano calzoni di velluto marrone a campana, giubbetto di panno blu con bottoni dorati e una fascia rossa alla cintura. Spesso indossavano orecchini e alto cappello, chiamato al ratt, e si accompagnavano con un bastone di canna di bambù. Le ragazze portavano uno scialle bianco di seta legato dietro la nuca, dove un grosso pettine reggeva un'enorme acconciatura di capelli nerissimi.
Celeberrima è la statuetta della Madonna del Soccorso che ancora oggi si può visitare dentro la Chiesa della piazzetta. La statua proteggeva l'ingresso nel Borgo, nel 1520 fu eretta una cappella per ospitare la statua, ritenuta miracolosa per aver salvato i borghigiani dalla peste. Con le donazioni dei devoti la chiesa fu ampliata nel 1581. A quei tempi, trenta giorni dopo Pasqua veniva portata con grande partecipazione degli abitanti in processione fino alla chiesa di San Rocco al Pratello, dove restava per 30 ore: dalle 10 della domenica alle16,30 del lunedi. Era una grande festa per i parrocchiani e durante tutto il tempo i devoti del Pratello e del Borgo non facevano altro che mangiare e bere.
Dopo l'apertura della Via Irnerio, il Borgo rimase diviso in due tronchi: quello a nord fu distrutto dal terribile bombardamento del 23 maggio 1944, ad opera degli anglo americani, durante la Seconda Guerra Mondiale, e sotto le macerie una parte importante dell’anima popolare bolognese scomparve per sempre. La parte alta rimase miracolosamente intatta e ancora oggi conserva una fisionomia che ricorda l’ambiente pittoresco del tempo che fu, con le piccole abitazioni interamente porticate e dipinte a colori vivaci.
Il bombardamento distrusse anche la Chiesa, ma non la statuetta che don Arturo Giovannini, detto Don Zvanein, aveva messo in salvo al primo suonare della sirena di allarme antiaereo. Don Zvanein morì sotto le macerie.

Nel dopoguerra la chiesa venne ricostruita dall'architetto L.Vignali.
Don Zvanein era come un padre per i parrocchiani e si preoccupava dell' educazione dei più giovani , è rimasto famoso per la “multa “ di 4 soldi che faceva pagare a chi veniva scoperto ubriaco.
Un altro personaggio del Borgo, ricordato per la la sua attività, fu Pietro Ferri detto Luvein . Antesignano degli odierni centri di riciclaggio egli si era arricchito commerciando il “rusco”. Spiego a chi non è bolognese che il rusco da noi altro non è che l'italianizzato “rossc “ che in dialetto significa immondizia, pattume.

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.
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Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.

10 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.

LE ISOLE RISENTONO DELLE DIFFERENTI DOMINAZIONI E GLI STILI DIVERSI SONO PIUTTOSTO EVIDENTI.

Gli appassionati di vela vanno pazzi per questa “catena” formata da 32 fra isole e isolette, situata fra St. Lucia e Grenada, sia per le splendide spiagge, le acque cristalline e le ricche barriere coralline. Si tratta, infatti, di isole non ancora prese d’assalto dal turismo di massa, ma assolutamente in grado di offrire tutto il lusso e il fascino dei Caraibi.

St. Vincent, l’isola più grande, possiede un entroterra ancora inesplorato, ricco di una vegetazione floridissima, con fiumi e cascate. Le spiagge, quasi tutte di origine vulcanica, offrono un piacevolissimo contrasto con le montagne che le sovrastano.

Insomma, si tratta di un vero e proprio paradiso tutto da scoprire!
Fu, naturalmente – come potremmo sbagliare – il solito Cristoforo Colombo a scoprire St. Vincent, dichiarandola di dominio spagnolo, ma, al contrario delle altre isole dei Caraibi, ci vollero ben due secoli prima che la colonizzazione europea riuscisse ad avere il sopravvento. Un lunghissimo periodo, durante il quale gli indiani Caribi opposero una resistenza durissima, che comunque non riuscì a fermare le molteplici e sanguinose battaglie fra i colonizzatori per il predominio dell’isola.

Gli inglesi ebbero la meglio, nonostante l’eroico, quanto vano, tentativo di alleanza fra i francesi e i Caribi per riprendersi il territorio. Nel 1969, infatti, St. Vincent divenne uno Stato britannico Associato, condizione in cui rimase fino al 1979, anno in cui l’isola proclamò la sua piena indipendenza dalla Gran Bretagna.

La lingua ufficiale è l’inglese, ma alcune fra le isolette minori hanno risentito molto delle influenze culturali francesi; la differenza di stile, quindi, è abbastanza evidente.
Un altro e non meno grave motivo di sofferenza per St. Vincent, furono le frequenti eruzioni del vulcano “Soufriere” che, fortunatamente, dorme un sonno profondo da ormai moltissimo tempo, ma che costituisce una delle maggiori attrazioni dell’isola. E’ possibile, infatti, arrampicarsi fino al cratere, ma attenzione, è consigliabile affidarsi ad una guida più che esperta.

Le Grenadine, le cui isole principali sono Bequia, Musique, Canouan, Mayreau, Union, Palm e Petit St. Vincent, costituiscono dei porti sicuri e, da molti anni, famose mete per gli yacht, pur essendo un tantino povere dal punto di visto economico.

Infatti, le poche popolazioni permanenti sulle 8 isole vivono di lavori stagionali, o costruendo imbarcazioni.

Kingstown, la capitale di St. Vincent, è sicuramente da visitare, non fosse altro per osservare la frenetica attività sul lungomare, fra golette e transatlantici o il mercato del sabato mattina fra agricoltori e pescatori.

Da non tralasciare è anche la “Marriaqua Valley”, detta anche la Valle di Mesopotamia, lungo la quale si oltrepassano foreste, ruscelli e fattorie per arrivare ai “Giardini Montreal” famosi per le sorgenti naturali di acqua minerale.

Per quanto riguarda lo sport, lo splendido mare che circonda le isole merita sicuramente almeno un’immersione subacquea, magari dopo aver fatto una partita a tennis o a golf.

Gli alberghi delle varie isole sono accessibili per tutte le tasche, ma gli amanti del lusso allo stato puro avranno di che deliziarsi. E’ qui, infatti, la più alta concentrazione di alberghi superlusso dei Caraibi. Indipendentemente dalle tariffe, comunque, è in quasi tutti gli alberghi che si svolge la vita notturna, fra discoteche, piano bar e musica dal vivo.

Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.
Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.
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La guerra sui ghiacciai

9 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra sui ghiacciai

Le battaglie e gli scontri avvenuti sulle Alpi durante la Prima guerra mondiale, nel contesto di aspre cime e ghiacciai vengono definiti nel loro insieme Guerra Bianca.

Combattimenti che si tennero, sul fronte orientale, nei settori italiani di Ortles-Cevedale, Adamello-Presanella e Marmolada a quote montane molto elevate e in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche fino ad allora ritenute impossibili e insopportabili. Le quote a cui vivevano e combattevano gli alpini erano molto elevate, assolutamente al di sopra di ogni altro settore, i terreni impervi e le condizioni atmosferiche li posero in estrema difficoltà, al limite della sopravvivenza. Oltre al nemico da temere, tra un assalto e l’altro per la conquista, la perdita e la riconquista di poche decine di metri dalla trincea a quella nemica, ben presto, i soldati si scontrarono contro un temibile e pressoché invincibile avversario: la morte bianca.

Il pericolo principale che gli alpini correvano era quello di morire assiderati o sommersi da un’improvvisa valanga, ogni giorno dovevano garantirsi, prima ancora di pensare al nemico, la possibilità di sopravvivere, fra l’altro con dotazioni di cibo e vestiario spesso insufficienti e coi pidocchi come fedeli compagni.

Avevano, come unica consolazione, la possibilità di ammirare panorami stupendi, distese incontaminate a perdita d’occhio, silenziose vette e dolci vallate che, a volte se pur in minima parte, riuscivano a mitigare le paure e i disagi cui erano sottoposti.

Per ovviare a un addestramento che, dopo il reclutamento sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, si effettuarono principalmente selezioni quasi esclusivamente tra gli stessi residenti: bellunesi, tirolesi, trentini, ladini, tutti pastori o contadini, montanari, che vivevano già nelle zone pedemontane e conoscevano il terreno che sarebbe stato teatro dei loro combattimenti. Una scelta strategica vincente, perché oltre ad essere uomini temprati forti e resistenti, molti si conoscevano fra di loro già prima della guerra grazie ai commerci, al contrabbando, fu facile così dare origine a un naturale cameratismo fra commilitoni. Alcuni, fra loro, erano alpinisti o famose guide alpine e la loro esperienza si rivelò fondamentale in determinate conquiste, quando le azioni militari divennero delle vere e proprie imprese alpinistiche: come gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello.

Alla metà di giugno del 1915, gli Alpini vinsero la prima importante battaglia effettuando la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri avversari, loro malgrado, si congratularono: “Giù il cappello davanti gli alpini! Questo è stato un colpo da maestro”.

MONTE NERO (canto alpino)

Sul Monte Nero è rossa la neve,
rossa di sangue, sangue italiano,
è l’Austria che la tinge a mano a mano,
ma la vendetta trionferà!

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là.

E gli dirai come morì suo padre,
fronte al nemico, bandiera al vento,
e gli dirai che morì contento

Trento e Trieste per liberar.

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là. (anonimo)

La guerra sui ghiacciai
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R…umori da 8 marzo

8 Marzo 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

R…umori da 8 marzo

Salve Donne,

oggi “finalmente” si parla di noi, e ininterrottamente direi…

Parlano di noi in tv, alla radio, sui social, in fila al supermercato …da non credere

per una volta all’anno si parla di noi senza limiti e confini, senza reti e muri … ma che ne è delle barriere e delle divisioni, di separazioni e incomprensioni, chiusure e ostruzioni?

Altro che pollai con recinzioni, qui ci spennano per bene…

C’è chi ci “incoraggia” a non tollerare più quello che uomini con la melma in testa ci infliggono.

C’è chi ci “compiange” perché, in qualità di sesso debole, rimaniamo intrappolate, vittime di situazioni da cui usciamo vinte, se non morte… (se non è sessista questo…!)

C’è chi ci “fomenta” esortandoci con energia a farci valere per quello che siamo (???)

C’è chi di solito dice che “un po’ ce la cerchiamo”, ma oggi lo dice a voce un po’ più bassa.

C’è chi dice che siamo belle, e mai come oggi va specificato “dentro e fuori”, chi dice che siamo “la vita, l’amore” come in quella canzone di Modugno, chi ci fa i conti in tasca e dice che sul lavoro prendiamo meno soldi degli uomini e chi ricorda che però siamo più brave a studiare e chi questo e chi quello e poi mi fermo qui perché sto cominciando a sentirmi un po’ Nino Frassica e un po’ Rino Gaetano!

Signore mie… qui si parla di noi come se fossimo delle polle e non delle pollastre, incapaci di intendere e di volere, ma soprattutto si parla di tutte noi messe lì nel pollaio…

non di me o di te o di Stella o di Marialella (la pollastrella bella)…

ma di tutte noi insieme come se la nostra complessità e molteplicità si potessero ridurre a “una sola polla” che sta lì a rappresentare tutto o niente da quando è nato il mondo fino ad oggi…

Per questo motivo oggi, in questo giorno tanto importante, grazie a chi macina stronzate non mi viene da dire altro che BASTA! Ci avete rotto li cojoni con le recinzioni da pollaio …quello che non sapete è che le pollastre, quelle vere, non si lasciano trascinare e rinchiudere in stereotipi di cui è facile riempirsi la bocca ma che, alla fine dei conti, non dicono nulla né di me né di Marialella …

Comunque, visto che oggi il mondo intero deve per forza parlare delle donne, lasciate che lo faccia anch’io, a modo mio:

Dunque, oggi voglio essere me e:

- Anastacia (mica poteva mancare) che zitta zitta (ma anche no… quando si fa fare certe cosette) pure l’ha fatto capitolare, il buon Christian (impresa non da poco direi!!!)

- Mafalda, l’amichetta di Linus, che dice: A una donna servono due cose nella vita, il senso dell’umorismo e un paio di scarpe rosse col tacco

- La protagonista di una vignetta che gira su Facebook e che (immagino con la voce di Califano) dice: LOTTO DA QUANNO M’ARZO

- La protagonista di una canzone di Liga che dice:

Femmina come la terra

Femmina come la guerra

Femmina come la pace

Femmina come la croce

Femmina come la voce

Femmina come sai

Femmina come puoi

Femmina come la sorte

Femmina come la morte

Femmina come la vita

Femmina come l’entrata

Femmina come l’uscita

Femmina come le carte

Femmina come sai

Femmina come puoi

- Me sola … che a #diamociunconsiglio, al posto della propria foto con un buon consiglio, ho inviato un’immagine con la scritta: Non importa quanta dignità tu abbia. Se un bambino ti passa una tazzina vuota, tu devi bere.

- Cenerentola (la più paracula di tutte!!!) che già sapeva che I sooooogni (avete capito quali!?!) son deeeesideri….

E dulcis in fundo…per la serata voglio essere…

- La protagonista di Albachiara di Vasco

Respirerò piano per non far rumore

farò pensieri strani…
… io sola dentro la stanza
e tutto il mondo fuori.

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Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto

7 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto

CHIAMATE UN TEMPO SAMOA OCCIDENTALI, GLI ABITANTI SI VANTANO DI ESSERE GLI UNICI E VERI POLINESIANI.

Le Sporadi Equatoriali sono dette anche Isole della Linea perché situate sull’Equatore ed è proprio qui che cambia la data.
Sono undici isole che appartengono alla Repubblica di Kiribati, ad eccezione di due atolli: Palmyra e Jarvis, e ci sono oltre novemila abitanti, per lo più concentrati sull’atollo Kiritimati, il più grande del mondo.
Si tratta di un angolo sperduto del mondo, collegato solo con l’aeroporto di Honolulu. Solo quattro villaggi, per sentirsi veramente nell’antica Polinesia, lontano dal frastuono del mondo occidentale e anche fuori dai circuiti del turismo di massa.

Upolu e Sava’i sono le due isole maggiori che costituiscono quelle che un tempo erano chiamate Samoa Occidentali, per il resto, un insieme di isolotti e atolli non abitati.

Gli abitanti di Samoa si considerano gli unici veri polinesiani, perché ritengono di essere la vera popolazione autoctona di quelle terre. Il loro mito della creazione è molto simile a quello biblico.
Missionari, pirati, balenieri, sbarcarono spesso qui, rendendo queste isole molto frequentate già intorno alla fine del XVIII secolo. La cessione di questa parte delle Samoa alla Germania, e il coinvolgimento nelle due guerre mondiali, non hanno intaccato lo spirito cordiale e ottimista di queste popolazioni.

Le isole non sembrano aver subito molto l’influenza occidentale e tutto sembra legato al passato. L’unica vera città dello Stato è la capitale Apia che, nonostante qualche traccia di modernità, mostra tutto il suo fascino con i suoi mercati, dove si può trovare di tutto, dall’artigianato ai vestiti, ai gioielli in noce di cocco.

Nella capitale è facile trovare numerose chiese cattoliche e anglicane sparse ovunque.

Le spiagge più belle – sì, perché nonostante tutto il fascino di queste isole è sempre il mare cristallino e le candide spiagge – si trovano nella parte meridionale dell’isola di Upolu, dove si deve richiedere il permesso prima di effettuare immersioni e dare, forse, un piccolo “dazio”.

Il turismo è una delle principali fonti di sostentamento nel paese in cui molti problemi hanno

provocato la deforestazione e i cambiamenti nel mondo agricolo.
Prendendo un taxi o un autobus da Apia, si giunge a Vailima, nella casa trasformata in Museo, dove visse Louis Robert Stevenson, recatosi in quel luogo – allora sperduto – per curare i suoi polmoni malati.

Alla sua morte gli abitanti del luogo lavorarono per 24 ore consecutive per tracciare un sentiero fino alla collina per collocare lì la tomba del loro “tusitala”, narratore di favole.
Lì, da dove si sovrasta l’isola, la barriera corallina e tutto l’orizzonte infinito, venne sepolto con le parole della sua elegia “Requiem”: Rientrato il marinaio, rientrato dal mare/ e rientrato dal monte il cacciatore.
Non solo Stevenson, ma naturalmente altri scrittori e artisti scelsero di vivere in queste splendide isole. Fra i tanti, Herman Melville, l’autore del famoso “Moby Dick” .

Fra i nostri connazionali, Hugo Pratt, fece nascere proprio qui il suo Corto Maltese. Mete ideali – i Mari del Sud – per ambientare le loro storie.

Qualcuno di loro scelse di viverci e anche di morirci.
In questi luoghi, che la storia europea ha consacrato all’avventura, risuona lento il passo di chi ritorna dal mare, lascia la vita e consegna per sempre il suo sonno alla terra…

Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
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Paolo Petrillo, "Der Riss"

6 Marzo 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #storia

Paolo Petrillo, "Der Riss"

Lacerazione/Der Riss

Paolo Emilio Petrillo

La Lepre

8 Settembre 1943: una data che in Italia è diventata metafora a un tempo della debolezza e della forza morale di una nazione. Che cosa ha rappresentato invece quella stessa data per la Germania, l'ex alleata, che dell'evento fu la speculare protagonista? Come hanno vissuto i tedeschi – le istituzioni, certo, ma ancor di più la popolazione civile e i milioni di soldati in divisa – il “proclama Badoglio”?

Interrogando fonti stampa, la maggior parte delle quali inedite o sconosciute in Italia, e lasciando parlare veterani tedeschi ancora in vita, l'autore cerca di ricostruire quella che, per molti aspetti, è la versione mancante del noto fatto storico e di altre vicende precedenti. A emergere è un'immagine doppia: gli italiani visti dai tedeschi, i tedeschi visti dagli italiani. Un contributo prezioso, non certo per una strumentale polemica revisionista, ma per la costruzione di una coscienza più meditata della tragedia da cui sono nate.

Questo di Paolo Petrillo è un saggio storico particolarmente interessante, così tanto, in effetti, da spingermi a parlarne nonostante non sia solito occuparmi di saggistica. L'interesse nasce da una banalissima domanda, talmente ovvia, in effetti, da sembrare sciocco che nessuno se la sia posta prima: qualcuno ha mai chiesto ai tedeschi cosa pensano dell'8 settembre del 1943? La risposta, prima di questo libro-inchiesta, è no. Esiste un'ampia letteratura sull'argomento, ma del tutto priva di voci diverse da quelle nostrane. Eppure è una data importante nella storia dell'Italia e anche della Germania, anche se per allora l'esito della seconda guerra mondiale era già segnato.

Qualche lettore potrebbe chiedersi perché è interessante parlarne oggi, a settant'anni di distanza, ma la storia, la nostra storia, è importante conoscerla. L'Italia dunque firma l'armistizio con gli alleati e, per usare una vecchia frase sarcastica, si addormenta fascista e si risveglia antifascista. Il malcontento per l'esito della guerra serpeggiava in Italia, che non era assolutamente pronta ad affrontare lo sforzo bellico come invece lo era la Germania, dunque le premesse per un salto di barricata erano già evidenti a noi e ai nostri alleati, come traspare dalle interviste qui riportate.

Più di ogni altra cosa, per capire l'importanza di questo libro, vale la pena ricordare quali sono state le conseguenze dell'esito della guerra sul piano culturale per l'Italia e per la Germania. I nostri alleati infatti, sconfitti su tutta la linea e poi aiutati nella ricostruzione dal piano Marshall, svilupparono un sistema di informazione martellante sulla guerra e sulle loro colpe, su quanto era stato commesso dalla Germania come popolo e nazione. Il risultato di questo processo, durato decenni e portato avanti con proverbiale efficienza teutonica, è pensato per coinvolgere l'individuo dal suo anno zero all'età adulta. Il risultato è evidente a tutti: una delle società più multietniche in tutta Europa, con tutti i problemi di gestione e ibridazione culturale che questo comporta, ma che, nel complesso, ha retto meglio di tanti altri paesi che si sono trovati a dover affrontare gli stessi problemi.

In Italia? Tutto nascosto sotto il tappeto, con lo stile e l'aplomb tipici del nostro paese. Non un condannato dai tribuni internazionali per crimini di guerra, pochissimi, in proporzione agli aderenti al movimento, i processi nazionali contro i criminali fascisti, tutto finì con l'episodio di Piazzale Loreto e il disfacimento della Repubblica di Salò. Eppure Italia e Germania erano alleate, possibile che nessun italiano abbia mai fatto qualcosa di sbagliato?

Una seconda domanda ha chiesto Petrillo ai reduci tedeschi della guerra, e cioè se ci fosse la convinzione che gli italiani fossero traditori. La storia ci insegna che all'inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, l'Italia non entrò in guerra da subito, nonostante fosse alleata della Germania, ma solo nel 1915, e al fianco di Francia e Inghilterra. Neanche trent'anni dopo, l'Italia, di nuovo alleata con i tedeschi attraverso la famosa amicizia tra “uomini veri” di Hitler e Mussolini, non entrerà da subito in guerra al fianco della Germania, ma dopo qualche mese, attaccando una Francia già sconfitta dall'esercito tedesco. A questo episodio è legato la famosa frase di Mussolini, “Mi servono cinque o seimila morti per sedermi al tavolo della pace”. Quella di saltare sul carro del vincitore rimane una nostra abitudine, ma in questo caso, come sappiamo, fu l'Italia a rimetterci, perdendo su tutti i fronti militari, costretta a chiedere l'aiuto tedesco in Grecia e in Africa, è stata spesso considerata una delle più grandi cause della sconfitta tedesca. L'aiuto tedesco in Grecia causò infatti un ritardo di otto settimane sulla tabella di partenza dell'operazione Barbarossa, l'attacco tedesco alla Russia, sorprendendo l'esercito senza rifornimenti alle porte di Mosca e all'inizio del terribile inverno russo. L'8 settembre del 1943 segnò infine l'ultimo schiaffo, l'armistizio e il sostegno italiano agli Stati Uniti, trasformandosi, dal giorno alla notte, da alleati a nemici. E poi, anche se era un cambiamento atteso, un conto è arrendersi a un avversario più forte, un conto è trasformare l'amicizia del giorno in prima in imboscate e attacchi alle spalle il giorno dopo. Le basi per sostenere l'idea del tradimento c'erano tutte, cosa pensano le persone che hanno vissuto quegli eventi sulla loro pelle?

Queste domande potrebbero sembrare banali o sepolte dalla storia, o peggio ancora revisioniste, ma l'Europa di oggi, la stessa in cui la Germania ha un ruolo centrale geograficamente e politicamente, nasce dalle ceneri della seconda guerra mondiale. È quindi di fondamentale importanza capire le risposte a queste domande, perché in Italia non c'è stato un progetto educativo di critica al fascismo, come dimostrano le lacune storiche sulle malefatte italiane in guerra, e perché l'Italia è parte di questa Europa che ha dovuto imparare a relazionarsi e superare conflitti ma che, in fondo, non è riuscita a farlo, e le tensioni internazionali fra i vari paesi della Comunità Europea, in particolare fra gli stati fondatori, sono lì a dimostrarlo. La domanda quindi rimane sospesa nell'aria, cosa pensano i tedeschi degli italiani? Der Riss prova a dare una risposta, sicuramente non esaustiva, ma quantomeno sensata e sostenuta dalle voci dei protagonisti.

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AA.VV, "Gol Mondiali"

5 Marzo 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

AA.VV, "Gol Mondiali"

AA.VV

Gol Mondiali

Edizioni Incontropiede

Pag. 150 - Euro 14,50

Ho già avuto modo di apprezzare il buon lavoro di questa giovane Casa Editrice specializzata in libri sportivi, con una certa predilezione per il gioco del calcio. Ragazzi appassionati che hanno del coraggio, perché, come ho avuto modo di sperimentare in prima persona gli aficionados del calcio non sono dei grandi lettori, ma si limitano a sfogliare uno dei tre quotidiani sportivi che ancora si trovano nelle edicole del nostro strano paese. Ci sono le dovute eccezioni, chiaro! Ho giocato al calcio, ho arbitrato in serie C, ho fatto il quarto uomo in A e B, ma in ritiro mi portavo Thomas Mann, Proust, Calvino, Cassola e persino Cabrera Infante. Purtroppo, esiste anche lo snobismo opposto. I pochi italiani che amano leggere, gli intellettuali in genere, snobbano il calcio e tutto ciò che riguarda quel mondo, libri e film compresi. Ne sa qualcosa Arpino, che con Azzurro tenebra ha scritto una bella pagina di letteratura, poco considerata per l'argomento calcistico. Ne sanno qualcosa i cineasti che hanno provato a girare film seri sul calcio, da Pupi Avati (Ultimo minuto) al giovane Zucca (L'arbitro). Non funzionano. O meglio, vanno bene solo le parodie e le farse come I due maghi del pallone, L'arbitro con Buzzanca, Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi e Andrea, L'allenatore nel pallone con Lino Banfi (vittima di un pessimo remake modernizzato)...

Basta divagare. Gol mondiali è un bel prodotto. Diciannove autori - alcuni abbastanza noti nell'ambiente letterario - affrontano la storia della Coppa del Mondo da Uruguay 1930 a Brasile 2014, prendono spunto da un gol e narrano vicende umane - sportive collegate al campionato mondiale. Gli autori: Bacci, Ballestracci (lanciato dal mio Foglio Letterario con Compagno di viaggio e Bluespadano), Bassi, Bedeschi, Facchinetti (consigliamo la lettura de Il romanzo di Julio Libonatti), Favretto, Ferrio, Ghedini, Grassi, Impiglia, Longhi, Lorenzetti, Mastrolli, Paliotto, Pompei, Puppo, Sica e Taccone. La storia del campionato Mondiale 2014 conclude un agile volumetto ed è affidata alle 19 penne impegnate nella raccolta che realizzano un esperimento di scrittura collettiva. Il gruppo di scrittori si è dato un nome: Sport in punta di penna, esperimento letterario nato nel febbraio 2013. Tra i titoli più recenti sfornati dalla giovane Casa Editrice ricordiamo Arrigo di Jvan Sica, un romanzo sulla parabola calcistica e umana di Arrigo Sacchi, Il calciatore stanco di Gino Franchetti, ma anche Rumble in the Jungle di Luigi Guelpa. In preparazione: Memorie dell'Europa calcistica - L'Erasmus del pallone, a cura di Federico Mastrolilli. Per il catalogo completo e le iniziative, consultare il sito www.incontropiede.it.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

4 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

In questa escursione fra le valli e i monti molisani Flaviano Testa ci ha condotti a Civitanova del Sannio e i suoi scatti colgono con semplicità e perfetta armonia un piccolo paese del Molise che arriva appena a 1000 abitanti.
L'attuale toponimo del paese è successivo all'Unità d'Italia che prima si chiamava solo Civitanova. Nome derivante dalle fortificazioni sannitiche erette a controllo della valle del fiume Trigno e di cui ancora si possono vedere i resti nei pressi del centro abitato. Posto in provincia di Isernia a un'altezza collinare di 650 m, attraversato dall'antico tratturo Lucera – Castel di Sangro, gode di un'ottima posizione, di un piacevole paesaggio e di un fresco clima estivo che attira turisti dalla vicina Campania e dalla metropoli romana. Giungono dopo un breve viaggio e si immergono nel verde dei boschi di faggio, si bagnano e bevono alle fresche sorgenti di acque chiare e freschissime che sgorgano vicino al paese, cercando fragoline, funghi o tartufi bianchi a seconda della stagione o si stendono al sole sulle rive del lago carsico che si trova nei pressi godendosi la “Montagnola” con l'area attrezzata per i pic nic .
Di questo piccolo paese colpisce la bellezza dei vicoli che lo attraversano, passeggiando per le strettoie sembra di tornare indietro nel tempo: al medioevo, periodo in cui quei vicoli risalgono e a quando il conte d'Isernia e sua moglie fecero costruire un monastero e lo donarono ai monaci benedettini. La gente è accogliente, seria e laboriosa. Nel dopoguerra il paesino ha subito una forte emigrazione, causa la totale mancanza di possibilità lavorative e la povertà dei terreni adibiti all'agricoltura, le famiglie lasciavano il paese natale e si recavano all'estero in nord America, in Argentina o in Germania. L'estate, intorno a fine agosto, si tiene la “festa dell'emigrante”, con riti religiosi, conferenze, mostre d'arte, proiezioni di film all'aperto e concerti sinfonici. In queste occasioni spesso fanno ritorno in patria i figli degli emigranti di un tempo per ritrovare le loro radici, cresciuti all'estero parlano poco e male la lingua italiana, ma conoscono benissimo il dialetto locale, dando origine a scenette divertenti. Guardandosi intorno si sentono stranieri a casa loro e ripercorrono con nostalgia i vecchi gradini che li riportano alle case che furono dei padri o dei nonni, desiderando di fuggire dalle grandi città in cui sono costretti per lavoro e di tornare a vivere in un contesto ambientale, sociale e culturale autentico, difficile da trovare. All'inizio dell'autunno in paese restano soprattutto anziani soli e allora qualche straniero ancora è facile incontrarlo ma è un emigrante di altri paesi che qui trova lavoro come badante, in un paese povero ma dove non è costretto a chiedere elemosina e dove i campi diventano giardini e le pietre delle case isolate o dei castelli cadenti, riflettono silenziose i raggi della luna e del sole al ritmo scandito dal tempo e dalle stagioni.

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
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