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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Francesco Verso, "La morte in diretta di Fernando Morales"

22 Marzo 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Francesco Verso, "La morte in diretta di Fernando Morales"

Francesco Verso

La morte in diretta di Fernando Morales

Future Fiction - E-book Kindle euro 0,99

www.futurefiction.org

Fernando Morales non prova più interesse per la vita, non ce la fa ad andare avanti senza la moglie, in solitudine, attendendo il giorno della sua dipartita naturale. Non si cura più, vive con indolenza, trattiene i ricordi del passato in un cofanetto immaginario e per lui sono più preziosi del denaro. Un giorno - navigando su Internet nei social network affettivi - scopre un’occasione irripetibile. Decide di morire affidandosi a un’eutanasia assistita che gli consentirà di diventare famoso grazie alla morte in diretta. Chi è il signor Fernando Morales? Ha raccontato la sua vera storia ai funzionari che dovranno occuparsi della sua morte in diretta oppure ha mentito spudoratamente? Non aggiungiamo altro, perché il racconto è breve, gli sviluppi imprevedibili e la suspense fantastica rappresenta il vero sale della storia.

Francesco Verso si prende gioco dei reality show e della società contemporanea, consumistica e televisiva, costruendo una storia ambientata in un ipotetico futuro, che non è poi così distante dalla nostra realtà. Un racconto dotato di una forma perfetta, una scrittura nitida, cristallina, asciutta, senza tempi morti, ma anche di un contenuto politicamente scorretto. L’autore usa lo schema del racconto fantastico per stigmatizzare l’uso smodato dei social network - nella società del futuro trasmettono persino affetto - mettendoci di fronte al problema delle cose che tramandano soltanto loro stesse in una società priva di valori che rende l’uomo sempre meno umano. Fernando Morales è il simbolo dell’individuo solo di fronte alla morte, incapace di dare un senso terminale alla propria vita. Il racconto è una parabola decadente sulla situazione dell’uomo contemporaneo, scritto con la pessimistica consapevolezza che il futuro può metterci di fronte persino alla spettacolarizzazione della morte. Tra l’altro -pensandoci bene - in parte sta già accadendo…

La morte di Fernando Morales è stato adattato in forma teatrale e messo in scena all’interno dello spettacolo The Milky Way di Katiuscia Magliarisi e Chiara Condrò, con musiche di Simone De Filippis. Trovate qui alcune notizie sull’autore: http://www.futurefiction.org/francesco-verso/, un esperto del fantastico - che scrive e traduce - tra l’altro vincitore del Premio Urania 2009 con il romanzo e-Doll.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marinai d'Italia

21 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Marinai d'Italia

I marinai, furono degni “assi” del primo conflitto mondiale e compirono la loro efficace opera sul mare, ma anche a terra insieme ai bersaglieri e alla fanteria. Dopo la disfatta di Caporetto, reparti di marinai furono inviati a terra, per proteggere Venezia. Al termine della guerra, il Reggimento, al quale Venezia aveva voluto dare la propria bandiera con il leone di San Marco, assunse il nome di Reggimento Marina San Marco e, ancora oggi, i Fucilieri di Marina sono inquadrati in tale reggimento.

Tra le più importanti operazioni della Regia Marina vi fu l’opera di salvataggio prestata in aiuto allo sconfitto esercito serbo. Le stime dei soldati a cui fu portato soccorso vanno dai 150.000 ai 250.000, difficile stabilirne il numero esatto, certo è che mentre i Serbi si ritiravano verso le coste balcaniche vennero raccolti dalle navi italiane che salvarono soldati e tonnellate di materiale.

La marina italiana, era forte di 13 corazzate, 25 incrociatori, 25 cacciatorpediniere, 59 torpediniere e 21 sommergibili. Le principali basi navali erano a Venezia e Brindisi, ma il grosso della flotta era concentrato a Taranto porto più riparato e protetto. Durante il primo conflitto mondiale, a differenza del secondo , furono diverse le operazioni in cui si fece onore la nostra Marina.

Nel 1917, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, Luigi Rizzo penetrò con due MAS nella rada di Trieste e assalì con i siluri le corazzate Budapest e Wien, quest’ultima fu colpita e affondata. A Rizzo venne riconosciuta una medaglia d’oro al valor militare e maggiore fu il riconoscimento per il successo, in quanto le stesse, circa un mese prima, erano state attaccate senza esito mentre bombardavano batterie della marina italiana a Cortellazzo.

Durante il 1918, ultimo anno di guerra, fra gli episodi di rilievo che videro protagonisti uomini della marina italiana, si ricorda:

• In febbraio tre MAS al comando di Costanzo Ciano penetrarono nella base navale di Buccari. Le reti parasiluri impedirono l’attacco e il danneggiamento delle unità ancorate in porto, ma non impedirono ai nostri di prendersi una rivalsa di grande risonanza. All’azione partecipava anche Gabriele D’annunzio, salito sul Mas di Rizzo che lasciò un messaggio di scherno:

In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i Marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.

L’impresa denominata poi la beffa di Buccari, anche se non produsse effetti ai fini militari, ebbe grande importanza, perché ne produsse ai fini del morale delle truppe in una guerra in cui cominciavano ad acquisire gravità e peso gli aspetti psicologici. Uno dei MAS che parteciparono alla spedizione si può vedere oggi esposto nelle sale del Vittoriale degli Italiani, sul Lago di Garda.

• All’alba del 10 giugno 1918 due corazzate austriache furono inviate a forzare il blocco navale del canale d’ Otranto. Nei pressi di Premuda, furono intercettate da due Mas, sempre sotto il comando di Luigi Rizzo. Due siluri colpirono e mandarono a picco una delle due corazzate la Szent Istva. La nave, che doveva il suo nome a Santo Stefano d’Ungheria affondò in sole tre ore con a bordo 89 marinai. L’altra corazzata soccorse i naufraghi, mentre i Mas si dileguarono.

Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci penetrarono a nuoto nel porto di Pola spingendo uno speciale ordigno chiamato «mignatta» che applicarono alla carena della corazzata Viribus Unitis, facendola saltare in aria.

E infine l’ azione che, scrissero allora i giornali italiani, fu una delle più ardite e che compare nella vignetta di cui sopra. Si deve tener presente che fu ostacolata da eccezionali sbarramenti collocati nel porto, costellato di banchi di torpedini, mine subacquee esplodenti all’urto, di potenti riflettori e vigilanza continua. Era la notte del 14 maggio 1918 quando il comandante Pellegrini con alcuni suoi compagni, superati gli sbarramenti entrò nel porto di Pola, per una importantissima missione che prevedeva l’affondamento di un’altra colossale nave da guerra nemica, del tipo Viribus Unitis. Si erano convenuti speciali segnalazioni luminose per far conoscere l’esito dell’impresa, poiché era prevedibile che il comandante Pellegrini e i suoi compagni, il secondo capo torpediniere silurista Milani, il marinaio scelto Angelini e il fuochista scelto Corrias, avrebbero potuto non fare ritorno. Avevano infatti ordine di distruggere la loro imbarcazione e di gettarsi in acqua a missione compiuta. L’operazione si svolse precisamente come stabilito, si avvertirono distintamente due cupe esplosioni e, quando iniziarono i fuochi di difesa dell’artiglieria nemica, fu chiaramente visto dal largo il razzo illuminante col quale il comandante Pellegrini comunicava “Ho silurato una nave”, subito seguito da un altro che significava: “Distruggo la mia imbarcazione, Ogni opera di soccorso è inutile”. Non vi furono dubbi che la missione avesse avuto esito positivo e solo più tardi si seppe che il comandante e i suoi valorosi compagni erano stati fatti prigionieri. A tutto l’equipaggio fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.

Marinai d'Italia
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Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia

20 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
IL PAESE DELLA GRANDIOSITÀ DI UN ANTICO POPOLO, CHE TANTO EBBE IN COMUNE CON LA STORIA DI ROMA

Magia di colori, inebrianti profumi, fascino di una terra senza tempo dove il mito si confonde con la storia. Non sono frasi scontate, ma le sensazioni di una vacanza in Egitto, una stupenda meta che lascia il segno non solo nella memoria ma, soprattutto, nell’anima. L’avventura dell’ideale viaggio a ritroso nel tempo comincia al Cairo. Se si alloggia in un albergo nella zona di Giza, e si è alla finestra nell’ora del tramonto, c’è lo scenario unico del sole che scompare dietro l’orizzonte tra lo sfolgorio dei colori che accompagnano il calare del sole e che vanno dal rosa all’indaco del cielo, dal rosso all’arancione, fino a confondersi con il colore della terra.

Al centro di questo naturale palcoscenico, ci sono loro: le piramidi, le cui gigantesche sagome si stagliano all’orizzonte come una sfida all’eternità, ombre del passato sempre vigili sul presente. Poi c’è l’incontro con l’enigmatica millenaria Sfinge, la visita ai favolosi tesori del Museo del Cairo, con la meravigliosa maschera del giovane faraone morto a soli 18 anni, Tutankhamon,

la passeggiata alla “Città dei morti”, dove gli uomini dividono il tetto con chi non c’è più ed è seppellito nel piano sottostante. Poco lontano dal Cairo c’è, a Sakkara, la piramide di Zoser, o piramide a quadroni, considerata la più antica tra quelle egizie, costituita da sei mastabe (di dimensioni decrescenti) costruite una sull’altra.

Ma in Egitto, dalla notte dei tempi, si crede che tra vita e morte ci sia continuità e se per noi questa specie di “convivenza” sembra assurda, per loro non lo è, considerando che queste persone, oltre tutto, non avevano una propria casa. In questa terra fantastica ogni cosa ha un suo perché, una sua ragione d’essere, anche se a noi occidentali sfuggono molte cose della loro cultura e delle loro tradizioni.

Ma dopo il Cairo, non si può non volare fino ad Assuan. Nell’antichità si chiamava Syene. Erano qui le cave da cui si estraevano i monoliti destinati a diventare obelischi, steli costruite in onore del dio Sole. Qui, oltre ad ammirare lo spettacolo delle feluche che solcano il Nilo, l’azzurro del cielo che si confonde con il turchese del grande lago Nasser, e, sopra una specie di altura, c’è il magico spettacolo dell’Isola Elefantina, con la sua sabbia dorata, macchiata ogni tanto dal verde smeraldo delle fronde di alberi.

Proprio qui si trova la tomba dell’Aga Khan III, che usava soggiornare in questa località per il suo clima asciutto e salubre. Lui morì nel 1957 e la Begum, sua moglie, fece costruire il mausoleo per consentirgli di riposare in pace. Lei visse fino al 2000, ma già dal 1997 aveva impedito l’accesso dei turisti che disturbavano l’eterno sonno dell’amato consorte.

Dall’alto si vede il magnifico spettacolo del Nilo e la vita che si svolge sulle sue acque. Ad Assuan è possibile vedere anche il monastero copto di San Simeone e il giardino botanico, ricco di piante di ogni tipo che donano ombra e fresco a chi ci si reca nei periodi più caldi.

Da qui si può raggiungere Abu Simbel, con il suo tempio imperituro di Ramsete II°, il Faraone che fece grande l’Egitto. L’opera, che sorge nel cuore del deserto nubiano, a breve distanza dal confine con il Sudan, è spettacolare. Colpiscono, soprattutto, le grandi statue del faraone, scolpite direttamente sulla roccia, che ne costituisce la facciata alta, tra l’altro, ben trentuno metri. Molto interessante è visitare la parte posteriore del tempio, interamente ricostruito dopo che stava per allagarsi e, quindi, essere distrutto per via della diga che era stata costruita nelle vicinanza.

Le navi che ospitano i turisti in questo fantastico viaggio che porta da Assuan a Luxor, o viceversa, sono dei gioielli. Comodità ed eleganza assicurano una vacanza all’insegna della rilassatezza.

Navigando dolcemente sul largo fiume, si arriva a Filae dove i ricordi dell’idilliaco mito, tra il magico e il religioso, di Iside e Osiride e testimonianza della tecnica moderna che riuscì a trasportare l’immenso tempio dall’isola destinata ad essere sommersa su un luogo sicuro, qui si fondono in un paesaggio in cui i colori intensi dell’acqua, della vegetazione e delle imponenti colonne, toccano sicuramente lo spirito del visitatore. Ma questo non succede solo in epoca moderna, è stato sempre cosi.

Nell’antichità, l’imperatore romano Adriano, fine esteta, innamorato dell’arte e dello spirito dell’Egitto, veniva a meditare qui. Altre colonne dai capitelli scolpiti ricordano anche il luogo nel quale era solito rifugiarsi. La nostra storia che si fonde con quelle egiziana!

Proseguendo il nostro viaggio a ritroso nel tempo, troviamo Edfu, che è un’altra meta della crociera sul Nilo, con il suo tempio dedicato a Horus, dio dalla testa di falco. La maestosa statua della divinità, in granito nero, è un po’ il compendio dell’antica religiosità egiziana all’insegna dell’amore e della magia.

A breve distanza c’è Kom Ombo, con il suo imponente complesso religioso, dedicato a due divinità: Sobek, dalla testa di coccodrillo e Haroeris, dalle sembianze di sparviero. Ancora un tratto di navigazione ed eccoci ad Esna, per incontrate il tempio di un’altra divinità, Khnum, con la testa di ariete. Era lui che modellava gli uomini con il tornio da vasaio.

Navigando per 3 giorni si arriva a Luxor, l’antichissima Tebe, capitale dell’antico impero egiziano. A ricordare i fasti del passato c’è il tempio di Ammon – Ra. I faraoni che lo fecero edificare, Amenofi III e Ramsete II, lo vollero gigantesco – è lungo quasi trecento metri – e spettacolare. Le sue pareti sono un tripudio di immagini a rilievo, come tante pagine di storia che parlano di vicende umane e divine ancora aperte per una affascinante lettura del passato.

Luxor, da sola, merita tutto un viaggio nell’antico Egitto. I suoi templi sono lo specchio della grandiosità di quell’epoca. Dal 1979 il sito aecheologico, con la sua necropoli, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. I suoi templi funerari e religiosi lasciano i turisti a bocca aperta per la grandiosità delle sue costruzioni, in alcuni casi preservate ancora meravigliosamente.

Si resta storditi e sbalorditi davanti a tanto splendore, che prosegui con la visita a Karnak, a pochi chilometri da Luxor. “Luci e suoni” è lo spettacolo serale che fa rivivere il fascinoso magico mondo dell’epoca dei faraoni.

Per visitare la Valle dei Re e delle Regine, infine, è bene lasciare di buon’ora la nave per affrontare il breve ma torrido tratto del deserto. È qui, incastonata tra le rocce, la splendida tomba della regina Nefertari, recentemente restaurata.

Ma c’è anche quel grande capolavoro dell’architettura e dell’arte egizia del tempio funerario della regina Hatshepsut, vissuta dal 1505 al 1484 avanti Cristo. Personaggio emblematico tramandatoci da tante storie di amori appassionati e imprese mascoline quali si addicono all’unica donna che è riuscita a portare la corona dei faraoni.

Le altre tombe, quelle dei re, anche questi scavate nella roccia, e tutte nascoste sotto la sabbia, portano nel mondo delle antiche storie, quelle che ci fanno sentire un po’ egiziani, sia perché abbiamo visto infinite volte documentari su questo luogo unico, sia perché il contesto è così coinvolgente da farci sentire parte del paese dove il tempo si è fermato.

Egitto, terra ancora misteriosa e ricca di testimonianze della sua antica grandiosità e dove ancora, sotto la sabbia, nasconde tesori di ogni tipo.

Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
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Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
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Le nuove armi.

19 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Le nuove armi.

Fra le nuove tecnologie che vennero usate nella Grande Guerra ci furono i primi modelli di carri armati. I primi esemplari furono costruiti intorno agli inizi del 1900 in Germania, con il perfezionamento del motore a scoppio per le auto.

Durante gli anni del conflitto, furono però gli Inglesi a metterne in uso, sul fronte occidentale, un primo modello sperimentale. Lo denominarono tank (cisterna) proprio per ingannare il nemico che, qualora ne avesse intercettato il nome nei messaggi, altro non avrebbe pensato che a un sistema di rifornimento idrico per le truppe. Si trattava di una grande macchina blindata munita di cingoli in grado di avanzare su ogni tipo di terreno superando difficili ostacoli come le buche scavate per le trincee. All’esterno erano montate delle mitragliatrici che venivano usate da una parte dell’equipaggio, dieci persone in tutto, situate all’interno da dove lo manovravano con grande difficoltà.

Come ricordato nella vignetta di Beltrame, alla comparsa del “mostro meccanico” si creò il panico fra le fila nemiche, ma la riuscita della nuova arma, necessitava di perfezionamenti. Difficili da condurre, perchè poco maneggevoli, quasi tutti i primi carri armati si impantanarono, caddero dentro alle trincee o, in generale, ruppero il motore, dimostratosi poco affidabili. Inoltre, il calore prodotto all’interno dell’abitacolo risultò insopportabile per l’equipaggio dei carri, così come i gas di scarico che non venivano correttamente emessi all’esterno, risultarono letali per i soldati.

Dopo alcuni miglioramenti strutturali si ebbero i primi successi sul campo in occasione della Battaglia di Cambrai, il 20 novembre del 1917. Era nato il British Tank Corps, che con nuovi e più sicuri mezzi contribuì in maniera concreta all’ottima riuscita dell’offensiva.

Sul fronte italiano praticamente non comparvero mai. L’Italia nel 1918 fece scendere in campo sei carri sperimentali, i Fiat 3000, fabbricati dall’industria torinese, ma perfezionati solo negli anni ’20. In alternativa non era raro vedere delle autoblindo, simili a carri armati dotati però di ruote al posto dei cingoli.

L’avvento di tante nuove macchine, di nuove armi: aerei, carri armati, torpedini, armi speciali, cambiarono il volto della guerra e del modo di combattere.

Scrisse Ernst Jünger in merito alle nuove tecnologie: “Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell’uomo contro di essa appare senza speranza.” (da Politische Publizistik).

Anche il grande filosofo e scrittore tedesco fu un combattente della prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914 si arruolò volontario in fanteria: combatté sul fronte occidentale e, ferito per ben quattordici volte, talune anche in modo grave, venne decorato con la Croce di Ferro di prima classe.

Ernst Jünger spirito ribelle, anti-borghese, appena diciottenne, era scappato in Francia e si era arruolato nella Legione Straniera, ma fu l’esperienza della guerra alla base della sua formazione. Egli vide nella guerra, proprio perché così vicina alla morte, l’apice della vita stessa, il momento in cui più di ogni altro se ne ha percezione.

Le nuove armi.
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Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa

18 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
IL PAESE È UNA SPECIE DI “OASI” PER PULIZIA, ORDINE E PUNTUALITÀ DELLA SUA POPOLAZIONE.

Quando si viaggia in certi luoghi particolari, soprattutto in quelli dove è possibile ritrovare anche un po’ noi stessi, ci sentiamo un po’ come il mitico Ulisse, quando vagò per anni ed anni alla ricerca dell’io più profondo, quello vero, cercando senza avere alcuna meta le tracce di richiami ancestrali tra le meraviglie del mondo più vicino alla sua Itaca. Ecco, l’impressione è sempre questa quando mi trovo ad andare scoperta di un nuovo continente come l’Africa, che ti ospita avvolgendoti e coinvolgendoti come il liquido amniotico di una madre: fra i paesi visitati e amati di più con può che esserci la Namibia.
Io stessa, come ogni turista italiano, non posso che rimanere affascinata dalla Namibia perché rappresenta un concentrato di tutte le bellezze naturali e selvagge di un intero continente. Il deserto, anzi i deserti (il Kalahari e il Namib) avvolgono il Paese con i loro paesaggi mutanti fatti di dune altissime, dal delicato colore albicocca, di colline nei cui strati antichissimi si intravedono i percorsi e le sofferenze di tutte le ere geologiche, non per niente il Namib è il deserto più antico del mondo, e di zone pietrose che quando le percorri sembra di camminare sui vetri che fanno un gran rumore sotto i piedi.

Ma non sono vetri, sono pietre più o meno preziose come granate, tormaline, quarzi di ogni colore e innumerevoli altre pietre cristalline.
Uno dei ricordi più belli che si possono riportare dei deserti della Namibia, a parte il colore diverso dagli altri deserti, è la meraviglia di buttarsi giù a piedi nudi per una duna alta anche 300 metri e avere la sensazione di volare e non di correre! E il silenzio…il grande silenzio rotto qualche volta dal vento che colora anche di rosso l’aria circostante!

L’Atlantico è il mare che la bagna, quell’Atlantico meridionale freddo, tempestoso, scuro e selvaggio. Non un mare da spiagge, non un mare per turisti, ma un mare pieno di pesci attraversato dalla corrente del Bengala.

Un mare tutto da vedere e che ospita una vita splendida e incredibile come quella delle colonie di otarie di Cape Cross e delle altre del sud del Paese. Lo spettacolo, anche se l’odore non è gradevole, è assolutamente mozzafiato: ben 100 mila otarie tutte insieme e, talvolta, anche una sopra l’altra, con il loro ordinamento sociale, i loro amori, i loro giochi…!

Un mare, infine, al quale grandi navigatorie inesperti hanno pagato un pesante tributo, come è possibile constatare, con pena per chi è morto e rispetto per la potenza della natura, mentre si cammina fra i numerosi relitti di navi sparsi come antichi fantasmi sulla nota Skeleton Coast.
Il Damaraland e il Koakoland sono invece le savane pietrose, dai colori sgargianti, con il rosso che domina tra le enormi rocce accatastate insieme da giganti mitologici nella notte dei tempi. Incredibili piattaforme fanno da sfondo ad eccezionali tesori di storia dipinti e incisi sulla pietra dagli antichi uomini della savana.
Le scene dipinte ci fanno “sentire” le sensazioni delle le loro gioie e delle loro paure. Un’emozione fortissima quando osserviamo ciò che i nostri antenati hanno immortalato per sempre nelle rocce.
Le incisioni rupestri hanno 10.000 anni di età e l’emozione è tanto forte di fronte ai sentimenti che non sono mai cambiati nella storia dell’uomo.
Se parliamo di parchi, il primo che ci viene in mente è il mitico e grande Etosha, che non è soltanto magnifico perché ha una grande varietà di animali (zebre, orix, kudu, springbock, giraffe, leoni del Kalahari nerocriniti ecc), ma è grande quasi quanto la Svizzera.

Etosha ha anche i Pan, distese di terra alcalina, salata e bianca vista da lontano, che in alcuni tratti è spaccata e secca, mentre in altri è fangosa e pericolosa.

E’ una terra dove i miraggi sono all’ordine del giorno, l’aria è quasi sempre caldissima e si possono osservare le migrazioni degli animali. Etosha è un Parco magico e strano dove è possibile osservare piogge incredibili così come gli arcobaleni che si formano appena la pioggia smette di dar da bere a questo meraviglioso luogo.
Ma la Namibia è sorprendente non solo per i suoi paesaggi, le sue pietre preziose – come i diamanti – e i suoi animali nei parchi. Il paese stupisce per l’ospitalità e la delicatezza dei popoli che lo abitano, sia di colore sia bianchi.

Non dimentichiamo che la Namibia è una Repubblica multi-razziale indipendente e pacifica, ricca di acqua sorgiva e potabile. E cosa dire della perfetta organizzazione e pulizia delle strutture turistiche? Non dimentichiamo che la Namibia risente ancora della cultura tedesca e sudafricana.

La Namibia, perciò, è quanto di africano si possa immaginare per la bellezza dei Parchi e di alcune delle sue tribù – non dimentichiamo che le donne Himba sono bellissime, ma soprattutto, perché è una specie di “oasi” per pulizia, ordine e puntualità della sua popolazione.
Possiamo considerarla quasi una pietra preziosa incastonata nel continente africano!

Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
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Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
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In giro per l'Italia: Ripabottoni

17 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Ripabottoni

Flaviano Testa, in giro per il Molise, ci propone i suoi scatti curiosi, mai banali e sempre affascinanti, oggi ci porta a Ripabottoni, un paesino che conta poco più di 500 abitanti in provincia di Campobasso.
Posto ad altezza collinare è sovrastato da uno scoglio di tufo alto 903 metri su cui sorge il vecchio centro abitato. Il territorio comunale è percorso da due antichi tratturi, le millenarie piste erbose che, congiungendo l'Abruzzo alla Puglia, costituivano l'arteria dell'antica pastorizia sannitica. Alcuni scavi archeologici condotti intorno al paese hanno portato alla luce antiche monete greche, lucerne, statuette e, un' iscrizione sepolcrale databile in un periodo che va dalla seconda metà del primo secolo al secondo secolo dell'impero romano.
Il toponimo nel periodo longobardo era “Ripabrunaldo” in seguito divenne “Ripa de Brittonis”, probabilmente dalla famiglia feudataria de Brittolo, ma con la costante di Ripa a indicare la posizione in cui è posto su un'erta rupe.
L'edificio più importante è la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, rifacimento settecentesco, di un luogo di culto medioevale. L'interno presenta tre navate ricche di decorazioni coeve: stucchi, affreschi e tele eseguite dal pittore Paolo Gamba, gloria locale, nato a Ripabottoni nel 1712. Seguace del pittore napoletano Francesco Solimena, disegnò l'anfiteatro romano di Larino, plasmò alcune statue sacre, costruì due orologi meccanici. Come pittore fu molto produttivo: uno studioso delle sue opere gli accredita sessanta dipinti, un secondo addirittura duecento.
Ripabottoni dette i natali, il 18 ottobre del 1821, anche a Tito Barbieri venuto alla luce dopo cinquantatré giorni dall'uccisione del padre, morto con altri tre cittadini, mentre si recava a un convegno di Carbonari. Educato dalla madre negli stessi ideali paterni, fu tra gli animatori del partito che nella provincia molisana cospirò contro il regime borbonico. Giudicato e condannato a morte nel 1852, per aver incitato alla rivolta i cittadini e per aver partecipato ai moti del 1848 a Campobasso, riparò in Francia.
Amico di Mazzini, eseguì delicate missioni di propaganda per la Giovane Italia. Ufficiale garibaldino, combatté a Milazzo, in Calabria e nella battaglia del Volturno. Appassionato di armi, il Barbieri fu provetto schermidore, durante l'esilio in Inghilterra aprì una scuola di scherma, a lui si attribuisce l'invenzione del fucile ad ago.
Il generoso patriota morì il 2 febbraio 1864 a Campobasso, dove fu sepolto. Lasciò ogni suo bene in dono al comune di nascita e nella sua casa oggi ha sede il Municipio.
Un altro illustre cittadino di Ripabottoni fu ARTURO GIOVANNITTI nato nel 1884, fu una delle voci più appassionate in difesa dei diritti e della dignità degli emigrati italiani in America. Era in Canada, ancora adolescente, quando tristemente colpito dalle condizioni degli immigrati, si iscrisse al movimento sindacale rivoluzionario. In occasione dello sciopero del 1912 a Lawrence, il sindacato lo inviò sul posto con i suoi migliori organizzatori, tra i quali gli italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Lo sciopero finì nel sangue a causa dello scoppio di una carica di dinamite e morì un'operaia italiana. Il Giovannitti, con i compagni Ettor e Caruso, fu processato a Salem per concorso in assassinio,scrisse in carcere un libro di poesie cariche di accorata nostalgia per la casa e la terra natale. In Italia si mobilitarono in molti in sua difesa, lo stesso Mussolini, allora esponente del Partito Socialista, tenne in suo favore vibranti riunioni in Emilia, in Romagna, in Puglia; scrisse articoli e presentò mozioni fino alla vigilia della sentenza assolutoria.
Dopo l'assoluzione Giovannitti restò in America e si adoperò per salvare dalla sedia elettrica gli infelici Sacco e Vanzetti.
“L'uomo che credé "nell'amore del prossimo, nella bontà, nell'arte, nella libertà e nella giustizia, sua ancella, in Dio e in chiunque Egli sia”, morì a New York nel 1959.
Ripabottoni è un paese che, come tanti nel Molise, si è spopolato nel corso degli anni subendo una pesante emigrazione, oggi tra le strette stradine di pietra, seduti sulla piazza ad ammirare l'affascinante panorama sottostante resta, sempre più solo, qualche vecchietto.

In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
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Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

16 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

Vedo l’angolo di una casa a sinistra, e davanti campagna libera che digrada a valle come la voglia di correre di un bambino. Va, quella voglia, nel sogno che incarna un tempo che fu e che continua ad essere. Non vedo una città con le sue borgate, con i suoi centri privilegiati. Lo spazio che mi accoglie è ben lungi dal proporsi chiuso e grigio. I colori che dominano sono il verde e il giallo della primavera, il bianco dei fiori. Questi canti non chiudono la percezione in un magazzino, semmai da lì escono per correre con il pensiero, quel pensiero libero, giovane, pensiero spensierato.

Così, leggendo questi canti vivo l’assenza, eppure le immagini sono presenti, le stesse immagini che ho visto in altre poesie dello stesso autore. Prati sconfinati che ospitano la giovane libertà, viva nel poeta e vivace nel lettore, libertà che mi prende per mano e che nei versi diventa musica. Ed io “attratto dai richiami del meriggio” volo quel volo che Icaro visse in parte. E anche se “è un naufragio per la nostra essenza” non naufrago, semmai mi ritrovo il giallo autunnale di un novembre che insiste, poi “ascolto i silenzi dell’anima” e vago alla ricerca di me stesso.

Queste poesie, molto intime, molto personali, mi chiedono di diventare Nazario bambino, e vedo che nel fondo dell’anima il poeta è rimasto quel Nazario bambino, non si è perso, e corre nei prati, vive in un ricordo di un tempo che in tutta la sua crudeltà scompare per lasciar spazio ad altro tempo.

È una poesia molto naturale ma non naturalistica. Gli odori della natura ci sono tutti, e sono forti, presenti. Torno ai miei otto, dieci anni, e quel regalo della vita è di nuovo in me, non è stato sommerso dagli anni, semmai è tornato in primo piano facendomi giocoliere incauto.

E infatti “Non sarà la sera che calante / annuncia solo un giorno che va via / coi suoi colori vecchi. Declinante / il segno non sarà della mia vita / volta a rammemorare. Alla natura / riaprire le finestre di un ostello / non varrà che annunciare alle mie mura / colori di serate ritrovate.” Mi dona questa ribellione.

Ma il seguito, questi canti vanno letti in ordine, è un “presto ritornerò”, perché si torna, sempre. Il tempo è un ciclo che consuma le forze, ma che torna sempre all’inizio, l’istante in cui non si è e non si sa. Prima e dopo. In mezzo c’è la vita, e tutta intera va vissuta.

E non basta, perché il poeta ci invita, ci sfida, ci rende partecipi quando ci dice “E tu che fai, non suoni? A cosa pensi, / perché resti da te?”. Allora percepisco il messaggio di questo canto come uno scuotimento dove il poeta mi prende per mano e mi sprona a cantare con lui, ma con il mio canto, con quello che posso fare, perché io sono come lui, insieme stiamo giocando nei campi, insieme “immaginiamo di essere un’orchestra / di veri musicanti che in concerto / suonano melodie per la platea”

Vado avanti, sono ancora con il poeta, vedo che “Poi giunto è ottobre a mietere le foglie / di una stagione che ha reciso il sole”, e pur sapendo che “Il frutto cade / del giorno ormai maturo ed è la notte”, non vado a dormire, perché lui con me rimane a contemplare il mondo, perché “se restava solo, nella sera, / si abbandonava un po’ alle sue memorie. / cespiti in boccio / voci di sorgente / occhi indomiti da equino all’età / che aveva gli anni della primavera.” Ecco la ribellione all’abbandono, gli occhi che indomiti guardano quel bambino e lo fanno vivere ancora.

Così “Giovinezza: / sortivi il tuo profumo / intento ad un sorriso dolce amaro.”, sei sempre lì, giovinezza, anche se ti abbandoni al flusso del tempo e “ti trattieni con aria indifferente / sulla panchina della piazza verde / a seminare amore.”

Insomma, non voglio parlare della tecnica poetica, della fluidità dei versi, della musicalità di questi canti. Posso solo dire quale effetto ha su di me la poesia, e in questo caso, i canti di Nazario Pardini. Mi sono quindi lasciato guidare, non ho pensato alla storia del poeta, non ho cercato il suo vissuto, perché le poesie, secondo me, non devono essere lette come un diario, ma vissute come uno sprone. Quindi ho rivissuto la mia storia, perché questi canti parlano al mio IO profondo, diventano quasi un alter ego, una guida che mi scuote, e che stimola la mia creatività, facendomi migliore.

Ringrazio Nazario Pardini per l’opportunità di leggere queste belle pagine

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I Carabinieri a Parigi

15 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

I Carabinieri a Parigi

Menzionati più che altro per l’ingrato compito di “accompagnare” i fanti all’assalto, mi piace ricordare al contrario le battaglie in cui i Carabinieri si fecero onore nel corso della 1^ Guerra Mondiale: le battaglie dell’Isonzo, del Carso, del Piave, sul Sabotino, sul San Michele ed in particolare nei combattimenti sulle pendici del Podgora, nell’inseguire il nemico oltre l’Isonzo, unitamente a reparti di Cavalleria.

Così come riportato nel sito dell’Arma, furono i due Squadroni di Carabinieri addetti al Comando Supremo a entrare per primi a Gorizia, il 9 agosto 1916. E ugualmente il 2 novembre 1918, circa 200 Carabinieri furono tra i primi a toccare il suolo di Trieste liberata. Nello spazio di tutto il conflitto persero la vita 1.400 arruolati dell’Arma e i feriti furono 5.000. A reparti e singoli militari, operanti in Patria e all’estero, furono conferiti: 1 Croce dell’Ordine Militare di Savoia, 4 Medaglie d’Oro, 304 d’Argento, 831 di Bronzo, 801 Croci di Guerra e 200 Encomi Solenni, tutti al Valor Militare.

Durante la Grande Guerra non esisteva ancora l’Aeronautica Militare come corpo a se stante, divenne Forza Armata solo nel 1923 e i primi aerei vennero pilotati da militari dell’Esercito, di cui l’Aeronautica faceva parte. Furono 173 gli ufficiali, sottufficiali e carabinieri che entrarono a far parte del Corpo Aeronautico Militare.

Fra questi Ernesto Cabruna, un carabiniere che, divenuto pilota, viene ricordato come un eroe dell’aria.

Piemontese di Tortona a diciotto anni si era arruolato nell’Arma e l’anno successivo, il 1908, fu fra coloro che parteciparono alle operazioni di soccorso delle popolazioni calabresi e siciliane, colpite dal tremendo terremoto di Messina. Nel 1911, vice brigadiere, partecipò volontario all’occupazione del Dodecaneso. Allo scoppio della Grande Guerra era Comandante della Stazione di Salbertrand, in Piemonte: offertosi ancora una volta volontario, venne destinato al fronte sull’altopiano di Asiago, ove si guadagnò una Medaglia di Bronzo per l’attività di soccorso prestata ai feriti durante i bombardamenti degli austriaci.

Nel maggio 1916 divenne aviatore e pilotava aerei da ricognizione sulla Carnia. Nel giugno 1917, promosso maresciallo, fu assegnato quale pilota di caccia sul fronte del Carso e del Piave. Il 26 ottobre abbatté il primo aereo nemico, in totale gliene furono accreditati otto. Grazie a tali positivi risultati, per il coraggio e la fermezza dimostrati in ogni occasione, ottenne la sua prima Medaglia d’Argento.

Il 29 marzo 1918 condusse la sua azione più famosa: volando su Conegliano, avvistò un aereo da bombardamento austriaco scortato da dieci caccia, senza nessuna paura, andò diritto verso il capostormo e lo abbattè, costringendo i gregari a rinunciare alla missione.

Cabruna fece ancora meraviglie nel giugno del 1918 durante la seconda battaglia del Piave o battaglia del Solstizio, come la definì Gabriele D’Annunzio. Affrontato uno stormo di trenta aerei nemici, riuscì ad abbatterne uno, ed era solo il primo giorno, in quelli successivi, riuscendo sempre a cavarsela, abbatté altri due aerei e un aerostato, guadagnandosi la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’impegno costante, la dedizione, il coraggio e lo sprezzo del pericolo lo videro di nuovo in cielo, il 29 ottobre 1918, riuscendo a colpire e incendiare due caccia austriaci in decollo. Era trascorso meno di un mese da quando in seguito a un incidente occorsogli in fase di atterraggio, era stato seriamente ferito riportando fratture multiple a un braccio.

Al termine della guerra, quale compendio alla totale abnegazione dimostrata, gli venne riconosciuta anche una Medaglia d’Oro al valor militare.

Nel primo dopoguerra partecipò all’impresa fiumana al fianco di Gabriele D’Annunzio e il 6 dicembre 1923 lasciò l’Arma dei Carabinieri per transitare nella Regia Aeronautica, appena istituita. Affezionato al corpo che lo aveva visto crescere, pronunciò un sentito discordo di commiato: “Lascio con dolore i Carabinieri, ma mi propongo di essere, anche lontano, non dimentico figlio di quella famiglia di cui sono stato parte ed alla quale ho coscienza di aver fatto onore. Dovunque e sempre sarò grato all’Arma, maestra di tutti i sacrifici e di tutte le virtù, per quello che seppe insegnarmi”.

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Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo

14 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo
IL TURISMO È UN SETTORE IN CRESCITA E SI PUNTA ALL’ ALTA QUALITÀ DEI SERVIZI.

Nel cuore dell’antico continente, la vita pulsante e primordiale può essere scoperta e ammirata, con il massimo del rispetto e della cura, però. Il Botswana è situato nel centro della parte meridionale dell’Africa, e qui si nascondono straordinarie bellezze paesaggistiche e ambientali e il tesoro più ambito nelle società occidentali, i diamanti. Si estende per una enorme superficie, pari alla Francia e al Belgio insieme, ma è poco popolato, con una densità media di 3 abitanti per km².
Indipendente dal 1966, in seguito alla scoperta dei giacimenti di diamanti ha potuto crescere economicamente in modo costante. Stabilità economica e politica rendono possibile lo sviluppo turistico, organizzato però sui canoni del massimo rispetto della natura e delle numerose specie animali che lo abitano.

Il Botswana è, infatti, un paese in cui Delta e Deserto hanno creato una ricchezza di specie paradisiaca. Questa diversità biologica viene protetta in numerosi parchi e riserve naturali, che si estendono per il 40% del territorio nazionale.

A nord si può scoprire il Delta dell’Okavango, il più grande delta interno del mondo: dalle alture dell’Angola, il fiume Okavango si riversa nel deserto del Kalahari, creando una speciale commistione tra acque, con innumerevoli corsi d’acqua e laghi, e savana sabbiosa, e dando vita ad una particolare varietà di flora e fauna, tale che un terzo del Delta è da molto tempo parco nazionale.

Qui è possibile ammirare tutti gli animali dell’Africa australe: branchi enormi di elefanti e di bufali, zebre, antilopi saltanti, aquile marine e anche i rinoceronti, reinsediatosi qui da poco tempo.

Per visitare queste fantastiche zone il mezzo di trasporto obbligato è il mokoro, la canoa locale intagliata in un tronco d’albero e guidata da ranger esperti.

Ma imperdibile è il giro in aereo per osservare la vastità del Delta, parte di ogni programma turistico realizzato nell’area. La visita al Delta è possibile in ogni mese dell’anno, partendo dalla città capoluogo Maun.
A nord est al confine con Zambia e Zimbawe, dalla città di Kasane si apre la regione del Chobe e il suo parco nazionale, dove si trovano i gruppi compatti di elefanti più numerosi al mondo.

A Kasane e nei suoi dintorni vi è la possibilità di soggiornare in lodge ottimamente equipaggiati che offrono tutti i comfort. Tutte le regioni del Chobe sono collegate con una fitta rete di piste percorribili durante tutto l’anno, naturalmente su fuoristrada a quattro ruote motrici.
Al confine nord occidentale del Kalahari, si innalzano le Tsodilo Hills (colline di Tsodilo) la montagna più alta del Botswana che con di 1.400 metri. In questo luogo magico sono state scoperte finora oltre 4.000 pitture rupestri, descritte tra l’altro da Sir Laurens van der Post nel suo libro classico “Il mondo perduto del Kalahari” e cui ha dato il nome di “Louvre del deserto”.

Da maggio 2001 è aperto un museo sui 100.000 anni di storia di questo luogo. Nel luglio 2002 l’UNESCO ha dichiarato l’intero territorio patrimonio dell’umanità.

Questa mistica area collinosa può essere esplorata in sei percorsi diversi con l’aiuto di esperte guide locali es è raggiungibile a bordo delle jeep per una pista sterrata di 50 km o tramite piccoli velivoli.
La piccola località Nata, situata a circa 300 km a sud di Kasane, è il punto di partenza per visitare le depressioni saline di Makgadikgadi Pans, estese su una superficie di oltre 12.000 km, sono il più grande complesso di saline al mondo, formato da due conche principali e da migliaia di altre conche saline più piccole.
A nord ovest da qui, a circa 4 ore da Nata, si trova il Parco Nazionale da Nxai Pans, composto essenzialmente da un sistema di conche saline, che sono i resti fossili del grande lago prosciugato di Makgadikgadi. Una delle attrazioni principali di questa regione è certamente il gruppo di alberi “Baines Baobab”.
Nel cuore del Botswana l’immensa riserva del Central Kalahari Game Reserve è una delle cinque più grandi zone protette al mondo. Composto da savane e zone semideserte piatte, qui regna una grande siccità; le estensioni sterminate, lo spettacolo unico e affascinante delle albe e dei tramonti, la percezione della solitudine e il senso dell’avventura, regalano emozioni difficili da rivivere in un altro luogo del mondo.

I segreti del Kalahari possono essere scoperti insieme ai San, gli aborigeni dell’Africa australe che vivono qui da 25000 anni. Solo pochi vivono ancora nel modo ancestrale come cacciatori-raccoglitori, mentre la maggioranza vive in insediamenti come New Xade, Kuru, D’kar e Ghanzi.


Al confine con il Sud Africa, il Tuli Block è una striscia di terreno agricolo, estesa lungo il fiume Limpopo. Vicino si trova la capitale Gaborone, una città in rapido sviluppo.
Il turismo continua ad essere un settore in crescita con molte possibilità di potenziamento, e il governo, con i suoi piani regolatori, punta su un turismo di alta qualità.

Il paese è dotato di alberghi a tre, quattro e cinque stelle, ma per visitare le riserve e i luoghi più impervi e suggestivi bisogna soggiornare in camping, anche ben attrezzati, e lodge, e muoversi in jeep per i numerosi safari possibili.

Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo
Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo
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Lutto

13 Marzo 2015 , Scritto da Patrizia Poli

Lutto

Oggi siamo chiusi per lutto

E' mancata improvvisamente la nostra redattrice, ma soprattutto amica, Maria Vittoria. Non abbiamo parole e quindi stiamo in silenzio.

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