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Andrea Biscaro, "Il vicino"

8 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Il vicino"

Il vicino

Andrea Biscaro

Safarà editore

pp 194

12, 50

Fino agli ultimi due capitoli, “Il vicino”, di Andrea Biscaro, è un thriller che t’inchioda dal primo rigo.

Situazione angosciosa in crescendo: il protagonista - un pittore di qualche fama che vive in campagna con una gatta dopo aver divorziato - riceve un film snuff nel quale appare protagonista. Si tratta di un video amatoriale pornografico, in cui vengono mostrate torture, culminanti con la morte della vittima, nello specifico una donna alla quale lui, dopo il sesso, mozza la testa con una sega. Diciamo che le varie sequenze di delitti nel romanzo sono fin troppo splatter ma comunque funzionali al genere. Il pittore, che non ricorda di aver compiuto mai niente di così efferato, vive isolato nella campagna della Tuscia, vicino ad un paese riconducibile a Pitigliano, bello quanto inquietante retaggio di antiche testimonianze etrusche. Accanto a lui è venuto ad abitare da poco uno strano personaggio, un architetto dai modi affascinanti ma ambigui. Pagina dopo pagina la paura cresce. Biscaro è bravissimo a rendere il dilatarsi dell’orrore, la sensazione di essere sempre più in trappola, la minaccia.

Il finale non possiamo svelarlo, anche se vi sarà una specie di contrappasso, una punizione per antichi peccati. Nonostante la spiegazione razionale, intuiamo che non tutto è come sembra. C’è comunque molto inconscio, molto rimosso, dietro le vicende/allucinazioni di cui è vittima il pittore protagonista della storia.

Intravedo i loro becchi neri che grondano sangue. Io non posso muovermi. Non è soltanto la paura. È impossibile spostarsi in mezzo a questa invasione, a questa violenza di ali, a questa tempesta nera.(…) I loro becchi raggiungono la mia gola, la squarciano, mi tranciano la carotide. I loro becchi invadono i miei occhi, bevono i miei bulbi. I loro becchi si fanno strada nelle mie carni, nel mio petto, scavano nelle ossa e nei nervi, trovano il mio cuore e lo divorano, lo beccano, lo spolpano, lo fanno scomparire nelle loro gole gracchianti.” (pag 156)

Ciò che gli capita non è un caso, ciò che prova nasce dal rimorso e dal tormento interiore. E questo, nel finale, meriterebbe di essere sviluppato meglio.

La narrazione, abbiamo detto, fila come un treno fino agli ultimi due capitoli che, a nostro avviso, creano un anticlimax troppo sbrigativo, tropo esplicito e perciò deludente, specialmente perché non tutto risulta credibile.

Lo stile è ottimo, l’insistita paratassi – al limite quasi della scrittura poetica – all’inizio spiazza, ma serve bene lo scopo di produrre un ritmo incalzante e feroce, una morsa che si stringe attorno all’io narrante fino a stritolarlo, ed è compensata da una scrittura perfetta che non lascia niente al caso. Intelligente la scelta di una narrazione onnisciente, con l’espediente del reiterato “se qualcuno potesse vedermi da fuori”, e la resa oggettiva dei dialoghi, riprodotti, non tanto come sceneggiature, quanto come vere e proprie registrazioni su nastro.

Se qualcuno potesse vedere il mio volto ora dall’esterno, vedrebbe le orbite dei miei occhi farsi buie, cave. Vedrebbe la pelle del mio viso tesa in una maschera di orrore. Qualcuno potrebbe pensare di vedere una sigaretta nella mia mano destra, stretta tra indice e medio. Qualcuno potrebbe persino intuire la forma di un bicchiere pieno nella mia mano sinistra.” (pag 11)

“Pensare”, “intuire” sono verbi che attirano la nostra attenzione sulla possibilità che ciò che viene descritto non sia vero, sia frutto di una illusione. Per contrasto, la messinscena architettata ai danni del protagonista appare più che mai reale, mentre ciò che egli compie, le sue azioni, sono messe in dubbio dai suoi stessi pensieri. Il pittore afferma di aver smesso di bere, di fumare e di fare le altre cose sbagliate che lo hanno portato al punto in cui è, cioè ad essere un uomo solo e braccato, ma, forse nella sua mano quel bicchiere c’è ancora, la sigaretta sta ancora fra le sue dita, il vizio è sempre dentro a rodergli il cuore come i l becco dei corvi, il male cova in attesa di un indennizzo, di una vendetta.

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Premio Letterario di Poesia e Narrativa della Città di Arcore

7 Febbraio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Premio Letterario di Poesia e Narrativa della Città di Arcore

Ricordiamo che il premio scade il 30 marzo

Comune di Arcore
Provincia di Monza e Brianza
ASSESSORATO ALLA CULTURA
PREMIO LETTERARIO DI POESIA E NARRATIVA
“Città di Arcore”
PRIMA EDIZIONE 2015
In ricordo di Luigi Angelo Teruzzi

COMUNICATO STAMPA

Arcore, 06 dicembre 2014 – Al via la Prima Edizione del Premio Letterario di Poesia e Narrativa della Città di Arcore, istituito dall’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con il poeta e scrittore Cheikh Tidiane Gaye, che si terrà ad Arcore nel mese di Maggio 2015. Il Premio, organizzato per la prima volta, ha lo scopo di promuovere la Cultura tramite la letteratura e in tutte le sue forme espressive; far della scrittura un mezzo per sentire la voce dei cittadini; conservare e valorizzare la cultura brianzola. Il Premio è aperto a tutti i cittadini italiani e non italiani purché scrivano in italiano e abbiano compiuto diciotto anni.
Questa Prima Edizione è dedicata al noto e emerito artista arcorese Luigi Angelo Teruzzi e intende offrire una grande opportunità ai partecipanti per sviluppare la loro creatività. Il Premio rafforza la convinzione che il territorio arcorese possa diventare, la culla dello sviluppo di una cultura solidale e universale.
Il Premio si articola in cinque sezioni suddivise tra la poesia e la narrativa. L’ultima sezione è a tema ed è esclusivamente dedicata alla cultura brianzola. Le altre sezioni sono a tema libero.
La giuria è presieduta dalla Prof.ssa Itala Vivan dell’Università di Milano ed è composta da: Paola Ciccioli, Alberto Moioli, Pap Khouma, Davide Salvioni e Cheikh Tidiane Gaye.
Gli elaborati dovranno pervenire alla segreteria del Premio entro e non oltre il 30 marzo 2015. (le specifiche sul sito web del Comune di Arcore e sulla pagina Facebook del Premio).

Paola Palma
Assessore alla Cultura

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Pinacoteca "Corrado Giaquinto"

6 Febbraio 2015 , Scritto da Redazione Con tag #redazione, #pittura

Pinacoteca "Corrado Giaquinto"

Bari, Pinacoteca “Corrado Giaquinto”

13 dicembre 2014 – 31 marzo 2015

Persone.
Ritratti di uomini, donne, bambini (1850-1950) da collezioni pubbliche e private pugliesi

mostra a cura di Clara Gelao

Fra le novità proposte della mostra Persone, che è stata inaugurata sabato 13 dicembre presso la Pinacoteca di Bari e che si qualifica come uno degli eventi più importanti nel panorama espositivo di fine d’anno, c’è un inedito di Silvestro Lega, firmato sul retro, raffigurante un giovane uomo dal volto serio e malinconico, bocca ben disegnata, occhi castani di forma allungata, capelli bruni corti e ben pettinati, vestito con una giacca di velluto marrone ad ampi revers, sulla quale spicca il triangolo bianco della camicia con collo a listino chiuso da un grande fiocco nero.
Il ritratto apporta un notevole contributo di conoscenza alla prima stagione artistica di Silvestro Lega e può essere collocato tra il 1850 e il 1860, trova il suo corrispondente stilistico più vicino nel noto Ritratto del fratello Ettore fanciullo della Pinacoteca di Brera. Anche la cromia, giocata come nel ritratto milanese su una gamma di tonalità spente e cinerine, illuminate delicatamente da una luce limpida e cristallina, portano in questa direzione, tanto da far pensare che il dipinto faccia parte di quel nucleo di ritratti realizzati dal Lega a Modigliana fra il 1855 e il 1857, quando il giovane pittore vi fece ritorno in preda ad una crisi di “carenza d’invenzione” e dove, pur compiendo frequenti puntate a Firenze, eseguì una decina, e forse più, di ritratti, alcuni su commissione, come quello del vescovo Melini, altri più intimi e personali, per parenti ed amici.
Il dipinto costituisce sicuramente uno dei tanti centri d’interesse della mostra, costituita da oltre 100 opere (pittoriche, scultoree, grafiche), datate o databili tra il 1850 (con poche eccezioni di epoca precedente) e il 1950, scelte tra quelle conservate nella stessa Pinacoteca barese e nei più importanti musei pugliesi, nonché in alcune collezioni private, anch’esse pugliesi, propone al grande pubblico una approfondita lettura del genere “ritratto” attraverso gli exempla forniti da alcuni noti artisti pugliesi (da De Napoli a Netti a De Nittis, da Toma ai Barbieri, da Cifariello a Martinez, sino a Speranza, Martinelli, Cavalli, Levi), aprendosi ovviamente ad accogliere anche interessanti opere “extraregionali” (Michele Cammarano, Enrico Fiore, Giuseppe De Sanctis, Giuseppe Costa, Enrico Lionne ed altri napoletani, un inedito di Silvestro Lega, opere di Romolo Pergola, Annibale Belli, ecc.) o addirittura di valenza internazionale (come il cileno, naturalizzato francese, Santiago Arcos y Megalde, morto nel secondo decennio del Novecento, autore di un finissimo Ritratto di signora, o John Singer Sargent, autore dello straordinario Ritratto di Vernon Lee).
Completeranno il percorso alcuni stralci e frammenti tratti da opere di scrittori dell’Otto e Novecento, veri e propri “ritratti” letterari, che dialogheranno con effetti intriganti con le opere esposte, mostrando le sintonie o le variazioni che intercorrono tra i due diversi “media”.
La mostra, a cura di Clara Gelao, è accompagnata da un catalogo scientifico edito da Mario Adda editore di Bari, contenente brevi saggi introduttivi nonché la riproduzione a colori di tutte le opere, corredate da schede scientifiche che vedono la generosa collaborazione di molti studiosi e storici dell’arte di diverse generazioni, alcuni dei quali impegnati nelle stesse istituzioni museali.

Sponsor Ufficiale


Pinacoteca “Corrado Giaquinto”
Via Spalato 19 / Lungomare Nazario Sauro 27 – Bari - Tel. 080/ 5412420-3-4-5-7 pinacotecaprov.bari@tin.it www.pinacotecabari.it
Ufficio Stampa Pinacoteca: Tel: 080/5412427 – Fax 080/5583401 pincorradogiaquinto@tiscali.it;


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Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle

5 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle

Altre isole caraibiche poco conosciute ma interessanti da vedere e trascorrerci le proprie vacanze.

Si possono definire le “isole sorelle” per eccellenza e, nonostante siano distinte e separate, formano un’unica nazione, compensandosi a vicenda. Infatti, la pace e la tranquillità di cui è carente Trinidad, si trovano a Tobago, mentre la costante vivacità di un vero centro cosmopolita che manca a Tobago, è tipico di Trinidad. Tobago fu unificata a Trinidad verso gli anni ’80 del diciannovesimo secolo, dopo il fallimento dell’industria dello zucchero, che costituiva l’unica fonte di benessere dell’isola. Storicamente parlando, nelle due isole, nel corso di tre secoli, si sono succeduti spagnoli, olandesi, francesi e inglesi. Dopo molte battaglie, Trinidad e Tobago diventarono un’unica colonia britannica, rimanendo tale fino al 1976, anno in cui divennero una repubblica, governata da un presidente invece che da un re inglese.

Al giorno d’oggi, Trinidad è uno dei paesi più ricchi e industrializzati delle Indie Occidentali, anche perché, oltre all’industria dell’acciaio e del gas naturale, possiede il lago di pece più grande del mondo che, trasformato in bitume, è in grado di asfaltare tutte le autostrade del mondo!

Anche il petrolio non è da meno! Infatti, ve ne è in tale abbondanza che la benzina ha il prezzo più basso dei Caraibi.
Geograficamente parlando, Trinidad si presenta piuttosto pianeggiante, tranne che per la catena montuosa settentrionale, mentre Tobago ha un terreno montuoso, con colline alte 450 metri, che scendono fino a bianchissime spiagge.

Bisogna tenere presente che, fra le due isole, non esiste alcuna rivalità, anzi. L’ideale è visitarle tutte e due.
Si può trascorrere la giornata su una delle fantastiche spiagge di Tobago, circondati solo dalla più assoluta tranquillità, per poi lanciarsi nella eccitante vita notturna di Trinidad, fatta di ristoranti, bar, musica e “Calypso” (Trinidad ne è la patria).

A “Porth of Spain”, la capitale di Trinidad, vi è il grande “Queen’s Park Savannah”, punto di partenza ideale se si vuole effettuare il giro della città a piedi.

Questo immenso prato di circa 80 ettari dispone di una pista da corsa e di alcuni campi da cricket. Si tratta di una vecchia piantagione di canna da zucchero che, nel 1808, fu rasa al suolo da un violento incendio.

L’isola è comunque una curiosa miscela di stili: dalla “Roodal Residence”, in stile barocco, alla “Whitehall”, in stile moresco, alla “Red House”, in stile pre-rinascimentale.

Anche a “Scarborough”, la capitale di Tobago, vi sono molti luoghi interessanti da visitare.
“Fort King George”, per esempio, è sicuramente da vedere.

Situato a 130 metri sopra l’isola, oltre ad offrire un panorama splendido, testimonia le interminabili battaglie fra inglesi e francesi, che hanno caratterizzato la storia di Tobago.

Man O’Wae Bay”, all’estremità opposta dell’isola, è uno dei più bei parchi naturali di tutti i Caraibi, mentre, da non tralasciare, è Charlotteville, un piccolo villaggio di pescatori situato sulla baia, sul pendio di una collina.
Anche qui l’avvenimento folkloristico più importante dell’anno è il Carnevale, che ha inizio all’alba del lunedì precedente il mercoledì delle ceneri, per terminare alla mezzanotte del martedì.
Protagonisti assoluti: il Calypso e la musica delle “Steel Band”.

Per quanto riguarda l’alloggio, a Trinidad si trovano sia eleganti complessi alberghieri che pensioni meno lussuose ma caratteristiche.

I pasti non sono quasi mai compresi nelle tariffe. A Tobago, invece, è molto facile trovare alberghi che praticano anche la mezza pensione.

La cosa migliore è affidarsi ad un’agenzia di viaggi che potrà costruire su misura un programma “ad hoc”.

Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
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Tramonto in montagna

4 Febbraio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini

Tramonto in montagna

Ancora un pezzo inviatoci da Quirino Riccitelli

Tramonto in montagna: lo sfrutto per ricaricare le pile di una nuova giornata spesa nel solito di paese. Raggiungo il lago, farò una foto al crepuscolo e scriverò qualcosa sul paese, dove soffia un forte vento… clima natalizio, freddo e scialbo nei vichi, mentre attorno sbiadiscono pian piano le nitidezze… riflessione finale sulla politica e poi torno a casa. Ricopio senza modificare nulla, col vento fuori che pretende ascolto e spunti…

<< Ogni sera un tramonto avanza al cielo. Dura poco, quindi approfitterò di quel breve, stasera. Quel cielo sta per fare la muta, immerso nell’imbrunirsi, e io, addentrato nell’apatico sopravvivere, lo osservo con un briciolo di stupore; superstite unico, e un po’ frastornato, della tormenta che mi rimescola, poi scombina, gli stimoli. Imbrunisco di crepuscolo e mi brunisco pure le sopportazioni più arcuate, limandomi l’istinto prioritario di piangermi addosso, almeno una parte, dell’insoddisfazione provata. La provo e, senza approvarne l’esistenza, provato, riesco a eluderla… nonostante sussista incessante. Quella sensazione maligna mi cavalca l’istinto. Un uccello imita il suo rumore di zoccoli galoppanti, e picchia forte sulla corteccia della conifera. Sbatte alle mie spalle, mentre attorno sbiadisce il paesaggio e ne perdo gradualmente particolari. Poc'anzi, il canneto pareva più giallo e, dentro, ci contavo gli steli agilmente. Disperato di giornata vacua, stasera tengo fuori quel solito sentire e avvertire ogni giorno. Insoddisfatto in cerca di prove, di stimoli in questo lento spegnersi del giorno. Lascia poco d’immortale la disillusione che colora giornate di un’impropria gioia incolore. Resto qui, a godermi solo, il rossastro sfumato di nuvole rosse adesso, ma ancora per poco… a breve subentrerà la notte, col buio a pittare paesi e natura. Freddo pungente e penna che graffia su un foglio che stride reazioni. Un quadro negli occhi miei, alterati da un rosso divino, assuefatti come di vino, e barcollanti sul viola d’un cielo incantante. A me, tremola la mano, ma se vado via, poi perdo sfumature e frangenti. Ora v’imprimo un nuovo rumore, là dietro la frasca… cela e preserva un animale quel ciuffo a sei metri, ma pare esitante d’identità; mi sforzo ad attribuirgliene una consona, poi nudo sporge e mi rivela una familiare sembianza nel soma. La logica batte nei set lo spavento, poi sospira vittoriosa nei setti, e lo riconduce, senza sforzi, al “Mus Musculus”. Voglio restare solo, qui dove c’è tanto spazio… ma non per la confusione. Natura pretende ascolto e ribadisce la forza che usa per strapparmi attenzione. Perde il nome questa realtà antropica, nel ciclo che detta l’avvento del buio più vero. Si veste di freddo l’aria e i pipistrelli accalappiano insetti distratti. Ne schivo uno d’istinto, ma non mi avrebbe preso comunque: scartandomi all’ultimo. Un po’ come fa l’Italia con me, che ne ha di paradisi suggestivi. T’illude per poco di farne parte ma è passeggera quella sensazione di benessere. Tipo questo tramonto in montagna… il difettato son io, se mi mancano quei santi, incollocati nei miei paradisi. Appartenenze a risonanti parentele non ne posseggo, ma quei santi di prima, stupido, li ricordo spesso. Blasfemo, quando invoco il loro nome per rafforzare uno sfogo. Me ne sto lontano dal paese, rinnegandone temporaneamente l’appartenenza. Ruba attenzione l’efferatezza con cui, spietata, subentra la notte. Qui, io escludo l’asfalto grigio, perché attorno s’è fatto scuro… tutto quel verde, dettame di vita, cede pezzi di speranza alla notte ingorda. Mi sento piccolo nel solitario oscurare, come quando in aereo scavalchi le Alpi e sei minuscolo, vulnerabile. Come quando hai dinanzi l’orizzonte piatto del mare, col sole a sormontarlo, dove cauto entrerai per salarti la pelle d’estate. Qui da me, non c’è mare, ma male… l’inficiare gratuito, deturpa sovente l’udente nel vico, cinico nel favellare i fatti d’ogni civico. Inevitabile quell’affiorarmi della gente, in mente distratta da un inalienabile imbrunire, ma ripeto: son solo! Poco fa ho mollato il paese, dove folate improvvise scoperchiavano contatori, mentre gli infissi applaudivano. Carnevale in provincia da me, c’è un po’ tutto l’anno, soprattutto a Natale, quando s’indossano vesti sfarzose d’apparenza. Torna a casa il paesano con l’accento ammaccato e l’ego pompato; rincasa anche lo straniero da poco, che pavoneggia, fuori al bar, conquiste nelle disparate zone umide dei “porti varcati”. I Porci casertani, più di lui, lo stanno a sentire, io a dissentire… ritorna in paese il coetaneo esausto, come l’olio di gomito che spreca per costruirsi un futuro difficile, lontano da qui. Io vivo vicino Caserta, laddove s’erge la rinomatissima Reggia. Ogni paese è famoso per qualcosa, il mio no. Sopravvivo come altri sotto ai monti, ed è questa l’unica nostra caratterizzazione. Per il resto, beh, prevale l’utopico al tipico… indosso un velo eludente, cosicché possa esser io, schivo. Schifo taluni paesani, eppur concedo tregua e parola a disparati conoscenti; disperati nei vichi, mentre è sulle basole che scivolano i tacchi delle “milf”. Poco attrito, come il mio, a muovere passi instabili su saponette di sogni. Il paese cosparge le strade strette del centro storico, con mestolate di gente. Le rimescola, a mo’ di riso in una paella, e lascia stupire i chicchi che là dentro s’insaporiscono. E’ una pentola ‘sto buco, in cui si mette sempre troppo sale nell’altrui sfera privata. In tutti i tempi, da che esiste memoria, a ribollirci dentro, ci sono i mai cotti cazzi altrui... c’è chi cucina il “quinto quarto”, poi noi, che nemmeno con la crisi odierna risparmiamo sui cazzi di terzi. Ubiqui nel proferire calunnia, cospargiamo di falso faccende riportate da vicinanze prossime alla fonte. Farsi i fatti? Farsi di fatti, strafarsi… strafatti! Estrometto fiero commenti, in cui mi spingono taluni… centellino pareri e viro su altri discorsi: questa la tattica elusiva vincente. Sfuggente alle storie riportate, resto attendista e sto sulle mie. Non conto poi tanto e prevale, un po’ in tutti i paeselli d’Italia, quella fregola d’arsura d’indiscrezioni. Nelle piazze si fanno scorpacciate di etica e perbenismo, s’etichetta e affibbia l’appartenenza di un tale e, in fine, non sussiste alcuna lietezza nel condannare gesta di ciascuno. Mi capita di scambiare mezza “chiacchiera” con alcune persone, ma, in quel Carnevale di paese prima menzionato, non accetto dolcetti, né scherzetti. Oggi, scontro e cozzo su nervosi disillusi di tutte le età: dall’infante neonato al pensionato duro a morire. Ognuno ha da sputare lo sdegno che infiamma quel covo di velenose serpi; ovviamente, semmai l’interlocutore dovesse pure degnarti d’una manciata di secondi d’apparenza forzata. Si fa finta di non vedere, ma il seguito è un inevitabile parlarne… quando, poi saremmo veramente più buoni anche fuori Natale, se solo evitassimo di sparlarne. Omertosi di un frustrante “sentito dire”, tutti spiattellano e puntano al target dello “spettegolezzo perpetrato”. Spetta un tanfo e non “olezzo” a quel rinnovarsi indiscrezioni, conseguentemente al saluto. Indiscreti di tutte le fratrie per strada, dal sangue blu alla “creme” delle multiple famiglie, col nomignolo distintivo. Certi sono brave persone, semplicemente imbastarditi dall’Italia, un po’ come fanno certi bastardi veri coi cani in gabbia. L’Italia li invecchia e m’invecchia… io, all’alba della trentesima primavera, è in ciò che prima v’era, ch’io compia stasera, una mia “prima e vera realtà”… lontano e assorto nella notte ora giunta, appurandomi al ritorno in auto come distante, da un resto dispari di paesani al crepuscolo. Ben più di quello appena trascorso… ho provato a mangiare di passioni, ma i talenti muoiono di fame. Deprezzato e fuorimoda resistetti ai “resi stretti”, allorquando realizzai che un sogno costa troppo. Taglierò un traguardo forse, o forse mai. Scapperò, questo è certo, da una mentalità chiusa a doppia mandata… perché un po’ ti esilia la politica e, di quel che resta, se ne occupa il sottoscritto. Volerò consapevole via da qui e lo farò presto. Esiste una ricetta per me e ci condirò le giornate, non appena avrò il coraggio per leggerla. E’ già scritta, come il destino che mai t’ostini a seguire. Lo costruirai da te, e su quella strada ci passerà una persona mandata dallo stesso cielo spento di poco fa. Dev’esserci un futuro per ciascuno, ed aspetta sotto un cielo diverso e una sagra bizzarra la sua metà. A me basterà una meta, perché di accenti ho quelli delle mie orgogliose radici. E mai li sradicherò. Porterò nel cuore l’infanzia, i ricordi, la famiglia, gli amici e gli attimi dalla puzza d’eterno. Avrò fierezza nel dichiararmi italiano, nonostante sia stata proprio l’Italia, da conformazione a stivale, a darmi un calcio ben assestato. A se, Stato, proprio uno Stato a sé sul futuro dei giovani. Qui in provincia, sorde le orecchie dirigenziali e reticenti, nel non degnarmi di risposta. Indegno di nota, io che manco quelle sui registri beccavo. Rigavo e rigo dritto ancora, eppure farsi mantenere in prigione parrebbe una soluzione conveniente. Ti versano i contributi, poi avrai la famosa “seconda chance”, quella che non si nega a nessuno… è con le prime che abbiamo difficoltà, soprattutto quando sui curricula le traducono in inesperienza. Per loro, dovresti forse inventartene una, ma ho provato pure a percorrere questa elementare soluzione… poi è come alle elementari: dove t’erudiscono all’insussistenza di prove… riprova che il risultato non cambia! Se ne sbattono di concedere uno straccio d’opportunità, e si lavano quelli sporchi con cui ci inquinano. Io antipolitico, v’auguro egregi politicanti, d’ingozzarvi di “Belpaese” fino al punto di rimettere. Scellerati, Voi, poi, che cosa ci rimettereste? Nulla, impuniti e, pure se condannati, immuni, pertanto indenni, alla pena da scontare. Poi noi, a mantenere i nervi, anzi a mantenervi le doppie scorte: di privilegi, più quelle affollate, a proteggere proprio voi “privi in ligio”… poi mettiamo in cella il pensionato che ruba il pacco di pasta perché gli manca l’euro, mentre le vostre falle mai verranno a galla. Buona vita all’Italia, da parte di uno che ha provato a restarci. Sono appena arrivato a casa, giusto il tempo di ricopiare lo scritto… Eolo fischietta sotto l’infisso e smuove le chiome di piante e passanti. Non voglio rileggere i pensieri che vanno dal tramonto a questo momento, sarebbe come privare d’autentico il puro istinto. Vorrei solo che a qualcuno arrivassero, perché non c’è dialetto alle richieste e non c’è lingua all’amore. E’ un po’ come dare del venduto a ciò che è inestimabile. Sono solo uno dei tanti, sull’orlo di una crisi di inermi, coi nervi a fior di pelle. Ma pronto a disegnare un futuro… discosto da qui. Disposto da qui in avanti a realizzare senza rimpiangere, abolendo la piaga di un fastidioso e protratto piangermi addosso… Spengo qui il mio scritto. Qui, spengo in prima persona, è “astuto”… non credo d’esserlo chissà quanto, ma chiudo cauto, con l’augurio spassionato che giunga a qualcuno arguto,

Quirino Riccitelli
(disoccupato trentenne di provincia. E non per scelta… con la penna in fiamme, mentre fuori l’inverno esige freddo.) >>.

Questo è il mio inutile e lo scrivo quotidianamente

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DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI

3 Febbraio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI

Il Dialogo d’Ercole e di Atlante apre la serie dei dialoghi delle Operette Morali; invece, il Dialogo di Timandro e di Eleandro nell’edizione del 1827 era posto come testo conclusivo dell’opera. Ambedue i testi risalgono al 1824.

Il primo dialogo vede come protagonisti Atlante e Ercole alle prese con il mondo; il grande eroe è stato mandato da Giove per alleviare per qualche momento la fatica di Atlante, stanco di reggere l’universo.

Ma a sorpresa il vecchio dio spiega che il mondo, chiamato “pallottola”, si è fatto leggero; gli pesa di più il mantello che usa per ripararsi dalla neve. Il termine leggero non è riferito solo al peso materiale, in quanto Leopardi considera la parola anche in senso morale. Gli uomini sono mediocri, senza slancio, meschini. Infatti, i due personaggi notano che il mondo si è fatto anche silenzioso. L’umanità è muta, non ha nulla da dire, non si segnala più per attività e forza. Sembra che si tratti di un peso morto; il mondo non dà segni di vita e può stare in una mano di Ercole che volentieri lo usa per giocare. L’eroe ricorda il coraggio e la grandezza degli uomini quando lui compì le grandi imprese; un tempo, l’umanità affrontava a corpo a corpo i leoni, ora solo le pulci. C’è quindi in questo dialogo l’idea che in passato vi era un’epoca d’oro, ora scomparsa; in altri momenti del pensiero leopardiano l’uomo invece viene visto come tristo e infelice in ogni epoca. Qui si parla di un sopraggiunto peggioramento ed è più viva la polemica del poeta verso gli italiani suoi contemporanei, ritenuti incapaci si scuotersi dal torpore morale in cui sono precipitati. Ci vorrebbe una scossa per provocare una reazione. Capita che il mondo sfugga di mano a Ercole e cada malamente. L’ammaccatura sul pianeta non determina reazione alcuna; sembra che gli abitanti continuino a dormire. La “pallottola” resta muta oltre che insignificante. Non c’è quindi speranza di abbracciare un nuovo corso per l’umanità, sembra dire sconsolato l’autore. Rimane, felicissima, una battuta finale, in cui si scomoda il poeta Orazio: “Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s'è mosso”.

Ma il dialogo è prevalentemente satirico e gustoso, tanto da stemperare la forza della conclusione pessimistica.

L’altro dialogo, più corposo, è tra Timandro (ossia colui che onora l’uomo) ed Eleandro (ossia colui che commisera l’uomo); il primo personaggio rinfaccia al poeta le accuse che all’epoca erano scagliate contro di lui dai suoi contemporanei, l’altro rappresenta invece il punto di vista dello scrittore recanatese.

Si contesta a Eleandro/Leopardi di scrivere libri pieni di pessimismo in un’epoca in cui si parla tanto di progresso; gli si rinfaccia di ricordare all’uomo la sua bassezza, quando l’uomo senz’altro un giorno diverrà perfetto. Il poeta nel replicare ha modo di esprimere il suo articolato pensiero.

Non crede nel progresso (“le magnifiche sorti e progressive”), ritiene che l’uomo sia sempre stato un essere sfortunato e condannato dalla natura a soffrire. In fondo, si può aggiungere, lui la pensa come Tucidide e Machiavelli; gli uomini non cambiano da un’epoca all’altra, sono sempre preda delle stesse passioni e delle stesse sofferenze. Leopardi non ha fede nel sopraggiungere della perfezione umana. Dice che non può che dire e scrivere quello che considera il vero, ossia parlare dell’infelicità umana; non potrebbe invece parlare di progresso dato che non vi crede. C’è un forte nihilismo; tutto è vano, anche la testimonianza del vero è inutile. L’arte stessa non serve; la filosofia, raccontando i mali dell’umanità, non la rende certo felice e perciò la conclusione è che è meglio non filosofare. Conoscere la verità della propria condizione non porta giovamento perché l’infelicità è un dato “necessario”, non eludibile. Il sapere conferma l’infelicità, perciò, meglio astenersi dagli sforzi intellettuali.

Si salvano solo i libri che fanno appello alla fantasia e all’immaginazione o che ricorrono al riso anziché al commiserare, poiché ciò allevia il dolore del vivere, distogliendo dalle pene che restano però reali e inevitabili.

Se tutto è vano, anche la poesia lo è dato che al massimo distrae dal costante soffrire. Allora, ci chiediamo, perché scrivere? Forse perché un’umanità matura merita di sentirsi dire la verità, per quanto dura e amara. Può capitare che si reagisca duramente verso chi dice la verità che in fondo pochi vogliono sentire. Qui sta l’eroismo senza tempo del grande recanatese che si staglia con forza, bevendo l’amaro calice della solitudine e dell’incomprensione dei suoi contemporanei. Quando Timandro gli rinfaccia di scrivere libri fuori moda che biasimano l’uomo, la risposta è ficcante: "Anche il mio cervello è fuori di moda".

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Sacha Naspini, "Ciò che Dio unisce"

2 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Sacha Naspini, &quot;Ciò che Dio unisce&quot;

Sacha Naspini

Ciò che Dio unisce

Piano B Edizioni

pp. 176

Euro 14

Sacha Naspini torna a scrivere le storie che piacciono a noi, quelle con cui l'abbiamo conosciuto, in piena sintonia con I cariolanti (Elliot, 2009) e Le nostre assenze (Elliot, 2012), ma anche con L'ingrato e I sassi (Il Foglio Letterario). Storie di vita quotidiana, romanzi di formazione, narrativa letteraria ai confini con il genere, come un regista sperimentale che racconta la realtà a base di inquietanti soggettive e poetici piani sequenza. Ciò che Dio unisce ricostruisce una vicenda matrimoniale - partendo dai rispettivi addii al celibato - da due diversi punti di vista, scanditi da capitoli alterni intitolati con il nome di lui (Michele) e di lei (Marta) che seguono il filo conduttore dei diversi pensieri. L'autore riesce a calarsi bene sia nella psicologia maschile che in quella femminile, non risultando invadente e non facendo trapelare il suo pensiero. Naspini racconta tramite i personaggi e scompare in loro, dote non comune nella narrativa ombelicale contemporanea pervasa da emuli - più o meno riusciti - di Proust. La materia del romanzo è narrativa nera, alla Ammaniti dei tempi in cui scriveva storie dure e taglienti, stile Fango o Ti prendo e ti porto via, permeata da una psicologia di fondo che ricorda il Bergman di Scene da un matrimonio. Proprio come nel capolavoro cinematografico del maestro svedese, anche nel romanzo di Naspini le tensioni matrimoniali - dopo un lungo periodo di incubazione - giungono al loro culmine e a un certo punto esplodono. La gelosia di lui, i tradimenti di lei, il gruppo musicale e gli amici che imperversano, gli scherzi oltre ogni limite nella prima notte di nozze, tutto congiura verso un finale imprevedibile e sconvolgente. Naspini contamina noir e horror metropolitano, romanzo criminale e letteratura, cinema e cronaca nera. Trova una sua strada narrativa che lo distingue nel panorama contemporaneo, uno stile asciutto, freddo, senza tanti fronzoli, efficace da un punto di vista comunicativo. Ottima l'ambientazione maremmana, in una Follonica notturna e decadente, teatro insolito di una cattiva storia di provincia. Non manca un pizzico di erotismo, come è presente la musica, vera passione dell'autore, che fa capolino con il gruppo inesistente dei Paturnia (in maremmano si dice: "Non ti fare tante paturnie!", per dire di non farsi problemi inesistenti) e dal Quartiere Latino, locale follonichese che fa musica dal vivo. L'ultimo capitolo del romanzo è dedicato ai pensieri dell'amico di Michele, ai suoi ricordi, a quel che ritiene possa accadere durante la prima notte di nozze, prima di partire per uno splendido viaggio intorno al mondo. Non sa quanto si sbaglia. Bravo Naspini che sei tornato all'ovile di quel che sai fare meglio. Altro che romanzi storici!

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Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…

1 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

 Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…

Fiuggi è sempre stata considerata una meta per persone con problemi di salute, precisamente per chi ha patologie connesse ai reni, ma la cittadina offre tante altre cose che ne fanno una destinazione valida anche per una vacanza o un fine settimana. I turisti, qui, possono abbinare una vacanza in simbiosi con la natura, la bellezza e la salute. L’acqua che sgorga limpida dalle sue fresche sorgenti, consigliata dai medici nella cura e nella prevenzione delle patologie renali, è un vero e proprio toccasana anche per chi, più semplicemente, intenda concedersi una salutare pausa da godere in pieno relax, lontano dagli stressanti ritmi cittadini.

E non si deve credere che Fiuggi sia indicata solo per chi abbia superato abbondantemente il giro di boa dei fatidici “anta” o per gli abitudinari della vacanza rilassante. Così tranquilla da scoraggiare i “drogati” del caos cittadino e terrorizzati da una vacanza all’insegna della monotonia.
Ma, al contrario, questa deliziosa cittadina, che deve la sua notorietà alle fonti “miracolose”, nasconde angoli di rara bellezza, in grado di offrire una vacanza davvero completa e rigenerante sotto il duplice profilo naturalistico e culturale.
Ma come è nata la fama di Fiuggi? Lo si deve senz’altro a Bonifacio VIII il quale, dopo aver dedicato parte della giornata ad abbeverarsi alla fonte circa 700 anni orsono, le acque miracolose lo guarirono da una grave forma di calcolosi urinaria. Così Fiuggi diventò meta di “pellegrinaggio” per chiunque avesse di questi problemi.

Ma per chi volesse andarci oggi, oltre a trovare alberghi con tanto di SPA, può passeggiare lungo le tranquille viuzze del centro medievale di Fiuggi-città che, con Palazzo Falconi, La Collegiata di S. Pietro e le chiese di S. Stefano. S. Maria del Colle e S. Biagio, domina dall’alto la zona di Fiuggi-fonte.

Anche i dintorni di questo piccolo gioiello di architettura medievale riservano infinite possibilità di escursioni.
Approfittando del clima mite che caratterizza le stagioni intermedie, è senz’altro piacevole camminare tra i boschi, ossigenarsi respirando l’aria tersa e frizzante del mattino, riposarsi la vista ammirandone i colori caldi e rilassanti che la natura regala nel periodo autunnale o primaverile.
Ma non è finita qui, perché, immersa nella quiete di questi boschi, alle pendici dei Monti Ernici, sorge l’Abbazia di Trisulti, fondata nel 1208 dai Frati Certosini.

Lo stesso silenzio, rotto soltanto dal mormorio sommesso della natura, permea l’atmosfera di un altro dei numerosi capolavori di abilità cistercense, di cui è ricca questa zona. Si tratta dell’Abbazia di Casamari, uno dei rari ed esempi più belli di architettura gotica.
E poi Montecassino, con la famosissima Abbazia fondata da S. Benedetto nel VI secolo d.C., lo stesso periodo nel quale sorse l’Acropoli della vicina Alatri, con le sue lunghe mura di cinta.
Ed ancora…le caratteristiche cittadine di Atina, Ferentino, Fumone e la lunga lista delle località che, con le sue bellezze naturali ed artistiche, rappresentano il degno completamento di un soggiorno a Fiuggi.

Tuttavia, confidando nell’altrui spirito, è preferibile limitarsi a questi pochi ma significativi spunti per lasciare che ciascuno sperimenti di persona il fascino di una delle tante mete di cui è così ricca la nostra bella Italia, così poco saputa promuovere all’estero e all’interno stesso del nostro paese.

 Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…
 Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…
 Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…
 Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…
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