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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Silvia Pingitore, "Il disordine delle cose"

14 Dicembre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #recensioni

Silvia Pingitore, "Il disordine delle cose"

Ultimo anno di liceo, per tanti studenti vuol dire anche orientamento universitario, ovvero la possibilità di perdere qualche ora di lezione ascoltando emissari dalle varie facoltà in visita promozionale. Come sempre, i colleghi liceali di Lucia individuano la cosa più importante: la spilletta-gadget, distribuita fino a esaurimento scorte e dimenticata in pochi minuti. Come sempre, Lucia è in ritardo e non riesce a ottenerne una. In realtà lei vorrebbe solo restituire le carte abbandonate dai ragazzi in visita, ma questi lasciano il liceo in tutta fretta, e a lei rimane la brochure di un corso di laurea che sembra fatto su misura per lei: Scienze Comunicative & Mediazione Intercontinentale (S.C.E.M.I.). Proprio qualche giorno prima l'insegnante di religione le aveva detto, in toni piuttosto decisi, che doveva cominciare a comunicare: questo avrebbe certo risolto i suoi problemi, e forse le avrebbe procurato anche degli amici, lei che veniva sempre derisa per i suoi vestiti fuori moda e il suo aspetto poco curato.

Proprio dal corso di laurea in S.C.E.M.I. inizia la nuova vita di Lucia Fellini, cognome ingombrante e fonte di sospetti tra i suoi Tanti-Nuovi-Amici: e se fosse lei la nipote del pezzo grosso di cui tanto si parla in facoltà? Nel dubbio, le fanno immancabilmente notare quanto siano belli i suoi capi e i colori che indossa, tanto da spingerla a osare con le combinazioni. Fra i suoi tanti colleghi vale la pena citare: Nicolò, un bel ragazzo con forti legami con la camorra, vive in subaffitto con altri sette studenti e se arriva troppo tardi finisce per dormire sull'amaca perché le brandine sono già prese; Demetria, una famiglia rovinata dalle slot-machine, ha una cotta per Nicolò e il suo sogno è diventare una giornalista scomoda; e infine Ludovica, conosciuta al corso scelto tra le Discipline Affini e Integrative. Di famiglia benestante, ha un pessimo rapporto con i genitori ed esprime la propria ribellione ascoltando musica rock anni '60 e fumando canne. Ogni sua frase contiene in media almeno un paio di citazioni di Jim Morrison.

Altro personaggio di particolare rilevanza è Kelevala. Lucia non sa se si tratta di un uomo o una donna, ma lascia scritte curiose sulla porta del bagno femminile. E se fosse un uomo? Un brivido di paura la scuote all'idea che un ragazzo possa intrufolarsi nel suo bagno.

Era solo questione di tempo, anche se non sapevi esattamente con quali mezzi ti saresti trovato miliardario senza passare per uffici, fitti e mutui: era come se l'età adulta fosse il tuo regalo di Natale ancora da scartare, la magia che dai banchi di scuola ti avrebbe portato dritto fino alle stelle, gratis.

E i “grandi”, a quelle cene natalizie, te lo hanno fatto credere: i loro occhi brillavano parlando dei tuoi tiri in porta o del saggio di pianoforte di tua sorella, delle pagelle e dei disegni.

Sareste diventati calciatori, artisti, inventori; nessuno di voi sarebbe finito impiegato al Catasto.

La chiave di lettura del romanzo è tutta qui, in queste poche righe del primo capitolo. Un racconto surreale con protagonista una ragazza svampita e allucinata proveniente da una famiglia povera ma con un cognome importante. I malintesi crescono a ogni pagina, in un rovesciamento di ruoli e situazioni e i personaggi di contorno, dai colleghi al resto della sua scalcinata famiglia, sono tanto assurdi da sembrare veri.

La generazione di cui parla Silvia Pingitore è anche la mia, ho trovato migliaia di rimandi a situazioni vissute di persona, e mi trovo di parte nel commentare questo lavoro. Un esempio su tutti, l'Università la Speranza frequentata da Lucia, il corso di laurea in S.C.E.M.I. e il mio personalissimo ricordo di un insegnante al liceo intento a spiegare quali fossero le prospettive della laurea in “Ingegneria della Pozzanghera e Affini” che il malcapitato studente aveva appena nominato. Storia vera. Quell'etichetta è rimasta nel mio immaginario per anni, e ancora oggi quando vedo il nome di un corso sconclusionato e insensato, lo definisco proprio così: Ingegneria della Pozzanghera.

Altro rimando, più nazional-popolare, è quello all'assessore Palmiro Cangini, personaggio comico creato da Paolo Cevoli, il cui cavallo di battaglia era la costruzione di una grande funivia per unire il nord e il sud Italia, ma senza motore perché il percorso è in discesa. Ricordo una sua intervista in cui gli chiesero dove trovava le idee così sconclusionate che portava in scena, rispose che leggendo la cronaca locale sui giornali la realtà superava di gran lunga la fantasia.

Ecco, anche in questo caso la realtà supera la fantasia, come tanti universitari potrebbero testimoniare. Mi permetto una riflessione: la generazione di Lucia è una generazione disorientata, illusa e disillusa in passato, lanciata nel mondo armata di sogni e andata a sbattere contro i problemi che le generazioni passate avevano dichiarato risolti. Improvvisamente non sono più studenti o lavoratori, ma cervelli in fuga, bamboccioni, giovani da aiutare attraverso politiche di protezione, neanche si parlasse di una specie in via di estinzione. La scelta di Lucia, il momento quasi catartico in cui comprende la realtà e decide di rimanere in Finlandia è surreale, ma è una realtà che esiste da secoli. I cervelli sono sempre fuggiti dall'Italia, ma un tempo venivano chiamati persone.

Il disordine delle cose merita di essere letto non solo per la bontà della scrittura o per gli argomenti trattati, ma anche perché su questo tema la retorica abbonda, e l'argomento viene spesso strumentalizzato. Sono convinto che in ogni contesto sia necessario un momento per sdrammatizzare, e il momento sociale, economico e politico attuale mi sembra quello adatto per farlo. E poi, a tutti serve qualche santo in paradiso, e pare che nel libro si trovino informazioni su qualcuno in grado di procurarveli.

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José Saramago, "Le intermittenze della morte"

13 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

José Saramago, "Le intermittenze della morte"

Nella perenne opera di trovare spazio nella libreria mi è capitato tra le mani un libro di José Saramago, forse l’unico ancora non letto, che giaceva in attesa della maturazione del tempo adatto. A parte che per Saramago è sempre il tempo giusto, ma è anche una questione di gusti.

Come per le altre opere dell’autore portoghese è difficile dare un consiglio di lettura, specialmente se è la prima volta che ci si avvicina a questo scrittore. Innanzitutto lo stile, spiazzante, con una punteggiatura basata sulla lingua parlata e che richiede una concentrazione particolare per entrare nel ritmo della narrazione. Ma questi sono aspetti, come già detto, che lascio ai professionisti della recensione. I miei sono solo piccoli, brevi, consigli di lettura.

Le intermittenze della morte, letto in edizione Einaudi e reperibile anche Feltrinelli e in diversi formati, ci mette di fronte all’ipotesi che la signora dalla falce decida che in un tal paese non si muoia più. Chi era sul punto di esalare l’ultimo respiro rimane lì, sulla soglia, senza peggiorare ma nemmeno migliorare. Una sorta di cristallizzazione del tempo. Nessuno muore più. Quale miglior notizia ci potrebbe essere per l’uomo che ha due certezze, la nascita e appunto la morte? Saramago ci conduce, con ironia, nei meandri di ciò che si potrebbe scatenare se l’assurda ipotesi divenisse realtà. E se poi ci fosse un ripensamento della morte? Se invece si tornasse a morire non all’improvviso ma con un preavviso di sette giorni? E se il preavviso non dovesse giungere in tempo e qualcuno non morisse nonostante fosse giunta l’ora?

Come reagirebbe a questi cambiamenti il singolo? E lo Stato, la Chiesa, la maphia (sì, scritto proprio così)? Per non parlare delle agenzie funebri, gli ospizi, gli ospedali e la morte stessa? Ecco una ridda di situazioni sviluppate con logicità, ironia come già detto, e un’immensa fantasia a cui Saramago ci ha abituati. Basti pensare a Cecità.

La grandezza del Nobel portoghese è partire da una situazione assurda, impossibile, e sviluppare poi un ragionamento logico che alla fine ci porta a considerare sotto una luce diversa l’assurdità stessa del ragionamento. In ultima analisi non ci resta che dire che la morte non è utile, è necessaria e fondamentale per la vita degli umani. Triste doverlo dire ma è così.

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Reportage: Bangkok e Koh Samui, un assaggio della Thailandia

12 Dicembre 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Bangkok e Koh Samui, un assaggio della Thailandia

Fra le bellezze antiche e moderne di Bangkok e le splendide spiagge di Koh Samui.

La Thailandia riceve ogni anno più visitatori di ogni altro paese dell’Asia sud-orientale. La sua popolarità tra i viaggiatori di tutto il mondo è dovuta ad una combinazione di fattori: la bellezza delle sue spiagge, la natura incontaminata, le testimonianze archeologiche e artistiche di antiche civiltà, la cultura del sorriso e dell’ospitalità che caratterizza il popolo tailandese, una cucina particolare e, non ultimo, il costo contenuto del viaggio rispetto ad altre mete lontane.

Dalle spiagge bianche di Phuket e Koh Samui ai templi buddisti, dai sontuosi parchi nazionali ai suggestivi siti archeologici, dalle culture più tradizionali sino al fascino postmoderno di Bangkok, metropoli multiculturale in continua trasformazione. Un viaggio in Tailandia offre molte possibilità.

Il nostro viaggio inizia dalla capitale Bangkok, una delle città più cosmopolite e dinamiche di tutta l’Asia ed espressione della moderna metropoli d’oriente.

La parola Bangkok significa “città delle olive selvagge”, ma molti tailandesi chiamano affettuosamente la loro capitale “città degli angeli”, la grande città degli immortali, la magnifica città delle nove gemme, la sede della dinastia Reale.

Fondata come capitale della Thailandia nel 1782 per volontà e ad opera della dinastia Chakri, Bangkok è sede di un grande patrimonio nazionale ed è il centro spirituale, culturale, politico, commerciale, didattico e diplomatico della Nazione.

Tra le principali attrazioni turistiche della città ricordiamo gli sfarzosi templi buddisti, i palazzi, la sua rete di canali e corsi d’acqua da cui l’appellativo di “Venezia dell’Est”. Bangkok è molto orgogliosa degli oltre 400 affascinanti e luccicanti templi buddisti sparsi per la città.

Le danze tradizionali, infiniti centri commerciali e mercatini all’aperto dove si può acquistare ogni tipologia di merce, dai manufatti in seta tradizionale thai, alle pietre preziose di pregevole qualità.

Tra le attrazioni della città meritano una visita il Palazzo Reale, uno dei più antichi di Bangkok, che fu residenza reale fino al 1946 ed oggi, cornice fastosa di cerimonie ufficiali, è stato trasformato in una sorta di museo da ammirare. Da non perdere poi Wat Po il monastero più antico della città e sede della più prestigiosa scuola di massaggio e di medicina tradizionale della Thailandia, con il bel soffitto a travi intrecciate ed e la statua del Buddha.

Lo splendido complesso del Grand Palace racchiude molti templi ed edifici decorati con diversi stili architettonici. Dappertutto si possono ammirare lamine d’oro, tegole luccicanti e immagini di Buddha.

Il tempio Phra Kaeo, che si trova nel cuore dello stesso complesso, è un tesoro dell’arte tailandese e custodisce il Buddha di Smeraldo, che è la statua più venerata del Paese. Ma vi sono altre molte cose interessanti da vedere all’interno del complesso, come il Padiglione delle decorazioni e delle monete reali.

Wat Arun (tempio dell’alba) è un suggestivo tempio buddista sul fiume Chao Phraya, o Fiume dei re, che si insinua attraverso la città. La pagoda del tempio domina, con i suoi 79 metri d’altezza, un lungo tratto del panorama fluviale di Bangkok. Ogni centimetro della sua superficie e ricoperto da porcellane colorate provenienti dalla Cina, che scintillano al sole, soprattutto al tramonto. Alla base, a fare da guardiani, si trovano statue di antichi guerrieri cinesi e animali. Quando il cielo dietro il tempio si tinge di rosso.

Se però cercate il Buddha più grande del mondo allora il vostro quartiere è Chinatown, quartiere cinese fatto di stradoni ma anche di viuzze caratteristiche, dove si trova il Wat Traimitir: il tempio dove è conservata una statua di un Buddha d’oro alta tre metri e pesante cinque tonnellate e mezzo. La città nel XIX secolo era collegata tramite una complessa rete di canali che fungevano da principale via di comunicazione.

La popolazione di avvicinava al fiume Chao Phraya e ai suoi canali per gli spostamenti, ma anche per abitarvi e svolgere attività commerciali con le case erette su palafitte ammassate sulle rive. Per questa ragione la città era nota come “la Venezia dell’est”. Il fiume e i canali possono essere comodamente attraversati con i mezzi pubblici e offrono ai visitatori indimenticabili scorci di quel tradizionale stile di vita “galleggiante”, rimasto essenzialmente immutato nei secoli.

L’ISOLA DI SAMUI

Dopo la grande metropoli è ora di scoprire la grande attrattiva turistica della Thailandia: le sue splendide spiagge. Per questo abbiamo scelto di trascorrere qualche giorno all’isola di Samui, al largo della costa orientale, nel golfo di Tailandia.

Samui si contende il primato con Phuket del luogo di villeggiatura più bello e popolare della Thailandia.

Al tempo stesso, quest’isola si distingue per aver mantenuto la sua naturale e intatta semplicità tropicale, con le sue spiagge di sabbia soffice, ombreggiate da alte palme, con le deliziose specialità di pesce fresco e l’esuberante vita notturna.

L’isola è caratterizzata da spiagge di finissima sabbia bianca, piccole baie deserte, acque cristalline e di un ricco entroterra con piantagioni di cocco e foreste tropicali.

Una vegetazione estremamente pittoresca e intatta che offre la possibilità di escursioni, trekking, passeggiate con gli elefanti, giardini botanici e acquari marini in alternativa al sole mare e sabbia.

Questo è il posto giusto,un paradiso isolato dove rilassarsi al sole senza più prestare attenzione a ciò che accade nel resto del mondo. Samui ha una formula per tutte le esigenze.

A molti turisti piace trascorrere le giornate pigramente sulla spiaggia, ma anche gli amanti del movimento hanno l’imbarazzo della scelta tra le immersioni, lo snorkelling, windsurf e altro.

L’isola è percorribile con jeep o motociclette che permettono di raggiungere piccole calette, spiagge solitarie e qualche monastero nell’interno oppure arrivare fino a Hin Ta e Hin Yai (la roccia nonno e la roccia nonna).

Un celebre tempio si trova vicino alla spiaggia di Hat Phra Yai e custodisce un colossale Buddha alto 20 metri. Con pochi minuti d’auto o meno di un’ora a piedi gli appassionati possono visitare le belle cascate di Hin Lat e di Na Muang.

Da Samui è facile partire per escursioni in barca verso isole più piccole e selvagge, circondate da un mare cristallino. L’isola di Tao (tartaruga) ha preso il nome dalla sua forma collinosa vista dall’alto.

L’isola è particolarmente amata dai subacquei ed è famosa per alcuni dei più suggestivi siti per le immersioni di tutto il Golfo.

Sull’arcipelago di Nang Yuan si può ammirare un fenomeno geologico piuttosto unico: incredibili strade di sabbia rialzate collegano le isole, offrendo ai turisti l’opportunità di nuotare in due mari.

Reportage: Bangkok e Koh Samui, un assaggio della Thailandia
Reportage: Bangkok e Koh Samui, un assaggio della Thailandia
Reportage: Bangkok e Koh Samui, un assaggio della Thailandia
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Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

11 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

Cos’è il cielo? O meglio, di che cielo si parla nel titolo? Non si parla certo di galassie, firmamenti, costellazioni, stratosfera, atmosfera o di zona riservata al traffico aereo. Il cielo di Luca Giordano passa dal corpo, e quindi non può essere un fenomeno meteorologico. Di che cielo parla, allora? Forse di quel luogo oltre la physis, il luogo dell’anima, il luogo della divinità.

Quel cielo contiene ciò che è celato, qualcosa che non si può vedere con occhi fisici, qualcosa di intimo che si manifesta passando da… da dove?

Qualsiasi manifestazione passa da lì.

Manifestare è rendere percepibile ciò che prima non lo era. Manifestare è dar forma, dar corpo. E tutto quanto è celato, per potersi manifestare deve prender corpo, passare dal corpo, uscendo dalla non-dimensione per entrare in dimensione.

Passa dal corpo il cielo è una metafora profonda, è il sunto della manifestazione di un mistero che ci guida nel percorso, del resto questo è la poesia: dal marasma dell’inconscio qualcosa si trasferisce nella mente e attraversa i centri nervosi fino ad arrivare alle mani per… manifestarsi…

Il cammino interiore parte dalla luce del cielo per entrare nella dimensione e nella misura, e non essere più in chi ha vissuto questa trasformazione, che ora è un codice su carta, e che chi legge decodificherà facendo un cammino inverso, partendo dagli occhi entra nella mente per poi rompere il velo, e per un attimo permettere di vedere ciò che è celato…

Luca ci vuole accompagnare in questo viaggio, e lo fa scrivendo poesie senza fronzoli, senza inutili manierismi, brevi e profonde. A volte ci sono anche delle rime, ma sono del tutto casuali, o forse volute per alleggerire il fardello di un messaggio dirompente. La scrittura di Luca Giordano è essenziale e sintetica, ed energizza la comunicazione perché, una volta raggiunta la destinazione, esplode nell’anima del lettore e lo mette davanti allo specchio delle verità profonde.

Passando dal corpo, il cielo si lascia comprimere in queste pagine, per entrare in un altro corpo e ridiventare cielo.

Del resto questa è la magia del linguaggio, l’idea diventa un codice compresso e si espande nel momento in cui arriva a destinazione. Tutta la nostra comunicazione, verbale, gestuale, scritta, visiva, musicale… vive di questo processo di compressione ed espansione. Tutta… solo che… a volte si trova chi comprime di più, e riusciamo a leggere delle poesie (ma lo stesso discorso vale per altre discipline artistiche) istantanee, fulminanti, che quando si espandono in noi prendono diverse forme e vivono di vita propria. Le leggiamo e le rileggiamo, e troviamo sempre nuovi significati… in una manciata di parole…

E a che serve usare tante parole se la sintesi è una delle maggiori qualità della poesia contemporanea, a che serve infarcire la pagina di significati quando con una pennellata di metafora ci si può lasciare andare nello Stupore?

E proprio stupore è il titolo di questa lirica…

Si muovono le foglie sfiorate dal vento.

Un lampione è nuca che s’allontana.

C’è una tristezza che toglie il respiro,

i passi ripetono un ritmo che conosco.

Alzo la testa: è meraviglia la notte.

Atmosfere, immagini, sensazioni che sono di tutti, ma che nessuno riesce a ridare, se non il poeta. Chi non si è sentito vincere dallo stupore quando, passeggiando senza meta, da solo, ha alzato la testa al cielo e… mio Dio, che bello!

Atmosfere e immagini anche nelle onde che si seguono instancabili.

Un’onda forte

Del vento di tempesta

È prima lenta

E rotolando avanza,

sale, scende

coprendo la distanza

poi maestosa alza la cresta

ed è così

che sciabordando

si sfascia la sua schiera

e arriva a riva

soltanto mormorando.

La metafora di tutte le passioni: rabbia, amore, brama, voglia, ira… cosa ne rimane quando si consuma la sua energia? Come un’onda solleva la cresta, ma poi si frange a dieci metri dalla sua fine, e il bagnasciuga è solo una carezza d’acqua e sabbia.

Chi ne è immune?

In queste poesie c’è la contemplazione della realtà come immagine dell’altra realtà, quella che passa dal corpo. Il poeta accetta le due realtà e le assimila.

E certi aspetti della realtà sono duri, impietosi.

Il libro è suddiviso in cinque capitoli, come a delineare le tappe di un percorso, una crescita che va dalla giovinezza all’addio. Non a caso la prima delle tappe non ha titolo, conta 21 poesie che contemplano la vita, la vedono intorno e la sentono dentro, riassumendola con “non s’arresta mai la vita che corre”. La tappa seconda è un momento di crescita, quasi adolescente, si intitola “mare”, e conta solo otto liriche, come il passaggio dall’infanzia all’età adulta dura circa otto anni. Il tono è pur sempre contemplativo, introspettivo, ma non c’è pietà nella crescita, e si devono affrontare le più dure realtà, si diventa grandi, poi vecchi… e il terzo capitolo si intitola “non chiamarla debolezza”, e ci accompagna per 13 liriche, un grido d’amore che dice: “arma sottile il sapere”. “Degni di un nome” ha 17 liriche che incontrano, l’altro, il diverso, e l’amore si dispiega in altro modo, dando senza chiedere, dandosi a chi, secondo noi, implora che gli si tenda la mano.

Amico down

Non uscisse quello sguardo dai tuoi occhi,

non fosse alcun difetto nel tuo corpo

non amerei di più la tua allegria.

Grato, nonostante il difetto

Fatichi ogni gioia della vita

E la godi più di quanto faccia io.

Qui c’è l’incontro con l’altro, la ricerca dell’anima dell’altro, non solo la propria, e Dio sa quanto sia difficile guardare negli occhi dell’altro, specie se l’altro è diverso.

L’ultima tappa del viaggio è “infine”, due liriche a chiusura di questo bellissimo libro, che si conclude con la promessa di un abbraccio, alla fine della strada, perché “si starà insieme oltre questi cieli”.

Claudio Fiorentini

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La solitudine al femminile: ma ci siamo o ci facciamo?

10 Dicembre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

La solitudine al femminile:  ma ci siamo o ci facciamo?

Un grosso difetto di noi pollastre è il non sapere o non voler accettare i periodi, brevi o lunghi che siano, di completa solitudine. E credo stia tutta qui la chiave delle famose ma tristi parole che ogni tanto ci diciamo in un raptus di false verità: “non ho ancora incontrato l’uomo giusto”…

Pur di non stare sole andiamo a tentativi e ci avventuriamo in rapporti sbagliati, imboccando strade senza uscita, preferendo situazioni limite al nostro crescere interiore. Non ce la facciamo nemmeno a pronunciarla la parola solitudine, però sappiamo puntualmente dire “non era l’uomo giusto per me” e non vogliamo riconoscere che molte storie in cui ci infiliamo le accettiamo solo per il fatto che in certi periodi della nostra vita la solitudine ci fa davvero paura… Se sapessimo quello che ci aspetta probabilmente di sicuro faremmo marcia indietro…

Eh sì perché la singletudine diventa sofferenza quando non riusciamo a stare sole, quando invidiamo le amiche che hanno una relazione o quando non siamo in grado di crearci un nostro giro di amicizie, al di là della coppia.

Ed ecco che senza pensarci arriviamo ad accettare di stare con Luca, il creativo, che non solo non si toglie i suoi adorati calzini a quadretti arancioni durante il sesso ma i suoi piedi puzzano da morire…

o Giulio, il bacchettone, che, perso nei suoi pensieri, ride da solo mentre tu pensi che ce l’ha con te…

o Maurizio, l’ipocondriaco, che si tocca le palle in continuazione, non per scaramanzia ma per paura di perderle …

o Giancarlo che si scaccola il naso in macchina anche se ci sei tu a fianco…

Non riusciamo a capire che nel momento in cui impariamo a stare bene con noi stesse, raggiungiamo una conferma di autonomia che accresce l’autostima: riusciamo ad apprezzare i nostri spazi e ci prendiamo maggior cura di noi stesse. Tutta strada in salita però che nemmeno se stiamo in mountain bike con cambio shimano risulta più agevole …

Decidiamo quindi di prendere quella scorciatoia, quella che all’inizio ci sembrava una strada per poche privilegiate, ma che oggi è diventata di passaggio pubblico.

Demy Moore e Madonna, antesignane di questa svolta apocalittica dell’emancipazione femminile, ci hanno dimostrato che le donne di oggi, qualsiasi sia l’età che le insegue, sono consapevoli che per liberarsi della solitudine, si danno sgomitate e che il TOY BOY è l’ultima trovata in fatto di paraculaggine al femminile.

Quando ti metti con uno più giovane di te di almeno 20/25 anni affronti con somma gioia e consapevolezza che questo un giorno si stancherà di te, vuoi per la vecchiaia, vuoi per la mancanza di cose da dirsi, vuoi per la mancanza di cose da condividere, vuoi per quello che vuoi, lo sai: il rapporto è destinato a finire…

E questa somma consapevolezza rende ancora più squisita la nostra conquista e per smania di onnipotenza quasi dimentichiamo che la vita è piena di sorprese e le reali intenzioni che abbiamo consistono nel prenderci il meglio dal “qui ed ora” e di dire “poi Dio ci pensa” tra dieci anni (si spera) quando il giocattolo si sarà stancato di noi ormai sessantenni (e non noi a stancarci del giocattolo!!!!) con la voglia solo di fare le nonne.

E allora vai con l’impennata di autostima quando lui ti fa sentire desiderata proprio perché contento di cogliere la mela matura…

e vai con le notti magiche che sembrano sempre quelle della “prima volta”…

e vai con le seratine al ristorantino a 250 km di distanza da casa che il giorno dopo devi lavorare… e vai con le nottate al disco pub che ti ci vuole un mese per ripigliarti…

e vai con le spese di trucco, parrucco e ceretta da perderne il conto a fine mese…

Tutto questo per non confessarci che noi pollastre, al contrario degli uomini, non sappiamo mai quello che vogliamo, e che grazie a quest’immenso amore che ci ritroviamo dentro e che dobbiamo puntualmente riversare su qualcuno (oh mai che fossimo noi stesse!!!), siamo pronte a far contento il primo che ci capita, con la speranza che sia sempre “quello giusto”…

Se poi abbiamo culo come l’attrice Tilda Swinton, scopriremo che anche i toy boy possono essere “per sempre”;-)

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“Il lupo intorno a noi. Convivere con l’animale più affascinante e incompreso dei nostri boschi”

9 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #natura

“Il lupo intorno a noi. Convivere con l’animale più affascinante e incompreso dei nostri boschi”

Dal nostro inviato Marco Lucchesi

…e questa volta farò il cronista…di me stesso!

Insomma: la scorsa settimana (più o meno) a Livorno si è parlato di lupo

“Oh quella? Ocché a Livorno c’è i lupi?! Sììì ma velli a du’ gambe!”

E invece sì, a Livorno, o meglio sulle colline che contornano la città, da Pian di Rota a Rosignano, ci sono i lupi. Animali mitici, mitizzati e chiacchierati come non mai di questi tempi.

La conferenza è stata opera del WWF locale, coadiuvato dalla Cooperativa Biodiversi (http://www.biodiversi.it/) che nella nostra città è una realtà interessante, unendo la didattica e l’educazione ambientale, alla cultura alimentare, alla conoscenza del nostro territorio dal punto di vista naturalistico e storico.

Lo scopo dell’incontro non era tanto il parlare del “lupo a Livorno” (qui da noi la specie è “seguita” dalla provincia, con gli agenti della polizia provinciale, ma non è stata pianificata una vera e propria indagine condotta con metodologia scientifiche) quanto per portare a conoscenza della cittadinanza di alcune illuminanti esperienze, condotte da professionisti che si occupano di diversi aspetti del “mondo lupo”: la sua ecologia e il suo comportamento, la questione legata all’ibridazione con il cane, i conflitti con le attività umane come la pastorizia e la caccia, i problemi connessi al traffico illegale di esemplari selvatici ed alla loro gestione “normativa” ed infine le azioni che vengono svolte per rimettere in salute individui che, per loro sfortuna, hanno avuto incontri troppo ravvicinati con la nostra specie e stavano per rimetterci le zampe! Molti argomenti per un pomeriggio che si è svolto anche attraverso interventi da parte del pubblico, alla fine di ogni comunicazione, ed ha consentito quindi una buona interazione tra i professionisti presenti e gli interessati, a diverso titolo, della materia trattata.

Hanno parlato:

Mia Canestrini, naturalista e tecnico del Wolf Apennine Centre, ufficio specializzato sul lupo del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano (tra le regioni Toscana ed Emilia Romagna e le province di Lucca, Massa Carrara, Parma e Reggio Emilia), che ci ha raccontato della sua esperienza pluriennale in questa struttura che fa da “polo di aggregazione” tra molte realtà, pubbliche e private (province, regioni, parchi, associazioni, ecc..) che si occupano per svariate ragioni del lupo e cerca di standardizzare sia le metodiche di studio e gestione della specie, sia l’approccio verso di essa. Il WAC agisce attraverso i finanziamenti dei progetti Life da parte dell’Unione europea, regala cani da “guardiania” (i famosi e temuti pastori maremmani!) agli allevatori per difendere le proprie greggi e gli fornisce persino crocchette biologiche (grazie all’accordo che ha con società produttrici del settore), segue lupi curati da centri specializzati re-immessi in natura tramite la tecnica della telemetria satellitare, sensibilizza l’opinione pubblica portando il lupo “in piazza” con la struttura mobile del PalaLupo, sede di incontri e conferenze, di accordi, di proiezioni riguardanti la specie e di spettacoli a tema per i più piccoli…fa tutto ciò e molto altro…Mia mi perdonerà se non dico tutto!

Duccio Berzi, tecnico forestale e fondatore dell’associazione Canislupus Italia, uno dei massimi esperti di un argomento noto da secoli, ma tornato attuale in questi ultimi anni: la convivenza tra la specie predatrice lupo e le attività pastorali, ovvero l’eterno conflitto tra il lupo e la pecora (…o meglio tra il lupo e chi alleva la pecora!). Duccio ha prima studiato l’ecologia del lupo, cominciando ad usare foto trappole auto prodotte, poi si è specializzato in un ruolo difficile e rischioso, quello di colui che cerca, tramite progettualità e tecniche di prevenzione, di gestire il conflitto (perché di vero e proprio conflitto si tratta) tra un animale che agisce secondo la sua “ecologia trofica”, cioè fa il suo “mestiere” di cacciatore, e un mondo, quello della zootecnia, sempre più relegato ai margini della nostra società, la cui economia già di sussistenza può essere messa a dura prova dall’azione naturale del lupo. Duccio parlando con i pastori, consigliandoli nell’uso dei cani da guardiania, affiancandoli nella predisposizione di recinzioni e ricoveri per le pecore li protegge, protegge la loro attività di sostentamento….ma così facendo protegge anche il lupo, facendo sì che non “si cacci nei guai” con le proprie zampe…

Elisa Berti, responsabile del Centro Recupero Animali Selvatico di Monte Adone (sui colli bolognesi), è invece il “cappuccetto rosso” salva lupi! Infatti a Monte Adone lei e la sua famiglia da una parte gestiscono un’area dove vengono collocati per brevi periodi o per tutta la vita animali esotici, strappati allo scellerato traffico che nel mondo si fa di essi dall’azione del Corpo Forestale dello Stato, ma dall’altra fanno da vero e proprio “ospedale” per animali in difficoltà, con problemi fisici dovuti a incidenti di vario tipo, ma spesso legati a sfortunati incontri con l’uomo. In questo contesto Elisa è riuscita a creare con la passione, il lavoro duro e con il contributo di imprenditori “illuminati”, una delle maggiori strutture per la cura e la riabilitazione di individui di lupo (Progetto “Just Freedom”), formata da recinti all’aria aperta di diverse dimensioni, una piccola clinica per gli interventi quotidiani e stanze di degenza. Da Elisa sono passati lupi sfortunati o già dati per morti, che poi hanno ricominciato ad avere una vita e, re-immessi quando possibile in natura si sono ripresi, con il suo aiuto, una libertà che pareva perduta…

E poi?

E poi ho parlato un po’ anch’io.

Ho parlato del progetto che, con Paola Fazzi…anche lei biologa e sognatrice di professione, stiamo seguendo per il Parco Regionale delle Alpi Apuane, monti meravigliosi e pieni di contrasti, di ombre ipogee e di luce delle vette. Monti che vedono il ritorno del lupo dopo, si calcola, un secolo di assenza!

…mah…che vi devo dire di quel che ho detto…de…non mi sono mica sentito?

Ascoltate voi e poi mi riferirete!

Mi trovate su qualche cresta…fate un fischio e scendo giù!

ML

Nel link sottostante i video della conferenza

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Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.

8 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #storia

Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.

E quando ti fucilano fa male?

Immaginate sentirvi fare questa domanda da vostro figlio, da vostro fratello, da un bambino qualsiasi.

Questo è cosa ha sentito chiedere Masha Rolnikaite dal proprio fratellino negli anni lontani della Seconda Guerra mondiale. Ma perché un bimbetto si pone un’angosciosa domanda del genere? Perché è un lituano di religione ebraica e già conosce la durezza e la crudeltà delle persecuzioni ebraiche in quel di Vilnius, conosciuta anche come la Gerusalemme del nord, dove inizia e si svolge la triste e tragica storia di Devo raccontare, Adelphi 2005, 284 p. 18€ la versione cartacea.

Il libro di Masha Ronlnikaite è il diario dal 1941 al 1945 di una ragazzina tredicenne che si ritrova calata suo malgrado nella disgraziata vicenda di odio razziale, smania di potere, delirio d’onnipotenza che tanti lutti ha inflitto al mondo. Una Storia vissuta sulla propria pelle e raccontata grazie alla tenacia dell’autrice che quando non ha più potuto scrivere su fogli volanti e con mozziconi di matite ha mandato a memoria ciò che era andato perduto e ciò che non poteva scrivere riuscendo solo a fine guerra a ricostruire, grazie alla memoria, le disgrazie di quattro anni. Un diario sconvolgente nonostante siano cose già trattate, lette e mai metabolizzate.

E’ la discesa dalla vita normale di una famiglia normale verso l’abisso della crudeltà, della cattiveria verso un proprio simile colpevole solo di professare una religione diversa e di far parte di genti vittime di luoghi comuni e usati da capri espiatori dal potere, a ovest come a est, da sovrani, illuminati o meno, e papi per finire alle varie ideologie del novecento. Certo non sfugge, fatte salve le diversità, che l’abitudine a vedere il diverso come fonte del male purtroppo non morirà mai. Lo stiamo sperimentando anche in questi anni di crisi. Anzi, non abbiamo mai smesso, in ogni dove, di mettere in pratica certe perverse abitudini.

La vita della famiglia Rolnikaite si spezza tutta insieme senza gradualità, subito il padre perde contatto con la moglie e i quattro figli, lui a combattere e la mamma con i figli chiusi nel ghetto creato dai nazisti e affidato alla custodia di ebrei forse convinti che l’assoggettarsi passivamente li porti almeno a salvare il maggior numero di correligionari. Ma non sarà così e nemmeno l’assecondare i nazisti nelle loro folli richieste porterà a guadagnare una sola vita. Li porterà invece ad essere accusati di connivenza e collaborazionismo. In un crescendo di vessazioni, atrocità, sadico divertimento dei sodati tedeschi cui non sembra mai venir meno la fantasia per seviziare i loro prigionieri, seguiremo la piccola Masha dal ghetto al campo di concentramento fino alla soglia della morte e al ricongiungimento con ciò che resta della sua famiglia. Un’analisi per forza di cose spietata, dalla carenza di spazi vitali alla carenza di cibo, dalla speranza in una rapida fine della sofferenza dovuta alle scarne notizie di sconfitte dei tedeschi a un’Armata Rossa sempre troppo distante e con i tedeschi sempre presenti fino all’amara considerazione che “… L'insetto sarà vivo anche domani, ma noi non ci saremo...”

C’è una grande differenza fra me e Anna Frank. Io sono sopravvissuta

A Ponar, vicino a Vilnius, vennero uccise più di 100.000 persone la cui maggioranza di religione ebraica. E' un posto che ricorre con frequenza nella narrazione di Masha Ronlnikaite.

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Spunti di viaggio: Caraibi, Barbados e Monserrat

7 Dicembre 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Caraibi, Barbados e Monserrat

Altre due isole, soprattutto la seconda, semi-sconosciute al mercato italiano. Peccato veramente!

Vorrei proseguire con dei piccoli reportage sulle isole che non hanno un grosso mercato presso gli italiani. Sulla prima, tanti anni fa, un operatore aveva tentato una operazione charter che, purtroppo, non ha dato i risultati sperati. Così, Barbados, come tante altre isole caraibiche, possono essere raggiunte solo con i voli di linea. Ma anche se non esistono voli no-stop, vale sempre la pena di conoscere anche queste altre isole che sanno offrire molto ai turisti. Soprattutto a quelli che cercano il mare dai colori cristallini e la sabbia bianca, unita alla possibilità di visitare i piccoli centri più importanti e, non ultimo, l’allegria e la vivacità delle popolazioni che le abitano.

BARBADOS

E’ indubbiamente l’isola più orientale del Mar dei Caraibi, ed anche una delle pochissime a non essere stata scoperta da Cristoforo Colombo.

La paternità di Barbados, infatti, è da attribuirsi al portoghese Pedro a Campos che, diretto con la sua nave in Brasile, andò improvvisamente alla deriva sulla costa, appunto, di Barbados.

Nel 1625, l’isola fu occupata dagli inglesi, che l’hanno lasciata alla propria indipendenza soltanto tre secoli e mezzo più tardi, nel 1966. Lo stile di vita dell’isola, perciò, è tipicamente inglese e lo si nota in tutti i suoi aspetti.

L’architettura, sia della capitale Bridgetown, che degli altri centri abitati, ha molto a che vedere con il neoclassicismo e gli eleganti edifici sono in netto contrasto con le baracche di legno che le affiancano. Questo vale anche per i raffinati negozi che si alternano con i minuscoli chioschi in cui si può vendere e comprare un po’ di tutto.

Persino nello sport lo stile inglese regna sovrano. A chi verrebbe in mente di volare fino ai Caribi per giocare a Polo o a Cricket? Eppure di campi ce ne sono e molto belli anche.

L’attrezzatura alberghiera è di alto livello: il Sam Lord’s Castle, per esempio, è una splendida residenza fatta costruire nel 1820 da tale Sam Lord, famoso e ovviamente ricchissimo pirata.

Si può dedurre che Barbados è un’isola decisamente ricca: il reddito pro- capite, infatti, è il più alto di tutti i Caraibi e la popolazione che la abita è un particolarissimo miscuglio di razze molto diverse fra loro: americani, indù, europei di vari stati e perfino ebrei e arabi (per lo più siriani e libanesi).

Non bisogna però pensare di arrivare a Barbados e ritrovarsi in una copia della vecchia Inghilterra. Nonostante tutto ciò che di inglese esiste, l’isola conserva un suo volto tipicamente tropicale.

Per chi vuole godersi il relax assoluto, all’ombra di una palma o di un tamarindo, vi sono lunghe spiagge coralline oppure deliziose baiette lungo la costa, rinfrescate da un perenne venticello, mentre i più temerari potrebbero dare un’occhiata – e sarebbe meglio limitarsi a quello – alla scogliera su cui si infrangono le onde di un oceano molto furioso…

Tutto ciò in uno scenario dai colori incredibilmente vivaci e con un sottofondo di musica incessante, che va dal calipso ai ritmi africani.

Gli amanti della buona cucina, a Barbados, avranno di che deliziarsi. Molti sono infatti i ristoranti italiani, francesi, cinesi, così come le steack houses inglesi, ma la cucina barbadiana è senz’altro la più particolare.

Gli appassionati di pesce – un tantino diverso da quello nostrano!!! – potranno gustare il “flying fish” (pesce volante che è anche il simbolo di Barbados), oppure ricci di mare, gamberi e aragoste a volontà.

E ancora, patate dolci, melanzane, papaia, mango, frutti dell’albero del pane, banane e noci di cocco. E per finire, il cocktail “Olive Blossom”, fatto con succo di arancia, rhum bianco prodotto localmente e bianco d’uovo, che prende il nome dalla nave con cui arrivarono gli inglesi nel fatidico 1625.

MONSERRAT

L’Isola di smeraldo; così venne soprannominata dagli irlandesi che, per primi, approdarono sull’isola per sfuggire alla persecuzione degli inglesi. In effetti, Monserrat, geograficamente somiglia davvero all’Irlanda, terra verde per eccellenza.

La sola differenza con il verde di quest’isola caraibica è il tipo di vegetazione. Puramente irlandese, invece, è la festa nazionale di San Patrizio, il 17 marzo. Monserrat fu scoperta (indovinate da chi?) nel 1493 da Cristoforo Colombo, durante il suo secondo viaggio, che la battezzò così in omaggio alle montagne che circondano il monastero di Monserrat, nei dintorni di Barcellona.

Gli abitanti dell’isola sono famosi per la loro ospitalità, nonché per essere nemici acerrimi dello stress.

A questo proposito, chiunque avesse voglia di farsi contagiare piacevolmente dalla filosofia anti-stress, che regna sovrana nell’isola, potrà dedicarsi esclusivamente alla vita di mare e, la sera, fare una passeggiata (magari romantica) lungo la minuscola via principale di Plymouth, la capitale, o assistere ad una sfrenata gara di corsa fra i granchi.

Le spiagge di Monserrat sono per la maggior parte nere, data la sua origine vulcanica. Gli amanti di spiaggia tradizionale non devono far altro che noleggiare una barca e, godendosi uno splendido panorama, approdare nel nord dell’isola, alla “Rendez-Vous Bay”.

Gli appassionati dell’avventura, invece, troveranno pane per i per i loro denti di fronte ad un vulcano da scalare (Galway Soufriere), o ad una cascata da risalire (Great Alps Waterfall).

Spunti di viaggio: Caraibi, Barbados e Monserrat
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Spunti di viaggio: Caraibi, Barbados e Monserrat
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Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

6 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #personaggi da conoscere

Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

ll poeta francese François Villon principalmente, e poi cardinali, rabbini, principi e re come Luigi XI e Cosimo dei Medici, papi, l'Inquisizione, mamelucchi, esseni, Parigi, Gerusalemme, l’immancabile donna che non si comprende con chi sta e perché, un complotto che ha come arma principale la conoscenza e tante altre cose si possono trovare nel libro di Raphael Jerusalmy I cacciatori di libri, edizioni e/o 266 p. 16,50 €.

L’autore è un ex agente del servizio segreto militare israeliano passato poi a promuovere missioni umanitarie, verrebbe da dire che i rimorsi sono tanti, e ora anche commerciante di libri antichi e romanziere. Il libro è incentrato sulla figura di François de Montcorbier meglio conosciuto come François Villon autore de Il lascito e Il grande testamento, forse uno dei primi poeti maledetti con una vita macchiata da furti, ruberie e anche sospetti di omicidio. Condannato a morte per una seconda volta la pena gli fu commutata e a 31 anni Villon scomparve e non se ne seppe più nulla. Da qui si dipana la narrazione di Jerusalmy in un crescendo (?) di coinvolgimenti a partire dall’incontro con il cardinale di Parigi che appunto gli garantisce la libertà se accetta una missione in Terrasanta. A un certo punto ci si ritrova immersi in libri, papiri, rotoli, pergamene contenenti lo scibile umano e che vanno non solo salvati ma diffusi per portare la conoscenza a tutti e combattere l’oscurantismo dominante. Un passaggio dal Medioevo verso orizzonti più aperti, più ampi verso il Rinascimento.

L’idea è buona ma la messa in pratica un po’ meno. Il libro soffre di una congenita lentezza, l’autore ha mancato l’obiettivo di rendere frizzante la narrazione. Sarebbe comunque ingeneroso fare paragoni con altri autori. Purtroppo il crescendo è lento, la carne al fuoco molta ma non sufficientemente condita e rivoltata a dovere per raggiungere una buona cottura. Debole come thriller e anche come romanzo picaresco. Comunque scritto bene e ricco di citazioni. A merito dell’autore va l’aver riportato alla memoria François Villon e le sue ballate. Comunque un’occasione mancata.

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Spunti di viaggio: Caraibi, la semisconosciuta isola di Santa Lucia

5 Dicembre 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Caraibi, la semisconosciuta isola di Santa Lucia

Isola caraibica fra le più belle ma ancora poco conosciuta dagli italiani.

Se pensiamo ai Caraibi ci vengono subito in mente Cuba, Santo Domingo e Jamaica, tre isole da sempre pubblicizzate e vendute dai Tour operator italiani che la collegano al nostro paese anche con i voli charter. Isole molto belle e con molta storia alle spalle, ancora visibile nelle capitali, ma che non compongono quel grande “arcipelago” formato da tantissime isole che vale sempre la pena di visitare, anche se si devono raggiungere con voli di linea e con qualche scalo.

Fra le tante, Santa Lucia è, senza dubbio, una delle isole più belle dei Caraibi e la sua forma ha un che di nostalgico; ricorda, infatti, una grossa lacrima. L’isola è una delle poche a non essere stata scoperta dal nostro eroe scopritore di nuove terre (Cristoforo Colombo, naturalmente!) e, a dire il vero, sono ormai svariati secoli che i francesi e gli spagnoli si contendono la paternità della scoperta dell’isola, tanto da modificarne il nome nelle rispettive cartine (Sainte Alouise per la Francia. S. Luzia per la Spagna).

A contendersi invece il dominio dell’isola, sono stati per quasi quattrocento anni gli inglesi e i francesi, continuamente in guerra fra di loro fino al 1967, anno in cui, finalmente, l’isola divenne uno Stato indipendente associato alla Gran Bretagna e, nel 1979, le venne concessa la piena sovranità, diventando, così, un membro del Commonwealth britannico a tutti gli effetti.

La bellezza di quest’isola ha spinto molte persone ad affrontare grossi sacrifici pur di vivere in luoghi come Marigot Bay o l’Anse Chastanet, fra foreste di bamboo e felci giganti, in totale semplicità e a contatto con la natura, e che natura!

La vegetazione è particolarmente rigogliosa, i pappagalli splendidamente colorati, le alture e le pianure singolarmente suggestive. Sembra quasi un’isola tutta da scoprire.

Anche Castries, capitale e porto principale dell’isola, è un posto speciale; sorge, infatti, su un’insenatura all’interno di un cratere sommerso di un vulcano ormai estinto.

Purtroppo, però, gli antichi edifici inglesi e francesi, i più belli, sono andati distrutti nei due gravi incendi che colpirono St. Lucia ne’48 e nel ’51.

L’attuale architettura, infatti, è moderna, ma nulla toglie al fascino della città e ai suoi tipici mercatini, frequentati da chiunque abbia qualcosa da vendere.

Una delle spiagge più belle di tutti i Caraibi è Marigot Bay, disseminata di piccolissimi villaggi di pescatori.

Verso l’entroterra, invece, vi sono due delle maggiori piantagioni di banane, aperte al pubblico.

I pressi della città di Sufriere, il cui aspetto ricorda un paesaggio lunare, sono ricchi di pozzi e crateri aperti da cui è possibile veder ribollire del fango giallastro.

Uno spettacolo unico nel suo genere! La maggior parte della vita notturna di St. Lucia si svolge all’interno degli alberghi, specializzati in spettacoli e intrattenimenti.

Gli eventi più “colorati”, sono senza dubbio il “Capodanno” e il 2 gennaio, quando gli abitanti dell’isola fanno rivivere, mediante canti, balli e pic nic “Le Jour de l’An", antichissima festa francese.

La più grande occasione di festa, però, è il “Carnevale”, celebrato generalmente a febbraio, durante il quale si balla, si sfila in parata e si incorona “la Regina del carnevale”

A fare da sfondo al tutto, gli incredibili colori del mare, della vegetazione e l’allegria tipicamente caraibiche!

Spunti di viaggio: Caraibi, la semisconosciuta isola di Santa Lucia
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