Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

IL DIARIO dei GONCOURT

11 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni

IL DIARIO dei GONCOURT

Il diario (o Journal) dei fratelli Jules e Edmond Goncourt, si apre il 2 dicembre 1851, lo stesso giorno in cui Luigi Napoleone attua il colpo di stato che lo porterà a diventare Napoleone III. I due fratelli hanno la possibilità di vedere da vicino e frequentare tutti i grandi letterati della Parigi del tempo di cui lasciano ritratti, immagini e spesso caricature. Dal 1870 il diario è portato avanti dal solo Edmond, dopo la prematura e dolorosa scomparsa di Jules.

I Goncourt mostrano una visibile consonanza spirituale, come viene sottolineato: “Io ero a una delle estremità del grande tavolo. Edmond, all’altro capo, parlava con Thérèse. Non sentivo nulla, ma quando sorrideva, sorridevo involontariamente e con la stessa posa del capo”.

I due diaristi sono impegnati in attività di collezionismo di antichità e di libri; hanno inoltre progetti di scrittura da portare avanti in comune, condotti con la serietà di un apostolato: “Durante tutto l’inverno, lavoro rabbioso per la nostra Histoire de la Societè pendant la revolution (…) Niente donne, niente piaceri, niente distrazioni”. L’orientamento seguito è quello del naturalismo; chi scrive, dicono, deve essere dappertutto, ma non mostrarsi mai nell’opera.

I giganti della letteratura sono straordinariamente concentrati nella capitale francese; Flaubert, Zola, Saint-Beuve, Gautier, Turgenev. Edmond ci parla anche del pittore De Nittis, del politico Clemenceau, di Rimbaud, Verlaine, Maupassant. A tratti troviamo schizzi alla Svetonio, con riferimenti a manie e vizi di questo o quel collega. Sono particolarmente maltrattati l’autore di Madame Bovary e Zola, accusati di rozzezza e di vanità. Dello scrittore Saint-Beuve scrivono: “Saint-Beuve ha visto una volta Napoleone I: era a Boulogne e stava pisciando. Ed è un po’ la stessa posizione in cui più tardi ha visto e giudicato tutti i grandi uomini”.

Da notare che i fratelli, nonostante l’impegno, non riescono mai a entrare nell’Olimpo della letteratura. Il successo arride a molti di quelli con cui cenano o si intrattengono in quegli anni; da qui si può in parte spiegare un certo livore. Nel Journal, si racconta come esempio della difficoltà ad affermarsi, di uno spettacolo teatrale tratto da una loro opera che viene pesantemente fischiato, causando un grande scoramento nella coppia.

Dopo la morte del più giovane, la penna rimane in mano a Edmond; con lui la scrittura in parte diventa più ariosa, più curata, con descrizioni pittoriche efficaci. L’autore, rimasto solo, si occupa non solo di letteratura, ma anche del suo giardino, si muove nelle campagne intorno alla città e mostra un caldo lato umano. Sta scoppiando la tragedia che porterà a durissime repressioni a Parigi; la città è dapprima assediata dai Prussiani, vive poi l’esperimento politico e sociale della Comune e quindi il ritorno all’ordine per opera dell’esercito mandato dal governo di Thiers.

Questa parte rappresenta un interessante documento storico: “Inizia la fame, e la carestia è all’orizzonte. Le parigine eleganti cominciano a trasformare i loro stanzini da toeletta in pollai”. La città soffre. Sono giornate buie e difficili: “Essere preso da un amore stupido per degli arbusti (…) Passare delle ore a togliere con un potatoio i ramicelli morti delle vecchie edere, tutto questo mentre i cannoni Krupp minacciano di distruggere la mia casa e il mio giardino: Che sciocchezza!”.

Nel dramma di quelle settimane torna il ricordo del fratello. Edmond si rimprovera di essere in parte responsabile della sua fine, avendolo caricato di troppo lavoro letterario. In particolare scrive: “Oggi, siccome non ho il coraggio di andare a Parigi e non ho nulla da mangiare, uccido un merlo nel mio giardino (…) E’ scivolata in me allora come la superstizione che qualcosa di mio fratello fosse passato in questo animale alato, in questo uccello di lutto”.

Il diarista assiste al passaggio di tante donne e uomini della Comune catturati e destinati alla fucilazione; ne tratteggia con rispetto l’orgoglio e la sofferenza, pur considerando gli operai come “agenti della dissoluzione”.

Parigi torna alla normalità e Edmond riprende le sue attività. Scrive ancora, cura le sue collezioni, frequenta gli amici. La notizia della morte improvvisa di Flaubert lo lascia sgomento: “Ho sentito che un legame, a volte allentato ma indissolubile , ci univa segretamente. In fondo, eravamo i due vecchi campioni della nuova scuola, oggi, io, mi sento molto solo”.

Lo scrittore è considerato un caposcuola negli ambienti culturali, più per anzianità di servizio che per meriti. Ha scritto molto, ma in fatto di qualità ha sempre avuto pochi elogi. L’età lo rende scontroso e severo; alcuni suoi giudizi appaiono come minimo frettolosi. Stronca il pittore Manet e vede nell’apparire sulla scena francese di un autore come D’Annunzio un segno di decadimento e di servilismo verso le letterature straniere.

Si lega ad Alphonse Daudet, in cui probabilmente vede una controfigura dell’amato fratello. Proprio in casa di Daudet, Edmond morirà il 15 luglio 1896. Nonostante alcune sue parti riportino pettegolezzi e commenti malevoli, l’opera resta un importante documento, capace di regalare considerazioni in parte attuali come questa, in merito alla scomparsa delle sedie dai marciapiedi davanti alle librerie: “Ora i libri si comprano in piedi (…) Una domanda e un prezzo: ecco a che punto la divorante attività del momento ha portato la vendita dei libri che un tempo comportava una passeggiata, un abbandono all’ozio, e a una conversazione, fitta e famigliare, sfogliando i volumi”.

Mostra altro

Un diario può aiutare

10 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un diario può aiutare

Mi scrive una di noi che pensa di non avere una vita sua e invidia persino il dolore degli altri. L’ho esortata a oggettivarsi in un diario, a prendere distanza dalle proprie emozioni, circoscrivendole.

Narrando noi stessi, scopriamo di avere una trama e, rileggendoci, persino ci appassioniamo alla nostra storia. Ognuno ha la sua vita, quella che gli è toccata, fatta anche di vuoti e di attese. Pur sempre qualcosa da raccontare.
Ecco cosa mi scrive dunque:

Sei mesi.
Da quando abito qui, non avevo mai fatto il giro dell'isolato dalla destra.
Mi sono trovata senza sigarette. Lo sapevo che le avrei finite. La testa mi fa male e ho la nausea.
Sto sulla pista ciclabile; mi passa accanto una famiglia che pedala, mi sposto ma la strada è larga, ci passavano. Una donna è a piedi e ha la borsa a tracolla. Avrà sessant'anni. Penso che ci vorrei parlare, magari è zitella. Se mi chiede come sto, magari le dico che sto male. Ci incrociamo; non so se mi abbia guardata, ha gli occhiali da sole anche lei.
Un vecchio col bastone cammina piano, ha i piedi molto gonfi. Anzi no, non è mica tanto vecchio, di faccia. Strappa dei rametti di rosmarino che escono in strada dalla rete di un giardino privato.
Da quando abito qui, penso che devo andare a rubare il rosmarino quando mi serve, non l'ho ancora fatto. Oggi no, l'odore m’intensifica la nausea. E poi, quanto mi dura? Tanto in questi giorni non cucino. Si seccherebbe.
Sono vestita malissimo, e di proposito. I lacci delle scarpe sono troppo lunghi, mi chino a sistemarli e mi gira la testa. Ho il sole di fronte adesso, vedo le lucette.
Ah, è qui che si sbuca, è vero. L'orientamento non è il mio forte, non so mai dove mi trovo.
La trattoria è dall'altra parte della strada, sull'incrocio, mi si para davanti prima di girare l'angolo.
L'hanno ridipinta di rosso, l'insegna è uguale.
Una pasta con la panna e lo speck. O era pancetta? Qualcosa di buono che riempiva. Era di grano saraceno.
Non c'era nessuno, solo noi mi pare, e poca luce. O c'era uno seduto da solo?
Era ora di pranzo di un giorno infrasettimanale. Si tornava da non so dove. Era l'altra mia vita.
Era la vita.
Nel parcheggio c'è una coppia. Non so se siano una coppia. Fumano in piedi appoggiati alla macchina, non parlano. Miei coetanei pressappoco. Sembrano stanchi.
Faccio il bonifico al padrone di ca
sa. Anche se è domenica, è il primo del mese.
Ho mal di testa.”

Da notare quel “mi sposto ma la strada è larga ci passavano”. Noi ci spostiamo sempre, noi siamo sempre quelli che disturbano. Ecco, un’altra cosa che mi viene in mente di dirvi: imparate ad ascoltare i vostri desideri. Abituati a farvi da parte, abituati a considerare il sacrificio come l’unica via, avete dimenticato cosa volete. Magari non fatelo, magari sacrificatevi e rimandate anche stavolta ma, almeno, capite cosa vi farebbe contenti. #capitelo, è già tanto.

Mostra altro

Indagine sul lago

9 Ottobre 2014 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

Indagine sul lago

Quella notte di fine febbraio era piuttosto fredda, ma non era buia perché la luna rischiarava il cielo. Il tenente Luca Faliero osservava la torbiera dove la luna aveva striato d’argento le lame d’acqua su cui galleggiavano le ninfee. Con la luce della luna le montagne dall’altra parte del lago avevano assunto un colore blu meno cupo, ai loro piedi invece il lago era una lontana striscia nera. Luca era affacciato ad una finestra di quel grande palazzo e ripensava all’incarico delicato che gli era stato conferito tre mesi prima, dal colonnello Ottorino Pavese. Il momento era delicato, perché il problema delle parti di Patria ancora irredente era rovente. Poi con l’inizio dell’anno 1866, la tensione con l’Austria si era di nuovo bruscamente acuita ed una guerra avrebbe potuto scoppiare a breve. In Lombardia, non proprio tutti, erano felici di far parte del nuovo regno d’Italia che si era finalmente costituito pochi anni prima. Alcuni nobili, che nel passato erano stati legati alla monarchia Asburgica, avevano perso gli antichi privilegi ed in caso di un nuovo conflitto speravano in una qualche forma di restaurazione. I servizi riservati dell’Arma sapevano che il conte Giovanni Provaglio era uno di questi. Infatti fino alla tragica rivolta delle dieci giornate, del marzo 1849, il conte era stato un grande amico del colonnello Julius Haynau, comandante austriaco della piazza di Brescia, assiduo frequentatore del suo palazzo. Dopo di allora i loro rapporti si erano apparentemente interrotti, ma l’Arma sospettava che non fosse proprio così. Infatti il conte, con la guerra del 1859, aveva perso la gestione e le rendite dei terreni di un antico convento, annesso al suo palazzo, che prima della guerra era di proprietà dell’Arcivescovato di Innsbruck. Adesso convento e terreni erano in fase di confisca da parte dello stato italiano. Luca era stato incaricato di svolgere, in modo discreto, delle indagini per controllare quelle voci. Dato che suo zio Costantino vantava molteplici conoscenze anche nella nobiltà bresciana, Luca era stato introdotto in quell’ambiente in occasione della festa di fine anno che si era tenuta al Teatro Grande di Brescia. Quella sera era stato presentato al conte Provaglio. La cosa in realtà non gli era affatto dispiaciuta, perché il conte era giunto alla festa accompagnato da una bella pronipote di nome Isabella. Per l’occasione la giovane sfoggiava una graziosa acconciatura all’insù, della folta chioma bruna, fissata con un diadema. Luca non era insensibile al fascino femminile e dato che, in realtà, aveva il compito di apprendere più cose possibili su tutte le attività del conte, aveva impunemente corteggiato Isabella per tutta la sera. Luca era giovane e di aspetto piacevole ed anche Isabella aveva gradito la compagnia di quel bel tenente. Come molte giovani donne, anche lei non era sembrata indifferente al fascino della sua divisa. Luca congedandosi le aveva promesso di trovare al più presto un’occasione per rivederla.

Erano trascorsi quasi due mesi e Luca, fingendosi di passaggio, mentre si recava per una non meglio precisata missione sul lago d’Iseo, assieme all’appuntato Leone Decarolis, suo fido aiutante, si era presentato al grande palazzo del conte. Effettivamente quel palazzo si compenetrava, in modo abbastanza strano, con un vecchio monastero e si affacciava sulla torbiera, molto vicino alla sponda orientale del lago d’Iseo. Quel pomeriggio, arrivando, Luca aveva avuto l’impressione che si trattasse di un insieme di costruzioni piuttosto malandate, quasi che il conte non avesse più molto denaro da spendere. Anche i servitori sembravano pochi ed anziani. Il chiostro dell’antico convento costituiva parte della facciata posteriore del palazzo stesso e si affacciava sulla torbiera. A suo tempo i monaci che lo abitavano, dipendevano dal Vescovo di Innsbruck, ma ormai i tempi erano cambiati, vi risiedevano solamente tre anziani monaci, alla morte dei quali, il convento sarebbe stato definitivamente confiscato, destinato a divenire patrimonio dello stato italiano. Il conte Provaglio non si era mai sposato e viveva in quel grande palazzo, insieme ad un anziano cugino, di nome Pasquale Rossetto, commerciante di vino che, rimasto vedovo, si era trasferito in quel palazzo con la figlia Isabella. L’arrivo di Luca non aveva destato troppa meraviglia, perché quel giovane ufficiale di bell’aspetto aveva corteggiato Isabella durante tutta la sera della festa e lei quella visita sembrava aspettarsela. Il conte Provaglio aveva ricevuto Luca con estrema cortesia invitandolo a cena e poi a fermarsi da loro per la notte. Nel pomeriggio Isabella gli aveva fatto da guida e gli aveva fatto visitare il vecchio convento. Alla cena era presente anche un altro ospite, il barone Giancarlo Federici, anche lui commerciante di vino, amico di vecchia data del conte e di suo cugino. Durante la cena, naturalmente, tutti avevano parlato della difficile situazione politica e del timore di una nuova guerra con l’Austria. Utilizzando i sottili trucchi dialettici imparati da suo zio Costantino, che era un raffinato diplomatico, Luca aveva cercato di far parlare il conte, ma Giovanni Provaglio non era caduto in nessuna trappola, anzi si era mostrato abbastanza indifferente, quasi che i nuovi sussulti politici ormai non lo riguardassero più. Terminata la cena, invece il conte aveva invitato gli ospiti al tavolo da gioco, perché era un accanito giocatore. I giochi d’azzardo erano il suo debole, e forse ormai anche il suo unico sostentamento. Molti nobili della zona ne avevano fatto le spese. Luca di questo era stato informato ed aveva cortesemente rifiutato l’invito. Era rimasto a conversare, con la graziosa pronipote del conte, centellinando la grappa prodotta dal convento, mentre i tre uomini si erano immersi in una lunga partita a carte. Isabella sapeva conversare in modo colto e piacevole ed amava le schermaglie del corteggiamento. Però dopo un paio d’ore trascorse con Luca, durante le quali gli aveva gli permesso di chiederle in quale ala del palazzo lei avesse la sua stanza, sapendo che le belle donne dovevano sempre farsi desiderare a lungo, si era bruscamente congedata da lui. Luca aveva perfettamente compreso il comportamento di Isabella ed aveva accettato la piccola sconfitta con un sorriso. Poi aveva salutato i tre giocatori e si era ritirato anche lui nella stanza che gli era stata preparata. In realtà non aveva affatto avuto l’impressione che il conte fosse ancora invischiato in trame politiche, gli era sembrato invece una persona in grande declino, che si trovava ormai a vivere in un mondo molto diverso, molto cambiato, rispetto ai tempi della sua giovinezza. Anche il palazzo sembrava andare lentamente in rovina e molti arredi dovevano essere stati venduti, come mostravano i segni sulle pareti da cui erano stati sicuramente rimossi dei quadri. Anche il convento, in cui si aggiravano ormai solo i tre anziani monaci, mostrava di essere arrivato alla fine di un ciclo di vita. Forse le preoccupazioni del colonnello Ottorino Pavese erano eccessive e quel conte era ormai fuori da ogni gioco, ormai lontano da ogni complotto. Se le cose stavano così, la sua era stata una visita inutile, a meno di non valutare positivamente la presenza di Isabella, che gli aveva tenuto compagnia, purtroppo solo per una parte della notte, ma che era sembrata gradire il corteggiamento. Luca stava fumando un sigaro ed in verità, più che concentrarsi sul rapporto che avrebbe dovuto presentare al colonnello, lasciava scorrere i pensieri su come trovare il modo di rivedere Isabella.

Il primo colpo di pistola, secco ed improvviso, nel silenzio della notte, lo colse quindi del tutto impreparato. Mentre bruscamente la sua attenzione si risvegliava, vi fu un secondo sparo, poi tutto tornò silenzioso. Gli spari provenivano dalla destra, rispetto alla finestra a cui Luca era affacciato, dalla parte in cui il terreno dirupato scendeva verso la torbiera e dove vi era la strada che portava verso il paese. Luca balzò in piedi: doveva controllare subito! Due colpi di pistola nella notte avevano un brutto significato! Si infilò la giubba mentre si precipitava alla porta della stanza per uscire. <<Leone!>> gridò mentre ormai stava correndo nel corridoio <<Leone, alzati di corsa, vieni con me!>> Intanto era giunto al fondo del corridoio e tempestava di pugni la porta della stanza dove dormiva l’appuntato. Leone Decarolis comparve sulla porta con il viso un po’ stralunato, mentre si rialzava le bretelle dei pantaloni. Da molto tempo aveva imparato ad avere la massima fiducia nel tenente, con cui formava una coppia ben affiatata. Non fece domande, ma rispose solamente: <<Comandi signor tenente!>> Poi rientrò nella stanza per terminare di vestirsi in un lampo. Pochi minuti dopo entrambi correvano sul prato scosceso in mezzo agli alberi. Leone reggeva una lampada a petrolio. Scivolavano sull’erba umida del parco ed inciampavano in diversi ostacoli, poi finalmente ritrovarono la strada in terra battuta. Da lontano videro la sagoma scura di un cavallo, fermo vicino ad un’altra massa scura. Luca smise di correre e cominciò ad avanzare più cautamente. Intanto alle loro spalle, svegliati forse dagli spari, ma anche allarmati dal notevole trambusto fatto dai due carabinieri mentre uscivano di corsa dal palazzo, erano in arrivo dei servitori, anche loro muniti di lanterne a petrolio. Luca e Leone si arrestarono di fronte alla massa scura che ora, alla luce della luna si era rivelata essere una fontana, con un piccolo bacino d’acqua contornato da un muro di pietra. L’acqua, scorrendo, rompeva il silenzio con un lieve rumore. Poco più avanti vi era il corpo d’un uomo steso a terra. Leone alzò la lampada per illuminarlo: sulla schiena dell’uomo, dove era stato raggiunto dai due colpi di pistola, vi era una grossa macchia di sangue. Luca girò attorno al corpo cercando di individuare delle possibili tracce. Qualcuno sembrava aver frugato nelle tasche dell’uomo che erano rovesciate. A terra erano rimasti alcuni nichelini. <<L’hanno ucciso per rapinarlo.>> disse Leone mentre appoggiava la lanterna sul muro di pietra della fontana. Luca, che si era chinato sul corpo dell’uomo, con delicatezza lo girò. La giacca di aprì rivelando una nuova grossa macchia di sangue dove i proiettili, sicuramente di grosso calibro, erano fuoriusciti. Il volto dell’uomo, pur contratto nello spasimo della morte, era ben riconoscibile. <<E’ il barone Federici!>> esclamò Leone. <<Sì>> gli fece eco Luca <<E’ proprio lui...>> Poi restò in silenzio, continuando ad esaminare il morto ed il terreno circostante. <<Forse dei briganti gli hanno teso un agguato nascosti dietro al muro della fontana.>> commentò a voce alta Leone. <<Probabilmente lo stavano aspettando>> rispose Luca, fece una pausa, poi riprese: <<ma di certo, il barone ha incontrato dei rapinatori molto strani...>> Il dito indice di Luca indicava a Leone il panciotto del barone da cui spuntava la catena d’oro di un orologio. Leone si chinò per guardare meglio, ma poi il dito indice di Luca si spostò rapidamente in alto, trasversale sulle labbra, perché alcuni servitori erano giunti anche loro alla fontana, portando diverse altre lampade. Alla vista del morto tutti erano ammutoliti. <<Che posto è questo?>> chiese Luca senza rivolgersi a nessuno in particolare. <<E’ il “fontanì”.>> rispose un cameriere che sembrava il più anziano tra i presenti <<Segna il confine del parco del signor conte.>> Luca fece ancora un paio di giri dietro alla fontana, ma vi erano solo tracce confuse. Poi diede ordine a Leone di sovrintendere al trasporto del cadavere del barone Federici al palazzo ed incaricò uno stalliere di ricuperarne il cavallo. Terminate quelle incombenze lasciò il “fontanì”.

Luca risalì lentamente verso il palazzo, camminando a testa bassa, osservando attentamente la strada che il barone doveva aver percorso poco prima, cercando di trovare dei possibili indizi. Lo stalliere lo seguiva tenendo per la cavezza il cavallo del barone. Arrivarono alle stalle e Luca si fermò per parlare con lo stalliere. <<Hai visto il barone quando ha lasciato il palazzo?>> chiese Luca. Lo stalliere lo guardò per alcuni istanti, poi assentì in silenzio. <<E’ successo qualcosa di strano mentre il barone lasciava il palazzo?>> chiese ancora Luca. <<Vi era qualcuno con lui?>> <<No, era solo.>> rispose lo stalliere che mostrava un evidente disagio, vedendosi interrogato da un ufficiale dei carabinieri, poi però aggiunse: <<Aveva bevuto un po’. Beve sempre quando viene a trovare il signor conte. Ha fatto un po’ fatica a mettersi in sella, è finito anche a terra, ma poi l’ho aiutato a rimontare e se n’è andato senza dire nulla. Tutti uguali i signori, mai nemmeno un grazie...>> Poi tacque bruscamente, forse temeva di aver detto una parola di troppo, forse era rabbioso per aver dovuto alzarsi nel cuore della notte. Infine disse: <<Se non ha più bisogno di me, io vado...>> Luca gli fece un cenno di congedo e lo lasciò andare. I cavalli si muovevano irrequieti, per la presenza di un estraneo nella stalla. I loro zoccoli rivoltavano la paglia ed il letame. Luca cercava di rivedere la scena del barone alle prese con il tentativo di montare in sella. Dopo avergli sparato, qualcuno gli aveva frugato in tasca, probabilmente alla ricerca di “qualcosa”. D’un tratto gli venne alla mente l’idea che forse, il barone, quel “qualcosa” poteva anche averlo perso nella stalla. Cominciò a frugare, con la punta dello stivale, in mezzo alla paglia, nella zona dove presumibilmente il barone poteva essere caduto. Sembrava un compito difficile e forse inutile. Si spostò allargando la ricerca. I suoi stivali frugavano tra la paglia e lo sterco. ... Invano... Poi ad un tratto vide il bordo di un sottile portacarte di pelle emergere sotto la paglia sporca. Con un certo disgusto lo raccolse e cercò di ripulirlo. Che razza di indagine di m... Stava albeggiando quando Luca rientrò nell’atrio del palazzo, dove l’appuntato era rimasto in attesa. <<Leone, vedi di scoprire se, passando dal retro del palazzo, dove c’è il chiostro del convento, si può arrivare alla fontana senza passare per l’atrio. Dobbiamo cercar di capire se qualcuno abbia potuto uscire, tendere l’agguato e rientrare senza essere visto. Dopo torna nella mia stanza.>> <<Comandi signor tenente.>> aveva risposto Leone e si era allontanato di corsa. Luca era rientrato in camera sua, per ripulire il portacarte che aveva trovato, esaminarlo e ripulirsi dopo quella sgradevole ricerca nella stalla. Dopo meno di due ore Leone ricomparve con gli occhi che gli brillavano. <<Ho trovato la porta per uscire dal chiostro e passare nel parco! Rimane spesso aperta! Me l’ha spiegato un monaco. Ma c’è di più signor tenente, il monaco che ho incontrato, era già nel chiostro dopo le preghiere del mattino e mi ha dato questa!>> Leone allungò verso Luca un fazzoletto bianco in cui era avvolta una grossa pistola a tamburo, molto simile al modello 61. <<Ho cercato di non cancellare delle possibili tracce, però ho visto che al tamburo mancano due colpi. Qualcuno deve averla usata e poi gettata nel giardino, forse per ricuperarla più tardi...>> spiegò ancora Leone. <<Chi l’ha gettata via, certo non pensava che quel monaco la ritrovasse così presto. Adesso abbiamo l’arma del delitto, solo che non sappiamo chi l’ha usata! Potrebbe essere stato chiunque! Speriamo bene!>> rispose Luca <<Adesso riprendi fiato e tieni quest’arma avvolta nel fazzoletto. Ci vediamo tra un’ora nel salone del palazzo, dove intendo interrogare tutti quelli che, ieri sera, erano in casa. Tu mostrerai la pistola quando sarà il momento. Adesso vai!>> Appena Leone si fu allontanato Luca chiamò un cameriere e gli ordinò di convocare nel salone, tutti i presenti nel palazzo, servitù e monaci compresi.

Erano circa le otto della mattina quando Luca entrò nella grande sala al piano terra del palazzo. Il conte Giovanni Provaglio indossava ancora una vestaglia, come se fosse stato appena tirato giù dal letto, suo cugino si era invece rapidamente rivestito, anche se i radi capelli bianchi non ravviati gli stavano scomposti sul capo, sua figlia Isabella, che sembrava alquanto turbata, sedeva in un angolo stringendosi addosso uno scialle. La stanza era molto fredda ed il maggiordomo stava chino sul grande camino, cercando di ravvivare il fuoco. I camerieri, i servi, lo stalliere, si erano tutti ammucchiati, con aria preoccupata in un angolo, mentre i tre monaci che ancora abitavano il vecchio convento restavano silenziosi vicino alla porta che conduceva al chiostro. Il conte, che appariva molto irritato, appena vide il tenente, pensò bene di sfogare su di lui il suo malcontento. <<Signor tenente, siamo stati informati di quanto accaduto al povero barone Federici mentre rientrava a casa. Ecco il bel risultato della politica liberale del nostro governo! La gente perbene viene rapinata ed assassinata! Forse anche lei dovrebbe interessarsi di più di chi gira per le nostre campagne e meno di quanto accade a Vienna.>> Luca lo lasciò finire, poi gli chiese con aria fredda: <<Mi è d’obbligo porvi una domanda signor conte, avete delle pistole in casa?>> Il viso del conte divenne rosso fuoco. <<Dovreste controllare chi di dovere! Lo sapete che vi sono in giro molti sbandati? Molti seguaci di quel senza Dio di Garibaldi, circolano liberamente e molti sono ancora armati! Spaventano le nostre donne, compiono furti...>> Luca continuò a guardarlo freddamente senza dire nulla. Il barone sembrò calmarsi, poi riprese a parlare con più condiscendenza. <<Certo che abbiamo anche noi delle armi, come tutti i gentiluomini!>> Si diresse al grande scrittoio che vi era in un angolo della sala, aprì un cassetto e ne trasse una lucida scatola di legno che aprì. Dentro vi era una bella coppia di pistole da duello ad un colpo. La scatola conteneva anche una fiaschetta di polvere da sparo, alcune palle di piombo ed un calcatoio. Luca si avvicinò per osservare le pistole. Un sottilissimo strato di polvere le ricopriva, il grasso con cui erano state lubrificate appariva secco e giallo scuro, sembrava che non fossero state usate da molti anni. Per scrupolo Luca si chinò ad annusare le canne. <<Come potete ben vedere, nessuno le ha usate da molti anni a questa parte.>> disse ancora il conte girando la testa verso il cugino per averne un assenso. Pasquale Rossetto si affrettò a precisare: <<Mai più usate dai tempi del quarantotto!>> Luca fece un cenno di assenso, poi chiese ad entrambi: <<Vi ricordare a che ora il barone ha lasciato il palazzo?>> Il conte lasciò che fosse ancora Pasquale a parlare. <<Sarà stata la mezzanotte, come sempre. E’ andato via al termine della partita a carte.>> <<Fino alla stalla l’ho accompagnato io>> precisò il maggiordomo che aveva fatto un mezzo passo in avanti, forse contento di avvalorare quanto avevano detto i signori. <<Gli ho fatto luce fino a quando abbiamo incontrato lo stalliere che gli ha sellato il cavallo.>> <<Qualcuno di voi possiede altre pistole?>> chiese ancora, con aria severa, il tenente Faliero guardando verso i domestici. Tutti si agitarono un poco, ma tutti negarono. Poi uno dei tre monaci fece un passo in avanti. Aveva l’aria di essere molto imbarazzato. <<Io veramente un’arma... io l’ho trovata... era abbandonata nel giardino del chiostro... però l’ho consegnata subito al signor carabiniere!>> Con la mano indicava timidamente l’appuntato Decarolis. Mentre tutti si giravano a guardarlo, Leone mosse alcuni passi e, con aria che risultò un po’ teatrale, depose l’involto che conteneva la pistola sul piano dello scrittoio. Dopo un attimo di silenzio Pasquale Rossetto sbottò. <<Ma nessuno di noi ha mai visto questa pistola. Potrebbe essere di chiunque!>> Sia lui che il conte si erano avvicinati allo scrittoio per guardare meglio. <<E’ vero>> convenne Luca <<non sappiamo nulla di questa pistola. Non possiamo ancora dire se sia l’arma del delitto, non sappiamo neppure se é carica.>> Con aria indifferente Luca girò le spalle allo scrittoio. Poi si rivolse ai camerieri: <<Qualcuno di voi ha già visto quest’arma?>> Tutti si strinsero nelle spalle senza rispondere nulla. Isabella ritenne di intervenire e mentre parlava le labbra le tremavano un po’. <<Tenente, ma noi eravamo insieme. Mio padre ed il conte giocavano a carte. Nessuno di noi è andato nel chiostro! Come ha già detto lei, noi non sappiamo nulla di questa pistola.>> Luca sembrò ricordarsi di qualcosa e rivolto ai due cugini disse: <<E’ vero voi giocavate a carte. Mi scuso ancora per ieri sera, io non sono un buon giocatore e vi ho lasciato in tre... forse vi ho impedito di fare una partita di bridge.>> <<Oh, non si preoccupi!>> rispose Pasquale <<Il bridge è così noioso!>> Luca adesso sembrava interessato ai giochi delle carte. <<Cosa si può giocare in tre?>> <<Ma... non saprei, zecchinetta, settemmezzo...>> erano i ben noti giochi d’azzardo e Pasquale Rossetto improvvisamente si zittì. Alcuni di quei giochi erano stati vietati nei locali pubblici. Luca sembrò fare una domanda ingenua. <<Si può perdere del denaro?>> i due cugini fecero una faccia indifferente, ma ad tratto la voce di Luce divenne più tagliente. <<Signor conte ieri sera lei ha vinto o perso?>> <<A volte si vince a volte si perde.>> rispose con noncuranza il conte. Luca che voltava sempre le spalle allo scrittoio, estrasse di tasca il sottile portacarte che aveva ricuperato nella stalla. <<Nella stalla ho trovato questo...>> Il conte adesso taceva, ma era diventato pallido. Le dita di Luca estrassero con delicatezza un foglio dal portacarte. <<Questa sembra una cambiale, un pagherò in favore del barone Federici.>> Si chinò in avanti come per guardare meglio: <<La cifra scritta a me pare enorme: centotrenta lire! Ma non mi è chiara la firma del debitore...>> Il conte Provaglio aveva fatto un balzo in avanti cercando di afferrare la pistola deposta sullo scrittoio. Anche Leone però si mosse velocemente. Le sue forti braccia scattarono in avanti, i suoi grossi polsi guizzarono fuori dalle maniche della giubba e le sue mani si strinsero su quelle del conte che cercavano di impugnare la pistola, liberandola dal panno che l’avvolgeva. <<Basta così signor conte, la firma sul pagherò è chiaramente la vostra.>> La voce di Luca ora si era fatta severa. <<Ma poi, con il vostro gesto, voi ci avete chiaramente indicato anche il proprietario dell’arma del delitto!>>

Era di nuovo mattina ed il pallido sole di fine febbraio creava lievi lame dorate sulle acque della torbiera. Luca e Leone erano pronti per lasciare definitivamente il palazzo del conte Provaglio e far ritorno a Torino. Luca sembrava di umore tetro. Dopo la scena movimentata della mattina precedente, Leone aveva messo le manette al conte, che poi, in una carrozza chiusa, era stato immediatamente trasferito a Brescia e consegnato al magistrato di giustizia che ne aveva convalidato l’arresto. Luca aveva steso un primo rapporto e finalmente a tarda sera erano tornati al palazzo del conte per ricuperare le loro cavalcature. Rientrato a Torino, Luca avrebbe dovuto fare un lungo e dettagliato rapporto anche al burbero colonnello Pavese. Forse anche per questo aveva l’aria vagamente triste. <<Avete avuto un bel coraggio, signor tenente a volgere le spalle al tavolo.>> gli disse Leone, trovando finalmente il momento opportuno per parlare più liberamente. <<Se il conte fosse riuscito ad afferrare la pistola, vi avrebbe sicuramente sparato!>> Luca ritrovò il sorriso. <<Sapevo che lo tenevi d’occhio>> rispose <<e so che tu sei molto più veloce di me!>> Leone, visto che il tenente sembrava ritornato di luna buona, riprese a parlare senza remore. <<Però se avessimo portato i nostri cavalli, legati dietro alla carrozza, avremmo potuto ripartire per Torino già ieri sera. Ora ci aspetta un viaggio più lungo, inoltre ci saremmo risparmiati la cena di ieri sera. Il cugino del conte era funereo ed anche la signorina Isabella sembrava molto triste...>> Però mentre diceva queste ultime parole ebbe l’improvvisa sensazione di aver capito qualcosa d’altro. Di colpo restò in silenzio, senza più guardare Luca. Poi però quando alzò gli occhi vide che lui sorrideva. Prese il coraggio a due mani e disse tutto d’un fiato: <<Però non credo che la signorina Isabella avrà molto spazio nel vostro rapporto. Intendo il rapporto che dovrete fare al signor colonnello.>> Il colonnello Ottorino Pavese era il potente e severo capo dei servizi riservati dell’Arma: un uomo temuto da tutti quelli che l’avevano conosciuto. Aveva occhi azzurri, in un volto quasi angelico, dalla pelle liscia ed apparentemente ancora giovane, ma quando comandava i suoi occhi mandavano lampi di ghiaccio. Leone era convinto che anche il tenente Luca Faliero si trovasse a disagio in sua presenza. Luca ora gli sorrise più apertamente. <<Effettivamente il signor colonnello mi aveva incaricato di dare la caccia ad una spia ed io invece ho solo smascherato un nobile ormai senza più denaro, forse un baro, che alla fine della sua carriera, purtroppo, è diventato anche un assassino. Temo proprio che non sarà molto contento di me!>> Nel fare questa ammissione Luca sembrava decisamente sincero. <<Però dopo l’inverno torna sempre la primavera...>> Leone guardò il tenente con aria interrogativa. <<A maggio avrò diritto ad un breve periodo di licenza.>> precisò Luca <<Credo che per quel periodo la signorina Isabella avrà già lasciato questo tetro palazzo e si sarà già trasferita in centro al paese, dove mi ha detto d’avere altri cugini. Forse tornerò su questo lago.>> Detto questo Luca montò in sella e prese ad allontanarsi dal palazzo, senza più interessarsi a Leone che, sentendo di essere stato un po’ troppo invadente, era alquanto arrossito. Anche Leone montò in sella e lo seguì senza più parlare. Dopo poco però, non seppe resistere e si girò sulla sella per guardare indietro. Durò solo per un attimo, ma Leone ebbe la fugace visione di una ragazza bruna che, seminascosta da una tenda, li stava osservando da una finestra del palazzo.

Mostra altro

Mi scrivono

8 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Mi scrivono

Uno di voi, un gentile lettore, “babbano ma non troppo” mi ha scritto esprimendo i suoi dubbi circa la futura convivenza con una persona socialfobica di cui è innamorato.

Le fobie che ha” mi ha spiegato, “le paure, sono piuttosto invalidanti come fosse un mix, un cocktail, ed io ho paura che, pur amandola follemente, ecco, alla lunga, da sposati possano pesare e mi duole ammetterlo pesano un po' già adesso e sarà strano ma un po' me le ha già trasmesse.

Questa è stata la mia risposta.

“Che dirle? Capisco i suoi dubbi. La sua fidanzata è sicuramente una persona molto intelligente e sensibile, ha doti che, per emergere, devono esprimersi in tempi e modi che non sono quelli ordinari. Può lavorare ma senza pressioni, senza stress, senza qualcuno che la osserva, la giudica, la fa sentire in imbarazzo, la va a trovare sul posto di lavoro. Non potrà mai parlare in pubblico, tenere conferenze, forse nemmeno telefonare. Ma potrà viaggiare con lei, andare al cinema, fare il bagno al mare, sciare, sbrigare commissioni. Consideri però che ogni gesto, anche il più banale, come recarsi dal parrucchiere, dal veterinario, dall'oculista, mangiare una pizza con gli amici, ricevere i parenti, salutare un'amica per strada, sarà sempre faticoso per la sua donna, comporterà un grande spreco di energie, con il bisogno disperato "che passi presto", che finisca e si arrivi a sera. Laddove lei si divertirà, la sua compagna si starà solo facendo violenza per essere normale e starle vicino nei momenti mondani.
Sia rispettoso dell'impegno e della fatica che la sua donna metterà nel vivere e non lo reputi roba da poco. Lei dovrà essere un compagno che non le mette pressioni ma la sostiene.

La più bella frase che il mio uomo mi ha detto una volta è stato: "affronteremo questa cosa insieme". Si trattava, banalmente, di entrare da un fornitore sconosciuto per acquistare prodotti per il mio negozio. Sì, perché, nonostante la fobia sociale, per ventitré anni ho gestito un negozio che ora è chiuso. "Come stare in mezzo ai ragni per un aracnofobico", è la definizione azzeccata di una amica. Se ama la sua donna, l'accompagni e la sostenga, senza umiliarla per quello che non può fare, ma alimentando la sua autostima, incoraggiandola per i piccoli successi, minimizzando la sua impressione di aver fatto figuracce imbarazzanti, di essere goffa o antipatica.”

Se, però, desidera una vita sociale brillante, aggiungo ora, può anche scappare a gambe levate.

Mostra altro

Il ranocchio e la zanzara

7 Ottobre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

La rana
La rana

Qualche tempo fa nel centro dove abito successe un fatto curioso e a mio avviso molto simpatico, uno di quegli episodi tipici da film di Fellini. In paese da qualche tempo avevano eretto il “monumento” alla rana, divenuta un po' un simbolo in quanto ogni anno si tiene in città una sagra in suo onore, famosa in tutta la Romagna. La rana di notevoli dimensioni era stata prima posta in mezzo al parco pubblico comunale, poi, siccome i bambini l'avevano scambiata per un cavallo a dondolo, è stata spostata al centro di una rotonda situata all'ingresso del paese.

L'anno scorso, il fatto. Durante la notte un buontempone posò davanti alla rana un altrettanto “bella e importante” scultura raffigurante una zanzara. In paese si formarono subito due correnti: chi riteneva che fosse stato un gentile pensiero, “la rana doveva pur nutrirsi”, e chi invece non la prese di buon grado, come il sindaco, e la fece rimuovere. Per nulla scoraggiato l'anonimo artista, dopo poco, ne pose un'altra nella stessa posizione, giusto davanti la bocca della rana, ma stavolta di dimensioni molto più grandi. La rana avrebbe avuto così di che cibarsi per un bel po'. Il caso oramai aveva assunto una risonanza tale che l'allora primo cittadino, stanco degli sghignazzamenti che accompagnavano il suo passaggio e delle chiacchiere da bar, si vide costretto a prendere un provvedimento sottolineando : “Fa piacere che ci sia ancora chi ha uno spirito umoristico, in un momento così difficile, ma ciò non toglie nulla a quanto già affermato con la posa della precedente "zanzara": per quanto ben fatta – e qui ringrazio l'anonimo artista – ci sono regole che vanno semplicemente rispettate. Questo semplice condizione mi ha obbligato a fare una denuncia verso ignoti, a difesa del patrimonio pubblico a cui è iscritto anche il monumento al ranocchio. Non c'è nessun pregiudizio, nessuna paura, come qualcuno ha insinuato in qualche blog, ma solo rispetto delle regole, dove non può accadere che un cittadino si senta legittimato a posizionare in un monumento o in qualsiasi luogo pubblico quello che più gli pare.”

E così anche la seconda zanzara venne rimossa, tutto sembrava di nuovo essere stato messo a tacere , come sempre accade dopo le accalorate discussioni dei residenti al bar, o in piazza, o sul posto, davanti alla povera rana rimasta a digiuno, su ranocchio e zanzara calò il velo dell'oblio. Senonchè il sindaco in un tardivo impeto di umorismo, decise un bel giorno di porre entrambe le zanzare, ristrutturate, dipinte e lucidate, in un'aiuola di nuova costruzione di fronte allo stadio comunale: una, la piccola, posata sul ramo di un albero, e la grande in bella mostra al centro di un tappeto di bianchi ciottoli. Si era scusato in anticipo ”siamo in ritardo nel posizionare la prima zanzara in quanto non sono ancora risolti problemi di sicurezza. Ma questo lo si farà – come già detto – tutelando l'incolumità dei bambini e dei loro giochi, a fronte di materiali ferrosi che possono creare problemi. Ed anche questa sarà un occasione per superare polemiche noiose e dare smalto e “onore” all'anonimo artista locale, permettendo così a tutti i cittadini ed ospiti di ammirarle.”

Prima lo aveva denunciato e poi si era incredibilmente ravveduto, scoprendo nel buontempone un “artista” di futura fama. Tutto risolto dunque con buona pace delle chiacchiere di paese, anche se un senso può avere una zanzara di fronte a una rana e un altro non ne ha assolutamente una zanzara, da sola, al centro di un crocevia. Non è raro infatti che chi la vede per la prima volta, spontaneamente, chieda “ma chi ha speso dei soldi pubblici per erigere un monumento alla zanzara?” Insomma per farla breve non c'è pace per questi animaletti, insetti o anfibi, così poco simpatici e per nulla amati. Tutta la storia non finisce in un apologo, come una favola di Esopo, qui siamo in un piccolo centro della bassa Romagna dove il tempo scorre lento e le “cose” paesane acquistano importanza, animano e dividono l'opinione pubblica, si discute, si formano schieramenti, si prendono posizioni che non mutano come nei film di Peppone e Don Camillo, dunque credo di non sbagliare dicendo di tale episodio se ne parlerà ancora.

Già perchè da noi ci sono gli “incontentabili” quelli che trovano sempre da ridire su ogni iniziativa. Pensate che tempo addietro quando fu eretto il monumento alla mondina e allo scariolante con il quale si volevano ricordare i primi moti bracciantili e le rivendicazioni che sfociarono nell’eccidio avvenuto in paese nel 1890, una voce in mezzo alla folla, il giorno dell'inaugurazione alla vista della scultura, trattenendo una risata, ebbe a dire “Sembran due che aspettano la corriera.....”

La rana e la zanzara

La rana e la zanzara

La zanzara

La zanzara

La mondina e lo scariolante

La mondina e lo scariolante

Mostra altro

Hyperion Cantos parte 2

6 Ottobre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #fantascienza, #saggi

Hyperion Cantos parte 2

Nel primo articolo si era concluso il viaggio dei pellegrini e la bambina Aenea aveva attraversato l'ingresso della Sfinge per catapultarsi trecento anni più avanti, incontro al suo destino. Per quanto riguarda le opere di Keats, eravamo partiti da due opere molto tarde, Hyperion e La caduta di Hyperion. Vedremo qui come Keats arriva ai concetti espressi nei due poemi, il raggiungimento dei massimi livelli del suo pensiero e della produzione poetica e come tutto questo si intreccia con il destino di due amanti e con la salvezza dell'umanità.

Endymion

Keats tratta per la prima volta il mito di Endimione in un poema del 1816 dal titolo I stood tip-toe, un lavoro influenzato dalle idee e lo stile di William Wordsworth. Il poema racconta del matrimonio tra un mortale, Endimione, e la Dea della Luna, Cinzia.

Nel 1817 il mito viene ripreso e questa volta Keats si propone di scrivere un poema lungo quattromila versi, intitolato Endymion. La storia parte dagli stessi presupposti, un giovane, un pastore, si innamora della Dea della Luna e ne è ricambiato. Dopo una lunga serie di avventure, durante le quali la Dea è diventata un'irraggiungibile illusione, il protagonista si innamora di una ragazza umana e abbandona ogni velleità di raggiungere la Dea. Il poema si conclude quando la ragazza si rivela essere la sua amata Cinzia, e i due possono finalmente raggiungere il mondo divino.

Endymion è il primo lavoro in cui Keats esplicita uno dei principi base della sua filosofia, un tema ricorrente in tutte le sue opere maggiori: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore.

I canti di Hyperion parte III

Il terzo libro, Endymion, inizia tre secoli dopo il viaggio dei pellegrini alle Tombe del Tempo e la guerra tra Egemonia e Ouster. La bomba ai raggi della morte ha distrutto la sfera-dati e i teleporter, provocando la caduta del governo dell'Egemonia e notevoli disagi per tutti i pianeti a funzione burocratica e, in generale, non autosufficienti. Il potere si è riorganizzato in una nuova confederazione, la Pax, a capo della quale si trova la Chiesa Cattolica, guidata da papa Giulio XIV. Il potere della Chiesa, spirituale ma anche temporale, è basato sul sacramento della resurrezione: il crucimorfo, il parassita scoperto da Padre Durè e portato da Padre Lenar Hoyt in pellegrinaggio, è stato modificato: non causa più il degrado delle capacità mentali e sessuali ed è diventato il simbolo del nuovo Cattolicesimo. Secondo la nuova dottrina, predicata in ogni pianeta della vecchia Egemonia ancora abitabile, Dio ha donato il crucimorfo all'uomo, mantenendo la promessa di vita eterna fatta migliaia di anni prima. Chi ha ricevuto il sacramento, e porta il crucimorfo sul petto, al momento della morte può essere inserito in una speciale macchina in grado di riportare in vita la persona, ricostruendone la personalità, i ricordi, l'aspetto fisico e ogni altra caratteristica personale. Grazie al crucimorfo il papa è da circa tre secoli la stessa persona: Giulio XIV è padre Lenar Hoyt, giunto alla sua nona incarnazione e rielezione.

Raul Endymion è un nativo di Hyperion, pianeta periferico dove l'influenza della Pax non è fortissima, nato fra le tribù nomadi che ancora abitano le parti più remote del pianeta e poi spostatosi in città in cerca di lavoro. Il crucimorfo non è mai stato accettato fra queste tribù e Raul non fa eccezione. Al momento, è una guida per turisti ricchi interessati a esplorare le zone più selvagge del pianeta e andare a caccia. I problemi iniziano quando uccide un uomo, uno straniero ricco che ha messo in pericolo la vita della guida durante una battuta di caccia, e rischia di essere condannato alla vera morte, poiché l'assenza del crucimorfo rende impossibile una resurrezione. Viene salvato dal poeta Martin Sileno, uno dei leggendari pellegrini, che usa le sue ricchezze per corrompere le autorità e trarre in salvo Raul. Come ricompensa, il poeta gli chiede di svolgere alcuni compiti:

  • Trovare prima della Pax e proteggere la bambina di nome Aenea, quando uscirà dalle Tombe del Tempo
  • Trovare la Terra, mai distrutta secondo il poeta, e riportarla al suo posto
  • Scoprire i piani del TecnoNucleo e impedire la loro realizzazione
  • Chiedere agli Ouster di donare l'immortalità, quella vera, non il crucimorfo, per il poeta
  • La distruzione della Pax e l'abbattimento del potere della Chiesa
  • Impedire allo Shrike di nuocere a Aenea o distruggere la razza umana

Non avendo altra scelta, Raul accetta, e fugge dal pianeta insieme alla bambina con l'astronave messa a disposizione dal poeta. Il viaggio li condurrà attraverso molti pianeti, sfruttando la rete teleporter, riattivatasi misteriosamente per consentire solo il loro passaggio, seguendo il percorso dell'antico fiume Teti, una “via d'acqua” unita da una serie di teleporter che permetteva di attraversare diverse centinaia di pianeti della vecchia Egemonia. Per tutto il viaggio verranno inseguiti dalla Pax, capace di sviluppare un nuovo motore in grado di viaggiare a velocità superiori a quelle permesse dal motore Hawking e in grado di trasportare una nave in poche ore da una parte all'altra della federazione. Le velocità raggiunte da queste navi, dette Arcangelo, causano la morte dell'equipaggio, e solo chi è portatore del crucimorfo può utilizzarle, perché dotate al loro interno, come ogni nave della Pax con una sezione medica, dei macchinari per la resurrezione.

Su uno dei pianeti visitati la nave dei due giovani viene danneggiata e sono costretti ad abbandonarla per proseguire il viaggio, poiché il processo di autoriparazione sarà lungo diversi mesi. Dopo essere quasi sfuggiti alla morte su altri due pianeti, raggiungono la Terra attraverso un teleporter, dove Aenea sa di dover passare alcuni anni per completare la sua formazione e diventare Colei Che Insegna, titolo datole dal padre, il cìbrido Keats, e da lei sempre rifiutato.

Capacità Negativa

All'improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.”

Colpito dal genio di Shakespeare, Keats tenta di spiegare cosa lo affascini tanto del lavoro del Bardo in una lettera del 1817 al fratello. È la prima volta che Keats usa l'espressione Capacità Negativa, ma questo concetto diventerà il simbolo del suo pensiero e sarà rispecchiato in tutte le sue opere successive.

Con Capacità Negativa Keats intende un particolare approccio, basato sull'accettazione della realtà, dei suoi conflitti e delle sue sofferenze, senza il desiderio di trovare una spiegazione logica o ascrivibile a verità, necessario alla produzione artistica di ogni poeta. La parola dubbio usata nella lettera rappresenta, per definizione, un conflitto fra elementi diversi, senza che uno di questi sia in grado di prevalere sugli altri. Secondo Keats per creare vera poesia è necessario rimanere in quello stato di dubbio, di conflitto, senza provare a spiegarlo. Una spiegazione sarebbe, infatti, un tentativo di imporre l'io del poeta, chiudendo la strada all'immaginazione e alla creatività.

In un'altra lettera Keats sostiene che:

Il carattere poetico... non ha un io – è tutto e niente – non ha carattere e apprezza luce e ombra, vive con entusiasmo, sia esso gradevole o disgustoso, alto o basso, ricco o povero, sublime o volgare – prova lo stesso piacere nel creare uno Iago come una Imogene. Ciò che turba il filosofo virtuoso delizia il camaleontico Poeta... Un Poeta è la creatura meno poetica di tutte, perché non ha identità, si trova sempre all'interno di un qualche altro corpo.”

Da questi due passaggi si può dedurre che la Capacità Negativa, così come viene concepita da Keats, è una delle forme più estreme di empatia, poiché l'empatia è, per definizione, la capacità di comprendere e provare le idee e i sentimenti di un'altra persona. Ad ogni modo, Keats non applicava questo principio solo agli esseri umani ma a ogni esperienza mortale, perché solo accettando la mortalità, i suoi tempi e i suoi cicli di gioia e sofferenza, si può creare la sublime bellezza che è arte. E proprio la natura temporanea della bellezza, la consapevolezza di una sua inevitabile fine, è il motivo per cui è necessario viverla con tanto entusiasmo e trasporto.

Il concetto di Capacità Negativa è alla base delle sei grandi Odi del 1819, che, in un crescendo, porteranno Keats a raggiungere le più alte vette della sua produzione poetica in giovanissima età, poco tempo prima della sua morte.

Le Odi

Le odi rappresentano la forma più elevata di lirica poetica, e sono la forma di espressione poetica delle emozioni e dei sentimenti. La definizione stessa di ode si adatta con tale precisione al pensiero di Keats che non deve sorprendere se le sei odi del 1819, le prime cinque scritte tra aprile e maggio e l'ultima nel settembre dello stesso anno, sono considerate il punto più elevato della produzione del poeta. Le sei odi sono: On Indolence, To Psyche, To a Nightingale, On a Grecian Urn, On Melancholy, To Autumn. Tutte queste, a vari livelli, trattano i temi che sono sempre stati al centro del pensiero del poeta: la bellezza, la natura, l'eternità dell'arte in contrapposizione alla mortalità umana, il rapporto tra gioia e dolore, il ruolo del poeta e il potere dell'immaginazione.

On Indolence

Da un punto di vista dei contenuti è la prima delle odi, perché introduce tutti i temi e le immagini che saranno trattati in seguito, posti di fronte al poeta come tentazioni alle quali resistere. La storia è molto semplice: un giovane passa pigramente una calda mattina d'estate quando vede tre figure, Amore, Ambizione e Poesia, passare accanto a lui. Osservandole sente il desiderio di seguirle, ma resiste, vinto dalla pigrizia.

Il poeta sembra sostenere che uno stato di inattività e insensibilità è preferibile alla possibilità di abbandonarsi all'amore, all'ambizione e alla poesia. Amore e ambizione vengono rifiutate perché obbligherebbero il narratore a vivere la vita intensamente e accettare la sua inevitabile fine, quando lui preferisce rimanere immobile e ignorante. Per questo motivo Poesia è la più pericolosa delle tre, perché non è mortale, è la nemesi della pigrizia e richiederebbe una intensità delle esperienze e sensazioni ancora maggiore rispetto alle altre due figure. L'insistenza delle tre figure, le loro continue apparizioni, indicano che il poeta dovrà cedere alla tentazione delle tre, vivendo il dolore e la frustrazione della mortalità umana prima di raggiungere l'immortalità dell'arte.

Questa ode, per le immagini che evoca e il suo significato, può essere considerata una prefazione alle altre cinque odi, nelle quali il narratore abbandona il suo stato inerte ed esplora i temi dell'amore, dell'ambizione e dell'arte.

To Psyche

Keats riprende il mito di Psiche, la donna amata e abbandonata da Cupido e che, dopo una lunga serie di vicissitudini, si è riunita all'amato ed è stata ammessa in paradiso. Il poeta si trova a camminare in una foresta quando incontra i due amanti, colti in un momento di intimità, e ne descrive la scena evocando immagini e sensazioni volte a esaltare il desiderio e la tensione sessuale. Riflettendo su quello che la ninfa non ha mai avuto, ammessa in ritardo in paradiso, quando ormai l'epoca degli dei era finita, il poeta decide di costruire per lei un tempio in cui Psiche possa ricevere gli onori che merita.

Questa ode si ricollega a un concetto, espresso in una lettera del Maggio 1819 ma molto diffuso nella cerchia di poeti frequentata da Keats, in cui il poeta sostiene che il credo Cristiano in una ricompensa oltre la morte non può giustificare le sofferenze umane. Keats contrappone alla concezione Cristiana della vita come luogo di dolore (“vale of tears”) quella di luogo di crescita delle anime (“vale of soul-making”). Solo aprendosi alla natura, all'amore, alla sessualità e attraverso di questi sviluppare una consapevolezza di sé, il poeta si può elevare a livello del divino. La storia di Psiche, l'amore per Cupido, le difficoltà prima essere riunita all'amato e l'ascensione in paradiso diventano una rappresentazione mitica di questo concetto.

To a Nightingale

Il poeta parte da una situazione iniziale di insensibilità, da cui viene destato dal canto di un usignolo. Il risveglio però non rigenera il narratore, ma anzi lo conduce a una lunga riflessione sul potere dell'immaginazione umana. Quando il poeta cerca di seguire il canto, affidandosi all'arte e all'immaginazione si ritrova perso in un'oscurità di sensazioni che rimandano alla morte. L'usignolo, appartenente a un modo diverso e antico, è immortale e quindi non è affetto da questi rimandi, mentre il poeta tenta allo stesso tempo di trascendere la vita per poter creare l'arte e rimanere consapevole di sé. Quando il narratore comprende la natura immortale dell'usignolo e il suo lontano splendore, ritorna violentemente al presente e al proprio io, domandandosi se l'esperienza sia stata reale o meno, mentre l'uccello vola via.

Il messaggio che Keats vuole trasmettere è che, per quanto l'immaginazione, creando stabilità e bellezza, possa permettere all'individuo di provare le più elevate sensazioni, come il canto dell'usignolo, la dimensione temporale è imprescindibile. L'immaginazione tenta l'individuo con la bellezza creata, pur essendo impossibile per l'uomo provare altro che tempo e cambiamento. Se quindi la bellezza e l'arte hanno una funzione di riscatto dell'esperienza umana, questo è possibile solo attraverso una maggiore comprensione di noi stessi e dei paradossi della natura, e non in una realtà trascendente (come quella proposta dal Cristianesimo nell'idea di vita dopo la morte).

On a Grecian Urn

Gli stessi temi di To a Nightingale vengono ripresi qui da un punto di vista differente. In questo caso il poeta trova un'urna su cui si trova una narrazione per immagini, le scene rappresentano una danza e l'inseguimento di un gruppo di donne. Nonostante la rappresentazione suggerisca un movimento, il narratore sottolinea l'immobilità, spaziale e temporale, a cui sono costrette le figure, e quindi il paradosso di una rappresentazione umana in una condizione impossibile per l'uomo, che può esistere solo nel tempo e nel cambiamento. Le domande del poeta restano senza risposta, e anche quando egli prova a immaginare una realtà atemporale, trova una città vuota e silenziosa, priva di umanità. L'urna, attraverso le immagini e il fallimento dell'immaginazione nel trovare una dimensione umana alla rappresentazione, rivela l'impossibilità di una connessione tra natura umana e bellezza eterna.

On Melancholy

L'unica ode ad usare l'imperativo, è un invito all'azione, a non lasciarsi travolgere dalla tristezza, elencando nella prima parte una serie di azioni da evitare, e nella seconda e terza strofa suggerendo approcci alle situazioni che generano questo stato d'animo: pur consapevoli, della mortalità della bellezza e la gioia umana, è importante goderne finché è possibile invece di rifugiarsi in uno stato di depressione. Nell'ultima strofa il poeta spiega come la gioia sia tanto acuta e travolgente perché destinata a finire, come la bellezza sia più desiderabile perché destinata a sfiorire. È l'ultimo stadio dell'accettazione della condizione umana, la capacità di accettare la brevità della gioia e della bellezza mortale, di cercarla e amarla maggiormente per il periodo in cui è possibile viverla, prima dell'inevitabile trasformazione in dolore e sofferenza.

To Autumn

È l'ultima ode e, di fatto, l'ultima opera di Keats, dove riprende il tema di On Melancholy: il narratore descrive un paesaggio autunnale, ricco di vita e di frutti, lo contempla, pone domande ma sono il paesaggio, i suoni, gli odori e le attività di raccolta a fornire le risposte. Non c'è la fretta nell'ottenere le risposte presente in To a Nightingale, né la natura aliena dell'urna greca a rendere impossibile la comunicazione. Questa ode esprime un'accettazione dei processi naturali e posiziona l'esperienza umana all'interno dei cicli temporali della natura, rimette l'uomo all'interno dello spazio e del tempo che gli appartengono.

I canti di Hyperion parte IV

Stella Lucente

Dopo aver completato il periodo di formazione sulla Terra, Aenea inizia a vagare su vari pianeti, in incognito, entrando in contatto con molte persone che andranno a formare un primo circolo di seguaci, per quanto la giovane donna rifiuti di essere considerata una divinità o un profeta. Di pianeta in pianeta, le sue parole raggiungono migliaia di persone che rifiutano il controllo del TecnoNucleo e della Pax e, convinte dalle sue parole, scelgono di liberarsi per sempre del crucimorfo. Alcune persone la seguono nei suoi viaggi, fino a stabilirsi con lei su un pianeta alla periferia della Pax, culla del credo buddhista originale e residenza del Dalai Lama.

Qui diventerà la guida spirituale più importante, a cui persino il Dalai Lama bambino farà ufficiosamente riferimento. Qui aspetterà il ritorno di Raul, inviato a recuperare l'astronave, abbandonata su un pianeta sconosciuto e mezzo di trasporto fondamentale nei viaggi che ancora la aspettano. Per Aenea passeranno cinque anni prima del suo ritorno, il tempo di iniziare a diffondere in modo capillare il suo messaggio e di trasformarsi in una giovane donna. Qui Aenea e Raul iniziano a vivere la storia d'amore, emblema di un legame che è unione di sentimenti e fisicità in un estasi romantica e sublime. Aenea è la stella intorno a cui ruotano le speranze dell'umanità, in grado di fare luce su quest'epoca buia, il centro dei pensieri, dei sentimenti, dei desideri di Raul così come lui è per lei.

Il TecnoNucleo e la Pax

La Pax ha lanciato una crociata contro gli Ouster, a cui Aenea si è unita in quanto alleati naturali nella lotta contro il crucimorfo. Nei suoi discorsi Aenea spiega come il parassita sia un nuovo tentativo di continuare lo sfruttamento dei cervelli umani fallito in precedenza con la distruzione dei teleporter ordinata da Meina Gladstone. Attraverso il parassita il Nucleo può controllare l'essere umano, registrarne ogni sua azione, sfruttarne le energie, fare esperimenti di qualsiasi tipo. Il crucimorfo è lo strumento perfetto per schiavizzare l'essere umano, costruito con lo scopo di mimetizzarsi con il credo Cristiano, scudo ideale per chi, dopo gli eventi che hanno segnato la fine dell'Egemonia, ha tutto l'interesse ad agire nell'ombra.

Inoltre, il Nucleo sfrutta il Vuoto che Lega in modo distruttivo. Il Vuoto che Lega, o Spazio di Planck, è un luogo fisico, “un ambiente multidimensionale con realtà propria e con topografia propria”. I vari strumenti, considerati dall'uomo come grandi avanzamenti tecnologici, che permettevano spostamenti di dati, oggetti o persone a velocità superiori della luce, sono violazioni dello spazio di Planck. Il Nucleo, autore del progetto e della realizzazione del motore Hawking, sapeva che questa tecnologia era un fallito tentativo di creare una porta verso questo spazio. Aenea paragona il motore Hawking al tentativo di “muovere un vascello oceanico provocando una serie di esplosioni a poppa e cavalcando le onde d'urto”. Gli Astrotel, le comunicazioni istantanee tra pianeti attraverso il Vuoto che Lega, equivale a “comunicare da un capo all'altro di un continente per mezzo di terremoti artificiali”, né sono mai esistiti migliaia di portali teleporter, ma solo uno, simile al “raggio di una torcia fatto lampeggiare qua e là rapidamente in una stanza chiusa”.

Il Vuoto che Lega rappresenta lo spazio ideale per il TecnoNucleo, che non avrebbe più avuto bisogno di esseri umani e strumenti fisici per viaggiare, ma durante le prime caute esplorazioni scoprì la presenza di altre creature, entità aliene, incomprensibili, pericolose. Furono queste entità a salvare la Terra dalla sua distruzione progettata dal Nucleo. Questo evento spaventò definitivamente le IA, che compresero come queste entità fossero in grado di manipolare tempo e spazio a loro piacimento e disponessero di risorse di energia inimmaginabili. Questa scoperta costrinse il Nucleo a tornare alla propria origine di parassita e continuare a sopravvivere sfruttando gli esseri umani. Da qui, la necessità dei teleporter prima e del crucimorfo poi: il Nucleo ha bisogno di una specie umana statica e docile per potersene cibare.

Per questo gli Ouster rappresentano una minaccia: questo gruppo discende dai primi coloni, inviati in crio fuga negli anni precedenti l'incidente che causerà l'apparente distruzione della Terra. Giunti ai limiti delle loro risorse, avendo fallito nella loro missione di trovare nuovi pianeti abitabili, posti di fronte alla scelta di morire o modificare i propri corpi utilizzando un misto di ingegneria genetica e nanotecnologie, hanno scelto quest'ultima. Non hanno trovato pianeti adatti alla vita umana, quindi hanno modificato l'uomo per adattarsi ai pianeti. Per lo stesso motivo, Aenea è una minaccia. Non si tratta solo della distruzione dei crucimorfi.

Il Vuoto che Lega

In un tempo che fu c'era il Vuoto. E il Vuoto era al di là del tempo. In senso proprio, il Vuoto era un orfano di tempo, un orfano di spazio.

Ma il Vuoto non era di tempo, non era di spazio e certamente non era di Dio. Neppure il Vuoto che Lega è Dio. In verità, il Vuoto si sviluppò molto dopo che tempo e spazio picchettarono i confini dell'universo; ma, non legato al tempo, non imbrigliato nello spazio, il Vuoto che Lega è filtrato all'indietro e in avanti da una parte all'altra del continuum fino all'esplosione primordiale e al piagnucolio finale.

Il Vuoto che Lega è una cosa dotata di mente. Proviene da cose dotate di mente, molte delle quali furono a loro volta create da cose dotate di mente.

Il Vuoto che Lega è cucito di materia quantica, intrecciato di spazio di Planck, di tempo di Planck, si trova sotto e intorno lo spaziotempo come l'involucro di una coperta trapunta è intorno e sotto l'imbottitura di ovatta. Il Vuoto che Lega non è né mistico né metafisico, sgorga dalle leggi fisiche dell'universo e risponde a quelle stesse leggi, ma è un prodotto di quell'universo in evoluzione. Il Vuoto è strutturato da pensiero e sentimento, un prodotto della consapevolezza di sé dell'universo. E non semplicemente di pensiero e sentimento umani: il Vuoto che Lega è composto di centomila specie senzienti in miliardi di anni di tempo. È l'unica costante nell'evoluzione dell'universo, l'unico terreno comune per le specie che si svilupperanno, cresceranno, fioriranno, appassiranno e moriranno, milioni di anni e centinaia di di milioni di anni luce una dall'altra.

Quale sia la forza legante e la porta d'ingresso al Vuoto che Lega fu intuito da Sol alla fine del secondo libro: l'amore. Nonostante questo, non riuscì ad accedervi perché, lui come molti altri, non era dotato della “capacità sensoriale di vedere chiaramente il Vuoto che Lega”. Aenea sostiene che molte persone, quelle dotate di “cuore e mente aperti” hanno colto immagini del Vuoto. Questo perché “come lo zen non è una religione ma è religione, il Vuoto che Lega non è uno stato della mente, ma è stato di mente. Il Vuoto è tutta probabilità come onde stazionarie, interagisce con quel fronte d'onda stazionario che è la mente e la personalità umane. Il Vuoto che Lega è toccato da tutti noi che hanno pianto di felicità, che hanno detto addio a un amante, che si sono esaltati nell'orgasmo, che sono stati sulla tomba di una persona amata, che hanno visto il proprio figlio aprire gli occhi per la prima volta”.

L'uomo

È questo il centro del pensiero di Aenea, il virus di cui lei è fisicamente portatrice: nel suo corpo esistono disposizioni uniche di DNA e agenti virali nanotecnologici, bevendo anche una sola goccia del suo sangue l'essere umano ne è infetto e diventa a sua volta portatore. Nel giro di poche ore questi agenti generano il cambiamento, provocano l'avvizzimento e la perdita del crucimorfo e spingono l'uomo verso una nuova fase evolutiva, provocando una frattura netta con il passato. Per quanto questo processo venga definito “comunione”, e del resto il gesto stesso richiama il rito Cristiano, si notano due differenze: primo, questa scelta garantisce una vita mortale attraverso l'abbandono del parassita, al contrario del rito Cristiano; secondo, nel momento in cui si accetta la “comunione” si è portatori del cambiamento e si può usare il proprio sangue per “comunicare” altre persone. L'uomo viene riportato alla sua natura, riposizionato all'interno del ciclo naturale di vita e morte, gioia e perdita di cui è parte, al contrario dell'abominio del crucimorfo, e viene spinto verso il cambiamento, verso una nuova evoluzione, impossibile da prevedere.

Attraverso questo processo il Vuoto che Lega ritorna centrale alla vita umana e grazie al Vuoto è possibile rimanere in contatto con altre forme di vita, umane e non, ed è possibile viaggiare fisicamente nell'universo, ascoltando le voci e la musica della vita, entrando nello Spazio di Planck, e uscendone in un altro luogo. L'unica restrizione a questo principio è che il viaggiatore deve già avere un'esperienza diretta della destinazione, o deve essere guidato da qualcuno che la possiede. Infatti, se l'amore è parte della materia dell'universo, è l'empatia a rendere possibile lo spostamento, ma l'empatia verso qualcosa di sconosciuto è impossibile.

Conclusione

Aenea si eleva al di sopra degli altri esseri umani per le sue conoscenze e per la sua natura messianica, ma nonostante tutto è un essere umano, è carne e sangue. Keats ha spesso definito il poeta come un mortale capace di avvicinarsi al divino. In questo caso, il poeta insegna agli altri uomini come abbracciare la realtà mortale, trascendere le sofferenze e comprendere la materia dell'universo per accedere al Vuoto che Lega. E proprio Raul è metafora di questo passaggio, lui che meglio degli altri conosce la natura umana di Aenea, non riesce per molto tempo a capire quale sia il messaggio. Sarà uno degli ultimi a bere il sangue di Aenea, e solo alla fine, quando tutto sembra perduto, riesce a mettere in pratica i suoi insegnamenti, primo uomo a entrare nel Vuoto che Lega e a spostarsi nello spazio attraverso di esso, lui proveniente da una tribù di pastori.

Keats chiamerebbe Capacità Negativa l'abilità necessaria all'uomo per accedere allo spazio di Planck, perché è lo stesso principio teorizzato dal poeta a permetterlo. Il Vuoto è formato dai pensieri e sentimenti di ogni specie esistente nell'universo, entrarvi significa abbandonare il proprio io e sentire, percepire i pensieri e i sentimenti di tutte quelle specie. Alcuni, quelli proveniente da umani o specie simili, saranno facilmente interpretabili, altri meno, ma solo attraverso questo legame empatico è possibile viaggiare attraverso il Vuoto senza causare i danni che le rozze tecnologie del Nucleo provocavano.

Epilogo

Ho speso molte parole per arrivare a questo punto e ho appena scalfito la superficie dei Canti e delle produzione poetica di Keats. Non una parola sullo stile, sui personaggi, sulla diversità dei mondi, sui viaggi nello spazio e nel tempo, sui paradossi, sul pensiero politico di Keats, sulla metrica, sui versi. Lo spazio è finito molte righe fa, e forse anche il vostro tempo e la vostra pazienza. Quale sia il destino di Aenea e Raul, come vivranno e come si concluderà il loro viaggio e la loro storia lo lascio scoprire a voi.

Una bel racconto è una gioia per sempre:

la sua bellezza aumenta; mai nel nulla

si perderà, sempre per noi sarà

rifugio quieto, e sonno pieno di sogni

dolci, e tranquillo respiro, e salvezza.

But when the melancholy fit shall fall	   Sudden from heaven like a weeping cloud,	 That fosters the droop-headed flowers all,	   And hides the green hill in an April shroud;	   Or on the rainbow of the salt sand-wave,	     Or on the wealth of globed peonies;	 Or if thy mistress some rich anger shows,	   Emprison her soft hand, and let her rave,	     And feed deep, deep upon her peerless eyes.

But when the melancholy fit shall fall Sudden from heaven like a weeping cloud, That fosters the droop-headed flowers all, And hides the green hill in an April shroud; Or on the rainbow of the salt sand-wave, Or on the wealth of globed peonies; Or if thy mistress some rich anger shows, Emprison her soft hand, and let her rave, And feed deep, deep upon her peerless eyes.

Mostra altro

Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

5 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #personaggi da conoscere

Mino Milani, &quot;Vita e morte di Nino Bixio&quot;

Mino Milani

Vita e morte di Nino Bixio

Mursia 2011

pp 196

16,00

Credo si possa ragionevolmente affermare che una delle maggiori colpe addebitabili alla nostra classe politica – supportata in questo da alcuni storici - sia di aver avallato l’idea che la storia dell’Italia moderna inizi con il 1945, e ciò che c’è immediatamente prima (un secolo e mezzo, diciamo, lasciamo da parte l’Impero romano, i Comuni e il Rinascimento) sia riconducibile al folclore di “La Bella Gigogin”, “Il Piave Mormorava” e “Faccetta Nera”.

Reazione comprensibile, dopo l’opposto tentativo del fascismo di inserirsi nell’alveo della storia nazionale come continuatore del Risorgimento prima e risanatore della guerresca “vittoria mutilata” poi.

Accade così, per esempio, che, in genere, poco si conosca dell’avventura che portò all’unità d’Italia (aldilà dell’oleografia dello sbarco a Marsala, di Teano, e del telegrafico “obbedisco”) e di molti suoi protagonisti.

È il caso di Nino Bixio, normalmente identificato benevolmente nel primo collaboratore di Garibaldi (col quale, invece, ebbe un rapporto a fasi alterne) e, malevolmente, nel massacratore di Bronte (dove, in effetti, le cose andarono un po’ diversamente da come un certo revisionismo storico-cinematografico ci vuol far credere).

Mi coglie un’improvvisa curiosità per il personaggio quando leggo, in un articolo che di altro parla, che morì a Sumatra a 52 anni; siamo dalle parti di Sandokan (e Yanez, soprattutto), indimenticato eroe della mia adolescenza, e così decido di approfondire. Una rapida ricerca in rete mi fornisce l’elenco di opere – anche recenti - sui fatti di Bronte, ma, praticamente, due sole biografie (tra l’altro anche in ottiche opposte fra loro, come dirò); vado in libreria, e trovo solo quella di Milani, nella ristampa del 2010.

Vi anticipo l’impressione finale, pur senza “svelare” nulla: Bixio è uomo contraddittorio sotto molti aspetti, e questo lo rende certamente interessante.

Figlio del suo tempo e di un modo di essere e pensare molto “tradizionale” (“comandando e ubbidendo, ho sempre avuto a base della mia condotta che chi mi è superiore ha ragione era uno dei suoi motti preferiti), è, però, modernissimo - almeno per l’Italia di allora - per spirito imprenditoriale (che lo porta a indebitarsi con mezzo mondo, pur di realizzare il sogno di una nave “sua”) e apertura verso il nuovo, che, nel suo caso, vuol dire l’estremo Oriente.

Combattente abile ed intelligente, spregiudicato sul campo di battaglia, è anche, alla bisogna, politico accorto e “moderato”, come quando riesce a realizzare l’accordo giudicato impossibile (e comunque destinato a durare poco) tra Cavour e Garibaldi, in nome di quel superiore interesse dell’Italia al quale si sente votato

Innamorato dolcissimo della moglie (nel libro vi sono toccanti brani di lettere) è anche uomo violento, vittima, come egli dice della benda sanguignache, in certi momenti, gli cala sugli occhi, fino a togliergli quasi il lume della ragione.

Sul vapore diretto in Sicilia ferisce un garibaldino che rifiuta il rancio perché non uguale a quello degli Ufficiali; a Palermo impone l’ordine a colpi di frustino e sciabola alla indisciplinata truppa del Generale La Masa, che, al suo arrivo, si vede apostrofare così: Ma che Generale La Masa, lei è il Generale La Merda; a Paola, per far imbarcare per primi i suoi uomini alla volta del continente, si azzuffa con i mercenari austro-tedeschi della Brigata Eber, già al servizio dei Borboni, rischia di essere buttato in mare, e nella rissa ci scappa un morto.

È questo il prezzo forse da pagare per un uomo che in battaglia è una vera forza della natura, un trascinatore di chi è con lui, che si circonda di leggende ormai difficili da svelare: all’ingresso a Palermo si fece largo a colpi di revolver e di spada, uccidendo nove Borbonici”, dopo Mentana, catturato dai nemici, riesce a fuggire (e si guadagna la medaglia d’oro al valor militare), innumerevoli le occasioni in cui si rialza da terra e riparte all’attacco, dopo che il suo cavallo è caduto sotto di lui, una volta colpito – dicono alcuni- addirittura da 160 colpi di fucile.

Insomma, si può concordare con Milani quando afferma: Bixio era un uomo d’azione: aveva un bisogno fisico e morale di agire. Se lo ripeteva e lo diceva agli amici, un po’ snob, forse: “Do or die”.

Inutile fare qui la cronistoria di una vita intensissima; inutile e anche difficile, perché Milani, con una scelta tutta “letteraria”, in linea con il suo essere scrittore e non storico di professione, procede per flashback, affastellando ì fatti senza rispetto della scansione temporale.

Ultimo degli otto figli del Direttore della Zecca di Genova, di carattere ribelle e insofferente (terrore della scuola nel ricordo – probabilmente esagerato - di un suo compagno), a 13 anni viene imbarcato dal padre, come mozzo, su una nave in partenza per le Americhe; al suo rientro, “surroga” un fratello destinato a diventare prete, e si arruola in Marina, acquisendo, a bordo, le conoscenze di base che gli saranno poi utili per comandare una nave, finché viene a sua volta “surrogato” da un altro marinaio assoldato da un altro suo fratello che vuole restituirgli la libertà.

Il mare, però, gli è entrato nel sangue, e, una volta congedato, inizia una lunga serie – con ruoli di responsabilità stavolta - di viaggi su vari battelli, vivendo le avventure che all’epoca sono consuete per chi va per mare: naufragi, assalti di pirati, litigi col comandante con conseguente abbandono in mare, etc.

Rientrato in Europa, a Parigi conosce Mazzini e ne abbraccia con entusiasmo le idee, fino a convertirsi in capo militare, per far seguire alle parole i fatti: Prima Guerra di Indipendenza, Repubblica Romana, Seconda Guerra di Indipendenza.

Viene fuori così la sua natura determinata e audace, fino alla temerarietà: ferito, premiato con ricompense al valore, promosso sul campo. D’Annunzio lo paragonerà a Giovanni delle Bande Nere, e un altro suo biografo nostro contemporaneo, Marcello Staglieno – col quale Milani si prende letteralmente a piattonate, accusandolo in più occasioni di errori e superficialità - vedrà in lui un antesignano di Italo Balbo, comandante di squadre fasciste e trasvolatore dell’Atlantico.

Nel 1860 è con Garibaldi alla spedizione dei Mille; è lui che, all’inizio, materialmente sequestra i due vapori indispensabili all’impresa, e, quasi verso la fine, a Maddaloni, con fermezza ed intelligenza, sventa ogni possibilità di rivincita dei borbonici di Von Mechel.

E poi, e poi… pur sintetizzando al massimo, ci sarebbe da scrivere per pagine intere: la Terza Guerra di Indipendenza, la Presa di Roma, il laticlavio senatoriale, e, soprattutto l’ostinata volontà di trasformarsi in imprenditore, dirigendosi, con una sua nave (non a caso chiamata “Maddaloni”) verso i ricchi mercati dell’Oriente fino allora chiusi all’Italia. La morte lo coglie a Sumatra, nel 1873, per febbre gialla

Potrebbe finire qui; in fondo, scopo del pezzo era solo quello di sollecitare all’approfondimento quanti, come me, hanno curiosità – non disgiunta da simpatia - per queste personalità “eccessive e fuori della norma”, che, molto spesso, si portano appresso una immeritata cattiva fama.

È il caso di Bixio, affidato “in negativo” alla memoria collettiva soprattutto per i fatti di Bronte e, segno dei tempi moderni, per il film “revisionista” (si potrà dire, in questo caso?) di Florestano Vancini.

La vicenda è, sommariamente, abbastanza nota: a Bronte, paesino siciliano sulle pendici dell’Etna, il 2 agosto si scatena una rivolta (filoborbonica? ultragaribaldina? delinquenziale e basta? chi lo sa… le tesi sono discordi) che fa 16 vittime “borghesi”, compreso il prete, il notaio, e i due figlioletti del locale barone.

Garibaldi invia immediatamente truppe al comando di Bixio, che procedono ad oltre un centinaio di arresti sommari, mentre un Tribunale condanna a morte 5 giudicati colpevoli e l’ordine viene ristabilito.

Questa la sintesi: credo che a giustificare l’azione di Bixio basterebbe la sola valutazione dell’effetto che avrebbe avuto l’episodio – mentre ancora la guerra è in corso - se non ci fosse una energica reazione. E poi, a volerla dire tutta: nessuna “decimazione” o esecuzione sommaria: 5 morti contro 16 vittime, e dopo un processo “regolare” per quanto tempo e circostanze consentono.

Il resto: la Ducea di Nelson e le pressioni britanniche, le uova negate al condannato per ultima cena, la durezza proclamatoria di Bixio, sono “contorno”, che ognuno condisce come vuole.

Giunto alla fine, inevitabile la domanda: che senso e che utilità può avere oggi leggere una simile biografia ?

Io credo che l’abbia, e mi affido alle parole di un suo contemporaneo, Giuseppe Guerzoni:

Era uomo di impeti… non di rancori. Che si avesse l’obbligo di fare una cosa in un dato tempo e si pensasse alla fame, al sonno, alla stanchezza, e al male, non lo poteva capire. I fiacchi, i deboli, gli svogliati, li aborriva. Era talvolta eccessivo, perché credeva tutti eguali a lui, era ingiusto perché sognava tutti gli uomini perfetti. Però, non era un violento. Non era un provocatore, il provocato era sempre lui

Oggi, che minacciosi scenari di guerra si affacciano ad Est ed in Oriente, non posso non pensare che uomini come Bixio siano, comunque, preferibili, proprio per la loro “umanità”, ad un futuro fatto di droni e missili “fire and forget”.

Poi, ognuno scelga come vuole…..

Mostra altro

QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA

4 Ottobre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #marcello de santis

QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA

Marcello De Santis, ci ha abituato ai suoi saggi sempre interessanti su personaggi della musica e dello spettacolo, ma oggi ci regala una bella poesia, un malinconico pensiero sulla vita che scorre e che spesso vediamo passare veloce come il panorama dal finestrino di un treno in corsa. Una riflessione sugli anni che volano via e ci lasciano invecchiati, inariditi in attesa dell'ultima stazione. (F.P.)

QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA

Stride un treno in frenata

vagoni arrugginiti

che sanno solo la monotonia

dei binari infuocati

e della scia

del fumo che si scioglie nell’azzurro

mentre sonnecchio chino sul mio petto

e non so come e quando

raggiungerò la meta

conosco solo il tempo

che azzurra i miei capelli

e inaridisce dentro i sentimenti

e si mangia i ricordi

e li trasforma in lacrime silenti

la stazione è deserta

e il treno non riparte

solitario ristà al binario morto

come l’anima mia

arida nella brina che scolora

definitivamente

questa vana stagione di mia vita

marcello de santis

Mostra altro

Patrizia Poli, "Signora dei Filtri"

3 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #poli patrizia, #miti e leggende

 

 

 

Signora dei Filtri

Patrizia Poli

Marchetti Editore, 2017

 

 

La rilettura del mito di Medea si esplica attraverso termini e temi ricorrenti nel testo che cercheremo di focalizzare, per definire il formarsi della personalità della protagonista attraverso alcuni passaggi importanti.

Ti faccio frustare” è una delle prime frasi della giovanissima Medea, pronunciata contro una serva mentre la madre sta per partorire. Medea reagisce duramente quando qualcuno si frappone tra sé e il suo bisogno di essere amata senza compromessi. La sua sensazione è che il nascituro la priverà di centralità, togliendole le attenzioni della madre e provocando la sua solitudine. Da qui in fondo inizia il suo dramma. Medea ha bisogno innanzitutto di essere amata per poter anche lei amare.

Dalla perdita di amore scaturisce l’odio, altra parola chiave: “Sono preoccupata e odio mio padre. Lo odio perché ha mia madre tutta per sé, perché la rende infelice e perché ha messo al mondo quel mostro di mio fratello. Da quando c’è Absirto, la mamma si occupa solo di lui”.

La protagonista si sente oscurata e ne soffre indicibilmente. Nel rapporto infelice con la madre va ricercata la genesi delle sue pene e dei suoi eccessi:

Ti voglio bene, Morgar - aveva mormorato Medea. Erano le parole che non le aveva mai detto quando era viva, parole che da sempre le urgevano in petto e che, se non pronunciate, si trasformavano in un grumo duro di dolore. Erano le stesse parole che avrebbe voluto gridare a sua madre quando era piccola, quando ancora la amava ferocemente e la voleva tutta per sé, prima che l’amore respinto si tramutasse in odio”.

La morte della sua unica amica, Morgar, che l’aveva iniziata ai misteri della Signora del cielo, esacerba l’avversione verso la sua famiglia. Torna la parola odio, mentre prega il padre di risparmiare l’amica, sottoposta a crudele lapidazione:

Medea strinse i pugni, inghiottì il terrore che il padre le ispirava, si concentrò solo sull’odio che provava per lui. – Se sei davvero mio padre, se sono nata dal tuo sangue, se mi ami, ti supplico di risparmiare una persona che mi è cara”.

Il risentimento è penetrato in lei dopo la fine di Morgar, inquinando in modo irrimediabile la sua visione del mondo come noterà la sorella Calciope:

“(…) Medea, ma tu non sai più vivere nella gioia e nell’amore. Ti vedo così cupa, così piena di odio, mentre Morgar c’insegnava la compassione”.

Il bisogno di assolutizzare i rapporti torna anche nella sua relazione con Giasone, all’insegna di un tertium non datur da cui non si deroga:

Siamo noi due, tutto il resto non conta, nemmeno nostro figlio, non lo amerò mai quanto amo te. Tu sei il mio respiro e le mie ossa, non ci sono confini fra noi, tu sei me ed io sono te. Ogni altro sentimento, perfino l’odio, è una pallida ombra di ciò che provo per te”.

Giasone rappresenta l’insperata possibilità di recuperare una relazione più sana (ma non interamente sana) col mondo e anche con la vita che lei ha già definito come “una fatica inutile”. La giovane resta però non assimilabile agli altri, come nota Orfeo, l’assennato amico di Giasone. Solo lui tra gli Argonauti ne capisce la fragilità e ne coglie gli spigoli della psiche. Varie volte ammonisce il compagno, fino al dramma finale:

Giasone, tu non hai mai compreso l’intensità del sentimento di Medea per te. Lei non è come le altre donne, il suo odio è potente quanto il suo amore. Aveva solo te al mondo. Adesso è una belva ferita e devi guardarti da lei”.

La donna passa da un estremo all’altro, incapace di mediazioni; aveva la madre, poi Morgar (la donna del fiume), infine Giasone. I rapporti sono totalizzanti o meglio lei li sa vivere solo così. Questo conduce in caso di delusione a grandi reazioni, senza mezze misure. Colpirà spietatamente il padre, poi si vendicherà del tradimento di Giasone con la vendetta più orrenda e insensata; ucciderne i figli di cui essa stessa è madre. Nella sua visione estrema la vendetta è implacabile.

Anche la parola vendetta è abbastanza ricorrente:

Dal giorno in cui era morta la donna del fiume, si era chiusa in un silenzio greve di accuse e grondante desiderio di vendetta”.

Medea e Giasone sono diversi, come emerge da uno dei dialoghi conclusivi tra i due amanti:

Io no, Giasone - disse lei, la voce innaturalmente calma - è questa la differenza fra noi. Io non rinuncerei a ciò che è stato, mai! Rivivrei tutto dal principio, con i bambini e con te. Rivivrei il nostro amore e anche l’affetto dei miei figli, ciò che mi hanno dato in questi pochi anni. Io li ho portati nel mio grembo, io ho sofferto i dolori del parto, io li ho allattati. Il giorno che sono nati tu eri alla reggia, con Creonte, a tramare il mio esilio e la mia rovina. Li ho aiutati a morire prima che tu ne facessi dei bastardi, prima che tu li umiliassi preferendo i figli di un matrimonio falso e sacrilego. Non avrei sopportato che un estraneo li toccasse, sono morti per mia mano, dolcemente, e resteranno con me per sempre. Tutti dobbiamo morire, tu, io, mio fratello, Pelia, Glauce. Che differenza fa quando?”.

Ritorna la convinzione già espressa precedentemente dalla donna che vede nella vita un vano travaglio, per cui non c’è da temere la morte e i figli non vengono considerati come prosecuzione di sé.

Rancore e amore, risentimento e passione si mescolano in lei quando il rapporto con Giasone si è ormai deteriorato. Fuori dagli aspetti più truci, un’altra sua caratteristica è la curiosità che la distingue nettamente dall’atteggiamento stoltamente chiuso e retrogrado del padre. Questo pregio però non la salva dalla solitudine:

Aveva mostrato curiosità e interesse per tutto ciò che la circondava e Morgar gioiva a insegnarle ciò che sapeva”. Questo passo va visto insieme a un altro, sempre nel periodo fanciullesco della protagonista: “La sua compagna più fidata era la solitudine, unita a una forte sensibilità”.

Orfeo come detto, è la persona che sembra inquadrare meglio Medea:

Questa straniera, questa Medea, ha qualcosa che mette i brividi addosso. I suoi capelli sono lunghi e intrigati dal vento di mare, la pelle si arrossa ma non si abbronza, le mani hanno dita lunghe come tentacoli di medusa. La sua voce è imperiosa e si vede che è abituata a comandare. Scorgo in lei un’assoluta estraneità al resto del mondo”.

Questo sigillo cupo dell’estraneità non l’abbandona mai, nemmeno nel momento di maggiore intensità nella relazione con Giasone, il quale mostra atteggiamenti contraddittori. Ha forza e coraggio nell’impresa degli Argonauti, ma prima di compiere azioni più “politiche”, ondeggia e temporeggia. Teme di compromettere i rapporti con lo zio usurpatore e responsabile dell’esilio del padre; compie l’impresa assegnata acquisendo finalmente legittimità davanti a tutti, ma ancora stenta a liquidare il vecchio parente. Paradossalmente l’unico rapporto che Giasone ridimensiona senza troppi patemi è quello con la persona che lo ama di più, ossia Medea. Per liquidare l’usurpatore ci vuole sempre Medea che con la sua spregiudicatezza sa dipanare queste situazioni, poiché lei non sente soggezione verso nessuno (re, parenti, anziani) e non teme di compiere azioni tremendamente risolutive.

La sua radicalità discende da quanto ha subito fin dall’infanzia. Il male è stato fatto a me, dice Medea dopo aver ucciso i figli.

Ha troppo amato e troppo sentito e chi ha tanta passione, non dura. Verrà relegata su un’isola e ancora la solitudine la avvolgerà, alleviata solo dal contatto con la Signora, sua unica vera amica:

“A volte vedo l’acqua del mare incresparsi. C’è qualcosa che nuota sotto la superficie ed io so che è la creatura della dea. Succede di notte, quando la Signora mi parla dal buio del cielo. Medea, figlia mia, tu hai tanto amato, dice, perciò tutto ti sarà perdonato. Io l’ascolto, levo le braccia al cielo, poi m’incammino verso di lei”.

Mostra altro

Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

2 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

Dario Crapanzano, &quot;Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio&quot;

Dario Crapanzano

“Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio”

Mondadori 2014

pp 180

15,00

Ha scritto e pubblicato il suo primo poliziesco a settant’anni compiuti; poi, evidentemente, ci ha preso gusto, e, confortato anche dal successo di pubblico, ne ha sfornati altri quattro, passando, con l’ultimo, quello del quale mi accingo a parlare, da una Casa editrice minore (Fratelli Frilli di Genova) alla blasonata Mondadori.

Sto parlando di Dario Crapanzano, il quale mi fa compagnia in un piovoso pomeriggio che annuncia l’autunno alle porte, dopo un’estate che non c’è stata. Una lettura riposante, fatta tutta d’un fiato, a spasso per una Milano datata 1953, in compagnia del commissario Mario Arrigoni e dei suoi aiutanti.

Sì, perché anche qui, riprendendo una tradizione che forse inizia oltre Oceano con l’87° Distretto di Mc Bain, ad agire sono gli uomini di un Commissariato, quello di Porta Venezia, che si muovono per la città a piedi ed in tram, telefonano da apparecchi a gettone, ricorrono a carta e penna per la compilazione dei loro verbali.

Commissariato mille miglia lontano, nel tempo e nello spazio da quello famosissimo di Vigata, fertile invenzione di un altro grande vecchio del poliziesco italiano, ma che, in comune con quello siciliano, ha la possibilità che offre all’autore di far entrare in scena personaggi “di contorno” solo all’apparenza, che sono agenti, ispettori e vicecommissari alle dipendenze del protagonista principale.

Si intrecciano così, alla storia principale, abbozzi di storie secondarie (nel nostro caso un furto di gioielli), che alleggeriscono un po’ la narrazione.

Qui, si parte dall’omicidio di un attore-impresario teatrale, con un’indagine a ritroso nel tempo (altro “classico” della narrativa poliziesca) che si snoda in gran parte nell’improvvisata succursale di Commissariato che è un vecchio teatro, l’Imperiale, “una bella palazzina liberty nei pressi della Stazione Centrale di Milano” specializzato in pieces del vaudeville (in cartellone, quando inizia la storia, “L’albergo del libero scambio” di Feydeau) e del dramma poliziesco.

Non dirò di più sulla trama, dignitosa ed intrigante al punto giusto (anche se l’assassino si “intuisce” una trentina di pagine prima del finale, e non può essere che quello); ciò che rende, a mio avviso, particolarmente gradito questo romanzo è l’ambientazione d’insieme, e, più di tutto, i riferimenti alla vita quotidiana, fuori dal commissariato, del bravo Arrigoni.

Ha una moglie, Lucia, della cui perdurante bellezza è giustamente fiero, ed una figlia tredicenne, Claudia, che, anticipando i tempi, lo contesta nelle rare occasioni di incontro, che sono, in genere, a tavola e nel dopo cena.

I “dopocena” di una volta, quando i nostri padri e nonni non ci lasciavano inebetire dalle immagini che si accavallano su uno schermo “ultrapiatto”, e si sistemavano, invece, in poltrona, per ascoltare un radiodramma con Renzo Ricci o leggere un libro.

E non libretti da niente: una sera, mentre il papà “grande consumatore di letteratura francese e russa dell’Ottocento” si dedica a Stendhal ed alla sua “Certosa di Parma”, la mamma sfoglia un corposo “Tutto Cechov”, e, in sottofondo, va il Bolero di Ravel.

Non male, direi…a memoria mi pare che il mio pur carissimo Montalbano passa le serate a vedere il telegiornale locale del suo amico Nicolò Zito.

Non si deve, però, credere che la contemporaneità resti fuori della porta di casa Arrigoni: siamo a pochi giorni dalla morte di Stalin, e se ne parla a tavola, con una figlia aspramente critica contro il defunto “Baffone” (“colpa o merito dell’assidua frequentazione della parrocchia ?” si chiede il perplesso padre) e i genitori, tutto sommato, piuttosto incerti nel giudizio.

In Commissariato, però, l’indagine procede, con l’accavallarsi di una serie di piste ed indizi che ingarbugliano il quadro: motivi di interesse che coinvolgono la vedova, erede dei non pochi beni del defunto, perché lasciata di fatto ma mai legalmente; gelosie di maschi traditi, vista la fama di sciupafemmine del defunto ed anche certe sue “passioni” per la fotografia osè con ingenue (?) attricette o aspiranti tali; vicende di turpitudini delatorie ai danni di ebrei durante la guerra.

Per Arrigoni non sarà facile (ma nemmeno difficilissimo, diciamo la verità) venirne a capo, anche con qualche forzatura del codice deontologico del bravo poliziotto. E con lui il lettore, coinvolto passo dopo passo nello sviluppo dell’indagine.

Per finire, vi do un’anteprima.

Tranquilli, non è una “pista” per arrivare alla soluzione, ma più semplicemente un esempio di quell’atmosfera che pervade il romanzo, carica di suggestioni anche per me, che pure all’epoca ero solo un frugoletto in calzoncini corti:

Non esistendo ancora prodotti alimentari in confezione di marca, ogni esercizio commerciale consegnava la merce sfusa, avvolta in pacchetti di robusta carta odorosa. Obbedendo a d un codice dalle origini misteriose, a ogni categoria toccava il suo colore, e non erano ammesse deroghe

Dal prestinaio, forse il negozio più frequentato, pane, dolci, pasta e riso venivano avvolti in una ruvida carta grigia.

Altra bottega, altra musica: in drogheria imperava il colore più bello, il “carta da zucchero”, così definito proprio perché lo zucchero era il genere più venduto

Vi era, infine, un imballo comune a macelleria e salumeria, peraltro l’unico destinato a sopravvivere al trascorrere del tempo: quello giallo carico, in cui venivano incartati sia sanguinosi pezzi di carne, sia salami e prosciutti

Il “prestinaio”… io ho dovuto far ricorso al vocabolario

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 > >>