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“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi di Giacinto Reale

10 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi  di Giacinto Reale

Umberto Lenzi

“Il clan dei Miserabili”

Cordero Editore 2014

pp 168

14,00

Sono stato, per un lungo periodo della mia giovinezza, una dozzina d’anni diciamo, a partire dai quindici, maniacalmente appassionato di cinema; poi mi è passata, un po’ per l’allargarsi della forbice tra i miei gusti in fatto di attori e di trame e l’offerta del mercato, un po’ per il sopraggiungere di lavoro, famiglia e figli.

Ai “tempi belli”, comunque, ero arrivato ad andare in sala (allora non c’era l’attuale offerta in dvd e canali televisivi) anche tre volte a settimana, preferibilmente in quelle “seconde visioni” che, all’epoca accompagnavano per mesi la prima uscita di una pellicola.

Spettatore onnivoro, considerato che Bernardo Bertolucci, Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti erano piuttosto parchi di opere d’arte, andavo a vedere di tutto:

-peplum, con quelle tornite attrici in svolazzanti gonnellini che turbavano i miei sogni adolescenziali;

-Totò, che ho sempre trovato infinitamente più divertente nell’età matura che non alle prime esperienze cinematografiche;

-commedie all’italiana, quando i registi si chiamavano Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Zampa, etc, per poi abbandonare il genere con l’arrivo del trash;

-western, che non mi creavano alcun senso di colpa, perché i cattivi erano sempre e sicuramente gli indiani;

-polizieschi, di scuola americana (che pure non era la mia preferita) ma “redenti” da protagonisti del calibro di Frank Sinatra, Paul Newman e Rod Steiger.

Quando fu il loro tempo, alla collana non potevano mancare i poliziotteschi italiani, prodotto genuinamente nostrano, a suo tempo snobbato, ma che da qualche anno è entrato anche nella considerazione di quotatissimi critici ed esperti, a cominciare da Quentin Tarantino, che, proprio per Umberto Lenzi del quale parlerò ora, ha una specialissima predilezione.

Erano, a dire la verità, film spesso copia conforme l’uno dell’altro, nei titoli (in genere con la presenza della parola “polizia”, che “ringrazia”, “non può sparare”, “chiede aiuto”, e via inventando), negli attori (per esempio, Enrico Maria Salerno era il commissario “buonoper antonomasia, Maurizio Merli quello “manesco”, e poi c’erano il cattivo, tendente al sadismo, Tomas Milian e il duro d’importazione Henry Silva) e nei registi (Enzo G Castellari, Fernando Di Leo, Stelvio Massi, etc)

Un posto di tutto rispetto se l’era guadagnato anche il già citato Lenzi (solo per ricordare qualche suo titolo: “Roma a mano armata”, “Napoli violenta”, “Il giustiziere sfida la città”) che da qualche anno ho ritrovato sugli scaffali delle librerie come autore di una “serie” di polizieschi ambientati a Cinecittà durante e (finora) immediatamente dopo il fascismo.

Polizieschi che hanno tutti gli ingredienti per piacermi: il contesto “datato”, l’ambiente cinematografico che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, e il protagonista, Bruno Astolfi, ex pugile ed ex commissario di polizia. diventato investigatore privato, con un piglio alla Philip Marlowe di noantri.

I titoli finora usciti sono sei (e anche questa “serialità” mi piace: sono un lettore che si “affeziona” ai personaggi), e l’ultimo si chiama “Il clan dei Miserabili”, perché ambientato nella Cinecittà del 1947, mentre Riccardo Freda gira appunto “I Miserabili” con Gino Cervi (Jean Valjean) e Valentina Cortese (Cosetta).

Naturalmente, ho visto questo film (disponibile in due dvd, considerata la durata) e mi è piaciuto molto, certamente più della versione – pure accettabile - con Jean Gabin, dell’obbrobrio americano diretto da Lewis Milestone, e del recentissimo musical (orrore!) con Russell Crowe…altri adattamenti del romanzo di Victor Hugo ci sarebbero, ma fermiamoci qui, per carità di patria.

Lenzi, con una ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca, si inventa che sul set, in una cassapanca (quella che avrebbe dovuto contenere i famosi due candelabri del vescovo Myriel), viene trovato il cadavere di un piccolo malvivente, sentimentalmente legato ad una funzionaria della Lux Film: da qui una serie di avventure e colpi di scena che portano per mano il lettore alla scoperta del colpevole.

Ho detto “ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca”, perché questa è la migliore caratteristica dei libri di Lenzi: solo per citare qualche nome, in questo si muovono Vittorio De Sica, Alberto Moravia, Cesare Zavattini e tanti altri, con, persino, Totò, che, col fido Mario Castellani, ci ripropone quella vera perla dell’avanspettacolo che è la scenetta dell’onorevole Trombetta in treno.

Intellettuali, attori e personaggi di fantasia, con un sontuoso accompagnamento musicale, nel quale spiccano: “Sposi” di Alberto Rabagliati, la “Vie en rose” di Edith Piaf, “Serenata celeste” di Oscar Carboni e via cantando

Un mix che non poteva non piacermi, e molto pure, tanto da stare qui a parlarne.

Prima di cominciare a scrivere, ho cercato on line alcune recensioni, anche per vedere se il mio giudizio positivo era condiviso; devo dire che, in realtà, però, frequente è il rimprovero a Lenzi di costruire una trama “poliziesca” esile, e di indulgere, piuttosto, sul “contorno”.

Non mi sembra grave; è, in fondo, quello che ho fatto anch’io: una decina di righi dedicati al libro, che doveva essere il tema del pezzo, e per il resto vi ho parlato di vecchi generi cinematografici e di personali gusti da ex cinefilo.

Potrò sbagliarmi, ma credo che molti di voi siano sulla mia stessa lunghezza d’onda….

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1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

9 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

Il diario è opera di un soldato indomito e volitivo, mai spezzato dalle sofferenze e dalle ferite (non solo fisiche) della guerra. Si comincia con il clima entusiastico della piazza che sta premendo sul Governo italiano per spingerlo a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria: la mobilitazione delle componenti interventiste naturalmente coinvolge anche il mondo della scuola e dell’università. Paolo Caccia Dominioni è uno studente non troppo zelante quando nel maggio 1915 c’è sentore che la guerra sia vicinissima anche per il nostro Paese. Il giovane si arruola, come molti altri studenti e inizia l’addestramento. Forte è la smania di raggiungere il fronte dove si hanno le prime offensive italiane. Poco sa il diciottenne Paolo di cosa sia la guerra; un incontro con un soldato in treno gli permette di sapere che sull’Isonzo si è trovata una coriacea resistenza e ci sono stati tanti morti. Il giovane viene inviato sul Carso nel Genio Pontieri e diventerà tenente. Molti suoi amici vengono feriti o uccisi. Il diarista riesce a dare immagini crude ed efficaci della vita al fronte. Ci racconta di un ragazzo, classe 1899, trovato un mattino ferito a morte alla testa, dagli occhi semiaperti, celesti (“sembra un bambino”). In particolare ha notizia di un amico colpito da una pallottola all’intestino; sembra spacciato ma si salva perché non mangiava da oltre trenta ore e allora l’intestino era vuoto. Il soldato è quindi fuori pericolo. Questa è la guerra e il reparto di Paolo deve partecipare a una temeraria e prolungata iniziativa sull’Isonzo; bisogna predisporre i ponti di barche per i fanti che si lanceranno dall’altra parte del fiume. Il lavoro viene svolto sotto il flagello dell’artiglieria nemica. Anche il diarista viene ferito; durante la convalescenza, scosso dalla perdita di tanti compagni, decide di entrare nel reparto lanciafiamme in quanto considerato arma più combattente. Dopo l’addestramento, torna sul Carso e ci descrive con una prosa curata l’ambiente martoriato da due anni di conflitto e in particolare la sua logorante attività di presidio di Quota Innominata. Nell’ottobre 1917 c’è il dramma di Caporetto. Paolo e i suoi compagni evitano la cattura ma grandissima è la sofferenza per il doversi ritirare. Un segno di ripresa viene individuato in un giovane che compie il percorso inverso rispetto alle truppe in fuga; accompagnato dal padre, cerca di raggiungere il suo reparto per combattere, pur non essendo tenuto a farlo dato che era in licenza. Perché Caporetto? Paolo, ne discute con i commilitoni; la responsabilità è degli alti ufficiali che hanno fiaccato gli uomini in inutili attacchi frontali. Caccia Dominioni parla anche di ordini (da lui non eseguiti) che ingiungevano di perquisire i soldati alla ricerca di documenti sovversivi o disfattisti. Si cita invece come figura positiva il generale Venturi, una mosca bianca nell’ambiente: “Lui preparava le azioni passando settimane in trincea, e anche davanti alla trincea, pigliando appunti e notando ogni buca e ogni pietrone (…). Risultato: ha preso il Passo della Sentinella e il Sabotino con perdite irrisorie”. Poco stimato dai superiori per la sua autonomia e la difficoltà a sposare la tattica degli assalti frontali, Venturi verrà allontanato dal fronte.

Nel 1918 c’è una drammatica cesura nella vita di Paolo; muore in un attacco Cino, fratello del diarista. I due fratelli in alcune occasioni si erano incontrati in trincea e il loro rapporto stretto ricorda anche nel destino tragico quello di altre coppie di soldati fratelli come Giani e Carlo Stuparich e Carlo ed Enrico Gadda. Pur essendo di famiglia influente e imparentata con il generale Porro, i Caccia Dominioni non avevano mai chiesto agevolazioni per evitare le prime linee e nemmeno avevano mai pensato di farlo. La fine di Cino significa il termine dell’esperienza bellica del giovane ufficiale; raggiunge infatti la famiglia in lutto a Tunisi e poi viene trasferito in Tripolitania. Il fisico è logorato da tante battaglie, ma il clima da “Fortezza Bastiani” che si respira nella colonia non gli piace. Noia e scartoffie da ufficio lo esasperano. Chiede più volte di tornare in Italia, al fronte, ma senza successo. In terra d’Africa, riceverà la notizia della fine della guerra e della Vittoria.

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Uno strano incontro

8 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Uno strano incontro

Quello che vi presento oggi è il racconto scritto da un amico di Napoli: un incontro breve e intenso con una lucciola, “una di quelle” come la definisce lui stesso, ma che porta a una profonda riflessione. La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno e sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario. Un intrigante miscuglio fra il ribrezzo dettato da atavici pregiudizi per le donne che si vendono e un brivido di intrigante desiderio…tutto da leggere.

"Uno strano incontro" di Giuseppe Campagna.

Avevo fatto male a non cambiare la gomma, uscendo dall‘officina del cliente, avevo notato che la ruota anteriore sinistra mi stava procurando una sorpresa a tempi brevi. Solo undici chilometri mancavano affinchè mi immettessi sull’Appia, ma il volante “tirava” sempre di più. Dovevo sostituirla, non vi era altro da fare. Accostai il più a destra possiibile e fermai al centro del faro di luce emesso da un lampione. Erano le ventuno. La Strada, come tutte le provinciali, aveva un aspetto squallido e, pur non essendo un uomo impressionabile, quella sostituzione sarebbe stato meglio poterla effettuare sulla strada statale, bene illuminata, nel tratto che da Casagiove porta a Santa Maria. Stavo già armeggiando col crik, quando un fruscio mi fece trasalire, mi sollevai dalla posizione curvata e,attraverso i vetri della macchina, la vidi. Non potevo sbagliarmi, era “una di quelle”. Contrariamente al suo ruolo, alla profonda scollatura ed al trucco smodato, in un buon italiano mi chiese di accenderle una sigaretta. “Certamente” le risposi , riprendendomi dalla sorpresa. Fu con la luce dell’accendino che potei fissarla meglio: venticinque o trent’anni, bei lineamenti, bruna alla maniera andalusa. “Vi ho forse spaventato? “ mi chiese dopo aver inspirato una profonda boccata di fumo. Tergiversai: “E’ questa benedetta gomma, non ci voleva proprio, da dove sei sbucata?” le chiesi. Ignorò la mia domanda e proseguì: “Andate verso Santa Maria? “. “ Ci arrivo quasi. Prendo l’ autostrada a Caserta Nord “, Tra un’operazione e l’altra del cambio gomma continuavo a guardarla di sottecchi. Si, effettivamente era una bella figliola, peccato che appartenesse a quel mondo. Intanto l’ultimo bullone non aveva alcuna volontà di venire fuori ed io a bassa voce incominciai ad imprecare contro quei benedetti aggeggi pneumatici con i quali i gommisti avvitano i perni. Fu a questo punto che lei girò dalla mia parte e si chinò simulando di darmi una mano. La profonda scollatura ora metteva a nudo il seno di una scolaretta; un brivido mi percorse lungo la schiena. Fu il bullone a cavarmi d’ impaccio, si era deciso a venir fuori. Ora la macchina aveva ripreso a correre veloce ed io, di tanto in tanto, distraendomi per piccoli attimi dalla guida, guardavo la mia accompagniatrice. “Si vede – debuttò – che siete una persona per bene, non avete tentato di approfittare della situazione, oppure non vi piaccio?” La sua voce era calda, una piega maliziosa del viso smentiva la verità della sua ultima domanda. Le dissi sorridendo che a mio avviso nessun uomo che fosse stato tale avrebbe potuto pensare che lei non potesse piacere. Quando riprese a parlare i suoi occhi fissavano intensamente la cenere della sigaretta: “E’ per il mestiere che faccio? “ , ma lo sapete che quando un uomo mi interessa lo faccio con tutta me stessa? “. Fu quello l’unico vero momento durante il quale mi sentii tentato; ma non mi è mai interessato quel tipo di rapporto. Lo sballottare della macchina, per la strada leggermente dissestata, procurò che le gambe accavallate fossero abbondantemente scoperte, lei, con profonda femminilità sorrise compiaciuta e finse di riparare, lo fece solo in parte. “Che ne sapete di me?" Sbottò improvvisamente con un tono carico di risentimento. “Dolcezza,” le dissi assumendo con la voce l’ atteggiamento di chi è avvezzo a certe compagnie, ti sto dando solo un passaggio, non devi assolutamente pensare di dovermi niente. Il tono “snob” della mia voce non aveva sortito alcun effetto: sperai vivamente che non mi raccontasse la storia della sua vita. Le mie sorprese, però, quella sera non si dovevano limitare a quanto mi era accaduto perché di lì a poco il pneumatico che avevo sostituito era completamente a terra. Ora era soltanto la luna a rischiarare la strada, le facevano da concerto le mie imprecazioni, mi era impossibile pensare ad una qualunque soluzione. La mia accompagnatrice mi creava un problema ulteriore; era già difficile, data l’ora ed il posto, che il conducente di una delle rare macchine che passavano avesse accolto i miei cenni di aiuto, figurarsi quindi quando intravedevano la persona che mi accompagnava. Stavo per dirle di entrare in macchina, ma fu lei che con tono deciso chiese a me di rientrare nell’abitacolo. Avevo intuito le sue intenzioni e la cosa non mi entusiasmava per niente, servirmi del suo adescamento per riuscire ad ottenere per qualche chilometro un qualsiasi aiuto od una gomma in prestito, mi contrariava fino a toccarmi lo stomaco. La strada ora diventava sempre più deserta, passava un’auto ogni periodo che mi sembrava un’eternità. Non mi riuscì di accettare oltre quella scomoda condizione di cacciatore che mira a distanza come l’esca venga catturata dalla preda. Fu mentre uscivo dalla macchina che vidi la lussuosa BMW, fermarsi accanto alla donna, alla guida era un uomo sui 55/60 anni, uno di quelli che hanno la ferma convinzione che l’età possa essere celata dall’accorta pettinatura, dall’abito sportivo-elegante e che lo stemma di una BMW riesca a far credere che i 60 anni siano al massimo 45. Intuii come si stavano mettendo le cose e mi avvicinai; mi accorsi dopo che il mio camminare aveva assunto un andare dinoccolato e avvertii che qualche piega nata sul mio viso mi stava dando l’aspetto che mi ritrovo quando affronto con decisione le situazioni difficili. Mentre l’uomo innestò la prima ed il rombare del motore coprì la sua ultima frase, riuscii soltanto a sentire: “... un passaggio a te lo do ben volentieri”. “Perché vi siete avvicinato – mi redarguì – sarei riuscita a guadagnarmi uno strappo per entrambi…” troncai netto e replicai: “Potevi andare, perché non l’hai fatto”. Enfatizzando ed in maniera ironica il tono della voce: “Nella buona e nella cattiva sorte”. Ora i suoi occhi chiedevano un po’ di soddisfazione per il gesto che aveva fatto di non lasciarmi solo. Chissà perché certe volte siamo cinici nei momenti meno giusti, infatti le dissi: “Sei proprio una stupida!” Se ne ritornò taciturna in macchina, mi avvicinai allo sportello dalla sua parte e con il ticchettio delle nocche la invitai ad abbassare il vetro e tutto d’un fiato sbottai: “Scusami”. Ora una largo sorriso aleggiava sul suo viso: era stupenda quando sorrideva, i fazzolettini che l’avevano aiutata a struccarsi s’erano portati via anche i segni della sua professione e convenni che incontrandola in un ufficio o a casa di amici, quella sarebbe stata un’ambita donna da conquistare. Girai intorno alla macchina, andai a sedermi al mio posto, le offrii una sigaretta e ne presi una per me. “Come ti chiami", le domandai . “Gianna” e da quanto tempo fai questo lavoro”. “Da un mese” mi rispose. “Benedetto Iddio, quasi urlai, ma non potevi fare una qualunque altra cosa, che so, la cameriera per esempio?” “Se fossi la vostra cameriera, quante volte al giorno pensereste di portarmi a letto?” Sì, aveva proprio ragione una donna fatta bene come lei e con quel viso da madonnina, o diventa una diva (prostituta col consenso del pubblico) o lavora in ufficio (scansando le solerti mani dei colleghi) o si colloca tra le schiere delle lucciole e si fa risarcire in denaro quanto madre naturale le ha elargito e gli altri tentano di portarle via. Squallido! Ma reale! Vinsi la grossa ripugnanza che si frapponeva tra i miei istintivi desideri e lei ed accostai una mano sulla sua: si voltò a fissarmi; Dio come la vita insegna agli occhi di certe creature a parlare: il suo sguardo mi scavò dentro, deglutii a fatica, una barriera fittissima era tra noi, lei l’avvertì e come per un occasionale movimento, fece scivolare via la sua mano che era al di sotto della mia. Nel suo sguardo avevo letto una convinzione assai chiara, ero un uomo piccolo, piccolo, piccolo, legato ad una balorda educazione e ad un fasullo perbenismo che teneva imprigionata la mia mediocre anima. Restammo in silenzio non so per quanto tempo, ma nella mia mente non c’era più rabbia per quell’incidente che mi avrebbe tenuto lontano dal piacevole impegno settimanale: la partitina a poker a casa dei miei amici; no, ora facevo una velocissima scorsa nella mia mente delle persone influenti di mia conoscenza che avrebbero potuto dare una mano a quella ragazza: nessuna andava bene, tutta gente che nella migliore delle ipotesi, quando avrei presentato loro quel pezzo di figliola, avrebbe pensato ad un interessamento troppo personale ed impossibilmente disinteressato. Allora fui io a rompere il silenzio e le dissi: “Se il nostro volto, il calore della nostra voce, l’espressione dei nostri occhi è veramente l’indice della nostra indole, sono certo che tu sei una persona recuperabile: cosa si può fare per te?” Mi guardò alla sua maniera, in quel modo che ti scavava dentro, non ebbe dubbi, capì che dietro la mia offerta, non c’era nessuna richiesta in cambio e quindi esclamò: “ Cosa volete che m’importi!” Lo stridio dei freni ci fece sussultare la macchina si era perfettamente accostata alla mia, l’uomo sbirciò nel nostro abitacolo, intimò con un breve deciso cenno della testa alla mia accompagnatrice di raggiungerlo: ella ubbidì. Appena fu seduta nell’auto accanto a lui, la macchina sgommando presto sparì all’orizzonte. Trassi dal pacchetto un’altra sigaretta e mentre le davo fuoco i miei occhi, alla capace luce dell’accendino rividero quei fazzolettini con i quali ella si era struccata. Possiamo certo toglierci dal viso la brutta maschera di molti affanni, ma non sempre la vita ci consente di impedire agli altri, contro la nostra volontà, di truccarci di nuovo.

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UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

7 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008) vinse nel 1970 il Premio Nobel che però non ritirò per il timore che le autorità sovietiche non gli permettessero di rientrare nel suo Paese. Oppositore indomito del regime, passò molti anni nei Gulag. Le sue opere più note sono Una giornata di Ivan Denisovič e Arcipelago Gulag.

“Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo”.

Così si apre il lungo racconto. Il protagonista è rinchiuso in un campo di lavoro staliniano e lotta quotidianamente contro il freddo, la fame, gli abusi dei carcerieri. Come è finito qui? Nel 1941, in guerra, è stato preso dai tedeschi che avevano invaso l’Unione Sovietica. Riuscito ben presto a scappare, era tornato nelle proprie linee. Qui però aveva subito il volto diffidente e cinico del potere sovietico; ogni prigioniero era sospettato di essersi arreso volontariamente al nemico. Ivan è condannato a dieci anni per alto tradimento. I reclusi del campo devono rispettare dure regole e sono costretti a lavorare quasi ogni giorno, salvo che non ci siano più di quaranta gradi sotto zero. Le fatiche sono immani ma Ivan e gli altri per sopravvivere devono avere sempre una buona reattività fisica e mentale. Ci si salva se si riesce a strappare con l’astuzia una razione in più, se si protegge il proprio cibo dalle mani fameliche dei compagni, se si è pronti a fare qualche piccolo favore a chi in cambio può dare una sigaretta o qualche pezzetto di pane. Ci vuole sempre destrezza per non subire punizioni perché il regime del campo è severo, burocratico, infido; ci sono guardie, capiscorta, detenuti con qualche mansione di responsabilità, delatori. Denisovič sa già che dopo i dieci anni scontati verrà ancora trattenuto in qualche modo, senza una specifica ragione. Non c’è speranza, bisogna solo vivere il presente e arrivare fino al giorno dopo. Ha già fatto sapere alla moglie di non mandargli pacchi, per quanto sia tormentato dalla fame. Non può essere sostenuto per tanti anni dalla sua povera famiglia. L’attenzione dell’autore per gli ambienti, la fisicità degli uomini, per i volti abbruttiti, per i corpi stretti e pressati nella mensa o nella baracca, richiamano il kafkiano La città effimera di Giuseppe Scortecci, soldato e prigioniero dopo Caporetto nella Grande Guerra. Inevitabile il confronto con Se questo è un uomo di Primo Levi. Alcuni compagni di Ivan discutono tra loro di cinema e teatro. Hanno trovato un articolo di giornale che parla di uno spettacolo a Mosca e si confrontano su questi temi. Anche Levi nel suo libro ricorda una conversazione nel lager con un amico, incentrata sulla figura di Ulisse e sui versi danteschi dedicati all’eroe omerico. Parlare di un evento culturale o di un poema come si farebbe altrove a cena con un amico significava allontanarsi per qualche momento dall’inferno quotidiano. Ivan quel giorno si occupa con i suoi compagni di costruire un muro. Lo fa con giudizio e cura. Ha lavorato e patito per i suoi aguzzini, ma alla fine della giornata è soddisfatto sia per aver mangiato “abbastanza”, sia per la brillantezza del lavoro svolto. Questo aspetto si trova anche nelle memorie di alcuni ebrei vittime dell’Olocausto. Svolgere il proprio lavoro con competenza è un aspetto gradevole, segno di un animo pulito e limpido. Questa soddisfazione può sembrare assurda, come lo è la sua condanna a dieci anni di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma ciò significa che Ivan non è ancora stato devastato interiormente dalla spietata e annichilente detenzione. Ha ancora dei principi e dei valori; la sera, aiuta un compagno meno scaltro di lui a nascondere il cibo ricevuto da casa e lo fa per pura amicizia.

Si chiude così, con qualche segno di azzurro, una giornata di ordinario lavoro in un campo staliniano; Denisovič sorride quando finalmente può andare a dormire, anche se sa che la sua prigionia sarà molto lunga. La pena che deve subire conta, infatti, tremilaseicentocinquantatré giornate come questa.

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LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

6 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #pittura

LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

La ragazza con l'orecchino di perla

Tracy Chevalier

Neri Pozza Editore

pp. 236

Si è chiusa recentemente a Bologna una importante mostra, sulla Golden Age della pittura olandese e, se anche questo ha creato qualche polemica essendo esposti quadri di Rembrandt a e di altri famosi pittori, la eccezionale riuscita dell'esposizione che ha richiamato sotto le due torri 342.626 visitatori, è dovuta principalmente a un solo quadro “La ragazza con l'orecchino di perla” di Johannes Vermeer.

Questo dipinto, insieme alla Gioconda di Leonardo, è senza dubbio una delle opere d’arte più note e amate in tutto il mondo. Un quadro dal fascino particolare, l'ingenuo volto della giovane ritratta con un impenetrabile sguardo, da oltre tre secoli continua a far sognare coloro che hanno potuto ammirarlo o che magari ne hanno soltanto visto copie riprodotte, ovunque, in giro per la città. Si tratta di un dipinto olio su tela, databile intorno al 1665-1666, di piccole dimensioni (44,5×39cm), ma di grande fascino, con una suggestiva leggenda alle spalle che lo circonda di un'aura misteriosa e che colora con una nota di romanticismo la biografia di un grande pittore del quale in realtà si conosce ben poco.

Il quadro raffigura una giovane donna ritratta di tre quarti nell'attimo preciso in cui si gira verso l'artista e lo guarda con profonda intensità. Colpiscono la lucentezza della perla e i colori degli abiti che risaltano su sfondo scuro. Il magnetismo che conquista lo spettatore è dato da una serie di elementi: il turbante e la perla, dal fascino esotico, una fanciulla dallo sguardo innocente e al tempo stesso assolutamente languida e ammaliante, infine le labbra lucide e semi aperte che le danno una carica di candida meraviglia, ma anche una vena di accattivante erotismo. Non si sa con certezza chi fosse in realtà la bella modella, c'è chi attribuisce il giovane volto alla figlia del pittore e chi invece, come la scrittrice Chevalier, alla serva di casa. Questo enigmatico velo di dubbio che nasconde la sconosciuta ha fatto sì che Tracy Chevalier ne scrivesse un best- seller nel 1999 da cui poi fu tratto un film nel 2003 con Scarlett Johansson nel ruolo della protagonista. Certo è che di fronte al quadro si è portati a sognare e a credere che la storia raccontata nel libro che ho letto sia vera, dietro quello sguardo innocente, dunque, io ci ho visto la giovane domestica di casa Vermeer.

Griet ha sedici anni quando a causa della malattia del padre, decoratore di piastrelle che ha perso la vista, è costretta a prendere servizio in casa del pittore per aiutare la famiglia rimasta senza reddito. Fra la ragazza e l'artista si instaura un rapporto di immediata confidenza, che non trascende in passione, ma che nella innocente purezza della giovane crea un forte turbamento. Col tempo la fanciulla mostra timidamente interesse e innata comprensione per la pittura. Notando la sua propensione naturale, l'accortezza con cui non muove di un millimetro, mentre spolvera, gli oggetti disposti in attesa di essere riprodotti, Vermeer le insegna come preparare i colori per i suoi dipinti, macinando ingredienti naturali che le manda a comprare di nascosto da tutti, creando così una sorta di segreta collaborazione che in Griet, e forse nello stesso artista, porta a una crescente inquietudine. L'autrice riesce con maestria a tratteggiare una sottile linea che, fra sguardi e sospiri, separa la passione per l'arte a quella sensuale che potrebbe scatenarsi fra amato e amante.

La giovane protagonista vive la sua situazione di sottoposta con orgoglio e coraggio, soffrendo la mancanza della famiglia, del padre malato, della madre che le ha insegnato tutto, del fratello costretto come lei a lavorare anzitempo, che poi farà una brutta fine e della sorellina piccola che morirà di peste senza che lei possa rivederla provocandole un grande dolore. Griet si abitua lentamente al cambio di vita cui è costretta anche per la differente religione praticata dai suoi padroni , in casa Vermeer, cattolico, trova quadri di crocefissioni e Madonne a cui non è abituata, ma è la passione per la pittura che la rende forte e orgogliosa di poter assistere e partecipare in qualche modo alla nascita di nuove opere d'arte. La giovane e piacente cameriera attira le brame del mecenate di Vermeer che vorrebbe circuirla, ma che si accontenterà del quadro che il pittore gli promette per distogliere le sue malevoli intenzioni e per mantenere buone relazioni con lui, essendo Van Ruijven la sua principale fonte di reddito. In realtà Vermeer prova un desiderio inconfessato e del tutto personale di ritrarla e lo farà nascostamente alla moglie che, fra un parto e l'altro (darà alla luce undici figli),troverà il tempo di nutrire una forte gelosia nei confronti della serva di casa. Gelosia e sospetto che aumentano durante il periodo in cui il marito, lavorando segretamente al quadro della ragazza, crea fra loro una maggiore complice intimità. Griet nel frattempo conosce Pieter, il figlio del macellaio dal quale viene mandata a fare spesa per conto della famiglia. Un bel ragazzo con i riccioli d'oro che se ne innamora e spasima per averla come moglie, lei non ricambia subito i suoi sentimenti anche se capisce che lui è l'unico futuro che si possa aspettare, così inizia con l'accettare le sue attenzioni in una sorta di fidanzamento ufficiale, fino a cercarlo e a farsi possedere una sera durante la lavorazione del quadro, quando l'attrazione per il pittore diventa un insostenibile desiderio carnale. ”Talvolta non faceva altro che starsene seduto, guardandomi come se aspettasse che io facessi qualcosa. In quei momenti non aveva l'aria del pittore ma dell'uomo, e facevo fatica a tenere gli occhi fissi nei suoi”. In quel periodo Griet dà prova di grande coraggio, sfidando le convenzioni del tempo che non approvavano la scelta di farsi ritrarre con le perle, assolutamente inadatte a una domestica, e soprattutto con le labbra dischiuse in segno di sfrontata trasgressione, ma la passione per l'arte, unita al desiderio di compiacere l'uomo che la ritrae, le consentiranno di arrivare fino in fondo, sfidando le critiche e i giudizi malevoli fuori e dentro le mura della casa dove vive. Quando il dipinto è ormai ultimato, a causa della perfida soffiata di una delle figlie, che odia Griet perchè ha ricevuto da lei uno schiaffo il primo giorno in cui prestava servizio da loro, la moglie di Vermeer scopre la verità, e va su tutte le furie. Quando, guardando il quadro, si avvede che il marito ha fatto indossare alla serva di casa i suoi orecchini di perle, decide di cacciare su due piedi la ragazza da cui si sente doppiamente insultata, poiché Vermeer le confessa di aver dipinto Griet anziché lei perché quest'ultima riusciva a capire meglio la sua arte. La giovane domestica, com'era destino, data l'ambientazione storica -sociale dell'epoca, “sensatamente” quando si trova per strada va a rifugiarsi da Pieter, che in seguito sposerà in una naturale e inevitabile conclusione. Lavorerà al banco della sua macelleria, conducendo una vita felice. L'unico rammarico che le resta è sapere se lui, il padrone, l'aveva amata par suo o se era stata per il grande pittore un interesse puramente professionale e la risposta arriverà, del tutto inattesa, quando oramai aveva smesso di chiederselo, totalmente presa dall'amore per i suoi due figli.Dieci anni dopo, infatti, invitata a casa dei suoi vecchi padroni, trova l'esecutore testamentario che, in ottemperanza alle ultime volontà di Vermeer, le farà consegnare dalla moglie del defunto pittore proprio gli orecchini di perla.

Un bel romanzo che comprende fantasia, romanticismo, passione e riscatto finale per la protagonista. Il libro si conclude (praticamente come si era aperto) con un ultimo sonoro schiaffo alla perfida figlia del pittore che chiede alla serva di consegnarle gli orecchini appena ricevuti . Uno stile scorrevole anche se a tratti leggermente attendista, ma fortemente introspettivo. Il finale lascia una vena di nostalgia per un amore fatto di parole non dette, di silenzi e di mani sfiorate, di sguardi proibiti, struggente addirittura in certi momenti come quando Vermeer mette l'orecchino a Griet e le asciuga le lacrime carezzandole il viso.

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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

5 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

Stefan Zweig (1881 - 1942) nasce a Vienna, una delle capitali culturali europee di inizio ‘900; la sua formazione si completa tramite frequenti soggiorni all’estero. Si impone negli anni venti e trenta soprattutto come autore di novelle e biografie, diventando così molto popolare tra il grande pubblico dei lettori. Dal 1934, con l’ascesa del nazionalsocialismo, ripara a Londra e poi in altre città. Zweig è di origine ebraica; anche i suoi libri sono tra quelli messi al bando dalle autorità tedesche. La sua vita si chiude all’insegna del mistero e del dramma; nel 1942 si suicida insieme alla moglie a Petrópolis, in Brasile.

Il racconto si apre con una scena di pioggia a Vienna. Il protagonista si rifugia precipitosamente in un vicino caffè. L’uomo vi è entrato solo per sfuggire al maltempo. Ha bisogno di ricomporsi. Dopo qualche minuto inizia a guardare con attenzione il locale; i clienti, il personale, i mobili. Capisce di essere già stato lì quando era studente. Non sappiamo quanti anni siano passati da allora; apprenderemo che in mezzo c’è stata la drammatica cesura della Grande Guerra che ha radicalmente cambiato il mondo. Si ricorda che, seduto a uno dei tavolini del locale, un tempo c’era sempre il grande intellettuale Jakob Mendel. Veniva chiamato Mendel dei Libri; si trattava di un pittoresco erudito che aveva fatto di quel posto il suo ufficio. Faceva il rigattiere di libri; il narratore della vicenda da studente lo aveva avvicinato per avere aiuto nella ricerca di un testo di difficile reperibilità. Mendel aveva una memoria straordinaria; ricordava nel dettaglio un’infinità di libri (contenuto, copertina, prezzo) ed era in grado di procurarli. In cambio di consulenze e altro, accettava piccole somme. Si accontentava di vivere spartanamente, seduto dietro pile di volumi, immerso in una quasi continua lettura che svolgeva piegando ritmicamente avanti e indietro il busto. Il proprietario del locale e i suoi dipendenti lo stimavano; in particolare la signora delle pulizie, pur illetterata, gli si era affezionata. A lui si rivolgevano anche illustri studiosi. Una vita consacrata allo studio. Ma ora quel tavolino era tristemente vuoto. Nel caffè lavorava ancora la signora delle pulizie; per il resto, cambiata la gestione, non era rimasto nessuno del precedente personale. Ma cosa ne era stato di Jakob? La signora racconta all’ex-studente che dopo lo scoppio della Grande Guerra iniziarono i guai per il vecchio erudito che nei primi tempi del conflitto aveva continuato a leggere tutto il giorno, senza mutare le sue abitudini. Convocato dalla polizia per alcune innocue lettere mandate all’estero in Paesi che combattevano contro l’Austria, si scoprì che era cittadino russo, essendo nato nella Polonia zarista e non avendo mai provveduto a chiedere la cittadinanza austriaca. Era quindi uno straniero, cittadino di uno stato in guerra contro l’Impero di Francesco Giuseppe. Venne arrestato e poi internato, racconta la donna. Dopo oltre due anni durissimi, fu finalmente rimesso in libertà. Ridotto a uno straccio, tornò nel locale e si diresse verso il tavolino dove aveva passato oltre trent’anni. Lì, coccolato dal personale, cercò di riprendere la vita abitudinaria di prima. Ma era stanco, squattrinato e soprattutto il mondo intorno era cambiato. La nuova gestione finì per cacciarlo via, umiliandolo pubblicamente. Il vecchio proprietario invece era orgoglioso della sua presenza.

Mendel ci riporta ad altre figure della grande letteratura ebraica dell’Europa centrale e orientale (pensiamo alle opere di scrittori come Joseph Roth, Isaak Singer, Elias Canetti); incarna fino al parossismo l’amore per lo studio e la lettura che tuttora fa degli Ebrei un popolo estremamente dotto. La cacciata dal locale è l’espulsione dal suo mondo, dalla sua piccola patria e ricorda il destino errabondo del popolo israelita. L’uomo è vittima del ciclone della Grande Guerra; gli stati belligeranti accrebbero il loro potere e la loro interferenza nella sfera privata dei cittadini, motivata dalla ricerca, a volte paranoica, di delatori e nemici. L’internamento degli stranieri e dei sospetti di possibile intelligenza col nemico furono il risvolto drammatico di questa situazione; persone inoffensive patirono grandi sofferenze.

Ma Mendel è davvero esente da colpe? Si è detto che viveva di letteratura. Si riusciva a fargli alzare gli occhi dalle pagine solo parlandogli di libri. Le conversazioni non erano veri e propri dialoghi, bensì unilaterali sfoggi di erudizione e di conoscenza. Il grande intellettuale non si accorgeva di nulla, né delle piccole cose, né di quelle più serie. Non notava che il proprietario aveva migliorato l’illuminazione dell’ambiente (facilitandogli la lettura), non rilevava che nel frattempo era scoppiata la guerra. Viveva leggendo, o meglio leggeva (molto) vivendo (poco). Quando la polizia lo fece internare, fu costretto a scoprire la vita. La detenzione gli permise di conoscere anche il dolore degli altri. Eppure, il ritorno alla libertà mostrò che Jakob non era migliorato. Per gli antichi greci l’esperienza del dolore permetteva di crescere in conoscenza di sé e del mondo; ma per lui non fu così. Tornò come un automa nel vecchio locale, si sedette al suo tavolino senza dire una parola. Nemmeno ringraziò la signora delle pulizie che per anni gli aveva custodito le sue cose. Tentò pateticamente di riprendere l’esistenza di prima. Non provò a trasformare in comunicazione la sofferenza patita. Il vento aveva preso a soffiare in direzione contraria e le sferzate lo investivano direttamente sulla carne, dato che non aveva gli strumenti per reagire e difendersi. I libri non lo avvicinavano agli altri, ma erano un diaframma tra lui e il mondo. La vita, a lungo ignorata, si prese così una terribile rivincita, come capita anche a Kien, il bibliofilo protagonista di Auto da fè di Elias Canetti. La realtà non si fa ridurre a una sola dimensione senza poi presentare il conto. La novella può essere interpretata come un invito a non escludere e a non autoescludersi. Mendel ha rifiutato la pluralità, il dialogo, la condivisione. La sua indubbia erudizione si accompagnava a un fatale disinteresse per la vita. Senz’altro è una vittima dell’arroganza del potere, ma è anche vittima di se stesso e della sua monomania.

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“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

4 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

Non saprei stilare una classifica dei migliori piloti di autovetture da corsa, ma posso affermare con certezza che Tazio Nuvolari fu sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Improbo fare confronti con gli odierni piloti, che guidano autovetture dalle sofisticate apparecchiature elettroniche, dotate di potenti motori turbo che scivolano su lucidi asfalti auto drenanti, quelli erano anni fatti di strade polverose, di mani sporche di grasso, di rumore assordante del motore che spaccava i timpani e di smisurato coraggio. Ferdinand Porsche lo definì “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, Nuvolari è rimasto nell'immaginario collettivo per tanto tempo come unico, insuperabile e, ancora dopo molti anni dalla sua morte, Lucio Dalla trovò parole stupende per scrivere una canzone a lui dedicata. Ascoltando queste note si riesce quasi a vederlo sfrecciare in una nuvola di polvere, concentrato nella guida della sua auto mentre taglia il traguardo:

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d'ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale, Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali, Il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell'aria perdono l'ali quando passa Nuvolari!

Fu veramente un pilota fuori dalla norma e non solo con le auto, la sua storia, divenuta leggenda, ci rimanda l'immagine di un uomo magro e basso con occhi e capelli scuri, un sorriso serrato, ma accattivante, uno scavezzacollo, istintivo, spericolato, capace di superare sempre ogni limite. Un uomo appassionato e appassionante, infervorato e impaziente. E queste sue qualità le dimostrò non solo correndo, ma anche nelle sue scelte di vita. Le sue specialità furono la tecnica per affrontare le curve e lo scarso rapporto che aveva con l'uso dei freni. La testimonianza che rese Enzo Ferrari dopo essere salito in auto con lui la prima volta, fu di aver avuto l'impressione che Nuvolari sbagliasse l'impostazione delle curve, ma poi si era reso conto che il pilota era tranquillo, “non sembrava uno che rischiasse di andare fuori strada ogni volta.” Nuvolari prendeva tutte le curve affrontandone l'interno senza toccare mai i freni e usando al contrario l'acceleratore premendolo o lasciandolo per stringere o allargare la traiettoria, in una sorta di derapata che lo faceva poi trovare dritto all'uscita della curva. Una tecnica che il patron del cavallino rampante definì da infarto. Un uomo dicevamo pieno di entusiasmo, non poteva non attirare, durante la sua brillante carriera, l'attenzione di un altro grande uomo il poeta soldato Gabriele D'Annunzio che lo volle ospite al Vittoriale in più di una occasione. Li legavano la comune passione per il rischio, la brama per i motori sempre più potenti, (il Vate aveva un' Isotta Fraschini), la febbre per la velocità e il coraggio di tentare ogni volta l’impossibile. Si stimarono e si capirono da subito, fin dal primo incontro restarono a parlare per sette ore. Non ci è dato sapere cosa si dicessero, ma mi piace immaginare che si raccontassero le loro imprese o discorressero di donne e che Tazio, sorridendo, lo mettesse a parte di quella scommessa che una volta vinse convincendo una signorina a salire in auto con lui durante una gara, per baciarla poi mentre sfilava a 150 all'ora sotto le tribune. Impresa che gli valse, da quella volta in poi, la presenza della moglie a ogni Gran Premio. In seguito D'Annunzio, come amava fare coi personaggi che gli erano cari, gli affibbiò un nomignolo e Tazio divenne per tutti il “mantovano volante”. Gli fece dono di una sua fotografia autografata e di un ciondolo d'oro a forma di tartaruga dicendogli “all'uomo più veloce, l'animale più lento”. Tazio da allora considerò quella piccola tartaruga il suo simbolo, lo teneva costantemente appuntato alla maglia, lo fece stampare sulla carta da lettere e diede disposizione affinché venisse dipinto sulla fiancata del suo aereo personale. Ne fece addirittura riprodurre alcune copie che regalò poi alle persone care o da lui ritenute “importanti”. Quel piccolo amuleto restò appuntato al petto del pilota per tutta la vita e morendo lasciò come disposizione di volerlo addosso anche per il funerale insieme agli abiti della sua tenuta da corsa: il maglione giallo con le iniziali, i pantaloni azzurri, il gilet di pelle marrone, il fiocco tricolore al collo, il caschetto bianco, la cintura nera di coccodrillo e a fianco il suo volante preferito. Lo stesso che nel 1946, durante una corsa, gli rimase fra le mani e che passando dal rettilineo del via mostrò al pubblico in delirio. Il grande “Nivola”, soprannome attribuitogli “vox populi, non si dette per vinto nemmeno in quell'occasione, portò l'auto ai box sterzando con una chiave inglese, fece sostituire il volante e terminò una gara oramai compromessa, rimontando fino alla tredicesima posizione. In quegli anni non vinceva più come un tempo, ma era sempre lui a “dare spettacolo”.

Tazio Nuvolari era nato a Castel d'Ario in provincia di Mantova il 16 novembre del 1892 da una famiglia benestante di agricoltori. La passione per i motori gliela aveva trasmessa lo zio Giuseppe che forniva al nipote biciclette e moto e che per primo gli insegnò a muoversi con agilità sulle due ruote, facendolo sedere sulla sua motocicletta per insegnarli a guidare. Tazio aveva allora solo tredici anni, ma una notte, preso dalla frenesia dei motori, “rubò” l'auto del padre e partì percorrendo un tratto di strada in campagna illuminata solo dalla luna. Fece ritorno poco dopo, orgogliosamente incolume e con l'auto intatta, in seguito raccontò schernendosi: “Andavo solo a trenta all'ora!” Data la sua costituzione mingherlina e la sua bassa statura si pensò anche che avrebbe potuto avere una carriera da fantino, ma fu proprio il calcio di un cavallo a rompergli una gamba e a lasciargli una leggera zoppia come ricordo per tutta la vita. In realtà Tazio preferiva il cavallo a due ruote, con un motore rombante che sentiva ruggire fra le gambe e che sapeva governare a dovere. Iniziò a guidare la motocicletta ancora ragazzino, scorrazzando per il paese e facendo acrobazie che lasciavano tutti a bocca aperta, acquisendo una notevole abilità che lo portò a essere scelto come autiere, durante il servizio di leva, prestato dal 1912 al 1913. Quando poi scoppiò la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi e gli fu affidata la guida delle autoambulanze. Tazio non aveva paura di niente, correva come un matto per recuperare i feriti e un giorno finì fuori strada, per fortuna senza gravi conseguenze, così il suo ufficiale comandante, nel fargli il cicchetto che gli spettava azzardò anche un “Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te “. Nessuna previsione fu mai così errata. Il suo carattere impaziente e impulsivo si mostrò anche quando, tornato dalla guerra per una licenza, conobbe in paese Carolina, una ragazza di cui si innamorò perdutamente, così per non aspettare permessi e consensi la “rapì” nella più classica delle fuitine e la sposò solo civilmente il 10 novembre a Milano. Fu una scelta fuori dal comune per l' epoca, ma la sua serietà in campo sentimentale non fu mai smentita e la moglie rimase il suo grande amore per tutta la vita. Dalla loro unione nacquero due figli e Giorgio, il primogenito, venne alla luce già prima della fine della guerra nel settembre del 1918. La passione di Tazio per i motori continuò anche dopo la fine del conflitto, nel 1920 ottenne la licenza di corridore motociclista e in giugno dello stesso anno esordì al Circuito Internazionale di Cremona. La prima vittoria alla guida di una motocicletta arrivò l'anno successivo. Aveva fatto esperienza correndo con moto di sua proprietà, era diventato un vero pilota professionista e, trascorso ancora qualche anno in un crescendo di vittorie, si coronò col titolo di campione italiano della classe 500. Entrato come motociclista nella scuderia della Freccia Azzurra, nel 1926 a Stoccarda ebbe un pauroso incidente. Era arrivato in ritardo e non aveva provato il circuito, così a causa di un fondo stradale scivoloso, sbandò e a tutta velocità andò a schiantarsi con la moto contro un albero. Quando lo raccolsero, aveva perso i sensi e in un primo momento lo diedero per spacciato. Giunto all'ospedale, di una sospetta commozione cerebrale, e choc traumatico, furono confermate solo numerose fratture in varie parti del corpo che non gli impedirono, comunque, di ripartire l'indomani stesso in treno per far ritorno in Italia. Lo spirito fiero e indomito non si era fiaccato e ai giornalisti che gli confessarono di averlo creduto morto rispose: “Se mi danno per cadavere, aspettate sempre tre giorni prima di piangere, non si sa mai.” La sua passione per i motori lo aveva portato ad alternare corse in moto e corse automobilistiche, essendosi messo in luce per alcune gare vinte in Italia e all'estero proprio con le auto, venne contattato dall'Alfa Romeo per un provino all'autodromo di Monza. Nuvolari era l'ultimo di tutti i piloti chiamati per il test e l'auto arrivò nelle sue mani che era al limite, Tazio non si scoraggiò e, per fare bella figura, spinse al massimo l'acceleratore, ma qualcosa non funzionò a dovere e alla curva di Lesmo sbandò, distrusse l'autovettura e venne ricoverato in ospedale con gravi ferite e fratture. Di lì a poco doveva disputarsi il Gran Premio motociclistico delle Nazioni a cui non intendeva assolutamente rinunciare, così, appena una settimana dopo lo spaventoso incidente, si preparò a gareggiare sopportando dolori atroci in tutte le parti del corpo. Per resistere meglio indossò un pesante busto di cuoio che lo teneva bloccato alla sella e si fece bendare stretto, in modo da essere quasi “ingessato ” nella posizione di guida. Uno dei medici che lo aveva aiutato e visto salire stoicamente sulla motocicletta, ebbe a pronunciare una frase che restò famosa nel tempo: “E' matto come un cavallo, dovremmo ricoverarlo in manicomio”, ma “Nivola”mise tutti a tacere e tagliò il traguardo da vincitore. Grazie al crescente successo incominciò a guadagnare a sufficienza per pensare di aprire una sua scuderia a dispetto dell'Alfa Romeo che, dopo il disastroso provino, non lo aveva messo sotto contratto. Così nell’inverno tra il 1927 e il 1928 decise di puntare esclusivamente sull’automobile e, comprate quattro Bugatti grand prix, fondò la scuderia Nuvolari. Le prime soddisfazioni non tardarono ad arrivare e nove giorni dopo la nascita del suo secondogenito Alberto, l'11 marzo 1928 festeggiò vincendo la sua prima prestigiosa gara internazionale nel Gran Premio di Tripoli. Tazio, tra il 1928 e il 1929, iniziò a inanellare una serie di successi, in ogni gara riusciva sempre a mettersi in luce in qualche modo correndo come un matto, duellando con i piloti più affermati senza mai arrendersi e anche se le sue Bugatti erano di cilindrata inferiore, quando non vinceva, riusciva comunque a dare del filo da torcere ai campioni in carica. Tutti iniziarono a capire di che stoffa era fatto il pilota di Mantova e allora il patron dell'Alfa Romeo si dovette ricredere e lo ammise in scuderia dicendo: “Prendiamolo, questo Nuvolari, e che Dio ce la mandi buona!” Nel 1930 Tazio correva la sua prima Mille Miglia con un'Alfa Romeo e si trovò a sfidare il suo eterno rivale, ma anche amico, Achille Varzi, che lo conosceva dai tempi delle gare motociclistiche e che, per un breve periodo, aveva corso per lui nella sua scuderia. Nuvolari voleva battere a ogni costo il suo antagonista di sempre, così, durante la corsa, che si teneva anche nelle ore notturne, tallonò il suo avversario a fari spenti e li riaccese un attimo prima di superarlo sul rettilineo di arrivo e tagliare il traguardo per primo, beffandolo irrispettosamente. Da quel momento in poi la sua rivalità con Varzi divenne insanabile, si fronteggiarono spesso, alternandosi sul podio infiammando il pubblico italiano diviso fra il preciso, rigoroso, a tratti gelido Varzi e il fantasioso, prode e sorprendente “Nivola”. Anche Mussolini, oltre al Vate divenne un fan accanito del “mantovano volante” e lo invitò a Roma a Villa Torlonia. Già appassionato di automobili, proprietario di un'Alfa Romeo spider che amava guidare a forte velocità, seguiva le corse nutrendo per il campione grande stima e rispetto: “Ecco un italiano a cui tutti gli italiani dovrebbero ispirarsi”. In quello stesso periodo l'Alfa abbandonò le corse e il parco auto fu ceduto a Enzo Ferrari che sostituì alle autovetture il simbolo del quadrifoglio con il cavallino rampante avuto in dono dalla madre di Francesco Baracca. Tazio con la sua Alfa -Ferrari stravinse sette gare con vittoria assoluta nel 1931, i successi continuarono nel 1932, un anno trionfale, che lo vide su sedici gare disputate, sette volte vincitore assoluto, tre volte secondo, tre volte terzo, una volta quarto, una sesto e una sola volta ritirato. E ancora più ricco di trofei fu il 1933: undici vittorie in tutto. Quello fu anche l'anno del divorzio da Ferrari, di cui Nuvolari voleva diventare socio, ma il patron del cavallino, che non era meno testardo di lui, gli indicò tranquillamente la porta, inutile dire che Tazio, rimessosi in proprio, si fece preciso dovere di vincere e ci riuscì, quasi sempre, fino all'avvento delle “tedesche “. La ruota stava girando e la superiorità dei bolidi tedeschi diventava schiacciante, per fare fronte comune Tazio fece pace con Ferrari e riuscì ancora una volta a stupire tutti con una vittoria impossibile, proprio nel G.P. di Germania del 1934. Nel 1935 riuscì ancora a battere il record assoluto di velocità con 330,275 km/h e, nel 1936, nonostante l'ennesimo brutto incidente che lo vide correre nelle gare successive con due vertebre incrinate e pieno di ammaccature, riuscì a dare smacco ai tedeschi in diversi gran premi. Ancora una volta si trovò contro il suo avversario di sempre Achille Varzi, che era passato nelle scuderie tedesche. Arrivò il 1937 un'annata nera in assoluto per l'asso del volante; i tedeschi, pressoché invincibili la facevano da padroni su ogni circuito. L’Alfa di Nuvolari prese fuoco ed egli si salvò lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Il resto della stagione registrò un altro incidente in prova, poche corse disputate e una sola vittoria, ma il dolore più grande per Nivola fu la morte prematura del suo primogenito che si spense a causa di una miocardite a soli 19 anni, mentre lui era in viaggio. Un avvenimento che lo segnò profondamente e forse per la prima volta in vita sua le spalle si piegarono un poco sotto il peso della sconfitta. L'anno successivo capito che oramai con le auto italiane non sarebbe più riuscito a mantenere i suoi abituali livelli, decise di abbandonare le corse, fece un viaggio negli Stati Uniti con la moglie, ma dopo poco venne contattato dalla Auto Union e passò sotto contratto con i tedeschi. Tazio da quel giorno aggiunse alla sua normale tenuta da corsa un nastrino tricolore che teneva al collo in bella vista, per dimostrare a tutti il suo immutato amor di Patria e l'orgoglio di essere Italiano anche se era passato a correre per il Terzo Reich. Con la nuova macchina, costruita da Porsche, Nuvolari ottenne nuovamente grandi successi, coronò il sogno di vincere ancora il G.P. di Monza in Italia e, con le sue performance, mandò in visibilio gli spettatori tedeschi. Durante le prove nel circuito di Donnington, in Inghilterra, un cervo sbucò all'improvviso nella pista, Tazio, che sopraggiungeva a 130 all'ora, non riuscì a evitarlo e lo colpì in pieno, mantenne però il controllo della vettura evitando di finire contro il parapetto di un ponte che aveva di fronte. Lo spettacolare incidente gli valse anche le simpatie del pubblico inglese che, recuperato il cervo, gli fece recapitare la testa. Nivola, soddisfatto, ne fece un trofeo da appendere al suo studio. Nel successivo 1939 a Belgrado consegnò l'ultima vittoria alle Silberpfeil (Frecce d'argento) era il 3 settembre e la seconda guerra mondiale era cominciata da due giorni. Solo la guerra era riuscita a fermare Nuvolari, ma nel 1946 Tazio riapparve sulla scena, indomito anche se invecchiato e stanco. Soffriva di disturbi allo stomaco causati dai gas di scarico, ma a fiaccarlo definitivamente fu la malattia che gli strappò anche il secondo figlio, appena diciottenne. Disperato, si aggrappò alle corse per sopravvivere o cercando forse una fine non meno disperata. Solo un mese dopo la sepoltura del suo ultimo erede, a Marsiglia, in spregio a ogni pericolo, correndo contro la sorte e sperando forse a una curva di incontrare la fine, toccò invece nuovi record di velocità. Nel 1947, quando aveva già 55 anni, compì l'impresa che, anche se non lo vide vincitore, lo riportò nel cuore degli Italiani, se mai lo avevano dimenticato. Si correva la Mille Miglia, Tazio si portò in testa resistendo alla pioggia, all'estenuante susseguirsi delle ore alla guida, sopportò gli accessi di vomito sempre più forti, ma quando la pioggia insistente aveva oramai riempito l'abitacolo della sua piccola spider, fu costretto a fermarsi, aprire lo sportello per liberarsi dell'acqua e, anche se ripartì subito dopo, oramai era stato superato. L'anno successivo si vide l'ultimo colpo di coda di un campione che non voleva desistere, non aveva un'autovettura sua e non correva per nessuna casa automobilistica, ma si presentò a Brescia per salutare gli amici in partenza per la Mille Miglia, qualcuno gli offrì una Ferrari e non si fece ripetere l'invito. Tazio correva sempre più veloce per sfuggire al peso del suo dolore che non lo abbandonava mai e a Pescara fu primo assoluto, a Roma arrivò con dodici minuti di vantaggio sul secondo, a Livorno venti, a Firenze trenta, ma non voleva arrendersi all'idea che la macchina, sottoposta a ritmi insostenibili, stava cedendo. Durante la strada perdeva pezzi, prima un parafango, poi il cofano, erano saltati gli attacchi dei sedili e gli rendevano la postazione guida incerta e traballante, Giunto nei pressi di Reggio Emilia, il tracollo: cedette il perno di una balestra e fu costretto a fermarsi. Fu negato a lui ma soprattutto agli Italiani il lieto fine di una favola che li aveva fatti sognare come nessuno prima e come pochi dopo nella storia delle corse. L'incredibile carriera di Nuvolari si chiuse nel 1950, in 30 anni tra auto e moto aveva disputato 353 corse, conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe e facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. Fu sette volte campione italiano e conquistò cinque primati internazionali di velocità. Tazio, oramai malato, smise di correre senza mai annunciare pubblicamente il proprio ritiro. Passati poco più di tre anni “Nivola”, “ il mantovano volante”, se ne andò per sempre, in silenzio, alle sei del mattino dell'11 agosto 1953, era un martedì. Il giorno dei suoi funerali sulla piazza gremita di oltre cinquantamila persone venute da ogni dove per tributargli l'ultimo saluto, dalla facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova pendeva uno striscione scritto dai suoi ammiratori “Correrai più veloce per le vie del cielo.”

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
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Il manifesto de Il bandolo, Claudio Fiorentini

3 Settembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Il manifesto de Il bandolo, Claudio Fiorentini

Protagonismo del “vicino di casa”

L’intuizione dei geni del marketing, quella che fa crescere in modo esponenziale le Aziende, col senno di poi sembra quasi banale, e infatti, i vari guru di cui spesso leggiamo sui giornali, prima di essere degli smanettoni e degli inventori, sono degli osservatori del comportamento umano.
Senza citare nomi e cognomi, concentriamoci sulle intuizioni che hanno dato spazio ad alcune recenti invenzioni e reso possibili alcune innovazioni di cui oggi ci avvaliamo.
Solo trent’anni fa, quando si era in giro, per fare una telefonata si andava al bar o in una cabina, i computer erano oggetti misteriosi che occupavano intere stanze, le fotocopie puzzavano di laboratorio fotografico… nessuno avrebbe mai pensato che dopo pochi anni la mobilità e l’integrazione dei sistemi d’informazione sarebbe diventata imprescindibile. Ma lasciamo da parte l’ovvio, del resto le innovazioni sono parte della nostra vita, e parliamo di due semplici intuizioni che nascono dall’osservazione del nostro comportamento da animali sociali, e che stanno occupando gran parte del nostro tempo. Mi riferisco alla necessità di portarsi appresso un oggetto che fa di tutto, e alla necessità di partecipare attivamente alle attività del mondo, quindi manifestazione del proprio io o del proprio ego.
Le due necessità sono consecutive, perché se è vero che fa comodo avere a disposizione uno strumento polifunzionale, nel momento in cui riesco a parlare di me e rendere pubblico il mio pensiero, il valore dell’oggetto aumenta, in quanto permette al mio ego di manifestarsi!
Una delle dinamiche che pervade il mondo dei mezzi d’informazione di massa si basa proprio su questa necessità. Facciamo qualche esempio. Iniziamo dal grande fratello (e derivati), che è un grande contenitore di nulla. Metti in una casa un po’ di giovanotti ansiosi di esibirsi in qualsivoglia inezia, e hai un boom di ascolti. Contenuti zero, costi minimi, fatturato faraonico. La radio ha meccanismi diversi, ma usando il telefono e la volgarità, facendo scherzi di scarsa eleganza, gli ascolti aumentano, e questo coinvolgendo sempre l’uomo comune. Di nuovo, contenuti zero, costi minimi e fatturato alto. Se poi andiamo in rete è ancora più evidente, basta pensare alla blogosfera, dove ognuno si fa promotore delle proprie idee o del proprio ego. Ancora peggio se andiamo nei social network, dove un impero miliardario che non paga diritti sui contenuti pubblica qualsiasi scemenza facendo credere all’utilizzatore che, così facendo, si manifesta al mondo.
In tutti questi casi c’è un fattore comune: il coinvolgimento di gente normale, che parla di sé!
Mi spiego. Il grande fratello ha portato il “vicino di casa” alla celebrità, per cui si è creato un modello. Nel secondo caso l’animatore del programma radiofonico ha telefonato al “vicino di casa” e ha trasmesso la sua voce via radio, per cui si è creato un altro modello. Nel terzo caso il “vicino di casa” ha messo in rete i propri contenuti in modo strutturato, e non importa che sia l’ideologia di una setta satanica o un commento critico alla Divina Commedia. Nell’ultimo caso, il “vicino di casa” ha manifestato un suo pensiero, anche banale, e ha ricevuto commenti da quelli che lo seguono.
Ma di cosa stiamo parlando, se non di editoria?
Bene, e se volessimo parlare di editoria su carta? Se volessimo estendere il discorso alla diffusione dell’arte in tutte le sue discipline e spingerlo all’estremo, non avremmo uno scenario per certi versi analogo? Immaginate: l’editore pubblica quello che capita, anche le opere insignificanti del “vicino di casa”, tanto chi paga è l’autore, il gallerista espone quello che capita, anche le croste del “vicino di casa”, perché il pittore paga, il produttore musicale incide la musica che capita, persino le schitarrate incoerenti del “vicino di casa”, perché chi paga è il musicista… e se non ci sono editori né galleristi, allora il “vicino di casa” usa le potenzialità della rete, tanto qualcuno che clicca “mi piace” lo trova sempre...

Cosa governa il mondo dei media o della diffusione dell’arte? Cosa guida l’editore nelle sue scelte? Cosa porta nella rete tanto vuoto? Credo che sia facile rispondere: l’ansia di protagonismo del “vicino di casa”.
Intendiamoci, “vicino di casa” è solo una metafora, in realtà dovremmo capire se siamo noi quel “vicino di casa” che pubblica la propria vanità in un blog, in una rete sociale o presso un editore.

È questo quello che vogliamo?

Ebbene, io sfaterei il mito del successo, del resto è facile con la frammentazione del mondo dell’editoria (in tutte le sue forme), e ricorderei al “vicino di casa”, e anche a me stesso, che il protagonismo effimero è tutt’altro che rivoluzionario. La radio, la televisione, la rete, i blog, le pubblicazioni, le mostre, etc… sono solo strumenti dove transita l’idea, e contengono tanti di quegli specchi per allodole che occorre un’educazione all’utilizzo. Le dinamiche del cambiamento sono quelle che si basano su idee forti, e l’idea vive se la si condivide, e se la si fa crescere, utilizzando i mezzi di diffusione in giusta misura e con il giusto criterio, ricordando che deve essere l’idea ad usare i mezzi, e non il contrario.

Claudio Fiorentini

MANIFESTO CULTURALE
IL BAND
OLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che
genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i
consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una
cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.
Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e
l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che
ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un
erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto
vocazione.
Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e
slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni
gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione.
Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali
autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.
Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.
Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni
culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata
mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra.
Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del
vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della
comunicazione e dei suoi orizzonti.
Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la
conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il
pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova
arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre
maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di
comunicazione.
E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di
diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di egotismo, e troppo
spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È
facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le
rende invisi
bili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e
non un servizio di diffusione dell'opera artistica.
È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli
operatori debbono proporre val
ori: il valore della scoperta, il valore della
diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore
dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una
galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci
rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di
Narciso.
Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che
sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità,
da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo.
Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello
più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.
Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto
aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il
sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea
propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la
ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come
esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.
È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a
una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è
dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali,
mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non
parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un
messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un
senso, dell
a vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che
l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.
Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo
dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la
coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire
dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura
contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre
più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.
Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni,
potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi
mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il
danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi -individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti
creativi hanno in questo una grande responsabilità.
Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo
trattarle.

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Roberto Mestrone
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Valentina Vinogradova
Stefania Catallo
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto Canfora
Angelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunati
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Pontuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
Giovanni Bergamini
Norbert Francis Attard
Daniela Taliana
Bartolmeo Errera
Fabiana Boiardi
Alessandro Da Soller

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Antonio Tentori, "Voglia di guardare"

2 Settembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Antonio Tentori, "Voglia di guardare"

Antonio Tentori

Voglia di guardare

L’eros nel cinema di Joe D’Amato

I Ratti di Bloodbuster – Euro 12 – Pag. 160

I Ratti di Bloodbuster sono un’idea geniale. Piccole e agili guide per conoscere il mondo del cinema di genere, scritti senza tanta prosopopea da critici con la puzza sotto il naso, popolari, godibili, interessanti. Per il momento sono usciti: Nudi e crudeli – I mondo movies italiani (Antonio Bruschini e Antonio Tentori), Tutte dentro! - Il cinema della segregazione femminile (Stefano Di Marino e Corrado Artale), Macchie solari – Il cinema di Armando Crispino (Claudio Bartolini), Kiss kiss… Bang bang – Il cinema di Duccio Tessari (Fabio Melelli), Maurizio Merli – Il poliziotto ribelle (Fulvio Fulvi).

"Voglia di guardare – L’eros nel cinema di Joe D’Amato" rappresenta una riedizione, ampliata e aggiornata, di un vecchio lavoro di Tentori uscito per Castelvecchi nel 1999 (Joe D’Amato - L’immagine del piacere). Il libro di Tentori è informativo e divulgativo, senza pretese scientifiche, scritto con un linguaggio piano e comprensibile, accessibile a tutti, proprio come l’avrebbe voluto Joe D’Amato. Un solo errore, che auspico venga corretto nella seconda edizione, riguarda il film Papaya dei caraibi, desunto (credo) dalla lettura di Stracult dell’ineffabile Marco Giusti. Tentori afferma che Melissa Chimenti - interprete del film - è lo pseudonimo di Annj Goren (Anna Maria Napolitano), ma non è vero: Melissa Chimneti esiste, non è attrice di grande fama, ma ha interpretato una manciata di pellicole. Il testo di Tentori mi dà la possibilità di raccontare in breve la figura di Aristide Massaccesi, un regista definito dai critici superficiali il re del porno, ma che in realtà amava erotismo e orrore, oltre a essere un grande artigiano del nostro cinema di genere.

Aristide Massaccesi nasce a Roma il 15 dicembre 1936 e può essere considerato il regista più prolifico del cinema italiano. Massaccesi viene da una famiglia di persone che lavoravano nel cinema, adesso figlio e nipote ne continuano la tradizione come operatori tecnici. Massaccesi è l’essenza stessa dell’artigianato cinematografico: di quasi tutti i suoi film è anche sceneggiatore, direttore della fotografia, spesso anche produttore, in coppia con la moglie Donatella Donati. Nel cinema ha fatto di tutto, cominciando da operatore, passando a direzione di fotografia, regia e produzione. Non esiste genere che non abbia esperimentato: western, cappa e spada, peplum, decamerotici, kung-fu, guerra, erotico, sexy, hard, mondo movies, fantasy... forse mancano soltanto i musicarelli. In tutti questi film D’Amato porta il suo mestiere, con pochi soldi dà ritmo e spettacolarità a pellicole che si basano su modeste sceneggiature e cast di attori non sempre all’altezza. Tra la sua ricca dotazione di pseudonimi è noto al grande pubblico come Joe D’Amato con il quale firma gran parte dei film di una lunga carriera. D’Amato non è solo il porno italiano di Rocco Siffredi e le avventure erotiche di Tarzan o di Marco Polo, che nel genere hanno una loro dignità. Pure in certe pellicole Massaccesi non dimentica mai sceneggiatura, soggetto e gusto scenografico. Quando gira un film, sia esso porno, horror o hardcore, il rispetto dello spettatore è la prima cosa. Resta uno degli ultimi autori di pellicole hard girati su pellicola (35 mm.) e con struttura narrativa dignitosa.

Il pubblico dell’horror ricorda Massaccesi per tre film importanti: Buio omega, Antropophagus e Rosso sangue e per essere stato l’interprete italiano del filone splatter. I tre film sopra citati sono tra gli horror più significativi degli anni Settanta - Ottanta, lavori che resteranno nel tempo come le opere di Fulci, Bava, Margheriti, Deodato, Lenzi, Soavi e Argento. D’Amato realizza piccoli gioielli con poche lire, nella buona tradizione del cinema italiano di genere, rispettando il gusto per il gotico e spingendolo all’eccesso sino a farlo confluire nello splatter.

La carriera di Massaccesi comincia con la scuola di cinema a Roma, subito dopo si impiega come direttore della fotografia, che resta la sua principale occupazione a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Massaccesi mette da parte una grande esperienza prima come aiuto fotografo (con Jean Renoir ne La carrozza d’oro), poi come direttore della fotografia (la sua vera passione) al servizio di registi come Mario Soldati (È l’amore che mi rovina, 1951) e Mario Mattoli (L’inafferrabile, 1951), come operatore per registi come Carlo Lizzani (L’oro di Roma, 1961), Mario Bava (Ercole al centro della terra, 1961) e Umberto Lenzi (Paranoia, 1970). La gavetta di Massaccesi è lunga e tocca tutti i generi possibili: dal poliziesco alla commedia passando per lo storico. Solo nel 1972 decide di mettersi dietro la macchina da presa per film di genere western, storico e commedie erotiche. Pellicole come: Un bounty killer a Trinità, Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti, Fra’ Tazio da Velletri e La rivolta delle gladiatrici. Ma è solo con La morte ha sorriso all'assassino (1973) che comincia a fare sul serio. Non fu un successo, nonostante la presenza di attori come Klaus Kinsky e Giacomo Rossi Stuart. Per questo motivo D’Amato migra verso altri generi come l’erotico soft, anche perché incontra la bella indonesiana Laura Gemser, interprete ideale per una serie di pellicole che dovevano sfruttare il successo internazionale del libro Emmanuelle della Arsan e delle pellicole interpretate dalla intrigante Silvia Kristel. Sono cinque gli episodi che D’Amato dirige con Laura Gemser in questa serie rinominata Emanuelle con una sola emme per evitare la denuncia per plagio. A nostro giudizio Massaccesi ha dato il meglio di sé nel genere erotico e in quello horror, toccando vette irraggiungibili quando riusciva a contaminare entrambi i generi. Ci sono pellicole interessanti che contaminano il porno soft con l’horror sia nella serie Emanuelle (Emanuelle e gli ultimi cannibali e Emanuelle in America), sia fuori (alcuni fine anni Settanta: Sesso nero, Hard sensation, Porno Holocaust e Le notti erotiche dei morti viventi).

Sesso nero è una pellicola cult: è il primo film porno girato in Italia e proiettato nei neonati circuiti a luci rosse. Siamo nel 1980 e D’Amato aveva già girato alcune scene hard in Emanuelle in America (1976), ma erano semplici inserti che nella versione regolare della pellicola vennero tagliati. Emanuelle in America uscì in versione uncut solo a metà anni Ottanta.

Massaccesi si ricorda per aver scritto, diretto, fotografato e prodotto Buio omega (1979), ottimo remake in versione splatter di un vecchio film di Mino Guerrini (Il terzo occhio). La musica dei Goblin (freschi di Profondo Rosso con Argento) contribuì al successo, ma ricordiamo pure l’interpretazione di attori inquietanti e ben calati nella parte. In questo film Massaccesi si lascia andare e affonda lo sguardo nella carne viva, mostrando intestini smembrati e unghie strappate. “Erano soltanto interiora di maiale”, disse D’Amato. Però gli effettacci erano ben realizzati. La fotografia sporca abusava di colori come il giallo e il verde scuro per rendere bene il senso di disgusto e di nausea che raggiunge l’apice nella scena del pasto dopo un massacro.

Massaccesi ha dato vita insieme a Luigi Montefiori (in arte George Eastman), - attore, sceneggiatore ed ex giocatore di basket dalla stazza gigantesca (più di un metro e novanta) -, a un prolifico sodalizio. Il primo lavoro importante dei due autori è Antropopahgus (1980), un film indimenticabile, vera icona del cinema di D’Amato. La pellicola è splatter puro ma con una trama avvincente e una scenografia curata: questa è la vera novità per il genere. Da ricordare: la scena del feto strappato e divorato (un coniglio spellato annegato nel sangue), gole recise, intestini maciullati, cadaveri decomposti e altre prelibatezze. Inutile dire che nel 1980 fece grande scalpore, dato che il pubblico non era avvezzo a vedere certe cose. In Inghilterra passarono alcune scene in televisione spacciandolo per uno snuff movie. Al solito anche in Antropophagus l’atmosfera è malsana e macabra, arricchita da effetti spettacolari. Pochi mesi dopo Luigi Montefiori sceneggia un altro film dove lui stesso interpreta la parte di una specie di mostro immortale che pare la fotocopia splatter di Michael Myers di Halloween. Il film è Rosso sangue (1982) ed è il meno riuscito dei tre horror di D’Amato, pure se è spaventoso al punto giusto per come mostra atrocità e sangue con freddezza. La storia racconta di un serial killer prodotto da un esperimento genetico che si aggira per le strade di un paese e uccide innocenti. Da ricordare la scena del forno e l’accecamento del mostro che come un novello Polifemo rantola e si dimena cercando di far fuori chi l’ha ucciso.

Massaccesi e Montefiori avevano già girato molte pellicole hard nella Repubblica Dominicana, inventando in Italia il genere e dando vita alla più assurda serie di film pornografici che la storia del nostro cinema ricordi. Tra l’altro le pellicole vennero realizzate con uno stesso gruppo di attori che cambiava parte da un film all’altro. Venivano anche utilizzate scene di un film per inserirle in una pellicola successiva. Gli hard dominicani vennero girati tutti nello stesso anno e il materiale fu montato successivamente in studio.

Nel campo dell’erotico D’Amato va ricordato per alcune pellicole raffinate girate nel corso degli anni Ottanta sulla scia del successo di film d’autore come La chiave. Pellicole come L’alcova, La lussuria e Il piacere sono considerate dai critici tra le migliori prodotte in Italia nel campo del cinema erotico.

Joe D’Amato termina la carriera girando quasi esclusivamente hardcore, genere al tempo molto redditizio. In questo campo il sodalizio con Luca Damiano ha prodotto alcuni lavori di pregio che vengono ancora ricercati dagli amanti del genere.

Ricordiamo Aristide Massaccesi ottimo produttore di horror italiano. Insieme a Luigi Montefiori e altri amici apre la casa di produzione Filmirage che lancia registi come Michele Soavi e Claudio Fragasso. Citiamo tra i film prodotti: Deliria (1987) di Michele Soavi, Killing Birds (1987) di Claudio Lattanzi (in realtà pare lo abbia diretto D’Amato o che abbia aiutato molto il giovane regista), La casa 3 (1988) di Umberto Lenzi, La Casa 4 (1989) di Fabrizio Laurenti, DNA – Formula letale (1990) di Luigi Montefiori e La Casa 5 (1990) di Claudio Fragasso, la miniserie Troll (cap. 2 e 3 nel 1990) e persino il bergmaniano Le porte del silenzio (1991) di Lucio Fulci.

Massaccesi rientra alla regia horror con un buon prodotto come Frankenstein 2000 - Ritorno dalla morte (1992) film poco distribuito e di scarso successo, scritto e sceneggiato da Antonio Tentori. Il suo ultimo film importante è il thriller erotico La jena (1997). Massaccesi era un uomo gentile e riservato, sempre pronto alla battuta: pare quasi impossibile che abbia realizzato film pornografici espliciti e tanti horror sanguinolenti. Con il passare del tempo si è costruito una grande fama in tutto il mondo ma non ha mai rinunciato a fare artigianato cinematografico, realizzando anche quindici film per stagione. Ha sempre lavorato nel cinema low cost, imitando i grandi successi: usciva Caligola, lui si precipitava a girare Caligola la storia mai raccontata, aveva successo La chiave lui proponeva L’alcova e Voglia di guardare, era buono l’esito commerciale di Fuga da New York lui girava Bronx lotta finale, e così via. Le sue regie dovrebbero aver superato le duecento, ma non è possibile essere precisi. Di sicuro la sua fama è paragonabile a quella che aveva Ed Wood a Hollywood: uno che fa i film in fretta e furia, ma mettendoci sempre un tocco di folle genialità.

Massaccesi è morto improvvisamente a Roma il 23 gennaio 1999 all’età di 63 anni, tra l’indifferenza quasi totale della stampa di settore e dei quotidiani nazionali.

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Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"

1 Settembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"

Già il titolo lascia ben sperare, ma la lettura del libro è anche più stimolante. Raramente ci si imbatte in libri di così grande qualità e viene da chiedersi perché la nostra letteratura in Italia e nel mondo non è rappresentata da opere come questa.

Scritto benissimo, senza esitazioni, dalla prima pagina entra nel mondo onirico per dare al lettore qualcosa di più della speranza, qualcosa che non può essere misurato con metri o pesi.

Personaggi strambi, semplici e ironici, che si rivelano complessi e ricchi di sfaccettature e che nel loro essere irreali chiedono al lettore di identificarsi con loro.

Zeno, un disoccupato pigro, compra una nanocasa, rara superstite dell’urbanizzazione selvaggia, che in mezzo allo sfacelo edilizio sopravvive come testimone di un mondo dove ancora è possibile credere nell’incredibile. In questa casa scopre un mistero assurdo, una cantina piena di inutli cianfrusaglie e, su una parete del soggiorno, una targa con su scritto Servabo. Che follie aveva per la testa l’ex-proprietario? Zeno comincia a interessarsi alla storia del suo predecessore a seguito di alcune visite di personaggi surreali che gli portano delle moleskine, tutte uguali, tutte contenenti, scritto a mano, lo stesso frammento di un racconto di Borges. L’avventura comincia, e si svolge tutta intorno agli oggetti trovati in cantina, alle moleskine, e ai personaggi che hanno portato questi quaderni a chi supponevano fosse il proprietario. Ne viene fuori una società segreta che, facendo un mercato di cianfrusaglie inutili, si impegna nel raccontare le storie, inventate, delle cianfrusaglie. La reazione dei visitatori è meravigliosa. Il mercato è fallimentare, non si vende nulla, ma l’obiettivo dei membri della società segreta non è vendere, è raccontare.

Già questa trama strampalata e originalissima è un buon motivo per affrontare la lettura, ma lo sono anche lo stile, la leggerezza del linguaggio, l’ironia e le ulteriori evoluzioni della storia.

Il romanzo è allegro e invita a credere che il sogno sia ancora possibile. L’autore, noncurante della realtà contingente, si concentra sulla realtà più intima, quella che risiede in ciascuno di noi e che ci fa pensare che non tutto è perduto, che ancora esiste un motivo per ridere, per vivere, per sognare, e per seguire le segrete trame dell’immaginazione.

I quaderni che contengono questo frammento di racconto sono dieci, solo tre vengono restituiti, e i personaggi che lo fanno sono un netturbino scrittore che somiglia a Jeff Bridges, un cacciatore di fulmini soprannominato Gabin, e una distinta e anziana signora che racconta fiabe nei parchi ai bambini.

Permettetemi di ricopiare qui un frammento del libro che ne riassume la grandezza. È notte, il protagonista è insieme a Gabin, che si chiama Ansano, su un tetto, presto ci sarà il temporale. Ansano ha fissato la macchina fotografica sul cavaletto e tenta di fotografare fulmini:

“Ne ha catturati molti?”

“Nessuno” regolando l’altezza del cavalletto “migliaia di foto buie”

…..

“Per tatto preferisce non chiedermene il motivo?”

“Mancavo di coraggio” sincero, prendendo il vento in faccia.

“Non si preoccupi, non è il primo e non sarà l’ultimo” cambiando rullino “ Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce dunque perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità”. Pausa, facendosi più scuro in volto: “Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano nella vita?”.

Così sono i dialoghi e così i personaggi che affollano questo romanzo: meravigliosi visionari che vivono per qualcosa di perfettamente inutile. E che ci inducono a sognare.

Il finale, del tutto imprevedibile, riesce anche a commuovere, al punto che si vorrebbe abbracciare il protagonista, si vorrebbe entrare nel libro e prender parte al mercato, ma non ci si rammarica di essere arrivati alla fine, perché libri come questo continuano a vivere nella mente.

Il libro ha meritatamente vinto il primo premio all’Albero Andronico 2014.

Raccomando vivamente la lettura!

Claudio Fiorentini

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