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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Il manuale delle Giovani Marmotte

10 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Il manuale delle Giovani Marmotte

A giugno del 2013, a quarant’anni dalla prima edizione, il Corriere della sera ha ristampato due storici manuali Disney: il manuale di Nonna Papera e Il Manuale delle Giovani Marmotte.

Facciamo un passo indietro. Chi era bambino a cavallo fra gli anni sessanta e settanta non aveva Wikipedia o Google per informarsi. Imparava sui libri di scuola, che allora si chiamavano sussidiari, ascoltava le fiabe sonore, sfogliava I Quindici, leggeva i best seller nei compendi di Selezione da Reader’s Digest e faceva ricerche scolastiche sulle enciclopedie a fascicoli (La Motta, Le Muse, Galileo), debitamente rilegate e in bella mostra nella libreria di ogni famiglia che intendesse elevarsi dal magma dell’ignoranza.

Ma c’era anche un’altra fonte d’informazione spicciola, piena di spunti originali, di fascino e di avventura: il mitico Manuale delle Giovani Marmotte, nell’edizione del 1969.

La Arnoldo Mondadori ha pubblicato dal 69 all’89 otto volumi, a cura di Elisa Penna (fumettista inventrice di Paperinik) e Mario Gentilini, con le illustrazioni di Giovan Battista Carpi. Nel 91 è uscito anche un Maxi manuale con il meglio dei sei volumi.

Le giovani Marmotte, in inglese Junior Woodchucks, sono un gruppo scoutistico inventato dalla Disney, di stanza a Paperopoli. Ne fanno parte i nipotini di Paperino e di zio Paperone, Qui, Quo, Qua (con i loro berretti alla Davy Crockett) e il capo denominato Gran Mogol.

Se il manuale di Nonna Papera era pensato per le bambine e presentava gustose ricette, indimenticabile e universalmente apprezzato da maschi e femmine resta il manuale delle Giovani Marmotte. Nella finzione, rappresentava il compendio di tutto lo scibile conservato nella biblioteca di Alessandria, giunto fino a noi attraverso numerose peripezie che ne avevano arricchito il contenuto. Vi si trovavano nozioni di storia, geografia, sopravvivenza: dalla costruzione di un ponte, all’accensione di un fuoco, alle traduzioni in varie lingue di una stessa frase. Detto confidenzialmente l’Infallibile, era in dotazione, in formato tascabile, alle giovani marmotte che lo usavano per risolvere casi intricati.

Il manuale effettivo, quello stampato dalla Mondadori nel 69, aveva come protagonisti i personaggi della Disney e costituiva un aiuto pratico per ogni bambino. Possedeva un suo fascino didattico, fra codici segreti (come il leggendario Dada Urka), informazioni su come costruire un aquilone o un fischietto, spiegazioni sull’alfabeto Morse e sui principali nodi. Conteneva, però, anche suggerimenti concreti con intento morale tipico dell’epoca, su come presentare la pagella ai genitori o non abusare del telefono. Era pensato per la vita all’aria aperta e insegnava il rispetto per la natura e gli animali.

Ci faceva sognare avventure più grandi di noi, parlando di civiltà scomparse, geroglifici e luoghi lontani, insegnava come fare cose con le mani (un po’ come il mitico volume numero 9 de I Quindici) facendoci sentire meno soli, suggerendo che, se ci fossimo trovati in difficoltà, abbandonati a noi stessi e senza la presenza di un adulto – magari sperduti in un bosco privi di orientamento - avremmo trovato un sostegno nel libriccino, pronto e tascabile, capace di spiegarci come risolvere da soli i problemi, trovando in noi stessi le risorse, attivando le nostre energie nascoste. Quelle stesse energie che altro non erano se non la forza per crescere e diventare, nel bene e nel male, ciò che siamo oggi.

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Giampiero Brunetta e Duccio Tessari

9 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giampiero Brunetta e Duccio Tessari

La Storia del Cinema Italiano di Giampiero Brunetta prende in considerazione il lavoro di Tessari con riferimento al peplum e al western all’italiana. Il film mitologico rappresenta un momento di evasione, di fuga dalla realtà.

“Le immagini del passato, delle mitiche origini diventano il luogo ideale, di evasione fantastica e liberazione dal quotidiano per uno spettatore non ancora entrato nella società dei consumi, che si riconosce nei valori di una società patriarcale da cui si sta separando per sempre”. Brunetta afferma che “i film di Freda, Tessari, Cottafavi, Leone, Francisci sono i frammenti di un cantare in cui, partendo verso un nuovo mondo industriale, un’intera civiltà si congeda dal passato restituendogli il volto più nobile”. I film mitologici affermano la loro fiducia antropocentrica, in un momento storico che vede perdere importanza alla figura individuale.

Il passaggio dal peplum al western, con le pistole all’amatriciana, è segnato dal successo di Per un pugno di dollari. I riferimenti dei nostri autori sono alti, perché “Leone e Tessari guardano ai temi omerici e della tragedia oltre che ai modelli narrativi di film giapponesi (come I sette samuraio La sfida del samurai di Kurosawa)”. Brunetta si sforza di definire lo spaghetti - western come un genere a se stante dal western americano, perché ai nostri autori non interessano i motivi biblici della frontiera. “Il racconto è spogliato dall’aura mitica e il contesto si occupa di riprodurre il presente”.

Brunetta definisce Sergio Leone un vero e proprio caposcuola, capace di rovesciare valori fondanti, moltiplicando le fasi di tensione e scomponendo la struttura, usando molti primi piani e mettendo al centro di tutto il punto di vista del personaggio. Ironia e scelta antirealistica sono alla base del western italiano, due elementi che ritroviamo anche in Tessari e Corbucci, giudicati come gli allievi più interessanti del maestro.

Il western italiano non è interessato al tema del viaggio e alle motivazioni ideali, spesso l’eroe uccide senza giustificazione ed è privo di scrupoli. La tensione narrativa è forte, le carneficine spettacolari, le emozioni continue. Il western all’italiana si distende solo nelle cavalcate, il duello apre e chiude il racconto, le armi assumono un valore totemico. Lo stile, il ritmo narrativo sono opposti al modo di girare nordamericano: si alternano visioni di grandi totali a una serie frantumata di primissimi piani e dettagli, i tempi sono dilatati e i dialoghi subordinati al linguaggio del contesto. La morte non è mai rappresentata in maniera tragica ma spettacolare, riducendo il suo valore di momento estremo”.

Brunetta esprime alcune considerazioni condivisibili sul ruolo del western nella società dei consumi: “Se il film mitologico è il corrispettivo mitico di una società agricola a struttura patriarcale, il western si presenta come un genere perfettamente omologo a una società in cui l’aumento dei consumi, la maggiore circolazione del denaro, la progressiva industrializzazione dissolvono, in un attimo, miti e valori finora rimasti immutati”. Non solo: “Il western diventa un mezzo privilegiato che respira il clima politico studentesco e si presenta come un manuale di guerriglia per il consumo di massa. Tra i primi film di Leone e Tessari e quelli di Sollima e Damiani esiste una fase di apertura in tutte le direzioni: il genere diventa una legione straniera che accoglie i reduci e i fuggiaschi da qualsiasi territorio vicino e lontano, i diseredati del neorealismo, i mercenari e i registi di ventura…”. Brunetta afferma che il western di Leone Tessari è sempre temprato dall’ironia, mai eccessivamente violento e sadico, componenti che si accentueranno con Questi, Bava e Freda. In compenso, lo spaghetti - western di Tessari anticipa in qualche modo, con le sue componenti comiche, l’arrivo di Enzo Barboni (E.B. Cloucher) con il suo Lo chiamavano Trinità (1970) che porta nel western chiare componenti eroicomiche.

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CARLO EMILIO GADDA - GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

8 Aprile 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni storia, #storia

CARLO EMILIO GADDA - GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973) scrive questi testi tra il 24 agosto 1915 e il 31 dicembre 1919. L’autore viene da una famiglia della borghesia lombarda, si identifica col convinto patriottismo e con i valori concreti del proprio ceto. Partecipa come volontario al conflitto (negli Alpini), sentendo una sobria avversione per l’autoritarismo austro-ungarico.

Il suo diario è preciso; annota date, località e perfino il luogo di acquisto dei quaderni. Edolo, Vicenza, Asiago e i monti intorno a Caporetto sono le principali zone in cui opera. Le annotazioni sono arricchite da un grande spirito di osservazione dei posti e delle persone; non mancano schizzi e disegni. Vivissima è la sensibilità dello scrittore che non esita a sottolineare la propria umoralità, il senso di tedio di tanti momenti, il fastidio verso le bassezze dell’ambiente in cui si trova. L’uomo e il soldato si intrecciano nella scrittura; troviamo così le relazioni non sempre facili con i commilitoni, l’amore per la lettura, la vita nelle trincee, la cura nello svolgere le proprie mansioni, civili o militari che siano. Una certa amarezza si mescola a un senso di “accidia”, un insieme di mancanza di volontà e di indignazione davanti a tante storture: “Gli egoismi schifosi, i furti, le pigrizie, le viltà che si commettono nell’organizzazione militare … attristano, avvelenano anche i buoni, anche i migliori, i più forti: figuriamoci me! Molte volte cerco di non vedere, di non sentire, di non parlare, per non soffrir troppo”.

Elogia lo spirito di sacrificio dei suoi uomini, mentre non sopporta i lavativi e gli imboscati che vede già pronti a recitare un ruolo da eroi a guerra finita. Altre amarezze vengono dal constatare la povertà dell’equipaggiamento dei soldati e allora Gadda non si trattiene: “Quanta abnegazione in questi uomini sacrificati così a 38 anni, e così trattati! Essi portano il vero peso della guerra … Quanto delinquono coloro che per incuria o per frode li calzano in questo modo”. Da giovane tenente analizza con cura le ragioni dello scarso successo degli attacchi italiani alle trincee austriache, trovando una conferma alle sue conclusioni anche da parte di alcuni ufficiali nemici fatti prigionieri.

A queste note più militari, si accompagna il pensiero della madre e del fratello Enrico (“la parte migliore e più cara di me stesso”), impegnato nell’aviazione e purtroppo destinato a morire nella guerra.

Poi avviene il disastro di Caporetto; lui e i suoi uomini si trovano intrappolati e devono arrendersi, dopo aver reso inservibili le armi. Nella cattura perde una parte dei suoi preziosi diari. I mesi seguenti in Germania sono durissimi. La condizione di prigionia è sentita come profondamente umiliante. Si rifugia nella lettura, nello studio del tedesco, nei rapporti con quei compagni che non cedono all’abbrutimento della situazione. La descrizione di questo lungo periodo è zeppa di sofferenze, aggravate dagli abusi dei carcerieri e dalle scarse notizie sull’andamento del conflitto; c’è il timore di subire il disprezzo dei connazionali per non aver saputo fermare il nemico.

Al ritorno a Milano, c’è la ripresa degli studi accompagnata dalla ricerca di una difficile serenità familiare. Gadda, sensibilissimo ma pieno di risorse, saprà riprendersi e diventerà “Gadda”, ingegnere e scrittore, autore di alcuni capolavori letterari del Novecento italiano.

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Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

7 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Le miniere di re Salomone

Henry Rider Haggard, 1985

Edizione di riferimento

Donzelli editore, 2004

pp 230

21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller “She”, ma anche a racconti gotico avventurosi come “La signora di Blossome” - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera “Le miniere di re Salomone”, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in “She”, che ne “Le miniere di re Salomone”, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Holliwood (si pensi a film come “Il mondo perduto: Jurassic Park”). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in “She”, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che riporta alla scena finale di “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne “Le miniere di re Salomone”.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive “Le miniere di re Salomone” per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con “L’isola del tesoro” di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da “She”, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di “Verdi colline d’Africa”.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo “Le caverne dei diamanti” nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

We all know that Henry Rider Haggard (1856 - 1925) is fully considered, thanks to Ayesha's cycle - in particular to the best seller "She", but also to adventurous Gothic tales such as "The Lady of Blossome" - the precursor of fantasy and imaginative literature, like Lovecraft, Poe, Verne and Stevenson.

But have we ever wondered who was there before Wilbur Smith, the hunts, the savannahs, the tribal struggles between Zulu, the adventure novel par excellence? He,  Henry Rider Haggard, with his famous work "King Solomon’s Mines", and the legendary character of Allan Quatermain.

Both in "She" and in "King Solomon’s Mines", adventure finds its central core in the relationship with wild, uncontaminated and virgin nature but, above all, in the exploration and discovery of hidden "lost ” worlds, In vogue in the Victorian period, created by Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, and later amplified by Hollywood (think of films like" The Lost World: Jurassic Park "). In Haggard these are caves, containing secrets and mysteries remained unknown to most (how can we not think of the mines of Moria?) All too obvious symbols of descent into the unconscious. It is not surprising that Ayesha's cycle attracted the attention of Freud and Jung.

There are many topoi of fantastic literature, such as Ayesha's sudden aging in "She", which reminds us of Morgana's in “Excalibur”, or the Spirit of the Flame that brings us back to the final scene of "Indiana Jones and the Raiders of the Lost Ark" . Here too it is the abuse of magic that corrupts and destroys instead of vivifying and strengthening. Another topos is agnition, with the recognition of Umbopa / Ignosi as the legitimate king of the Kukuana in "King Solomon’s Mines".

Henry Rider Haggard was born near Norfolk, where he spent an unhappy childhood because of poor health and learning difficulties. He attended parapsychological circles and was convinced that he himself had extraordinary faculties. He leaves for Natal where he is captured by the charm of southern Africa. He writes "King Solomon’s Mines" to show that he can invent a story on par with Stevenson's "Treasure Island", after some of his short stories have not met the success he hoped for. The novel is from 1985 and immediately became a best seller, followed by "She" in 87.

Rider Haggard travels the world, visits Egypt, like Wilbur Smith, and Mexico, drawing inspiration for new books and learning how to quickly make entertainment and hit novels. Quatermain's character gives life to other narratives, mostly unpublished in Italian.

Quatermain, called "Macumazahn", the one who peers into the night, is the model of "the great white hunter", not anti-colonial but still fair and good with the natives. Infallible but not bloody predator, he always defines himself as "a mild man", even "a little cowardly", and finds the excess of massacre vaguely "sickening."

Haggard is a convinced colonialist, he feels white supremacy as unquestionable and has certain attitudes of superiority towards the natives. Some hunting scenes have the ruthlessness of those of Hemingway without having their beauty but, at least, without the bloody complacency of the author of "Green Hills of Africa".

Adventure, little psychological subtlety, no internal conflict, great hunting and war scenes as befits the most typical escape literature. And, however, at times, there is an unusual philosophical reflection on man, on his place in the cycle of life and on his transience.

 

"Yet man does not die as long as the world, at the same time as his mother and grave, remains. His name is certainly forgotten, but his breath still agitates the tops of the pines on the mountains, the sound of his words still echoes in the air; we inherit the thoughts born from his mind today; his passions are our reason for living; his joys and sorrows are our friends ... the end, from which he fled, terrified, will certainly be ours too! Of course, the universe is full of spirits, not veiled cemetery ghosts, but the inextinguishable and immortal elements of life, which, once born, can never die. "

Emilio Salgari published with the pseudonym of Enrico Bartolini an adaptation of the novel, entitled "The caves of diamonds" in 1899. Also memorable is the 1950 film with Stewart Granger as Quatermain, and Debora Kerr, although, according to the narrator himself, "there is not a single skirt in the whole story."

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?
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In giro per l’Italia: Agnone

6 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Fotografie di Flaviano Testa

Agnone è un paese fantastico situato nell’alto Molise. La tradizione vuole che questa ridente cittadina sia sorta sulle rovine della città sannitica Aquilonia, distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, attualmente conservata al Teatro Italo Argentino, nel centro storico della città. Lo sguardo attento ed esperto di Flaviano Testa ci porta alla scoperta di alcuni particolari di momumenti e scorci che catturati con la macchina fotografica. Nel solo centro abitato si trovano tredici chiese, a testimonianza della forte influenza che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell'Alto Molise. Tra le chiese medioevali più belle certamente va compresa la chiesa di sant’Emidio di cui vediamo nelle fotografie due particolari del meraviglioso portale, prodotto artistico degli abili scalpellini agnonesi. Non meno interessante è l'architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, infatt, avventurandosi lungo le stradine del borgo antico, ci si imbatte di frequente nelle caratteristiche botteghe veneziane e in piccole statue di pietra raffiguranti, per l'appunto, leoni veneziani. Interessante è la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade che partono da altrettante zone del borgo antico e che ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese). Nell’ultima foto Flaviano ci presenta Le campane di Agnone: un binomio inscindibile almeno come quello che vede indissolubilmente legata la vita, lo sviluppo e l’economia di Agnone e la Pontificia Fonderia Marinelli, vera e propria istituzione tra le tradizioni artigianali molisane: da oltre mille anni, infatti, i campanari di Agnone tramandano di generazione in generazione l’arte della fusione delle campane, e questa fonderia modello, celebre in tutto il mondo, si avvia ormai per il quarto secolo di storia. (Franca Poli)

In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
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Studentello di Via San Nicolao!

5 Aprile 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia, #luoghi da conoscere

Studentello di Via San Nicolao!


O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!

Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!

E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura

che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
p
er questo sogno che si fa sgomento!

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"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

4 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

1998, 320 p.

Curatore Masutti Nella

Editore Marsilio (collana I tascabili Marsilio)

Questo libro racconta la terribile storia di un giovane partito volontariamente per l’Unione Sovietica e che fu prima mandato al confino in mezzo alla steppa russa, poi,in seguito all’ingiusta accusa di propaganda antistalinista, rinchiuso in un gulag, dove trovò la morte. In una serie di lettere che Emilio Guarnaschelli scrisse al fratello maggiore Mario, rimasto in Italia, vengono efficacemente descritti la tragica vicenda della sua vita e i suoi sentimenti. Sono narrati dalla viva voce del protagonista i tormenti di un ragazzo illuso dal paradiso di uguaglianza e giustizia che avrebbe dovuto trovare raggiungendo quel paese, quando l’Unione Sovietica era ancora considerata la terra promessa dei lavoratori di tutto il mondo e molti italiani si erano trasferiti volontariamente in Russia fra il 1920 e il 1935, ma che, al contrario, si rivelò per lui un inferno. Questo tristissimo libro racconta anche una bella storia d’amore fra Emilio, un entusiasta, intelligente, brillante, pieno di spirito e Nella, innamorata di lui che, contro la volontà dei genitori, lo raggiunse da Mosca, fino al confino di Pinega. “Pensai che Nella aveva certo bisogno di cibarsi, di pulirsi, ma io non avevo nulla da offrirle. Nulla ho detto e mai come in quel momento soffrii per la mancanza di…cosa? Di tutto perdio!” scriveva Emilio al fratello in quell’occasione. I due innamorati si sposarono e vissero in una camera che era un buco infestato da scarafaggi, cimici e topi, riuscendo a nutrirsi scarsamente, rubarono un po’ di fieno per fare due cuscini da poggiare su un letto di paglia, e soffrirono ogni giorno freddo e fame. Ricevere un po’ di rubli dall’Italia, quando riuscivano ad averli, perché non sempre venivano loro consegnati, significava poter comprare farina, cereali e fiammiferi, cose di prima necessità. Un pacco poi era sicuramente un regalo inatteso e insperato “Eravamo tanto contenti che non ti dico (….) io mangiai subito un fico e Nella ha succhiato una caramella…” riusciva a scherzare Emilio davanti a un pacco ricevuto dal fratello. Dopo la situazione divenne anche peggiore, quando Emilio fu trasferito in un gulag, alla moglie fu impedito di seguirlo e di lui poi non si ebbero più notizie. Il libro vide la luce grazie alla testardaggine di Nella Mansutti, determinata a far conoscere a tutti la tragica vicenda del suo Emilio. Al suo ritorno in Italia riuscì, dopo tanti dinieghi, a ottenere le lettere spedite dal marito al fratello Mario e presentò il rapporto epistolare completo alla casa editrice Feltrinelli per farlo pubblicare. Passò del tempo, ma non ebbe risposta alcuna, attese alcuni anni, poiché nessuno voleva offuscare l’immagine specchiata che il Partito comunista conservava in Italia. Alla fine si decise a farsi restituire le lettere dalla Feltrinelli e le presentò, nel 1979, a una casa editrice francese che pubblicò subito il libro intitolandolo “Une petite pierre”, libro che divenne un grande successo editoriale. Solo nell’82 “Una piccola pietra “ fu pubblicato anche in Italia da Garzanti. Una testimonianza ancora oggi conosciuta da pochi, negata da molti, una goccia nel mare di menzogne che hanno soffocato coloro che hanno provato a raccontare ciò che successe. ”Così stanno le cose , cari compagni. Vi devo dire l’atroce verità:ci siamo sbagliati!” .Questo è il testamento spirituale di Emilio Guarnaschelli.

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Mentre aspetto di doventà nonno

3 Aprile 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia

Mentre aspetto di doventà nonno



Da cosa lo apisci d'esse anziano?
Vediamo se ci rivi o sei toppone!
Siùro dalla troppa commozione,
da un certo tremolìo della tu mano

che agguanta ma con meno decisione,
o dall'occhi che un vedano lontano
o poco da vicino o che, pian piano
doventi rimbambito e più coglione

un giorno doppo l'artro. Certamente
c'è un calo irreversibile, lo so,
ma ognuno dève fà lo strafottente.

Io sono forte, senza discusssioni,
ar nipote un ci penzo, ma però,
m'asciugo, di nascosto, i luccìoni.

Luciano Tarabella
04/03/14

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AA.VV, "Cronache dal Neocarbonifero"

2 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantascienza, #recensioni

AA.VV.

Cronache dal Neocarbonifero

Edizioni Bietti, 2013

pp 471

22,00

Gianfranco de Turris è uno dei maggiori esperti di fantastico in Italia. Classe 1944, è giornalista, scrittore e saggista. Ha esordito negli anni sessanta sulle pagine delle riviste “Oltre il cielo” e “Futuro”, ha creato le collane della casa editrice Fanucci, ha diretto la rivista “L’altro Regno” dedicata alla critica del fantastico e ha presieduto il premio Tolkien organizzato dalla casa editrice Solfanelli.

Per l’editore Bietti propone adesso una raccolta di diciannove racconti di fantascienza dalla genesi lunga e travagliata. “Cronache dal Neocarbonifero. Italia sommersa 2027 – 2701”, scritti da autori diversi, fra i quali spiccano Renato Pestriniero e Donato Altomare, nomi non certo nuovi per chi conosce la storia della narrativa fantastica italiana, specialmente quella legata al premio Tolkien, alla casa editrice Solfanelli di Chieti e alla rivista “Dimensione Cosmica.”

L’idea nasce tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta: de Turris chiede a più autori di comporre racconti legati da un filo comune, ambientati in un futuro distopico prodotto dal global warming. In un domani prima prossimo poi via via più lontano, dal 2027 al 2701, l’effetto serra, potenziato dall’esplosione di un sottomarino atomico vicino alla faglia di Sant’Andrea, ha causato un riscaldamento terreste capace di sciogliere le calotte polari e innalzare il livello del mare. Il mondo come lo conosciamo è scomparso, la maggior parte delle città italiane è finita sott’acqua, il clima è divenuto simile a quello che si aveva nel Carbonifero, da qui il titolo della raccolta.

L’idea, ci dice de Turris, era “mettere insieme una serie di storie come fossero i capitoli di un romanzo, che narrassero la progressiva trasformazione della penisola a causa dell’effetto serra (allora non si parlava ancora ossessivamente del famigerato “riscaldamento globale antropico”) con temperature man mano più alte, l’innalzamento del livello del mare sempre più accentuato, un clima quasi subtropicale, una flora e una fauna a esso adeguate, un mutamento graduale non soltanto della natura ma anche della società e dell’uomo. Insomma un ambiente un po’ come quello che gli scienziati dicono vi fosse nel periodo Carbonifero.” (pag 10)

Ogni racconto è ambientato in una diversa realtà locale. “L’idea originaria”, spiega ancora de Turris, “era chiedere ai vari autori di scrivere una trama ambientata nel luogo che conoscevano meglio, la propria città o regione.”

Di questa localizzazione è un esempio alto - per stile, linguaggio e compiutezza narrativa - il racconto “Caccia subacquea”, ambientato in una Venezia sommersa, dove solo pochi privilegiati debosciati vivono fuori dall’acqua, mentre tutti gli altri, i poveri sotomarin, alloggiano in case ormai completamente inondate, costretti a vendere i propri primogeniti come servi o come serbatoio di organi.

I racconti rappresentano possibili mutamenti ed evoluzioni non solo climatiche ma anche politiche. Hanno un orientamento preciso – del quale de Turris non ha mai fatto mistero - e ci mostrano una società nella quale flussi migratori incontrollati hanno portato a guerre, invasioni e a un imbarbarimento che ricorda quello di molti film di fantascienza, in particolare Waterworld di Kevin Reynolds.

I temi sono l’effetto serra - cui non tutti gli autori credono se non nella misura in cui possono trarne spunto per un racconto di fantascienza - gli esiti dell’immigrazione, la manipolazione genetica, l’allontanamento dalla fede cristiana tradizionale in favore di nuovi riti neo pagani e del culto della Grande Madre - con conseguente sacerdozio femminile e rivalutazione della figura mariana - la carenza di acqua potabile, il contrasto fra sostenitori dell’energia atomica (Atomisti) e sfruttatori di biomasse (Trivellatori)

Com’è naturale, il limite dell’etica col tempo si sposta in avanti, fino a far considerare normale lo ius primi filii e lo sfruttamento dei cadaveri per la produzione di energia, specialmente in un universo post catastrofico dove si sono perse regole, conoscenze e confini di civiltà.

Alcuni racconti sono più avvincenti, altri hanno un sapore di “sarebbe stato meglio se”, intendendo con questo che un ulteriore sviluppo in romanzo ne avrebbe fatto qualcosa di più completo e coinvolgente, anche se, come ribadisce il curatore, l’importante di questa antologia è la sorta di fil rouge che la percorre riconducendola alla medesima visione centrale.

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La morte di Huber Matos

1 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera, #cultura

La morte di Huber Matos

Era un uomo speciale Huber Matos. In tutti sensi. Eravamo nel 1958, lui faceva il maestro di scuola e coltivava riso a Manzanillo, dalle parti della Sierra Maestra, Oriente cubano. Fu tra i primi oppositori al regime di Fulgencio Batista, si unì a Fidel e all'Esercito Ribelle, conquistò sul campo il grado di Comandante e contribuì al trionfo della Rivoluzione. Cadde presto in disgrazia, però, perché in disaccordo con la deriva comunista del processo rivoluzionario. Fu accusato nel 1959 di alto tradimento e dovette scontare 20 anni di reclusione in patria. Esiliato a Miami, fondò il movimento Cuba Indipendente e Democratica, per diffondere nel mondo la sua visione democratica e il tradimento degli ideali rivoluzionari. A Cuba oggi nessuno lo ricorderà, anche se pure lui ha contribuito alla causa ed è stato tra i coraggiosi che scacciarono Batista. Ha avuto il torto di non essere comunista, se così si può dire, ma ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco tutti i suoi dubbi, pagando con la galera le sue convinzioni democratiche.

Muore a 95 anni, per un attacco cardiaco, lucido e intelligente come sempre, a differenza del rivale Fidel che gli sopravvive come l'ombra di se stesso. Verrà sepolto in Costarica, secondo le sue volontà, in attesa che la sua terra sia libera e possa di nuovo accoglierlo. Il Costarica è un paese importante nel passato del Comandante, perché fu il suo rifugio dalle truppe di Batista che lo braccavano. Huber Matos, il mitico Comandante della Colonna 9 "Antonio Guiteras", entrò all'Avana a fianco di Fidel e di CamiloCienfuegos. Avevano posizioni democratiche molto simili, Huber e Camilò, il primo fu arrestato per tradimento, il secondo scomparve in un misterioso incidente aereo. Huber Matos è sempre stato convinto che Camilo venne ucciso, così come la sua detenzione fu una conseguenza della svolta autoritaria castrista. Riposa in Pace Comandante Huber. La storia ti assolverà.

Foto: foto di Huber Matos e una caricatura di Garrincha.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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