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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

quindici anni di foglio Letterario

5 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Riporto qui il link ad un'intervista a Gordiano Lupi editore de Il foglio letterario

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Duccio Tessari

4 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Duccio Tessari

Amedeo Tessari, detto Duccio, nasce a Genova l’11 ottobre 1926 e muore a Roma il 6 settembre del 1994 dopo una lunga malattia. Marito della bella attrice Lorella De Luca, sposata in seconde nozze nel 1971, interprete di molte sue pellicole, che gli dà una figlia, anche lei attrice, Fiorenza Tessari. Vive a Genova fino al 1955, produce cortometraggi, si trasferisce a Roma dove comincia la carriera come aiuto regista e sceneggiatore di film mitologici. Collabora con Carmine Gallone e Vittorio Cottafavi, infine, dopo anni di gavetta debutta alla regia con l’ottimo Arrivano i titani, esordio anche per il biondo attore protagonista, lo sconosciuto Giuliano Gemma. Il genere western è la specialità di Tessari, comincia sceneggiando Per un pugno di dollari diretto da Sergio Leone, ma continua con numerosi titoli di una certa importanza, al punto di essere considerato, insieme a Sergio Corbucci e Sergio Leone, uno dei padri dello spaghetti-western. Negli anni Sessanta Tessari inventa il personaggio di Ringo, interpretato per due pellicole, dall’attore Giuliano Gemma. Il successo personale di Tessari è segnato da Una pistola per Ringo (1965), incasso di oltre due miliardi, e Il ritorno di Ringo (1966), entrambi interpretati da un sempre più convincente Giuliano Gemma. I bastardi (1968) è uno dei suoi capolavori, ma non dobbiamo dimenticare Tony Arzenta (1973) e uno Zorro (1975), interpretato da Alain Delon e Ottavia Piccolo, tanto famoso da aver generato una parodia interpretata da Franco Franchi. Negli anni Ottanta si dedica alla televisione come sceneggiatore di fiction e di Arrivano i vostri, un documentario dedicato al western italiano. Tex e il signore degli abissi (1985) è il suo fallimento più eclatante, un film che voleva preparare un ritorno dello spaghetti-western e al tempo stesso omaggiare il popolare eroe dei fumetti ideato da Gianluigi Bonelli. Giuliano Gemma è il protagonista, ma il cinema western è ormai fuori tempo massimo e il pubblico non premia il coraggio del regista. I suoi ultimi film sono il fiabesco C’era un castello con 40 cani (1990) e Beyond Justice (1992). Si ricorda Duccio Tessari come un uomo che fa grande il western all’italiana, un artigiano che ammette i debiti con i maestri della letteratura: “Noi non inventiamo niente di nuovo nelle nostre storie, hanno già inventato tutto Omero e Tolstoj!”.

Duccio Tessari è un autore a tutto tondo del nostro cinema di genere, prima prolifico sceneggiatore di pellicole mitologiche e documentarista, quindi regista di fiction capace di muoversi con disinvoltura tra peplum, western, commedia, poliziesco, melodramma, thriller, film d’avventura e di guerra. La sua cifra stilistica è l’ironia, che anticipa gli anni Ottanta e un western comico interpretato da Bud Spencer e Terence Hill. Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo sono due western del 1965 che si ricordano con piacere, ma è notevole anche il poliziesco La morte risale a ieri sera, ispirato a un romanzo di Scerbanenco con protagonista Duca Lamberti. La critica è unanime nel dire che il suo film più riuscito è Tony Arzenta (1973), un noir interpretato da Alain Delon. Tessari si dedica a smitizzare i generi, trattandoli con ironia, ma nell’ultima parte della carriera gira molti film televisivi affrontando argomenti più seriosi. Il suo unico errore è stato aver tentato di portare al cinema un mito come Tex nel poco apprezzato Tex e il signore degli abissi (1985), interpretato da Giuliano Gemma.

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Uno sporco lavoro

3 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Il sorriso di Claudia

2 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Ecco la povera Claudia, dondolante, seduta a terra sulle ginocchia piegate, col sorriso spento e un rivolo di bava che le scende a lato della bocca. Lì, ferma, come ogni mattina a mettere in mostra i suoi disegni. E’ il suo ultimo contatto con la realtà. Ridipinge gli stessi cerchi concentrici di vari colori. Ne ha uno per ogni giorno della settimana. Oggi è giovedì? E’ rosso infatti, domani sarà verde e sabato azzurro. Un vortice che l’ha assorbita in cui lei gira e rigira e che non la lascia uscire.

La dottoressa Michela Alibrandi, psichiatra, aveva da poco superato la cinquantina, ma era di aspetto ancora giovanile e bella presenza. Alta, bruna, i capelli raccolti in un perfetto chignon, portava sempre al collo un foulard di seta abbinato al vestito. Non si era mai sposata e aveva dedicato l’intera vita ai suoi malati. Quella mattina stava entrando nella clinica dove lavorava e rifletteva sull’incontro con Claudia. Una paziente che cercava di curare con la solita passione, ma con la quale aveva ottenuto ben pochi risultati. Nell’androne le venne incontro Paola, la sua preziosa assistente ricordandole gli impegni della mattinata.

“Buongiorno dottoressa. Oggi alle dieci ha la riunione del corpo medico col Direttore Sanitario. Poi alle dodici, l’aggiornamento professionale dei dipendenti…….”

La dottoressa commentò con un sospiro il lungo elenco di appuntamenti e poi aggiunse:

”Dato che oggi mi fermo per il pranzo, ordinami un sandwich e, nel pomeriggio, fai accompagnare Claudia in giardino.”

Paola si era irrigidita, o forse le era solo sembrato. Se non fosse stata certa della professionalità della sua assistente avrebbe detto che era gelosa di quella povera mentecatta. Ogni volta che la nominava, una nube oscurava il suo bel viso. Paola bionda, alta, intelligente era fidanzata con Sergio, l’infermiere più bello della clinica. Cosa mai avrebbe potuto invidiare a una pazza che passava le ore a scarabocchiare fogli, a guardare nel vuoto o a sorridere senza sapere perché? Michela si era convinta che il personale sanitario, alla lunga, perdesse un po’ il contatto con la realtà e si addentrasse ogni giorno di più nel mondo dei malati, vivendone le fantasie e sentendo pericolosamente addosso le loro emozioni. E questo, forse, valeva anche per la bravissima Paola, sempre così attenta e professionale.

Erano le tre, Claudia l’attendeva seduta sulla panchina, all’ombra del glicine che formava, coi suoi rami pendenti, un ampio arco di ingresso al parco della clinica. Era così minuta, pallida, la testa leggermente curvata in avanti e ciononostante esprimeva un’inspiegabile energia. La dottoressa si sentiva stringere il cuore ogni volta che ripensava alla sua triste storia.

Una notte era stata chiamata dai servizi sociali per affidarle in cura quella strana ragazza, comparsa quasi dal nulla. Era fuggita da una casa in fiamme dove, in seguito, venne rinvenuto il cadavere carbonizzato del patrigno. Il quale, con ogni probabilità, dopo essersi ubriacato, si era addormentato con la sigaretta accesa causando l’incendio dell’abitazione. Claudia era stata visitata e su tutto il corpo portava evidenti segni di percosse e sevizie.

Gli inquirenti avevano allora riaperto il caso della madre di Claudia, trovata strangolata qualche tempo prima nella stessa casa. Si era indagato, a suo tempo, per scoprire il coinvolgimento del marito in quella misteriosa morte, ma le indagini non erano approdate a nulla e Claudia, malauguratamente, era stata affidata proprio a lui, fino alla notte del tragico incidente.

Da quel giorno la dottoressa l’aveva in cura, ma non c’era stato nessun segno di miglioramento. Ora, come allora, Claudia stava seduta, immobile e guardava fisso davanti a sé, nel vuoto, inseguendo chissà quali pensieri o ricordi. Se davvero ne aveva di ricordi. Cercare di fare riaffiorare nella sua mente il passato che aveva rimosso e farle accettare la sua vita senza sofferenza, avrebbe voluto dire ridarle anche l’uso della parola, ostinatamente perso insieme alla memoria.

Michela passava ore a parlarle dolcemente, carezzandola e cercando di trovare un contatto con lei, ma Claudia sembrava non sentirla. Lo sguardo fisso e la mano posata nella sua, senza vita. Quel giorno aveva avuto, però, un guizzo e la dottoressa si era accorta di un lungo brivido che le aveva percorso tutta la pelle, alzandole i pori, quando le aveva detto :

”Ti fa bene la ginnastica. Stasera farai ancora esercizio con Sergio.”

Claudia infatti non si muoveva di sua volontà, tendeva a rannicchiarsi su se stessa, sempre ferma nella stessa posizione e questo alla lunga le avrebbe creato problemi nella deambulazione. Nella speranza di trovare vantaggio dall’attività psico-motoria, le aveva prescritto, tre volte la settimana, un’ora di ginnastica passiva che le veniva praticata dal personale di turno.

La mattina successiva la dottoressa arrivando alla clinica vide un inusuale spiegamento di auto dei Carabinieri che occupavano il piazzale. Claudia non era nell’androne coi suoi disegni e nemmeno Paola le era venuta incontro come al solito.

Fu il portiere a darle le prime spiegazioni:“Dottoressa, pare che stanotte Claudia abbia accoltellato Sergio. Che tragedia! Li ha trovati tutti e due giù in palestra l’inserviente che stamattina alle sei era sceso per le pulizie. Stanno cercando di capire cosa sia realmente successo”

Michela irruppe trafelata nella stanza del direttore sanitario, senza bussare. Claudia, tremante, era seduta in un angolo con le manette ai polsi e lo sguardo assente come sempre. Il lieve dondolio della sua testa era aumentato di intensità ma di questo se ne poteva accorgere soltanto lei che la conosceva e la curava da tempo. Nella stanza c’erano il suo direttore e tre carabinieri in divisa. Due erano in piedi di fianco a Claudia e il terzo, un giovane bruno con gli occhi penetranti, la squadrò da dietro la scrivania.

“Lei chi sarebbe?” chiese seccato

Il direttore intervenne prontamente per fare le presentazioni, ma Michela non lo lasciò finire:

“Claudia è una mia paziente e avevate il dovere di chiamarmi subito, non potete trattarla come una criminale!” gridò alzando il braccio con l’indice a indicare nella direzione dove era seduta la malata.

Il brigadiere Raffaele Di Martino la gelò con una fredda e amara risposta:

“Non deve essere molto brava come medico lei se, la notte scorsa, la ragazza che ha in cura ha fatto fuori una persona col coltello.”

Era quasi un anno che il brigadiere Di Martino prestava servizio nella ridente cittadina emiliana dove si trovava anche la clinica. Conosceva ormai molto bene gli usi e le abitudini della gente del posto. Brave persone, a cui si era nei mesi affezionato, seri lavoratori e soprattutto cittadini rispettosi della legge. Per questo motivo non riusciva a spiegarsi quel assurdo omicidio ed era piuttosto nervoso. Esattamente come quando, proprio il giorno del suo arrivo, aveva scoperto il cadavere di una donna lungo il fiume. Un caso che aveva poi brillantemente risolto e gli era valso una certa notorietà, rivelatasi molto utile per inserirsi nella vita sociale e godere della tranquilla amenità di quei luoghi.

Il brigadiere si scosse dai suoi ricordi e tornò a concentrarsi sui fatti accertati fino a quel momento. L’infermiere Sergio Ricci, mentre praticava la ginnastica passiva, con ogni probabilità, si era preso qualche libertà in più con la malata e aveva abusato di lei. La reazione di Claudia doveva essere stata fulminea perché né sul corpo della vittima, né sul suo erano stati trovati segni di lotta. Dunque il rapporto era avvenuto senza violenza e all’omicidio non era preceduta nessuna colluttazione.

“Dottoressa, lei scrive nella cartella clinica della qui presente Claudia Montorsi che la stessa è incapace di ogni tipo di reazione verso chi le fa del male. Pensa davvero che sia così?”

Il brigadiere interrogava Michela cercando di ricostruire al meglio gli eventi della notte precedente.

“Lo sostengo perché per anni ha subito le violenze del patrigno e non ha avuto reazioni di nessun genere. Anzi col passare del tempo si è sempre più chiusa al mondo esterno, ripiegandosi anche fisicamente su se stessa. Basta che la guardi. Lei può toccarla, accarezzarla, scuoterla, picchiarla se vuole, ma la reazione sarà la medesima: Claudia resterà immobile.”

“Eppure si è munita di un coltello da cucina, preso dalla mensa, lo ha portato con sé in palestra e con violenza, quando l’infermiere si è avvicinato al lettino lo ha colpito all’improvviso. Prima sul petto all’altezza del cuore e una volta a terra, lo ha accoltellato alla schiena.”

“Claudia è incapace di premeditare qualsiasi azione, figurarsi un omicidio! “ aveva strillato Michela e con atteggiamento protettivo si era avvicinata alla sua paziente, carezzandole i capelli.

“Adesso la dovete lasciar stare, la porto con me di sopra, ha bisogno di un sedativo per riposare e stare tranquilla.”

Di Martino acconsentì che la dottoressa si prendesse cura della ragazza fino a quando non avesse deciso di incriminarla e trasferirla al manicomio giudiziario. Fermo restando che i due carabinieri di guardia non dovevano perderla di vista un attimo.

Mentre guardava la dottoressa allontanarsi e prendersi cura con estrema delicatezza della ragazza, il brigadiere continuava a pensare che c’era qualcosa di strano nella vicenda e non riusciva a vedere con chiarezza la ricostruzione dei fatti. Quella povera pazza sembrava davvero incapace di ferire e uccidere un uomo robusto e forte come Sergio Ricci. Inoltre, dopo aver organizzato a mente lucida un piano così perfetto, perché sarebbe rimasta ferma in palestra, seduta a fianco al cadavere col coltello in mano, come se veramente fosse incapace di muoversi da sola?

Poco dopo, interrogando Paola Grandi, fidanzata dell’ucciso, incominciò a darsi una nuova spiegazione.

Durante l’interrogatorio la Grandi gli era sembrata nervosa, scostante, sudava anche se nella stanza non era affatto caldo e queste reazioni lui le conosceva bene. Erano una mezza confessione e l’altra metà riusciva sempre a ottenerla, incalzando e mettendo l’interrogato alle corde.

Anche lui aveva i suoi metodi, sapeva fare qualche pressione psicologica e dopo un po’ la ragazza cominciò a raccontare:

“Sergio era un porco depravato, ma io lo amavo a tal punto che non l’ho denunciato. Ho finto di non sapere che quando aveva il turno di notte si divertiva con Claudia. Tutto è cominciato qualche tempo fa quando la dottoressa ha deciso per la ginnastica passiva. Claudia è bella, giovane, vedersela così inerte, sentire la sua pelle morbida sotto le dita gli ha scatenato un’irrefrenabile libidine e ha iniziato a prenderla, provandoci sempre più gusto. ”

“Glielo ha detto lui?”

“Sì. Io mi sono accorta subito della sua sbandata e una sera, proprio mentre era a letto con me, ha avuto la faccia tosta di raccontarmi ogni cosa, nei minimi particolari. Che lui la faceva godere, che Claudia si lasciava penetrare da ogni parte. Ne era ossessionato.”

“E lei?”

“Io mi sono arrabbiata. Gli ho detto che non volevo più vederlo e che se non avesse smesso immediatamente quel gioco perverso ne avrei informato la dottoressa.”

“E poi?”

“E poi invece ho taciuto, non ho avuto il coraggio di denunciarlo gliel’ho già detto. Aspettavo che si stancasse del nuovo giocattolo e che tornasse da me, ma stavolta era una cosa diversa, non si stava divertendo come aveva fatto con altre. Lo sentivo sempre più distante. Era come rapito e non mi cercava quasi più.”

“Così ieri sera, sapendo del turno di notte, lo ha raggiunto e vedendo che stava facendo l’amore con Claudia, non ha resistito all’impulso di fargli del male, è vero?!” le urlò il brigadiere alzandosi di scatto e muovendo qualche passo in avanti. Per farle sentire di più il disagio della sua vicinanza, si era fermato dietro la sedia in modo che lei non potesse vederlo, ma avvertirne soltanto la presenza, e continuò a parlare sottovoce, stavolta, alitandole quasi sul collo:

“È andata nella cucina della mensa, ha preso il coltello e glielo ha affondato nella schiena, è così?”

Incalzante ricostruiva tutta la scena:

“Mi é chiaro adesso che la prima coltellata, contrariamente a quanto avevo pensato in precedenza, è stata quella data alle spalle. Si spiega anche il perché non vi sia stata reazione da parte della vittima. Colto di sorpresa, da dietro, ha perso l’equilibrio ed è caduto. La seconda coltellata, letale, lo ha poi raggiunto al petto. Infatti era stato ritrovato supino, così……”

Di Martino si spostava, allargava le braccia, cercando di immaginare, mimandoli, i movimenti della vittima e del suo assassino. Tornando verso la sua scrivania concluse:

”Mettere poi il coltello in mano a Claudia e andarsene senza che lei reagisse è stato fin troppo facile, la ragazza non parla e non l’avrebbe denunciata”.

Paola era incredula:

“No. Io non l’ho ucciso! È vero, mi feriva quel suo insano comportamento, ma non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa simile.” Piangeva, si discolpava con sempre minore convinzione e, portata davanti al Magistrato, pur non avendo reso piena confessione, venne arrestata per l’omicidio.

Ecco la dottoressa Alibrandi ,distrutta, provata dagli eventi dei giorni scorsi. Ha difeso strenuamente la “sua” Claudia ed è riuscita a evitarle l’incriminazione, ma con altrettanta veemenza non ha saputo difendere la “sua” Paola, nella quale pur credeva e per la quale nutriva affetto. Quando ha dovuto scegliere, ha preferito pensare che fosse lei la colpevole.

Claudia no. È incapace di odiare, incapace di amare, incapace di qualsiasi sentimento. Claudia lasciava che abusassero di lei senza reagire. Di nuovo un uomo che la straziava nel corpo e nell’anima. Ecco perché le sue terapie non sortivano effetto alcuno! Sergio, quel maledetto, rigirava il coltello nella piaga, risvegliando ogni volta in lei il trauma che cercava invano di guarire.

La dottoressa Michela Alibrandi, aveva ripreso il suo tran tran giornaliero e stava entrando nell’androne della clinica. Claudia era ancora lì, silenziosa, dondolante, sembrava non aver risentito dell’uragano di emozioni che si era riversato su di loro. Aveva terminato il suo disegno e, come sempre, glielo porgeva. Però, invece del solito cerchio concentrico arancione del lunedì, aveva messo fra le mani della dottoressa un disegno eseguito perfettamente. Si scorgeva chiaramente, in primo piano una grande lama, impugnata da una donna bionda, vestita da infermiera che, anche se vista di spalle, rappresentava indiscutibilmente Paola colta nell’atto di colpire Sergio da dietro.

Michela, non si aspettava nulla di simile da parte di Claudia. Eppure per tanto tempo aveva atteso invano una sua, se pur minima, reazione. La scrutò con sorpresa, cercando in lei un cenno, un sorriso consapevole. Claudia era, come sempre, impassibile. Ancora nascosta dietro le sue nebbie e il suo dondolio, ma le aveva fornito, quale unica testimone, la prova schiacciante che mancava al brigadiere e senza pensarci due volte gliela portò.

“Lo choc subito assistendo all’omicidio, le ha procurato, evidentemente, un contraccolpo emotivo che l’ha sbloccata. Ora curarla sarà più facile, si può con ottimismo pensare addirittura a una guarigione totale .” disse la dottoressa con soddisfazione mentre consegnava il disegno.

Il brigadiere Di Martino lo esaminò a fondo, senza profferire parola, ma a un tratto ebbe un sussulto e poi scuotendo il capo, sconsolato, si rivolse alla dottoressa chiedendo:

“Perché?”

“Perché?” ripeté più volte buttandole avanti sul tavolo il disegno.

Solo allora Michela, guardandolo con maggiore attenzione vide che nella lama, rappresentata in primo piano, si rifletteva, come in uno specchio, il viso di una donna bruna con un foulard al collo. Era lei che colpiva Sergio, e Claudia l’aveva denunciata.

Non provò nemmeno a discolparsi, con freddezza e precisione raccontò al brigadiere tutti i particolari. Di come si fosse insospettita dagli atteggiamenti di Paola, di come fosse rientrata non vista la sera e avesse colto l’infermiere sul fatto. Della rabbia provata a scoprire come i suoi sacrifici venivano sistematicamente vanificati e dell’irresistibile impulso a vendicare la sua paziente. Il resto era andato esattamente come lui aveva argutamente ricostruito.

Claudia è seduta nell’androne, la sua testa non dondola più, guarda fuori dalla finestra, sa che non vedrà arrivare la dottoressa questa mattina, sa che anche Paola non sarà più una rivale per lei e rivolge un tenero e timido sguardo all’infermiere che ha preso il posto di Sergio, mentre una risata trattenuta le scuote leggermente le spalle.

La povera Claudia che si innamora come tutte le donne e nessuno vuole capirlo…..ahahahahah ….povera Claudia che deve ogni volta escogitare piani per liberarsi delle sue rivali.

Franca

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Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

1 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

Fabio Melelli - Kiss Kiss... bang bang - Il cinema di Duccio Tessari

http://www.ibs.it/code/9788890898600/melelli-fabio/kiss-kiss-bang.html

Quarta uscita per la collana "I Ratti" di Bloodbuster, guide introduttive a generi e protagonisti del cinema commerciale. Il volumetto è dedicato a Duccio Tessari, uno di quegli "artigiani del cinema popolare" che, benché abituati a passare senza troppi problemi da un genere all'altro, hanno forse più di altri - qualche diritto ad essere considerati "autori", per la riconoscibile cifra stilistica che permea la loro opera e per l'assoluto controllo che ne avevano. Conoscevo Fabio Melelli dal bel libro su Orchidea De Sants (possiedo la mitica Edizione Art Core, non quella di Coniglio), amica personale e un mito della mia adolescenza. Melelli è bravo, si documenta, raccoglie tante interviste: Benvenuti, Gastaldi, Ferrio, De Luca, Celeste... forse la parte dedicata ai film è ridotta all'essenziale, ma lo spazio della collana I Ratti ha ben precise esigenze. In ogni caso Melelli compila un'ottima filmografia comprensiva di tutti gli interpreti e i tecnici delle pellicole. Approfitto dell'uscita di questo buon libro per pubblicare una ventina di cartelle inedite che tempo ho scritto su Tessari. Magari a qualcuno viene voglia di comprare il libro di Melelli. Il link per acquistarlo l'ho indicato...

(Gordiano Lupi)

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