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Tessari: Tony Arzenta e il noir alla Melville

21 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: Tony Arzenta e il noir alla Melville

Tony Arzenta - Big Guns (1973) è un altro film per cui viene ricordato Duccio Tessari, un’opera importante che convince persino Paolo Mereghetti a concedere tre stelle. Cast di altissimo livello: Alain Delon, Carla Gravina, Richard Conte, Anton Diffring, Roger Hamin, Umberto Orsini, Marc Porel, Giancarlo Sbragia, Lino Troisi, Guido Alberti, Corrado Gaipa, Ettore Manni, Silvano Tranquilli, Nicoletta Machiavelli, Erioka Blanc, Rosalba Neri. Un film duro, un noir moderno epretarantiniano, sullo stile di molti lavori girati da Fernando di Leo. Soggetto e sceneggiatura di Ugo Liberatore, Franco Verucci e Roberto Gandus. Tony Arzenta (Delon) è un killer affascinante che vorrebbe ritirarsi dall’ambiente e vivere in pace, ma i suoi datori di lavoro non sono d’accordo. Per questo motivo gli fanno saltare in aria la macchina e per errore non uccidono lui, ma la moglie e il figlio. La vendetta del killer è spietata. Non è facile trovare la versione integrale di questo film che in televisione passa spesso ma tagliato dalle scene più crude. Tony Arzenta è la storia amara e truce di una vendetta, un rape & ravenge duro e spietato, più che “un ibrido tra poliziesco all’italiana e polar”, come scrisse la critica del tempo. Un film che resta nell’immaginario di chi lo guarda per la cura nella ricostruzione storica e per la profondità del carattere dei personaggi. Alla base del film c’è il tradimento, un mondo corrotto dove non ci si può fidare di nessuno. Duccio Tessari - come Fernando di Leo - ama Melville e si vede dalle scelte di regia, dalla violenza estrema e imprevedibile, dalle inquadrature psichedeliche e dai tempi dilatati. Lo stile originale si nota. Tessari realizza il suo capolavoro conclamato. Alain Delon è coproduttore. Gianni Ferrio compone una colonna sonora indimenticabile.

L'uomo senza memoria (1974) è un noir meno ambizioso diTony Arzenta, ma viene girato con stile identico e non è invecchiato male. Interpreti: Luc Merenda, Senta Berger, Umberto Orsini, Bruno Corazzari, Anita Strindberg, Duilio Cruciani e Manfred Freyberger. Il film è ambientato a Portofino, dove il protagonista - un ottimo Luc Merenda - interpreta un uomo in preda a un’amnesia che torna dalla moglie (Berger) e viene perseguitato da un tipo losco (Corazzari). Il film comincia con Luc Merenda ritrovato accanto a un cadavere, privo di memoria, con la polizia che approfitta del fatto e gli fa credere di essere un’altra persona. L’uomo senza memoria avrebbe nascosto da qualche parte una partita di eroina ed è sul possesso di questo bottino che si scatena la guerra tra bande. Sceneggiatura del regista, Bruno Di Geronimo ed Ernesto Gastaldi, che nonostante alcune carenze strutturali funziona, soprattutto per il finale con rasoio e motosega. Film girato in una Liguria piovosa e cupa, fotografia suggestiva, azione a buoni livelli.

Uomini duri (1974) è il terzo noir consecutivo girato da Tessari che questa volta ambienta l’azione a Chicago, dove un prete manesco italo - americano (Ventura) e un ex poliziotto nero (Hayes) si mettono insieme per indagare sulla morte di un agente assicurativo che cercava un bottino scomparso. Interpreti: Lino Ventura, Isac Hayes, Willaim Berger, Paula Kelly, Lorella De Luca, Luciano Salce. Soggetto e sceneggiatura di Luciano Vincenzoni e Nicola Badalucco, che vorrebbero scrivere un poliziesco, ma i protagonisti sono così sopra le righe che ne viene fuori un film indefinibile. Isac Hayes è un sassofonista nordamericano che realizza anche la colonna sonora, così come Lino Ventura è più musicista che attore. Una coppia strana, singolare, ma tutto il cast è improbabile, con Luciano Salce impiegato addirittura in una parte da gangster. Molto mestiere e un film artigianale che non va oltre le convenzioni di un genere che Tessari conosce a memoria.

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Tessari: Thriller all’italiana, regie alimentari e spaghetti-western

20 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: Thriller all’italiana, regie alimentari e spaghetti-western

La morte risale a ieri sera (1970) è uno dei migliori film di Tessari che insieme a Biagio Proietti adatta il quarto e ultimo romanzo di Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano il sabato, subito dopo che Boisset (Il caso Venere privata) e Fernando di Leo (I ragazzi del massacro) avevano condotto analoghe operazioni. Un bel noir ambientato a Milano con protagonista l’ispettore Duca Lamberti (Wolff) che cerca di chi ha rapito una ragazza handicappata (Bray) per farla prostituire, sfigurarla e infine ucciderla. Una prostituta lo aiuta nella non facile impresa e lo porta a conoscere un mondo notturno ricco di perversione. Il padre (Vallone), un onesto operaio, scopre i colpevoli prima di lui e si fa giustizia da solo. Interpreti: Frank Wolff, Raf Vallone, Gabriele Tinti, Eva Renzi, Beryl Cunningham, Gill Bray, Gigi Rizzi, Checco Rissone, Wilma Casagrande, Jack la Cayenne. I toni del film sono quasi da inchiesta quando il regista cerca di mettere in evidenza la corruzione di una città vittima del benessere. Uscito in dvd come I milanesi ammazzano il sabato, bella colonna sonora jazz di Gianni Ferrio con canzoni di Mina, ottima fotografia di una Milano cupa e spettrale, autunnale e nebbiosa, di Lamberto Caimi.

Forza “G” (1970) è una regia alimentare che non resterà nella storia della produzione di Tessari. Un film sul volo, con protagonista un ragazzo appassionato di aereonautica, arruolato in aviazione, che riesce a diventare pilota della squadriglia acrobatica. Tutti diffidano di lui e della sua eccessiva passione, ma il ragazzo saprà farsi valere. Ottime immagini di volo, bella fotografia aerea, notevoli le sequenze di gara durante le quali il protagonista sperimenta pericolose evoluzioni e vince contro gli inglesi le gare internazionali di Rivolto. Si tratta di una commedia convenzionale con personaggi stereotipati e privi di spessore, salvata da un minimo di umorismo e ironia. Da recuperare solo per le sequenze acrobatiche. Ottimo il cast femminile. Interpreti: Pino Colizzi, Mico Cundari, Riccardo Salvino, Barbara Bouchet, Magda Konopka e Dori Ghezzi.

Una farfalla con le ali insanguinate (1970) è uno dei film di Tessari che vale la pena rivedere. Il cast è ottimo: Helmut Berger, Giancarlo Sbragia, Silvano Tranquilli, Evelyn Stewart (Ida Galli), Günther Stoll, Wendy D’Olive, Lorella de Luca, Carole André, Wolfang Preiss. Sceneggiatura di Gianfranco Clerici - uno specialista del thriller - con la collaborazione del regista, molto curata e ricca di colpi di scena, piena di finte piste e di possibili soluzioni a un giallo che si guarda ancora con piacere. Interessanti i personaggi che vogliono essere una caricatura della corrotta borghesia milanese e dei giovani figli sessantottini. Lo stile di Tessari è perfetto, tra flashback e inquadrature psichedeliche, molto secondo la moda del tempo. Ottima colonna sonora di Gianni Ferrio. Un giornalista televisivo è accusato di aver ucciso una studentessa, ma mentre lui è in galera l’assassino colpisce ancora. Viene liberato poco prima di essere processato, visto che due delitti molto simili al precedente sono stati commessi da un’altra mano. Il fidanzato di sua figlia gli farà una confessione sconcertante.
Viva la muerte... tua! (1971) è un nuovo spaghetti-western, versione tortilla, perché ambientato in Messico, interpretato da Franco Nero, Eli Wallach, Lynn Redgrave, Horst Janson, Marilù Tolo, Eduardo Fajardo. Una tantum manca Giuliano Gemma, ma i protagonisti sono due colonne del genere e non lo fanno rimpiangere interpretando due banditi evasi di galera grazie a una giornalista che li credeva rivoluzionari. Siamo ai tempi della rivoluzione messicana, uno sceriffo corrotto aiuta a evadere un bandito e il suo compare, che si spaccia per principe russo. Nero (famoso per Django) e Wallach (il brutto di Sergio Leone) si impadroniscono di un tesoro che finisce nelle mani dell’esercito, per questo si uniscono a un gruppo di rivoltosi messicani, recuperano il bottino e lo spartiscono con loro. I due banditi prendono coscienza della bontà della causa e restano con i peones a lottare per la libertà. La pellicola - con tutti i limiti di un cinema ironico e avventuroso - può essere inserita tra i cosiddetti western rivoluzionari. Tessari accentua i toni grotteschi e paradossali, come suo stile, alternando scene di azione ad altissimi livelli a momenti di pura farsa che anticipa le commedie western di Enzo Barboni. Bravissimi Nero e Wallach, coppia ben assortita.

Gli eroi (1973) è un film di guerra girato come un western, interpretato da Rod Steiger, Rosanna Schiaffino, Rod Taylor, Calude Brasseur e Gianni Garko. L’azione si svolge nell’Africa del Nord durante la seconda guerra mondiale e vede protagonista un’avventuriera senza scrupoli (la sensuale Rosanna Schiaffino) che tenta di impadronirsi di un tesoro destinato agli arabi. Dopo alcune peripezie, la ragazza ha la meglio, ma l’intervento dell’Intelligence Service è provvidenziale. La tematica è tipica dello spaghetti - western: una caccia al bottino alla quale partecipano anche soldati degli eserciti in guerra.

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San Locca

19 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

San Locca

SAN LOCCA


Se a vinz la Sisal
Se lò e torna a cà e fri un è brisa
Se im maindan brisa luntain
Se e Bulagna e zuga bain

Se se se

Se ed guarigion a i è un segnel
Se prest a vein fora de sdel
Se a vinz qual c' a i ò scumess
Se mi fiola la studiess

Se se se

Par tott qual c’am serv a me
Ogni volta at tir in bal te
San Locca e la Madona
E che Dio us la manda bona!


SAN LUCA


Se vinco la Sisal (lotteria)
Se lui torna a casa e non è ferito
Se non mi trasferiscono lontano
Se il Bologna gioca bene

Se se se

Se di guarigione vi è un segnale
Se presto uscirò dall’ospedale
Se vinco quello che ho scommesso
Se mia figlia studiasse


Se se se


Per tutto quello che serve a me
Ogni volta tiro in ballo te
San Luca e la Madonna
E che Dio ce la mandi buona!!!

DEDICATA A TUTTI I BOLOGNESI. solo loro sanno quanto conti per noi San Luca

I bolognesi hanno una speciale devozione per la Madonna di San Luca ed è piuttoso normale rivolgersi a Lei per ogni necessità

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Al cavariol

18 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Al cavariol

"ROSCIGNO VECCHIA" PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA

AL CAVARIOL

Aloura, ai’ aveva si an

In muntagna tais a Farnà

A ciapeva la rozla:

una volta, dau volt…. fen in fond a Ri frad

e a ogni cavariola avdeva e mond a l’arversa

Adess ai’ò zinquant’an

In zitè, a lez i giurnel,

a seint la television

e a vad ancoura e mond a l’arversa:

rubarì, delinquenza, droga e omiceddi.

Dmateina a touran lasò

a tais a Farnà

a ciap la rozla

una volta, dau, volt…fen in fond a Ri frad

e a ogni cavariola a voi vadar se al mond u s’adrezza!

TRADUZIONE

Le capriole

Allora, avevo sei anni

In montagna vicino a Farneto

Ruzzolavo

Una volta, due volte…. fino in fondo a Rio freddo

E a ogni capriola vedevo il mondo a rovescio.

Adesso ho cinquant’anni

In città, leggo i giornali,

sento la televisione

e vedo ancora il mondo a rovescio:

furti, delinquenza, droga e omicidi

Domattina torno lassù

Vicino a Farneto,

ruzzolo

una volta due volte… fino in fondo a Rio freddo

e a ogni capriola voglio vedere se il mondo si raddrizza!

Franca Poli

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LA MASSTRA

17 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA 2011 "LE ROSCIGNOLE"

LA MASSTRA

Se a tòrn a nàser a voi fèr la masstra

ciapèr i fangén par man

e guidèri a la dscuèrta de corp uman.

Cuntèri còmm e foss una fòla

che Garibeldi con mèl amig

l’uné l’Italia sanza tanti brig.

Spieghèri che, con divèrsi région,

da nord a sud l’é tot un Pajis

e bisaggna sanper dividèr al spais.

Che l’Italia l’è totta bela:

peina peina ed mont, ed culeini

ed fiomm, ed mèr e tanti ciséini.

E po’ ai voi dir che bisaggna vlairès ban,

che an i sia mai l’òdi in tèra

parché l’é qual che porta la guèra.

“Ban el quast che insagnan a scòla?”

(quélcdòn l’arà pinsé)

mé arspand : “la mì masstra l’ira acsé!”

(Franca Poli)

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La strela cadainta

16 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

La strela cadainta

LA STRELA CADAINTA

Am son svulté l’eltra not in un pré.....

Dio cum a sira cuntainta

A un semil spetacual a n’ira mega preparé:

a i ò vest una strèla cadainta!

Ad totti ca li èter l’ira la piò bela

Comm una cumatta, con la co iluminé

La sluseva, la fruleva, l’ira la mì strèla

E a l’impruvis l’è vgnù vers ed mé……

La m'à illuminé

La m’à abrazé.....

Mama t’i tè?

Finalmaint t’è dezis ed turner que da me!

(franca Poli)

LA STELLA CADENTE

Mi sono sdraiata l’altra notte in un prato

Dio come ero contenta

A un simile spettacolo non ero preparata:

ho visto una stella cadente!

Di tutte le altre era la più bella

Come una cometa, con la coda illuminata

Luccicava, si muoveva, era la mia stella

E all’improvviso è venuta verso di me….

Mi ha illuminato

mi ha abbracciato

Mamma sei tu?

Finalmente hai deciso di tornare quaggiù.

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Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"

15 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"

Resushitati

Macale, De Cave, Appetito

Edizioni Il Foglio, 2013

Cardiopoetica è un collettivo letterario composto da tre persone – Marco De Cave, Fabio Appetito e Mariano Macale – che non si pone solo come unione di tre autori in un unico volume, piuttosto - almeno nelle intenzioni - come una sorta di nuova avanguardia culturale, di manifesto letterario.

Il gruppo nasce a Cori, in provincia di latina, nel 2010, e si prefigge l’obiettivo di rinvivire la poesia, che sonnecchia, a suo dire, dagli anni novanta, calandola nel quotidiano, portandola fra la gente comune, con una serie di reading, di avvenimenti multimediali. “Resushitati” è il loro secondo libro, edito da Il Foglio Letterario.

Il titolo ha tre chiavi di lettura. Se lo si considera parola piana, con l’accento sulla penultima sillaba, gli si conferisce un tono di evento, di cosa fatta. Se, invece, lo si legge con l’accento sulla ù, prende il significato di una esortazione a risorgere, a uscire da una condizione che è “vita apparente”, notte di “morti viventi” alla Romero: “anche se si è impagliati sulla parete di una sala.”

Siamo morti, siamo alienati dal consumismo, dall’esaltazione dell’esteriorità, del corpo e dell’abito, da una comunicazione che diventa solo esternazione sui social network, monologo inascoltato e non dialogo. Bisogna “Ricominciare da capo nuovamente” , come ci esorta a fare la citazione da Lenin, stimolo a una rivoluzione che non è solo politica ma anche interiore. (Il concetto è bene esplicitato nel piccolo brano in prosa di Marco De Cave dal titolo “Giornata pesante”.)

Per farlo, per uscire da una vita che vita non è, per risvegliarsi e risorgere, occorre una scelta netta, limpida, una presa di posizione sociale, un rapportarsi alla collettività, agli altri, cosicché l’individualità possa fondersi in un “noi” e l’anima sia scossa dalla poesia. Se si sceglie di rivivere, non lo si fa come l’eremita disgustato, ma cercando di comprendere questo nostro mondo da dentro per poi ribaltarlo.

Nel titolo si trova inserita anche la parola sushi, qualcosa che si porta via, un take away non solo dell’oggetto ma anche del soggetto. E la poesia arriva per portarti via, per trascinarti, per risvegliarti. Una poesia, però, moderna, fatta di cose di oggi, e, tuttavia, capace comunque di lirismi antichi, di invocazioni, di preghiere, di canti alla luna. Il collettivo dice di rifarsi alla tradizione montaliana, nerudiana e alla Beat Generation, ma non mancano echi crepuscolari e stilemi più classici e meno sperimentali.

Il soggetto, l’introspezione lucida e un poco disperata, “Ma io non sono portato a vivere”, resta, a nostro avviso, sempre al centro delle poesie di questi tre autori che, pur nello studio avanguardistico, pur nell’impegno socioculturale, pur nella creazione di un manifesto comune, altro non cercano se non l’amore, la fusione con l’altro da sé, una comunione autentica e non di superficie, un noi più profondo, dove si ascolta oltre che parlare.

che avessimo una parola almeno

Da dividere in uno quando stiamo insieme”

E ancora :

ho smesso di cercare la risposta che soffia nel vento

Perché adesso il vento sono io

E sono già alle tue spalle.”

Come nella poesia di Macale, “Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi”, che ci piace proprio perché smette i panni della sperimentazione e si lascia andare ad un lirismo pavesiano.

Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi,

non si cela alle pupille arcane la realtà

rotta, minuta di questo coccio perduto,

ma non è vano il voto dell’assemblea,

se il mondo intero ti ostracizza

troverai come perla rara rifugio in me,

per quanto siano senza regola le mie parole,

fallimentari i miei progetti, dipartite da tempo le chimere, le utopie

verso mondi immaginari.

È rimasto nel porto l’unico sogno

Di tutta una vita: noi.”

Alla fine, ancora una volta, il collettivo, il sociale, s’identifica con il “noi” formato da due anime che non riescono mai a fondersi quanto vorrebbero. Come afferma ancora Macale, “per amore si può risorgere”.

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Tessari: il noir ironico e il cinema avventuroso

14 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: il noir ironico e il cinema avventuroso

Giuliano Gemma si conferma attore prediletto da Tessari anche nell’insolito film di spionaggio di produzione italo spagnola Kiss Kiss... Bang bang (1966). Bruno Corbucci, Ferdinando di Leo e Duccio Tessari scrivono soggetto e sceneggiatura, condendo la trama avventurosa con un pizzico di ironia. Il cast è quasi identico ai due Ringo: Giuliano Gemma, George Martin, Lorella de Luca, Nieves Navarro, Daniele Vargas. Gemma è un sergente traditore dei servizi segreti che può riabilitarsi e sfuggire alla pena capitale sottraendo una formula importante al nemico. Per amore… per magia (1967) è una sorta di strampalato musicarello avventuroso scritto da Tessari, Ennio De Concini, Alberto Cavallone e il paroliere Franco Migliacci. Il film sembra realizzato per la televisione, ma il cast è da paura. Gianni Morandi, Rosemarie Dexter, Mischa Auer, Daniele Vargas, Gianni Musy Glori, Harold Bradley, Lorella de Luca, Paolo Poli, Tony Renis, Mina, Rossano Brazzi, Sandra Milo. La storia ambienta in tempi moderni La lampada di Aladino, la mette in musica con protagonista Gianni Morandi (Aladino), inserisce una bella figlia del Granduca (Dexter) promessa sposa che va difesa dal cattivo Visconte (Vargas).

Tessari non abbandona la sceneggiatura di pellicole western e avventurose: Dick Smart 2.007 (1967), Un treno per Durango (1967), Dio perdoni la mia pistola (1967), ma ormai la sua strada è la regia, con film di cui è quasi sempre autore.

Meglio vedova (1968) è un mafia-movie di scarso interesse, ma anche una storia d’amore tra un ingegnere inglese e la figlia di un capo-mafia, che porta il primo ad assecondare le regole dell’onorata società. Si tratta di una commedia, in fondo, ma di poche pretese. Regia alimentare di Tessari che dirige Virna Lisi, Peter McEnery, Lando Buzzanca, Jean Servais, Gabriele Ferzetti e Nino Terzo. Ci sono le intenzioni satiriche ma la Sicilia è dipinta in maniera didascalica e il discorso sulla mafia procede per luoghi comuni.

I bastardi (1968) è uno dei film più citati nelle filmografie di Tessari che dirige un cast stellare: Giuliano Gemma, Klaus Kinski, Margaret Lee, Rita Hayworth, Claudine Auger, Serge Marquand, Umberto Raho. Soggetto e sceneggiatura di Duccio Tessari, Mario Di Nardo ed Ennio De Concini, per un film girato negli Stati Uniti con alcune vecchie glorie americane. Una storia che racconta la spietata vendetta di Giuliano Gemma che dopo una rapina viene tradito dalla sua ragazza (Lee) e dal fratellastro (Kinski) e si ritrova con i tendini della mano destra distrutti. Rita Hayworth è la madre alcolizzata dei due protagonisti. Kinski è perfetto nella parte del fuorilegge cattivo che vuole la donna del fratello e il bottino della rapina. Gemma ucciderà Kinski, ma sarà fatto fuori dalla madre che nonostante tutto amava il figlio peggiore. La critica alta distrugge il film come “un modesto lavoro nella media delle pellicole girate da autori italiani in America e interpretati da vecchie star ormai alla frutta” (Mereghetti), ma tra i critici di bocca buona c’è chi si accontenta e lo ritiene un lavoro che anticipa Tarantino (Marco Giusti) .

Vivi o preferibilmente morti (1969) vede ancora interprete Giuliano Gemma, vero e proprio attore feticcio di Tessari, per un ritorno al western - questa volta farsesco - di produzione italo spagnola che non delude le attese. Tra gli interpreti ricordiamo il pugile Nino Benvenuti, la giovanissima Sidney Rome, Cris Huerta e George Rigaud. Ennio Flaiano è l’autore di questo western insolito che scorre veloce e divertente come una commedia. Tessari è bravo alla regia e con grande mestiere riesce a dare brio alle scene di azione. Gemma e Benvenuti sono i folli protagonisti, due cugini senza un soldo in tasca, che devono incassare un’eredità, cercano di commettere qualche reato ma non ci riescono e finiscono per aiutare la legge. I due cugini sono costretti a una convivenza difficile per sei mesi, come clausola prevista per incassare l’eredità del nonno. La pellicola non piace per niente a Paolo Mereghetti e a Marco Giusti che la demoliscono senza pietà, sia per un soggetto risibile che per la presenza di Nino Benvenuti, a parere di Giusti “capace di rovinare qualsiasi film”. Certo è che Benvenuti non lavorò più…

Quella piccola differenza (1970) è scritto e diretto da Tessari che cambia del tutto genere per dedicarsi a una commedia trash sul cambio di sesso. Al tempo era una cosa scandalosa e infatti il protagonista (Pino Caruso) rimane sconvolto quando apprende che il suo medico si sta per operare, anche perché lui se la spassa tra moglie e amanti. Interpreti di questa commedia prodotta tra Italia e Francia: Juliette Mayniel, Pino Caruso, Victoria Zinny, Carlo Hintermann, Elisabetta De Galleani (Ely Galleani, in uno dei suoi primi ruoli). Secondo Paolo Mereghetti è “un film volgare e approssimativo”, ricco di “battute e situazioni risapute”. Marco Giusti non apprezza Tessari e pure lui ci va giù pesante: “Tessari e Caruso costruiscono il film sulla nevrosi dell’uomo e tutto diventa di una noia mortale”. Non è un capolavoro, ma preso come commedia senza pretese si guarda ancora con piacere.

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Il Respiro del Fiume capitolo primo

13 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Il Respiro del Fiume capitolo primo

Benars. Settembre 1981.

Alle quattro del mattino, la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat[1] sul Gange.

Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.

Non bada neppure al lugubre tempietto del dio scimmia Hanuman, macchiato di polvere rossa come sangue. Supera le oscure botteghine di oggetti sacri, nel cuore del chowk, la fitta rete di vicoli alle spalle dei ghat immersa nell’odore pungente dell’incenso alla rosa e delle collane votive di gelsomini. Ansimando, s’accoda alla fila di pellegrini che scende verso il Manikarnika Ghat. Sull’ultimo gradino, appena sopra il livello delle acque, sosta per riprendere fiato.

Si guarda intorno.

Maestoso, surya[2] sta sorgendo, ed illumina ad est uno spazio immenso, desertico. Sulla riva dove si trova lei, invece, si stendono sette chilometri di scalinate, bastioni, templi e palazzi di maharaja. Lungo i sacri scalini, la folla più misera del mondo compie le abluzioni rituali, prega, beve l’acqua infetta. Dalle pire funebri, il fumo continua a levarsi, acido, denso.

Nell’ora più santa del giorno, anche la ragazzina entra nel fiume e s’immerge fino alla vita. Spruzza l’acqua sul palmo delle mani, rivolta verso il sole, poi accende un lumicino di olio di canfora, lo depone sopra una foglia e lo affida al Gange. Tutto intorno, sant’uomini con le vesti color zafferano lasciano scivolare nel fiume le loro offerte che simboleggiano la luce che disperde l’ignoranza. Un’isola di fiammelle è catturata dalla corrente e fluttua verso l’Oceano Indiano. “Ganga mai ki jai! Sia lode alla Madre Ganga!”.

Anche la bambina prega: “Madre Ganga accogli la mia offerta.”

Quando tutte le preghiere che conosce sono esaurite, è ormai giorno fatto, il sole brucia e la gente cerca riparo sotto gli ombrelloni di paglia. I sannyasi[3] restano immobili, in estasi, in comunicazione col sole.

In mezzo al fiume scivolano barconi carichi di turisti che scattano fotografie dei santoni in preghiera, della gente che si lava e delle cataste di legna coi morti che bruciano all’aperto.

La bambina torna sui propri passi, scosta una tenda scolorita ed entra in casa. Provenendo dal ghat luminoso ed affollato, la stanza le appare ancora più tetra e buia. Oltre una fila di stracci appesi ad asciugare, Urda, la vicina che aiuta sua madre, l’apostrofa con la bocca piena di betel, “ah, sei qui, non dovevi andartene proprio ora.” E’ una donna magra, di età indefinibile, con i capelli arruffati, priva di un incisivo. Glielo ha staccato suo marito con un pugno, prima di farle il dispetto di renderla vedova. Dal foro, proprio in mezzo alle labbra, cola giù il sugo rosso del paan[4].

La ragazzina si avvicina timorosa al letto dove sua madre, Auda, giace in una pozza di sudore sul lenzuolo sporco. Il volto olivastro è irriconoscibile, gli occhi, prima grandi, scuri ed umidi, appaiono come le orbite vuote di un teschio. Il respiro è un rantolo aspro che sa di vomito.

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Perché mia madre fa cosi?”

“Tua madre sta solo cercando di respirare.”

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Mia madre sta morendo?”

La vicina si limita a sospirare. Sputa sul pavimento un getto di saliva rossa.

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Mia madre guarirà?”

“Ti pare che possa guarire? E’ meglio se stai con lei, ora.”

La bambina si accoccola vicino al charpoi. Con una piccola mano incerta, tocca appena la spalla della madre. “Amma[5]...

La malata apre le palpebre che sembrano diventate di carta, cerca di muovere la testa in direzione della voce ma può soltanto fissare il soffitto. “Han...?[6]

“Mi senti, amma?”

“Urmilla...”

Amma...

“Urmilla, dove sei?”

“Qui, sono qui, amma. Non mi vedi?”

“No, non ti vedo… Non c’è luce, è notte.”

“No, amma, non è notte, é mattina! Sono le cinque e sono stata a pregare.”

“Hai fatto bene. Io non posso andarci, sono stanca. E poi, con questo buio. E’ così buio, oggi.”

Amma! Non è vero! Non è buio! Non è...”

“Sai, Urmilla, ho visto il tuo baba. E’ venuto a trovarmi...” Un colpo di tosse la interrompe. Urda si accosta e le bagna la fronte con una pezza. “Eh, povera anima, sta delirando.”

Un altro accesso di tosse convulsa lascia la malata senza respiro. All’improvviso s’irrigidisce, digrigna i denti, strabuzza gli occhi e afferra il sari della figlia. “Urmilla!”

Amma, per favore!”

Ansimante, spossata, il petto magro che si solleva in lunghi sospiri faticosi, Auda tace, lottando per respirare, poi parla di nuovo e questa volta le sue parole suonano meno frenetiche, più lucide. “Urmilla, la vita non è stata bella per me, ma tu sei una brava figlia.” Tace ancora, pare assopirsi.

Forse non muore. Oh, Shiva! Oh, Signore del mondo! Fa’ che non muoia! Fa’ che la mia mamma non muoia!

Passano alcuni minuti silenziosi, il respiro della malata si fa ogni istante più aspro. Attorno al charpoi ronzano le mosche, insistenti. Urda si muove nella stanza, strascicando i piedi. Sposta un oggetto, apre un mobile, lo richiude, sputa sul pavimento. Dalla strada provengono i suoni di tutte le mattine: vocio di bambini, richiami di madri esasperate, pianti di neonati, grida di venditori di caldo channa, di arrotini, di portatori di tè.

Mezz’ora dopo, le labbra di Auda si muovono ancora: “Sei così bello, Ahmed...”

La bambina si china sulla madre, terrorizzata dal suo corpo rigido, dal fiato rancido, dal rantolo che è ormai diventato il suo respiro. “Amma!

La bocca di Auda si schiude, il naso si fa affilato, sibilante: “Ahmed...”

Amma! Amma!”

“Sì, janum, sì, Ahmed, anima mia...”

La barella, intrecciata con sette pezzi di canna di bambù, è pronta. La bambina ha passato la notte a costruirla, vegliando il cadavere di sua madre. Con l’aiuto di Urda, ha lavato e rasato il corpo freddo di Auda, le ha segnato la fronte con polvere di sandalo, le ha unto i capelli con l’olio, le ha intrecciato indosso collane di fiori e strofinato denti e labbra con ramoscelli profumati. Infine, l’ha vestita col suo sari più bello, quello che Auda usava solo per Diwhali[7].

Manca poco all’alba, ormai. Urda russa in un angolo con in braccio il più piccolo dei suoi nipoti, un bimbo magro, rapato a zero, vestito appena di una cintura e di un mazzo di cavigliere. Con occhi sgranati, lucidi di kajal, il piccolo fruga la stanza in penombra.

Anche la testa della bambina ciondola sul petto. Le sue mani, però, stringono ancora un piede della madre. Per ore l’ha massaggiato. Ne conosce tutte le pieghe, tutte le asperità, dal piccolo indurimento sotto l’alluce, al rinforzo calloso del calcagno, dovuto all’abitudine di camminare scalza.

La testa della bambina cade in avanti ed ella si riscuote, sobbalzando. Riprende a massaggiare i piedi del cadavere, affannosamente, come se fossero ancora sensibili.

Urda apre prima un occhio, poi l’altro, quindi sbadiglia. “Smettila, adesso, bambina. Fra un’ora sarà bruciata, a che le servono i tuoi massaggi?”

“Tutte le figlie massaggiano i piedi delle madri.”

“Sì, ma delle madri vive.”

Il nipotino tende una mano verso la donna morta sul letto. “Auda!” chiama.

“Auda dorme, lasciala in pace”, lo rimprovera la nonna. Il piccolo alza il capo, fa bolle di saliva con le labbra increspate. Di tanto in tanto getta occhiate perplesse al corpo immobile. La vecchia si agita, impaziente. “Su, Urmilla, è quasi ora. Dobbiamo metterla sulla barella.”

“Aspetta, Urda. Solo un altro poco.”

“Guarda che ho da fare! Non posso stare qua tutto il giorno! I miei nipoti hanno fame.”

“Solo cinque minuti, Urda.”

“Va bene, ma fai presto. Si comincia a sentire l’odore.”

“Non è vero! Non c’è nessun odore, sono solo i fiori!” Urmilla si china a baciare i piedi di sua madre, poi le mani, poi il capo. Intinge l’indice nella polvere rossa e ripassa la tilak[8] sulla fronte, là dove le proprie labbra l’hanno un poco scolorita. Accomoda meglio le collane di gelsomini e sparge ancora margherite sul telo rosso che avvolge il corpo.

“Non hai badato a spese”, commenta Urda, schiacciando meccanicamente un pidocchio sulla testa del nipote.

“Mia madre aveva messo via i soldi per il suo funerale. Erano dentro una scatola.”

“E’ una fortuna che i topi non se li siano mangiati. Però hai fatto bene a prendere le cose migliori per la cremazione di tua madre. Si vive da cani, che almeno si muoia con dignità! Solo che ci vorrebbe un figlio maschio. E se non c’è un figlio maschio dovrebbe farlo un parente e se non c’è un parente...”

“Il parente c’è, Urda.”

“Lascia stare, sai come stanno le cose.”

“No, non lo so e andrò da lui perché voglio parlargli, ma prima devo cremare mia madre.”

“Non è una buon’idea.”

“Questo devo deciderlo io, non tu.”

“Ah, certo! Certo! Dicevo così, tanto per darti un consiglio. Ma tu i consigli non li ascolti mai! Ma ora farai come dico io. Ti porterò alla missione.”

“Non ci voglio andare. Mia madre non approverebbe.”

“Eh, figliola mia, dovrai imparare ad adattarti d’ora in avanti. La vita è quello che è. Tua madre viveva di poesie, di fiori, di preghiere. E cosa ci ha guadagnato? Guardala un po’ ora! Morta stecchita!”

Il nipotino allunga una mano verso Auda, emette bollicine di soddisfazione. “E’ morta, è morta!”

“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”

La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”

“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”

Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.

“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”

Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.

Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.

“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.

La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.

Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.

Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.

L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.

“E’ legnaccia!” s’indigna la bambina.

“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”

La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”

“Sì, e io sono Rama!”

Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.

Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”

“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”

La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”

Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.

Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.

La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.

Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”

La bambina fa segno di sì.

“E credi di poterlo fare da sola?”

Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.

Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.

Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.

Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.

Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.

Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.

L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.

“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”

Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.

Colpisce.

E’ un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.

La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.

He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”

La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non...”

“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.

Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.

Stringe con forza il vaso sul cuore.

[1] Scalinata

[2] Sole

[3] Rinunzianti che si pongono al di fuori della società per riunirsi, attraverso l’ascesi, con l’Assoluto.

[4] Pasta di noce di betel avvolta in una foglia, da masticare.

[5] Mamma.

[6] “Sì?”

[7] Festa delle luci.

[8] Segno rosso sulla fronte.

[9] Burro cotto e liquefatto.

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MNEMAGOGHI di PRIMO LEVI (Torino 1919 – ivi 1987)

12 Gennaio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Primo Levi, noto per le opere legate alla drammatica esperienza nel lager (Se questo è un uomo, La tregua, Sommersi e Salvati), fu anche un abile narratore. Chimico prestato alla letteratura (oppure semplicemente chimico e scrittore), nei suoi racconti tratta spesso di vicende legate al mondo del lavoro (pensiamo tra gli altri alla raccolta dal titolo Il sistema periodico). Fu un grande lettore di Lucrezio, Rabelais, Darwin.

Vediamo da vicino il racconto Mnemagoghi, nell’edizione Einaudi.

Il dottor Morandi raggiunge il paese di cui è diventato medico condotto. Deve innanzitutto passare dall’anziano Ignazio Montesanto dal quale rileverà la condotta. Sente un lieve disagio; la gente del posto mostra di sapere già chi è lui. Gli si legge in faccia che è un dottore. Un’identità che sembra avere uno spiacevole aspetto totalizzante.

Levi mostra subito belle qualità narrative; “un silenzioso e rapido guizzare di lucertole” accoglie il nuovo arrivato quando raggiunge l’abitazione dell’ormai ex-collega. Viene abilmente costruito il personaggio stravagante del vecchio medico che “si muoveva con la sicurezza silenziosa e massiccia degli orsi” e indossava una “camicia sgualcita e di dubbia pulizia”. La casa di Montesanto è palesemente trascurata e l’uomo non sembra voler parlare di temi concreti. Inizia quello che diventa presto un soliloquio sulla sua vita personale e professionale, mentre il giovane nota varie cose: in particolare, “un lungo filo di ragno pendeva dal soffitto, reso visibile dalla polvere che vi aderiva”. Inoltre, in un armadio c’erano “poche boccette in cui i liquidi avevano corroso il vetro segnando il livello”.

Il padrone di casa denota un palese disinteresse verso l’attualità; racconta i suoi inizi nelle trincee durante la guerra e poi parla del rapido sopravvenire di una certa apatia che lo ha portato al volontario esilio nella condotta sperduta del paese. Morandi non riesce a farlo parlare di questioni pratiche, come il suo alloggio o la situazione dei pazienti dei quali come nuovo dottore doveva farsi carico. Ci ricorda certi personaggi kafkiani, nascosti nell’ombra, evasivi, quasi diafani, eppure in qualche modo necessari perché depositari di qualcosa di importante. A un certo punto il vecchio sembra assopirsi, ma non è del tutto silenzioso; il soliloquio probabilmente continuava nel suo interno, immagina il suo ospite.

Alla fine emerge la specializzazione dell’anziano medico: i ricordi. Qui si coniugano Proust e la chimica. Montesanto parla con passione di “adrenalinici assorbiti per via nasale”. E’ riuscito, con le sue conoscenze, a ricostruire in forma conservabile un certo numero di sensazioni. Ha racchiuso degli odori in boccette numerate e ciascuno di essi lo riporta a un momento del passato; l’odore della scuola e della sua aula, quello indefinito della pace provata dopo aver raggiunto una meta in montagna, quello di una persona conosciuta e forse amata. Si chiamano “mnemagoghi”, ossia suscitatori di ricordi. Mostra i suoi segreti al suo successore che all’inizio sembra incuriosito.

Levi mette insieme amore per la vita e scienza, proponendo in questo ritratto pittoresco e un po’ inquietante, un culto del ricordo mantenuto razionalmente, accuratamente classificato in specifici recipienti, dal contenuto molto personale. Quelle boccette sono la mia persona, dice infatti Montesanto. Il giovane medico a un certo punto avverte il bisogno incontenibile di andare via e abbandonare quella casa. Ha letteralmente bisogno di respirare odori diversi. Parte bruscamente. La sua è quasi una fuga e quindi un rifiuto per il rigido razionalismo del collega.

Forse solo la memoria involontaria proustiana può, con la sua naturalezza, riportare in modo piacevole il ricordo. Sta al caso, ossia alla vita farci riassaporare ciò che è stato; la madeleine di Proust allaccia presente e passato e permette un dialogo tra ieri e oggi, a differenza dell’impostazione “passatista” del vecchio. La scienza di Montesanto è artificio; sacrifica troppo il presente sull’altare del passato in funzione del quale non si può vivere se non rinunciando all’oggi. Il ricordo nato da una circostanza accidentale, invece, costituisce una piccola vittoria sul tempo e sulla morte. Si tratta di un ricordare fecondo perché crea o meglio ricrea un momento del passato, attraverso, ad esempio, il casuale assaggio di un dolce (come capita nella Recherche), senza boccette numerate o “adrenalinici assorbiti per via nasale”.

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