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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Vania Wiola

11 Dicembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Spiazzante, è l’aggettivo che meglio si adatta a “La madre” di Wania Viola. Che sia il risultato di un’architettura voluta o che derivi da un cambiamento di rotta dell’autrice e da un finale “appiccicaticcio”, poco importa, perché il prodotto è intrigante, dà da pensare e crea una serie di ambigue associazioni psicanalitiche.
La trama s’incentra su una donna, sul suo compito di fattrice e sulla sua collocazione in una scala di matriarche che figliano come animali, senza dare troppo peso alla cosa, senza emotività connessa, in modo sbrigativo e freddo. “Un paesino con quattro case… Un podere con casa padronale… un pergolato…” È una donna che sta per iniziare la sua avventura, tra le sentenze di una madre all’antica e i tremori del cuore. È il riassunto di una vita, il racconto della conquista della maternità come condizione; la gioia della scoperta del ruolo; ma anche la sottile amarezza per anni che “rotolano uno dietro l’altro… senza niente per me stessa”. La protagonista del racconto descrive il particolare sentimento che, al taglio del cordone ombelicale, matura lentamente e cresce. È la sincera e sofferta confessione di una donna degli anni ’60, troppo giovane, forse, impreparata e spaventata dalla sovrabbondanza di emozioni, tutte nuove, da comprendere e contenere.
Quattro figli, quattro diverse esperienze, tutte fatte di un amore particolare, silenzioso, sostitutivo, una sorta d’indennità per il fallimento di altri progetti giovanili. La protagonista non ha nome, come non l’ha sua madre, che è, però, sempre presente, addirittura tiene la mano alla figlia che partorisce, in una catena di solidarietà, dolore e sottomissione femminile. Nell’atto al quale non attribuiscono valore se non come dovere, dedizione e sacrificio, finisce annullata la soggettività, muoiono le aspirazioni, si stemperano i desideri rimandati fino a quando non c’è più tempo.
E il tempo finisce davvero perché, dopo quattro figli, arriva l’ultimo, altrettanto carnoso, altrettanto viscerale, oscuro, pronto anche lui a rubarti la vita: il tumore. Ti cresce dentro, e tu capisci che non c’è poi tanta differenza con la tua prole, che anche i figli, alla fine, sono parassiti che si nutrono di te - specialmente se non sei in grado di amarli con l’anima oltre che con il corpo e l’istinto. – E non è un caso che le parole usate per descrivere l’allattamento ben si adattino alla devastazione operata dal tumore nel corpo: “era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa”.- Cos’è l’amore materno? È così scontato il colpo di fulmine verso il piccolo essere che mettiamo al mondo?
Racconto molto intenso, analisi (o autoanalisi) di sentimenti forti e complessi. Ma è ciò che si legge tra le righe che colpisce: l’autrice disegna con sottile e penosa ironia la crisi di ruolo e di identità propria della donna borghese degli anni ’60, un mondo che ancora si alimenta del sacrificio femminile, perpetuando, sotto il velo dell’ipocrisia, l’eterna ingiustizia storica.

Patrizia Poli e Ida Verrei

La madre

Quando nacque Michele era martedì. Un giorno afoso di mezza estate pieno di mosche. Ce n’erano tante di mosche a San Venanzo, un paesino di quattro case e una chiesa in provincia di Macerata. In quegli anni trascorrevo ancora l’estate lì, con mia madre e i nonni materni in un podere con casa padronale, che da bambina mi sembrava grandissima e piena di segreti; adesso mi appare fatiscente e piena di ragni.
Quel giorno stavo sotto la pergola a sgranare i fagioli, lavoro noiosissimo, quando sentii una fitta nei lombi, come se qualcuno mi avesse colpito con un punteruolo. Gridai e subito corse mia madre. - È ora - mi disse. Il tono era laconico, senza emozioni. Voleva rassicurarmi, ma io la odiai per quella sua freddezza.
Mi raccontava sempre che lei per poco non mi aveva partorito sulla corriera, durante i bombardamenti e che l’evento del parto era assolutamente naturale. - Non fanno mica tante storie gli animali quando partoriscono! - commentava poi - Non vedo perché oggi si debba necessariamente ricorrere ai medici e agli ospedali!
Lei l’aveva aiutata solo l’ostetrica, una vecchia che a suo tempo l’aveva fatta nascere e aveva fatto venire al mondo perfino sua madre! Tre generazioni, un bel record! - Peccato che sia morta - concludeva sospirando. Io invece pensavo che fosse una fortuna, altrimenti mia madre le avrebbe fatto assistere anche me. Durante i nove mesi di gravidanza non riuscii a convincerla che ormai, alla fine degli anni sessanta, l’ospedale era considerato più sicuro della casa e alla fine dovetti impormi: - Quando sarà il momento mi porterai all’ospedale, giuramelo!
Così salimmo in macchina e ci avviammo verso l’Umberto I (si chiamano tutti così gli ospedali italiani?). Non sapevo di preciso che cosa mi aspettasse. Sì, mi avevano parlato delle doglie, ma un conto è sentirne parlare, un altro è sentirsele addosso. Sul sedile ero tesa, aspettavo che succedesse qualcosa. Sulle prime avvertii una dolenza al basso ventre. “Tutto qui?” mi dissi. Ma poi il dolore si fece più profondo, più forte, intollerabile. Sudavo freddo. Avevo l’impressione che tutto il mio essere si concentrasse sul dolore, diventasse dolore. Finché passò. Ero stordita, respiravo a fatica, ma trovavo meraviglioso che tutto fosse finito. Naturalmente non fu così: le doglie ricominciarono, si fecero più fitte ed io mi trovai a navigare nel dolore perdendo la cognizione di ciò che mi circondava. Non mi accorsi neppure della barella, né di essere in sala parto, né se fosse di un uomo o di una donna quella voce che mi intimava di spingere e alla quale ubbidivo con tutte le mie forze. Sapevo solo di avere mia madre accanto a me, perché la tenevo per mano. Allentai la presa solo quando lei mi disse: - È un maschio!
Michele era piccolo, neanche due chili e mezzo. Teneva la testina un po’ reclinata da un lato, come se non ce la facesse a sorreggerla. Mi faceva tanta tenerezza e mi domandavo se fosse quello il sentimento che le madri provano per i figli.
Mia madre aveva un’impostazione retorica dell’amore materno. Mi aveva inculcato il senso del dovere, il sacrificio, la dedizione assoluta, ma io pensavo che ci fosse anche qualcos’altro. Ora era il momento di scoprirlo. Continuavano a passarmi per la mente aneddoti di madri eroiche, che si comportavano in modo ammirevole, fornendo fulgidi esempi di amore materno. China su di lui, l’osservavo mentre si frugava con le manine piccolissime dentro la bocca sdentata, ma devo dire che, nonostante mi sforzassi, non provavo niente di particolare, solo un gran timore di toccarlo e di fargli male. Lo sentivo come un estraneo adesso che era fuori di me; non sapevo da che parte prenderlo o come girarlo. Quasi subito imparai che è molto più facile di quanto sembri.
La prima volta che l’attaccai al seno fu sconvolgente. Lui aveva gli occhietti chiusi, ansimava nella foga di cercare dove attaccarsi e quando ci riuscì, lo fece con energia e mi fece male, non solo al capezzolo, ma dentro. Era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa lungo una strada che correva dolorosamente e direttamente dall’utero al seno. Fu in quella circostanza che imparai cosa vuol dire donare.
Non avevo però capito molto della mia prima maternità. Era accaduto tutto così in fretta che non ero riuscita ad allineare le immaginazioni con le esperienze reali: coinvolta in una ridda di pannolini, pappette, pesate prima e dopo, ruttini e tutto il resto, non avevo tanto tempo per riflettere, ma forse, mi dico ora, non volevo neppure farlo o non sapevo.
Aspettare Roberta fu come ripassare la lezione. Al contrario di Michele, Roberta nacque cicciottella, con tanti capelli castani, riccioluti e sottili come una nuvoletta. Fin dai primi giorni dimostrò quel carattere pacioso e allegro che la rende tuttora amabile e fin dai primi giorni il suo unico pensiero fu mangiare. Di tutto, tanto che da piccola era un vero e proprio pericolo, perché cercare di tenere a bada la sua frenesia di ingoiare qualsiasi cosa le venisse a tiro non era facile. Con il fratello ebbe subito un rapporto conflittuale: ogni volta che lui si avvicinava, lei piangeva. Forse avrei dovuto preoccuparmi di osservare meglio quei comportamenti, ma non l’ho fatto. Forse ero distratta o forse non amavo abbastanza.
L’amore, figuriamoci! Mi era stato insegnato che la via della perdizione passa proprio per l’amore. Nelle mie fantasie vedevo il futuro partner come un nemico, di cui non fidarmi e da tenere alla larga.
D’altro canto in casa vigeva un matriarcato quasi assoluto: gli uomini, mio nonno e mio padre, quando erano in casa, li avevo sempre visti in salotto a leggere e a fumare. Mai una volta che avessi sentito una conversazione o una discussione. Mai nemmeno un cenno di interesse per le cose di casa. Mai ho pensato di rivolgermi a mio padre per un qualsiasi mio problema. Il loro ruolo si esauriva nel garantire un sicuro salario mensile ed era quanto bastava. Mio marito sembrava stampato con la stessa matrice.
Non ebbi mai dubbi, se non tardivi, che non fosse bene così. C’erano tanti “amori sostitutivi” che mi occupavano il tempo e mi distoglievano dal soffermarmi sul fatto che non vivevo e non avevo mai vissuto un soddisfacente rapporto di coppia. Quelle rare volte in cui, soprattutto di notte, mi assaliva a tradimento una solitudine dolorosa, cercavo di scacciarla convincendomi stoltamente di avere ancora tempo. Lo farò quando i figli andranno a scuola. Quando si saranno diplomati. Non appena saranno autonomi. Quando … Non appena … cioè mai più.
La decisione di andare a vivere da soli coincise con la notizia che aspettavo Giulia. Mia madre sosteneva che stavo facendo una sciocchezza ad andarmene, che da sola non ce l’avrei mai fatta. La casa era molto grande e sarebbe bastata per tutti. Io invece vivevo la cosa come una svolta importante, un’emancipazione, quasi un affrancamento dalla schiavitù. Fu dura tuttavia, non lo nego, ma neanche lo ammisi mai.
La nascita di Giulia fu molto difficile: il parto si presentava podalico e dopo una notte di inutile travaglio decisero di interrompere le sofferenze della madre e del feto e praticarono il cesareo. Giulia fece fatica a respirare e tememmo per la sua vita. Anche in seguito rimase una bambina cagionevole, delicata di salute. Aveva sempre un’espressione triste e me ne facevo una colpa. Credo di averle comperato più giocattoli che ai fratelli e di averla coccolata di più, ma non credo di essere riuscita a renderla felice. Le strappavo un sorriso particolare quando le raccontavo la storia di Poldino, un bambino goloso e allegro che si faceva venire un terribile mal di pancia per aver mangiato troppa Nutella. Mi sono sempre domandata perché mai proprio questo evento la facesse ridere. Forse lo concepiva come una giusta punizione per essere stato troppo goloso o troppo allegro. Lei non lo sarebbe stata mai.
Si rotolarono uno dietro l’altro cinque anni comuni, arrabattati dietro le pappe e i pannolini, i compiti di scuola, i colloqui con le insegnanti, gli accompagnamenti in palestra, le malattie infettive, le vaccinazioni, le arti consolatorie e poco altro. Quasi niente per me stessa. Nel frattempo nacque anche Laura, scura di capelli, ma con gli occhi chiari. Bellissima. Da chi avrà preso? Mi chiedevano. Io non mi sforzavo neanche tanto a risalire l’albero genealogico, ma ricorrevo subito ad una zia di parte materna che era tale e quale, purtroppo morta di tisi a soli ventidue anni.
Se ripercorro la mia vita, credo che la cosa più importante che ho fatto sia stata quella di mettere al mondo figli. Non sono stata capace di fare altro. Non ho realizzato nessuno dei tanti progetti che pure esaltavano la mia mente di ragazza.
Ed ora sono in attesa per l'ultima volta. Ora tocca a lui, a quest’ultimo figlio perverso che mi è cresciuto dentro di soppiatto, oscuro e maligno. Mio più degli altri. Carne della mia carne. Come madre dovrei amare anche lui. Forse mi costerà la vita, hanno detto. Ma si sa che le madri darebbero la vita per i figli, no? Perché dunque non darla per questo? Potrebbe essere un originale gesto d’amore per l’ultimo figlio.
Suvvia, dunque. Ho già pronta la valigia.

Wania Viola

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Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico

10 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

 Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico

Sette isole, ognuna con la sua specificità e bellezza che le rendono molto interessanti e, sicuramente, da visitare.

Le Canarie, le sette favolose isole emergenti dall’Oceano Atlantico, oltre a qualche isolotto disabitato, colpiscono spesso la fantasia del potenziale turista con l’immagine di terre gremite di cinguettanti canarini.

Ma non è così, e, a questo scopo, è bene illustrarle oltre che dal punto di vista turistico, anche da quello storico.

Note ai Romani col nome di Isole Fortunate, furono conosciute forse già dai Fenici nel IV secolo A.C. Gli Europei le considerano isole leggendarie fino a quando alla fine del XII secolo non le riscoprì il nobile genovese LanzarotteMaloncello, il cui nome è rimasto ad una delle isole stesse: Lanzarote. Vennero raggiunti nel ‘400 da navigatori francesi, furono esplorate dai veneziani e contese a lungo tra Portogallo e Spagna che, massacrata gran parte della popolazione autoctona, divenne nel ‘500 padrona di tutto l’arcipelago.

Punto di raccordo tra l’Europa e il Nuovo Mondo, la Canarie facilitarono il viaggio di Colombo verso le Bahamas e resero possibile la diffusione in America di varie specie di animali e piante dopo un periodo di acclimatamento nell’arcipelago. Tornando al nome, la leggenda vuole che le isole fossero, invece che di canarini popolate di cani.

Raggruppate in due province e considerate alla stessa stregua delle province metropolitane spagnole, si dividono in isole occidentali ( provincia di Santa Cruz di Tenerife) e isole orientali ( provincia di Las Palmas).

Il clima, molto regolare, non ha mai escursioni termiche marcate ed è piacevole tutto l’anno. Da Oriente ad Occidente appaiono al primo posto le due meno elevate: Lanzarote, fantastica, unica, dall’aspetto primordiale per via dei suoi paesaggi strani, lunari e irripetibili, con alcune spiagge frastagliate e i vitigni inseriti in piccole buche per proteggerle dal vento. Nel 1993 è stata decretata dall’UNESCO “Riserva della Biosfera” perché è stata preservata da ogni contaminazione. E’ un’isola che suscita forti emozioni. I suoi paesaggi sono unici. Quelli lunari si contrappongono alla vegetazione subtropicale. E’ primitiva, e da l’impressione di ciò che avrebbe potuto essere la terra prima di esser abitata. Il vulcano Timanfaya domina sull’intera isola e le sue caldere sono lì a ricordarti che il vulcano è ancora vivo. Il marrone che contraddistingue il suo territorio contrasta con le bianche case situate lungo la costa. Belle spiagge fanno da contorno ad un mare cristallino dai ricchi.

Fuerteventura, con le immense pianure, le spiagge interminabili, un bel mare è di gran moda negli ultimi due anni, anche fra gli italiani. E’ il paradiso per chi vuole godersi il più completo relax o fare bagni nelle acque trasparenti del mare. Inoltre, è l’isola ideale per chi pratica il surf, la vela, i divers e i pescatori d’altura. In alto mare è facile osservare balene, delfini, pesci spada e tartarughe. Sviluppata turisticamente da qualche anno, è dotata di ottime strutture alberghiere e villaggi molto apprezzati dalla clientela italiana.

Segue Gran Canaria, rotonda, con profilo di piramide che si eleva fino a 2000 metri sopra il livello del mar e con un’incredibile varietà di spiagge, paesaggi e microclimi. Possiede quasi 60 chilometri di spiagge ed un clima piacevole tutto l’anno. Ci sono ottime strutture alberghiere, dotati di ogni comfort. Chi vuole il massimo relax può, invece, trovare il proprio e piccolo “continente” nei piccoli paesi marinari nel nord dell’isola.

Poi viene Tenerife, la più grande e la più alta, considerata, a torto, un’isola poco interessante mentre è molto bella, soprattutto nella parte coloniale. Possiede ben 42 spazi protetti ed è la più grande e popolata isola delle Canarie. L’Unesco ha dichiarato la splendida città di San Cristobal de la Laguna e il Parco Nazionale del Teide – che è il terzo vulcano più grande del mondo e il più alto della Spagna – patrimonio dell’umanità.

Tenerife è famosa anche per il suo Carnevale Internazionale, il secondo più importante al mondo, dopo quello di Rio de Janeiro. Il Teide (711 m) sovrasta tutta l’isola e, spesso, quando si arriva sulla sua cima, si possono osservare le nuvole che fanno da “anello” al cono del vulcano. Gli antichi romani la chiamavano Nivaria, dalla parola latina “nivis” per via della neve che spesso copriva la cima del Teide.

Poi c’è ancora la Gomera, più piccola delle precedenti e con una superficie accidentata piena di sorprese. E’ un’isola sconosciuta al turismo di massa e il suo territorio è ricoperto da boschi, spiagge di nera sabbia, montagne e parchi naturali il più importnate dei quali è il Parco Nazionale del Garajonay, località dove si trova la cima piú alta dell’isola.

C’è una leggenda legata al nome del Parco. Si narra che due amanti, il cui nome era Gara e Jonay, si tolsero la vita proprio in questo luogo perché le rispettive famiglie si opponevano al loro amore. Una storia che ricorda molto quella italiana di “Giulietta e Romeo”. Il Parco Nazionale del Garajonay , tra l’altro, nel 1986 è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanitá. E’ un’isola un po’ selvaggia e adatta a chi pratica sport come il trekking. Oltre alle spiagge dalla sabbia nera – è un’isola vulcanica – vi sono molte piscine naturali.
Segue La Palma, piccola ma deliziosa isola la cui capitale è costituita da bellissime costruzioni coloniali dotati di patii.

E’ definita anche Isla Bonita per la bellezza del suo territorio. Per la sua piovosità, è dotata di tanta vegetazione verde e rigogliosa mentre il paesaggio è stato modellato dalla lava delle eruzioni dei vulcani che la compongono. In questo piccolo gioiello si trovano montagne, vulcani, boschi e spiagge dalle acque cristalline.

Poco conosciuta turisticamente, possiede il Parco Nazionale de la Caldera e alcuni resti archeologici. Inoltre, è importante per il suo cielo – definito fra i più belli del mondo per l’osservazione astronomica.

Poi c’è finalmente El Hierro, la strana e giovane isola per la quale passò il Primo Meridiano che indicava l’estremo più occidentale del mondo conosciuto prima della scoperta dell’America. E’ l’ultima isola, per grandezza, delle Canarie ed è prettamente montuosa. Il mare che la circonda ha uno dei fondali più belli del mondo e, questo, ne fa il posto ideale per chi pratica lo scuba diving. Ha molte specie di flora e fauna uniche al mondo, come la lucertola gigante “gallotia sinonyi”.

Dirupi, coste, zone vulcaniche, flora millenaria oltre al folklore, la musica, l’artigianato, la gastronomia, i prodotti del mare: tutto ciò offrono queste splendide isole dotate di una perfetta ricettività alberghiera e definite “continente in miniatura”.

L’architettura tradizionale canaria si ispira a fonti andaluse e portoghesi, l’artigianato della terracotta deriva da antiche guanches, l’arte di far cesti ha proprie caratteristiche, il ricamo è basato su tecniche di sfilatura della stoffa e non è da dimenticare la storica abilità dei falegnami di Tenerife.

Strutture alberghiere, complessi residenziali, ville e appartamenti non difettano, oltre ad un sistema informatico, il Canaridata, attraverso il quale viene potenziata la capacità di promozionare il turismo nelle isole.

Festival, mostre, cinema, campionati di golf, ippica, completano il quadro di un soggiorno che molti forse credono irrealizzabile, mentre le ottime varie condizioni offerte dalle agenzie turistiche riscontrano sintomaticamente il favore dei turismi. E a ragione!

C’è sempre un ottimo rapporto qualità prezzo per permettersi di trascorrere una vacanza, anche in tempi di crisi.

Liliana Comandè

 Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico
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AVANGUARDISTI A MENTONE DI ITALO CALVINO (1923 – 1985)

9 Dicembre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Nel 1940 l’Italia dichiara guerra alla Francia ormai sconfitta dai Tedeschi. Il Duce vuole prendere parte al banchetto dei vincitori; la guerra dura pochi giorni, costa centinaia di morti e le truppe italiane avanzano solo di pochi chilometri, arrivando a Mentone.

In questa cittadina è ambientato il racconto di Calvino. Il protagonista è un diciasettenne che vive nelle retrovie italiane del fronte, dove già i nostri soldati hanno compiuto odiosi saccheggi e piccole distruzioni, nelle case e nei campi, tanto che la madre del ragazzo dice con amarezza: “ … al soldato di conquista ogni terra è nemica, anche la sua”.

Il giovane manifesta già un certo distacco verso le iniziative del regime. Ma anche lui parte, insieme ai coetanei (inquadrati come avanguardisti); si va a Mentone per presenziare ad alcune iniziative organizzate dalla Casa del Fascio per accogliere dei falangisti spagnoli. L’adolescente partecipa per curiosità e perché parte anche l’amico Biancone. La finzione costruita dal regime è già nota: “Avevamo visto di recente al cinema un documentario che rappresentava la battaglia delle nostre truppe per le vie di Mentone; ma poi sapevano che facevano per finta, che Mentone non era stata conquistata da nessuno, era stata solo sgombrata dall’esercito francese al momento del crollo …”.

Biancone è più estroverso e socievole del compagno col quale condivide un certo spirito di indipendenza; si distingue dai coetanei per furbizia, ma partecipa comunque alle varie iniziative. Si parte come per una gita scolastica. Gli avanguardisti giungono nella cittadina semideserta e qui emerge tutta l’approssimazione organizzativa dell’evento; c’è confusione, si attendono a lungo gli spagnoli, arrivano voci continuamente smentite e si decide all’ultimo momento di restare a dormire a Mentone. Molte case sono vuote e allora inizia il saccheggio da parte dei ragazzi.

I capi esortano a farlo: “ … questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori … un giovane che si trova qui oggi, e non porta via niente, è un fesso … e io mi vergognerei di stringergli la mano!”.

Il protagonista, disgustato dall’andazzo generale, alla fine commette un piccolo atto di sabotaggio; afferra di nascosto le chiavi delle stanze della sede del partito e le getta via, contento di aver creato un qualche disagio. Invece l’amico non ha remore a depredare nelle abitazioni come gli altri, vantandosi del bottino. Il giovane rientra perplesso dalla cittadina, intuendo in modo oscuro che la guerra avrebbe segnato anche la sua vita.

Il conflitto con la Francia è stato breve; gli eccessi dei vincitori, come detto, hanno causato danni agli stessi italiani che hanno subito saccheggi dai propri militari. La conquista è stata peraltro simbolica. Nel racconto, il regime, nei suoi ranghi più bassi, incoraggia lo spirito razziatore e si vanta, anche davanti ai falangisti spagnoli, di una vittoria molto facile.

Nel testo si sente lo spirito di avventura adolescenziale, ma c’è un fondo cupo. La preda bellica è un centro di provincia, deserto, triste, monotono. C’è l’impressione di camminare in una sorta di nuova Pompei, una città senza vita paragonata a un “sarcofago liberty”. Emerge un senso di vacuità mentre i ragazzi violano case abbandonate, frugano nei cassetti alla ricerca di qualcosa di prezioso, leggono lettere altrui. I capi si complimentano con gli avanguardisti; Mentone è vuota e piccola come i suoi occupanti che si travestono da conquistatori. La finzione del documentario visto al cinema si prolunga.

A parte il protagonista, nessuno torna con una consapevolezza nuova; la guerra vinta si accompagna alla sfrontatezza e alla spavalderia. Eppure, in filigrana, si sentono già gli scricchiolii di un regime la cui magniloquenza nascondeva incapacità e approssimazione.

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Single Party 4

8 Dicembre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

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Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire

7 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire

Non esistono solo le grandi città da conoscere. Ci sono realtà che non hanno niente da invidiare anche alle capitali.

Barcellona, Madrid e Siviglia attraggono ogni anno la stragrande maggioranza dei visitatori del Paese, ma le attrattive della penisola iberica non si esauriscono in queste pur interessantissime città, perché ci sono altre regioni e città meno note al turismo di massa.

Saragozza, l’antica Cesaraugusta fondata dai romani nel 14 a.c. nello stesso luogo dell’originaria Salduie (un insediamento iberico fortificato vicino al fiume Ebro), è una città dalla grande tradizione storica, artistica e culturale.

Essa fu il fulcro diffusore della cultura romana, dalla quale si latinizzò gran parte del territorio iberico.

A partire dall’anno 714 fu sotto il dominio mussulmano e nel 1018 divenne la capitale del primo regno di Taifas indipendente da tutto al-Andalus, rappresentando per un intero secolo l’approdo ideale per quanti cercassero asilo e il rifugio desiderato da intellettuali e scienziati, dove l’arte e la cultura brillarono come non mai.

L’era cristiana ebbe invece inizio nell’anno 1118, quando la città venne riconquistata da re Alfonso I d’Aragona; i vari monarchi che la governarono in quel periodo di tempo la ingrandirono, le concessero privilegi ed un livello di libertà inusuale nell’Europa feudale di allora. Nel Medioevo Saragozza fu lacapitale del regno d’Aragona, che comprendeva gran parte della Spagna ed anche territori francesi ed italiani.

Durante il Rinascimento la città, chiamata “l’abbondante”, conobbe un grande apogeo, ma è nel XVIII secolo (a cui appartiene il pittore aragonese Goya) che Saragozza raggiunse uno straordinario sviluppo nella scienza, nell’arte e nella cultura e che diventò uno dei punti chiave dell’illuminismo spagnolo. La città rafforzò anche il proprio dominio commerciale e divenne pioniera nel processo di modernizzazione della Spagna, la quale le ha permesso di consolidare nei secoli la promettente posizione centrale che la storia, l’economia e la geografia le assegnarono come capitale della valle dell’Ebro.

Le varie culture e dominazioni succedutesi nel tempo le hanno conferito un carattere eterogeneo, cosmopolita ed accogliente, ricco di molteplici influenze rintracciabili in tutti gli aspetti della vita e della tradizione cittadina, dalla storia all’arte della gastronomia.

Saragozza è collegata con voli direttamente a Madrid e a tutte le altre destinazioni spagnole e anche linee regolari di autobus la congiungono al resto della nazione. Inoltre, Ryanair collega direttamente Bergamo e Roma alla città.

Saragozza, situata a meno di 200km di distanza dalla montagna, tra Madrid e Toledo, è anche il punto di partenza ideale sia per una vacanza itinerante (Fly & Drive) sia per le vacanze sui Pirenei all’insegna degli sport invernali e per il relax nelle riserve naturali.

Le bellezze storico-artistiche di cui è ricca la città sono molteplici, a cominciare dal centro storico, che conserva ancora la struttura ottagonale dell’urbanesimo romano, con il cardo e il decumano ed altre vestigia di Cesaraugusta (come i resti delle mura, il teatro romano, parte del porto fluviale e le terme).

L’Aljaferìa, attuale sede delle Corti Aragonesi, il parlamento regionale della comunità autonoma d’Aragona,è, invece, un meraviglioso palazzo arabo, il meglio conservato in Occidente ed è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’Umanità”. Nel periodo dell’inquisizione spagnola fu anche adibito a tribunale. Vi si possono ammirare la mosche con il minareto, la sala del trono, i giardini interni e la Torre del Trovador.

La cattedrale di San Salvador, nella quale si fondono con armonia diversi stili artistici dal romantico al neoclassico, è il capolavoro del gotico locale e insieme a numerose altre chiese vanta delle bellissime decorazioni in tipico stile mudejar, in mattoni e piastrelle.

Fu costruita nel XIV secolo proprio sopra un vecchio tempio romanico. Qualcuno definisce questa cattedrale più bella di quella Del Pilar. Vi si fondono anche elementi in stile Mudéjar. Anche qui vi sono degli affreschi di Goya e Bayeu nella cupola barocca. La chiesa è nota anche per il Museo dei Tappeti dove si trovano esposti preziosi tappetti fiamminghi e francesi che risalgono al XV°, XVI° e XVII° secolo.

La Basilica di Nostra Signora del Pilar, una delle più geniali realizzazioni dell’arte barocca e neoclassica, meta di pellegrinaggi e fulcro della cristianità nazionale e internazionale, costituisce una delle tappe dell’itinerario mariano tra i santuari del Lordes, Torreciudad e, appunto, Il Pilar. La Basilica è stata costruita nel 1681, ed è circondata da 4 torri e 11 cupole ed ospita al suo interno degli importanti dipinti di Goya e di Bayeau. C’è una leggenda che lega la Cattedrale alla Madonna. Si narra, infatti, che nel primo secolo apparve sulla cima del pilastro (el pilar, appunto) in favore dell’apostolo San Giacomo. Questo pilastro, chiaramente, è motivo di grande pellegrinaggio.

Vicino alla chiesa si trova il Museo del Pilar, nel quale sono conservati i gioielli utilizzati per adornare la statua Pilar.

La Lonja, invece, era l’antica Borsa del mercato cittadino, il posto più importante dove si contrattavano i prodotti che venivano scambiati. E’ un grande palazzo rinascimentale ed è il primo monumento del Rinascimento in tutta la regione che venne edificato nel 1540: Oggi viene utilizzato soprattutto per organizzare eventi e manifestazioni culturali.

L’attività congressuale a Saragozza è assicurata dall’auditorium – Palazzo dei Congressi. L’evoluzione in questo genere di attività è culminata nel 1998, quando si sono celebrati 224 avvenimenti che hanno fatto registrare l’affluenza nel capoluogo aragonese di circa 70.000 persone, generando un’ importante ripercussione sull’economia della città.

L’intenzione è di proseguire con impegno anche in questo settore perché Saragozza continui a crescere come città dei congressi, sia a livello nazionale che internazionale.

La capacità ricettiva della città e molto alta con strutture di diverse categorie. La gastronomia aragonese è molto antica e prestigiosa, le sue radici affondano nella tradizione borbonica napoletana e italiana e Saragozza, meta ambita per l’ozio e le specialità culinarie, si è anche meritata l’appellativo di “città di tapas”, grazie allo svolgimento del concorso annuale di tapas (i tipici stuzzichini spagnoli) realizzato dall’Associazione di Caffè e Bar cittadina.

L’artigianato tipico di Saragozza è basato sulla lavorazione della ceramica: molti, infatti, sono i laboratori artistici presenti nel capoluogo e soprattutto a Muel, la famosa cittadina dei dintorni, nella quale vecchi e giovani ceramisti perpetuano quest’antica tradizione artigianale.

Liliana Comandé

Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire
Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire
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Emanuele Marcuccio. Il mio Punto di vista

6 Dicembre 2013 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #recensioni

La Poetica ed il modo di raccontare le emozioni dell'autore Emanuele Marcuccio.

 

Prima di provare a commentare il testo Un infaticabile poeta palermitano d'oggi: Emanuele Marcuccio di Lorenzo Spurio, prima di iniziare a cercare di tratteggiare una figura letteraria, parlerò della biografia di questo autore.
Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974. Nel 1994 ha ottenuto la Maturità Classica.
Dall'Agosto del 2000 inizia quel percorso poetico che lo porterà a pubblicare due libri.
Scrive poesie dal 1990. Nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli 47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.
Nel marzo 2009 esce la sua raccolta di poesie e opera prima Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci.
Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010. Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.
Dal giugno 2010 è curatore editoriale, dedito alla scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e novembre 2012 ha presentato quattro autori, riuscendo così a far pubblicare cinque libri di poesie e, dal 201,1 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.
Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge
Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012. L’opera è stata recensita da Patrizia Poli, Marzia Carocci, Michele Nigro e Natalia Di Bartolo.
Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali, dal 2012 a oggi.
È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary.it”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. È presente su L’evoluzione delle forme poetiche, Archivio storico e consuntivo critico (realizzato per le scuole) dell’ultimo ventennio poetico (1990-2012), Edizioni Kairòs, 2013.
Finalista nel 2013, con dieci aforismi, alla settima edizione del Premio Nazionale di Filosofia “Le figure del pensiero”, ha ideato e sta curando la sua prima antologia poetica, Dipthycha, che lo vede presente con ventuno titoli, accompagnato in dittico di uguale tema, da altre poesie di autori vari.
Di prossima pubblicazione un ampio saggio monografico sulla sua produzione, curato da Lorenzo Spurio.
Dal 1990 sta scrivendo un dramma in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.
Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie dal titolo Anima di poesia.

Uno degli elementi presenti nella Poesia di Marcuccio è la Declamazione. Ad esempio nel componimento poetico "A Leonardo Sciascia" è possibile individuare un tipo di Declamazione ricollegata ai colori ed agli odori della terra Siciliana, in relazione a Sciascia.

Nella poesia "Palermo" è presente il medesimo stile Declamatorio, assorbito da una trama di colori di Sicilia, e della città. In questo scritto è anche presente un chiaro rimando alla realtà delle organizzazioni criminali.

Senza fare un enorme giro di parole, che sprecherebbe del tempo prezioso, l’Opera di Marcuccio è riassumibile in queste considerazioni personali.

1- Essendo Giacomo Leopardi uno dei suoi autori preferiti, lo stile poetico ha un tono alto che trova un sentimento nell’epoca e nel contesto in cui vive.

2- Dalla prima considerazione, deriva necessariamente la seconda. Si può rintracciare nell’Opera dell’autore un qualcosa di Pirandelliano, che non si esprime propriamente nei contenuti, ma nell’atto di scrivere. A sostegno di quanto detto c’è una sua risposta durante un’intervista: “[…] In ogni mia poesia si può rintracciare un preciso riferimento autobiografico, anche minimo, anche nella più insospettabile, la scrittura in fondo è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto.”

3- Continuo a fare riferimento all’intervista di Lorenzo Spurio ad Emanuele Marcuccio, poiché penso che il dialogo sia qualcosa di più aggiornato, o comunque rappresenta, il più delle volte, un elemento di chiarimento. L’essenza dell’ispirazione dell’autore si ritrova nella poesia “Per una strada”. Bene. Fin qui nulla di strano. La stranezza, che poi tanto strano non è, visti i tempi, è scrivere su uno scontrino “spiegazzato” un qualcosa che forse è un po’ banale, ma che rappresenta comunque uno stadio di riflessione di una persona.

4- Una poesia dovrebbe essere Umana. Siamo Esseri Umani o no? Mi spiego meglio. Non penso e non credo che Marcuccio pubblichi per avere premi. Non pubblica per questo.
Chi scrive (se scrive Bene) è Essere Umano nell’espressione dei significati, delle parole. E le parole sono pietre.

5- Ciò che deve arrivare al lettore in maniera diretta sono gli Aforismi n° 25, 53, 59. In quanto autore, poeta, blogger e fondatore di Progetti Aperti, penso che quanto scritto in questi 3 aforismi, può, nel messaggio essenziale, riassumere la “condizione di Poeta”.
Si dovrebbe parlare di poeta quando non ci sono condizionamenti interpersonali che derivano da interessi di Sistema.
Quando Marcuccio dice: “Il poeta è ribelle come il fuoco, niente è più ribelle del fuoco […]” cerca, a parer mio, di esplicitare quella forza che rende viva la Persona-Poeta, la persona che diventa poesia, produce mondi, da relazioni speciali a significato e significante, edificando l’animo. Essere ribelli non è situazione, ma condizione.

6- Secondo me qualsiasi curriculum letterario non contiene opere centrali. Assegnare centralità a certi elementi significherebbe svalutare gli altri. Dante non ha scritto solo la “Comedìa”, Giovanni Boccaccio è autore non solo del “Decamerone”, Schopenhauer è conosciuto per aver scritto “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione”, ma non è stata la sua unica opera. Ogni elemento deve essere rispettato e non messo al di sopra o al di sotto di altri. Non deve esistere classificazione tra opere. Se si fa questo, si opera un giudizio arbitrario, in base a quale Autorità?

 

Da ciò deriva quanto dice Sandra Carresi nella recensione a Pensieri Minimi e Massime e far valere queste parole, in modo generale, comprendendo dunque un senso complessivo: “E’ di grande conforto conoscere l’esistenza di personaggi facenti parte del genere umano, chiamati – poeti – ancora capaci di possedere quella scintilla creativa che fa emozionare noi stessi e la Vita.”

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recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini

5 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini

Il titolo – Planando nell’aria - della raccolta di poesie di Vittoria Principe potrebbe essere la chiave di lettura della personalità che è sottesa ai versi e che viene fuori a sprazzi, a momenti non univoci nella fase descrittiva, ma pur legati da un doppio filo che da una parte conduce al bisogno insopprimibile di libertà (questa è la mia storia, simile a quella di un uccello), dall’altro alla necessità di essere, cercare e mostrare amore, come novella eroina sofoclea (eppure sento di essere fatta per amare). Vale a dire che Vittoria rappresenta un universo (femminile) oscillante perennemente tra il desiderio di affermarsi per quello che sente di essere, e i vincoli, ora gioiosi ora dolenti (i momenti felici che si trasformano in dolori …), che la legano alle persone care e alla vita quotidiana.

Una ghirlanda di libertà

È da sempre che cerco la mia libertà.

Perduta in cieli infiniti,

in abissi spaventosi,

in deserti illimitati.

Nell’universo senza fine,vago,

alla ricerca della mia libertà.

La colgo nella luna, in una stella, nel sole.

Ma guardando un prato,

la colgo in un fiore.

La stringo, la bacio, la guardo….dov’eri?

Angosciata e felice la pongo nel mio cuore.

Ora è al sicuro in me.

Mi volto; guardo il mondo,

incatenato, sofferente, schiavo.

Io sono libera,

le mie catene sono sciolte,

per sempre…

è una ghirlanda di fiori

il mio unico vincolo.

Dio l’ha posta al mio collo,

come un giogo soave e lieve.

Di qui i dissidi, di qui le fughe in avanti (un sogno sospeso nell’aria, una disperata fuga) e i ritorni (tornerai a brillare…l’anima mia allora ti parlerà), di qui pianti e scoppi di gioia (come una tempesta...quest’ira furibonda… Ma d’improvviso un raggio di sole...placa il tutto in un silenzio di pace).

Talora prende il sopravvento la nostalgia, che è sempre desiderio di qualcosa, già compiuta, anche se il solo ricordo fa male (Tutto è stato avvolto in un velo di ricordi...aver vissuto momenti terribili)) o agognata, contro cui si profilano i fantasmi del dubbio, dell’incertezza, della paura (Ho paura. Diroccata in lontananza c’è la sede dei fantasmi..) e ancora della vacuità e dell’inutilità (Ecco ti assale il nulla).

Sicché l’oasi tanto desiderata talora sembra scomparire risucchiata dal vuoto, dalla sterilità dei sentimenti intorno a lei o semplicemente dal nonsense della vita. Ma la ricerca di serenità permane immutabile (troverò mai la mia oasi di pace?)

Diventa allora spasmodica anche la ricerca del divino, che pure rimane la suprema àncora, ma con mille domande, anzi con la suprema domanda vibrante come un urlo disperato: Dio, dove sei?

La ricerca della felicità infine è quasi un’ossessione (anima mia…urla con dolore la tua voglia di felicità), che la porta però a scandagliare, ad esaminare, a leggere la realtà che la circonda, per concludere che la felicità ha un unico ritrovo, un’unica sede: il proprio cuore (Il mio cuore resterà sempre al sicuro in me)(Un giorno…mi sono accorta che essa è dentro di noi).

E dal cuore sente tracimare l’affetto per i figli in particolare. Due realtà che danno senso alla sua vita, l’uno perché ha realizzato il sogno quasi adolescenziale della maternità (il mio bambino sarà un mondo incantato), l’altro perché costituisce un’applicazione costante del suo saper e voler essere mamma.

Alla fine sul senso di solitudine (quell’angosciosa presenza del niente) di cui sono testimonianza alcune liriche prevale il giudizio sentenzioso (Se questa è la vita viviamola pure), non senza l’amabile speranza (c’è un fiore appena sbocciato), non senza la curiosità (fruga nella vita, come in un sacco colmo), non senza la fratellanza (se tutti siamo insieme…viviamo), non senza in ultimo l’appello all’amore da donare e da ricevere (se un giorno interrogassi il mio cuore…non tormentarlo. Amalo...)(se un giorno mi verrai a cercare…entrerai nel mio cuore e vi troverai scritto un solo nome AMORE).

Per concludere aggiungerei che la silloge è di piacevole lettura, sobria e scorrevole, senza tranelli o incertezze interpretative, e ancora una volta la limpidezza dichiara la volontà tetragona di un donna che pur sentendo la sofferenza dell’esistenza, ama la sfida, il volo, per poi abbandonarsi dolcemente, planando nell’aria, all’unica vera forza, l’Amore.

Adriana Pedicini

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Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.

4 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.

La prima cosa che ti colpisce dei bambini africani sono i loro i grandi occhi: velluto nero incorniciato nel bianco e nel colore ebano della pelle del viso. Occhi innocenti, vivaci, allegri o, qualche volta, tristi che appena si posano sui tuoi, hanno il potere di trasmetterti una voglia incredibile di fissare sulla tua macchina fotografica quei volti espressivi, che sanno raccontarti tutte le loro vite, le stesse che puoi leggere anche sui visi delle persone anziane, sempre pronte a regalarti un sorriso anche quando sono intente a lavorare.

In Kenya di bambini se ne incontrano moltissimi. Alcuni li puoi vedere mentre escono o si recano a scuola, eleganti nelle loro divise scolastiche, oppure mentre giocano con ciò che hanno a portata di mano: un’altalena costruita in maniera artigianale ed empirica o una gomma di un’automobile fatta rotolare sulla terra.

Giocattoli “rimediati” ma con i quali i bambini si divertono tantissimo, senza aver bisogno di costosi giochi elettronici o tutti quelli che vengono comprati in maniera eccessiva ai nostri bambini che, dopo un giorno, li hanno già messi da parte.

La strada che conduce dall’aeroporto di Mombasa a Malindi o quella che si percorre da Malindi al Parco Tsavo, ti permette di osservare il vero Kenya, quello delle estese piantagioni di agave, di piccoli villaggi con case moderne o piccole e grandi capanne costruite con fango e banano o con il tetto di lamiera.

Puoi incontrare donne che portano l’acqua o pesanti ceste sulla testa, così come facevano in Italia le donne del Sud fino a qualche decennio fa, oppure uomini seduti sotto un albero che giocano a dama.

Qualche specchio d’acqua, disseminato qua e là, è pieno di pescatori che tirano le reti a bordo delle loro piccole imbarcazioni.

E’ la vita di ogni giorno che scorre come sempre.

Ovunque donne che fanno la spesa, alcune con i figli tenuti dietro la schiena, infilati in un grosso foulard annodato davanti al seno della mamma.

Negozi e banchi di frutta si alternano in un gioco di colori come quello dei vestiti delle donne dalle cromie molto accese e caratteristiche.

Biancheria messa ad asciugare all’aria aperta, capre che pascolano nei cortili o nei verdi e pianeggianti pascoli e alcune mucche, più piccole delle nostre, che allattano i vitellini.

Campi coltivati e una terra rossa e fertile si alternano a una fitta vegetazione costituita da baobab, acacie, palme, bouganville i cui colori sono una delizia per gli occhi.

L’arancione si mischia al viola e al fucsia in un intreccio delicato di rami fioriti. Gli uomini si muovono da una parte all’altra in sella ad una bici oppure a piedi.

I ritmi sono molto rallentati. Fa caldo e c’è umidità ma ciò non impedisce alla gente di girare per negozi o per le numerose bancarelle, ai lati delle strade, che offrono ogni tipo di merce.

Mentre si è nell’automobile, scorrono davanti le immagini di centri abitati con le piccole moschee, semplici nella loro architettura e colorate di bianco e verde.

Ad un tratto, tra le case piene semplici ma ricche di umanità appare il segno di un’antica cultura, un’università .

Un campo di pallone, come ne esistono in ogni parte del mondo, si fa notare soprattutto per le divise dai colori sgargianti che indossano i bambini.

Basta un pallone, due reti ed ecco trovato il passatempo preferito dai bambini e ragazzi di ogni luogo.

Zone un po’ desertiche si alternano a luoghi dove il verde degli alberi è imperante. Grosse acacie dai fiori rossi si avvicendano a maestosi scheletrici baobab con poche foglie, oltre ad altri alberi dalla curiosa forma di ombrello, con i rami, lunghe braccia, che si piegano sino a toccare la terra.

In Kenya la maggioranza della popolazione è di religione cristiana (circa il 70%), poi ci sono gli induisti, gli animisti e i musulmani.

Di questi ultimi ti accorgi soltanto quando vedi le donne vestite nella maniera islamica, altrimenti il resto delle donne è vestito con abiti dai colori molto accesi, tipicamente africani, e qualcuna veste abiti occidentali.

Nel paese convivono 42 etnie che usano dialetti diversi. Lo swahili, invece, è la lingua comune per tutti.

Ma torniamo a questo meraviglioso paese…

Questo paese dell’Africa subsahariana, non ha solo una splendida natura, con immensi parchi ricchi di fauna esotica, con vastissimi laghi popolati di pesci e uccelli variopinti, montagne che costituiscono il tetto del continente come il Kilimanjaro, località balneari che si affacciano su un mare accogliente tutto l’anno.

Il Kenya, a tutto questo, aggiunge un’antica civiltà, una ricchezza storica, artistica e archeologica.

Il Kenya…forse qui la razza umana, addirittura, iniziò la sua straordinaria avventura, se si pensa al ritrovamento di resti dei primi ominidi, nella valle del Rift o nei sedimenti dell’isola Rusinga, nel lago Victoria, dove nel 1966 riemersero reperti fossili di un nostro progenitore, battezzato con il nome di“kenyanthropus”.

Ma non vogliamo retrocedere così tanto nel tempo, limitandoci a ricordare che i Fenici sicuramente sbarcarono sulle coste dell’attuale Kenya nella loro circumnavigazione dell’Africa, nel V secolo a.C. e le popolazioni swahili, tuttora preminenti, erano già note duemila anni fa.

Di loro riferì il greco Diogene, autore di racconti fantastici ma non troppo, attorno al 110 d.C.

Una città come Mombasa, oggi attivo scalo aereo sulla costa meridionale, punto di arrivo dei turisti venuti dall’Europa, che poi rapidamente si dirigono verso località marine alla moda come Malindi o Watamu, merita anche una visita, perché ricca di storia.

Era già conosciuta nel VII secolo d. C., e Arabi e Persiani mussulmani ne fecero un punto di riferimento nell’ambito della loro espansione marittima e commerciale da Zanzibar.

Da visitare è appunto l’antico quartiere arabo, naturalmente arricchito di elementi della cultura autoctona, nonché, soprattutto, il forte di Jesus, eretto dai Portoghesi, qui giunti con Vasco de Gama nel 1497.

Gli Arabi riconquistarono la roccaforte nel 1968. Mombasa fece parte del sultanato di Zanzibar, per poi passare sotto il dominio inglese ed infine divenire porto preminente del Kenya indipendente.

Ma anche la celebrata Malindi non vanta solo grandi spiagge dove ci si può abbronzare, tra un bagno e l’altro, di giorno, e ammirare il flusso ed il riflusso delle maree, specie nelle notti di plenilunio, quando il fenomeno è più vistoso.

Infatti, nell’immediato entroterra si può visitare la zona archeologica di Gede, città araba risalente a cinque secoli fa. E attorno, villaggi indigeni dove vi accolgono ragazzini vestiti con colorate divise della loro scuola: oppure adulti ripropongono cerimonie tribali, gli uomini vestiti da antichi guerrieri, le donne da danzatrici.

Se poi si vuole compiere un’escursione che unisca mare e cultura, si può raggiungere l’isola di Lamu, con la cittadina omonima tutta in stile arabo, dove, nel porto, si possono ammirare i “ dhow ” le tipiche imbarcazioni locali.

Insomma, il Kenya non è solo mare, o parchi con elefanti, ippopotami, rinoceronti, leoni, leopardi, giraffe, coccodrilli e tanti altri animali ancora, ma presenta aspetti meno noti eppure sorprendenti come il Lago Nakuru con i milioni di fenicotteri rosa che quasi lo ricoprono o gli elefanti rossi dello Tsavo e le quasi 1100 specie di uccelli che popolano il paese facendone un paradiso per chi pratica il birdwatching.

E poi, se qualcuno vi parla di neve all’Equatore, credetegli: significa che ha visitato il Kenya e la terra che lo ospita è ricca di sorprese.

Oltre ad ospitare la seconda montagna più alta dell’intero continente africano (Monte Kenya – 5199 mt.), è una terra che si affaccia sull’Oceano Indiano per trecento miglia (480 chilometri) con spiagge di sabbia bianca e finissima, e alterna il deserto a terre fertili, dove crescono piantagioni di tè e di caffé e addirittura vigneti.

Le coste del Kenya sono diventate famose per gli italiani soprattutto grazie a una località come Malindi, che ospita anche una colonia piuttosto numerosa di connazionali che l’hanno scelta come seconda patria

La temperatura dell’acqua va dai 27 ai 35 gradi, la vegetazione è lussureggiante, le barriere coralline abbondano, proprio come le lagune…

Per questo, non è poi così strana la popolarità di Malindi!

Oltre a Malindi, comunque, c’è da scoprire un intero territorio fatto di animali selvatici e autostrade, riserve naturali e aziende agricole, sentieri che si perdono nel deserto e grattacieli. E’ una dimensione sconosciuta a noi europei, una dimensione che genera la magia e il fascino della terra dell’Africa, così bene espressa da una scrittrice, Kuki Gallman, nel suo libro ”Il colore del vento” che raccoglie un diario scritto proprio in Kenya tra il 1974 e il 1984.

Sparsi lungo tutto il territorio, i parchi nazionali rappresentano, senza dubbio, l’attrattiva più preziosa di questa nazione. I tanti animali, compresi i famosi “Big Five” sono di casa in quei luoghi, e con loro, tutta la natura la più rigogliosa che il continente africano può offrire a chi lo visita.

Dall’estremo nord, con il Parco Nazionale di Sibiloi, all’estremo sud, con il Parco Nazionale di Tsavo Est e Ovest, più il Parco Amboseli e il Masai Marai, tanto per citare i più importanti e noti, il Kenya riesce ancora a regalare ai turisti un’immagine incontaminata dell’ambiente naturale, così violentemente deturpato in tanti parti del nostro pianeta.

La vacanza, a volte, può essere anche l’occasione di accostarsi allo splendore della natura.

Malindi

La lambisce una spiaggia bianca lunga sette chilometri. Le sue acque hanno dato vita a un parco marino ed è il paradiso degli appassionati di windsurf e della pesca d’altura.

E’ Malindi, una località che da diversi anni, ormai, rappresenta unostraordinario punto di attrazione per i turisti italiani.

Chi adora lo shopping non dovrebbe lamentarsi soggiornando a Malindi: le botteghe di prodotti locali e le boutique eleganti, infatti, si alternano nella cittadina che merita di certo una visita. La località balneare offre anche una scelta abbondante di ristoranti, discoteche e caffè, e non manca neppure un assortimento di strutture sportive, compresi alcuni campi da golf.

La vita notturna è animata oltre che dalle discoteche, dalla presenza di un casinò, mentre chi vuole addentrarsi nell’atmosfera più genuina dell’Africa, può visitare il caratteristico mercato, dove le bancarelle dei venditori sono un autentico spettacolo da gustare e fotografare.

Watamu

Watamu si è andata sviluppando in questi ultimi anni grazie alla costruzione di strutture di livello e piene di comfort, e al fatto che il mare, quando non è il periodo delle alghe, è trasparente e bello.

E’ un villaggio di pescatori e costruttori di dhow, le tipiche imbarcazioni keniote, ed è molto vicino alla zona che viene chiamata “Sardegna due” per via del colore dell’acqua e dell’abbondanza di varietà di pesci. C’è anche una bella barriera corallina dove è possibile praticare lo snorkeling per ammirare la moltitudine di pesci variopinti che, indifferenti alle barche dei turisti, continuano a muoversi elegantemente nel loro ambiente.

I Parchi Nazionali, veri tesori naturali

Il Kenya, in lingua swahili, significa “montagna lucente”; il riferimento alla magnificenza della natura, quindi, emerge con evidenza già dal nome del Paese africano.

Il Kenya, del resto, ha alcuni dei Parchi nazionali più affascinanti dell’intero continente Gli esemplari più celebri sono i Parchi Nazionali di Amboseli, Tsavo, Masai Mara.

Il parco Nazionale di Amboseli si estende per quasi quattromila chilometri quadrati, ed è sovrastato dalle cime del Kilimanjaro.

Uno dei più amati scrittori del nostro secolo, Hernest Hemingway, ambientò proprio in questo magico luogo alcuni dei suoi racconti più belli.

E’ una meta obbligata per gli appassionati di safari fotografici, grazie all’abbondanza di specie animali che tuttora vi dimorano. L’Amboseli è abitato dall’orgoglioso popolo dei Masai, che si occupa e vive di pastorizia.

Il Parco Nazionale Tsavoimpressiona per la sua vastità. Con i suoi ventunomila chilometri quadrati di superficie, è il più vasto del Kenya ed è diviso in due parti – Tsavo est e Tsavo Ovest – da una strada che porta da Mombasa agli altopiani di Nairobi.

All’interno del territorio del parco, le savane si alternano alle foreste di giganteschi baobab millenari e di acacie, enormi termitai abitati anche da piccole iguane, mentre le famose sorgenti di Mzima (da cui sgorgano venti milioni di litri di acqua cristallina al giorno) e il fiume Galana formano un eccezionale microsistema, permettendo a centinaia di specie di piante e animali di vivere e prosperare.

Lo Tsavo, a poche ore di auto dai centri balneari, rappresenta il Parco ideale per chi vuole abbinare al soggiorno balneare un safari.

Il Masai Mara, invece, stupisce per l’alta concentrazione di animali del paese.

Le vaste savane sono l’habitat ideale per le acacie e piccoli boschi che costeggiano i fiumi Mara e Talek, punto d’incontro dei numerosi animali che si vanno a dissetare e osservatorio eccezionale nel periodo della grande migrazione.

Milioni di animali, ogni anno da luglio ad ottobre, muovendosi in mandrie, cercano erba fresca e acqua e qui trovano tutto ciò che serve loro per la sopravvivenza.

E’ più probabile assistere in questo parco al ciclo vitale degli animali, con i predatori che cacciano gli erbivori, li atterrano e li mangiano.

Monte Kenya, alto 5199 mt, è la seconda montagna più alta del Kenya ed è un vulcano ormai spento. Per la bellezza dei suoi panorami e paesaggi l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità e Riserva Biosfera.

Flora e fauna abbondanti, sono un vero paradiso per chi pratica il trekking e il birdwatching.

Meru National Park, ricco di foreste pluviali e colline rocciose, divenne famoso negli anni ’60, quando i coniugi naturalisti Adamson, adottarono una leonessa “Elsa”, che fu protagonista di una seguitissima serie di documentari televisivi dal titolo “ Nata libera”.

Oggi, oltre ai Big Five, si possono vedere specie di animali molto particolari, definiti “Special Five” e che sono la zebra di Grevy, lo struzzo somalo, il gerenuk, la giraffa reticolata e l’orice di Beisa.

Samburu Shaba e Buffalo Springs, sono riserve molto note ai turisti per la loro bellezza e per essere quasi ancora inesplorate.

Anche qui si trovano gli “Special Five”, oltre ad altri tipi di animali, boschi costituite da acacie e palme doum. Nel parco vive una tribù simile a quella dei Masai, i Samburu che vivono anche loro di pastorizia.

Aberdare National Parkè costituito da montagne che hanno un’altezza di circa 3550 mt e ci sono, all’interno, le cascate Thompson con un salto di ben 72 mt.

Anche qui ci sono fitte foreste e animali oltre a piantagioni di caffé, tè, grano e piretro.

Le Chyulu Hills, invece, sono state le ispiratrici del romanzo “Le verdi colline d’Africa” di Ernest Hemingway.

Hanno una magnifica vista sul Kilimanjaro e sono l’habitat ideale per leoni e leopardi. Qui è possibile effettuare safari a piedi, rigorosamente accompagnati dalle guide Masai, perché si possono avvistare e avvicinare molti elefanti, giraffe e zebre.

Laikipia, infine, è un altopiano nel quale le riserve private si sono convertite alla protezione del patrimonio naturalistico, al suo ecosistema e agli stili di vita tradizionali.

Ma ci sono anche altri Parchi e Riserve molto importanti perché ancora si possono trovare specie di animali rare, grandi parchi, ampie praterie.

Uno dei più interessanti è il Kakamega Forest National Reserve, nel quale sono ospitate specie faunistiche uniche: 350 specie di alberi, 27 di serpenti, 400 specie di farfalle e 300 di uccelli, oltre a 7 specie di scimmie.

La leggenda dei Baobab

Alberi molto caratteristici e dalla forma molto particolare, sono facili da vedere in Kenya. Mi piace raccontare la leggenda che circonda la loro forma così strana.

Si dice che una volta un baobab, divenne tanto presuntuoso perché era l’albero più grande del mondo.

Camminava e si vantava di questa sua particolarità. La cosa fece arrabbiare il Creatore che lo afferrò e lo piantò a testa in giù nella terra.

In questo modo le sue radici tanto nodose andarono verso l’alto, mentre i suoi rami, che erano molto belli, vennero imprigionati per sempre sotto la terra.

Il baobab, imbarazzato nel muoversi, decise di rimanere per sempre in quella posizione, ed è quella, comunque bella, che noi vediamo oggi.

Il Kenya protegge il suo patrimonio…

Kenya, paese che ha a cuore la salvaguardia del suo patrimonio ecologico e per il quale investe grosse risorse per lo sviluppo di un turismo sostenibile atto a preservare le specie di animali e di vegetali che ne fanno un paradiso sia per i suoi abitanti, sia per i numerosi visitatori che cercano qui quell’ambiente naturale, colorato di natura e di umanità che non trovano più nelle proprie città.

Liliana Comandè

Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
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Bram Stoker, "Dracula"

3 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.

Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.

Il manoscritto di “Dracula” circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidori, alle opere di Ann Radcliffe, di Monk Lewis, di Maturin, di Mary Shelley, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.

Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.

Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.

“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”

Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.

Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.

“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”

Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.

Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando.

A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.

La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.

Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)

***

Riferimenti

Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Perhaps if Abraham (Bram) Stoker (1847 - 1912) had not suffered from an illness that forced him to bed until the age of eight, the themes of endless sleep and resurrection from the world of the dead would not have inflamed his imagination so much. The miraculous healing, the physical recovery of which he was the protagonist, capable of transforming an infirm into an athlete, has much in common with the myth of the vampire who, through blood, rejuvenates, regenerates his tissues, inverts the course of nature.

Born in Clontarf, Ireland - formerly land of goblins and banshees - Bram Stoker graduated from Trinity College in mathematics and was a theater critic for The Evening Mail. He married Florence Balcombe, for some time also courted by Oscar Wilde, with whom he had only one son. He cultivated important friendships with Arthur Conan Doyle, with the Pre-Raphaelite painter Whistler, and one, very close, with the actor Henry Irving of which he was secretary. Allusions are all too easy, it is certain that the myth of the vampire has always been placed in that aura of deviated sexuality, which goes from pedophilia - think of the children Lucy Westenra feeds on and Claudia's vampirization in Interview with the Vampire - to necrophilia, but always in a perspective of justification, decriminalization of the erotic act. From Bram Stoker to Anne Rice, down to most of the Stephenie Meyer saga, sex becomes oral, it is done from the waist up, in a voluptuousness that, in addition to extreme, superhuman pleasure, provides knowledge, eternal life, wisdom , beauty. At least until Bella Swan and Edward Cullen decide that you can also try to consume the marriage, generating a small human - vampire hybrid.

The manuscript of Dracula already circulated among Stoker's friends in 1890 but was published only in 1897, after seven years of in-depth studies on Balkan culture and beliefs. The novel is located in a tradition both antecedent and later, it acts as a watershed, a milestone. It connects to Goethe, to Polidori's The Vampyre, to the works of Ann Radcliffe, Monk Lewis, Maturin, Mary Shelley, Edgar Allan Poe and the slightly later Rider Haggard. It tells the well-known story of Count Dracula, a nosferatu, that is, an undead of the Central European tradition. The inspiration had been provided to Stoker by the Hungarian Arminius Vambéry, (and, apparently, even from a nightmare arising from a feast of prawns), a professor who had introduced him to the legend of Vlad Tepes Dracul, the Impaler. The Irishman never visited the places he describes in his novel, namely Bistritza and Transylvania, but wrote a very realistic novel, almost documentary despite the topic.

The atmospheres are dark and obscure but the tone is clerical. It should not be forgotten that the most famous Gothic novel was written by the author of "The duties of employees in hearings for minor crimes in Ireland". The language is weighed down by a nagging attention to detail and by an excessive repetitiveness of the terms. The author goes on to make us reflect, the linguistic imperfection creates a sense of truth, of growing anxiety and also of unusual modernity for the time.

But what matters is the creation of a mythical and archetypal character. The minor characters are not well characterized, only Dracula stands out. The vampire is evil, it is the unknown that is hidden in everyday life and within us but he is also the romantic byronic and satanic hero. Just as Polidori's Lord Ruthven was inspired by the feminine, disturbing and diabolical figure of Byron, as well as the modern vampires of Anne Rice - Louis, Lestat, Armand and the little girl Claudia, immortal doll fixed in an eternal childish image - will be surrounded by a romantic aura, of melancholy, of boundless despair, of an eternal need for redemption never satisfied, even Count Dracula is wrapped in an aura of solitude and pain. The same marginalization and cupio dissolvi of the monster created by Victor Frankestein.

 

I am not looking for gaiety or cheerfulness, nor the voluptuous brightness of the light of the sun and the sparkling waters that are so pleasing to those who are young and gay. I am no longer young. And my heart, worn out by the years of mourning for my dead, is not well suited to gaiety. And then, the walls of my castle are falling apart; there are many shadows, and the wind blows cold through the battlements and the broken windows. I love darkness and shadows, and as far as possible I would like to be alone with my thoughts. "

Stoker's vampire, however, differs from that of Polidori while retaining its aristocratic melancholy. The bond with animals and the forces of nature is accentuated, in particular with the wolf, a bond that will then be taken up by Meyer in the vampire dichotomy Edward / werewolf Jacob.

Count Dracula will die at the hands of Van Helsing and Jonathan Harker and his death will mean atonement. The same redemption that, in Coppola's beautiful film, Dracula will receive from Mina, reincarnation of his lost woman. The film, in fact, more than ever puts the accent on the union of love and death, eros and thanatos, so dear to romantic and decadent atmospheres.

 

"What will console me as long as I live was to see on his face, just at the moment of the final dissolution, an expression of peace that I never imagined I could see."

 

More than a literary work itself, we can speak of a myth, an archetype that crosses tradition, both enriches, changes and, at the same time, is fixed at every rewrite, at every cinematographic or theatrical adaptation. The atmospheres are the same, haunted and ghosted, traceable in Emily Brönte, with the Yorkshire moors that turn into the snowy cliffs of the Carpathians.

 

We soon found ourselves enclosed in the trees, which in some places crossed each other and arched on the road, so much so that it seemed as if we were going through a tunnel. Once again, large rocks were frowning over us, escorting us grumbling to the right and left. Although we were sheltered, I felt the wind rise, moan and whistle among the rocks, and the branches of the trees collided with each other as we passed. It was getting colder, and an impalpable snow began to fall, very soon we ourselves, and all around us,  were covered in a white blanket. The penetrating wind still carried the howling of the dogs, which however became weaker and weaker as we progressed on our way. The sound of wolves rang ever closer, as if they were encircling us.”

 

Every place (the Count's castle, Lucy Westenra's house, Carfax) corresponds to a killing. The death of Lucy, an innocent and unaware victim, discriminates between those who are ignorant, and therefore at the mercy of evil, and those who know it to be able to fight it. Lucy is the decadent prototype of violated innocence, corrupt purity, the crumpled flower with a subtly erotic and forbidden scent. Mina is not very different in the book but acquires more depth and romantic value in Coppola's film, embodying the love that goes beyond death, becoming an instrument through which Providence operates.

The structure of the narrative exploits the epistolary form but not only, using, in addition to the letters, also telegrams and newspaper articles, in an already very modern game of facets. The narrating self is multiple.

 

"The story, therefore, is not made for the voice of a single narrator, but for many, and these do not have a hypothetical reader as their referent, but from time to time themselves (through the diary, a sort of rethinking and fixation of events ), another character (by reading the diaries of others and by exchanging letters and telegrams) and only in the last resort the reader who, as an accidental spectator or witness, indirectly learns of the events. " (Paola Faini)

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Killer Joe (2011) di William Friedkin

2 Dicembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Killer Joe (2011)  di William Friedkin

Regia: William Friedkin. Soggetto e Sceneggiatura: Tracy Letts. Fotografia: Caleb Deschanel. Montaggio: Darrin Navarro. Musiche: Tyler Bates. Scvenogtrafia: Franco - Giacomo Carbone. Costumi: Peggy Schnitzer. Trucco: Krystal Kershaw. Produttori: Nicholas Chartier, Scott Einbinder, Patrick Newall, Eli Selden, Doreen Wilcox Little, Christopher Woodrow, Molly Conners, Vicki Cherkas, Zev Foreman, Roman Viaris. Casa di Produzione: Voltage Pictures, Pictures Perfect Corporation, Ana Media, Worldview Entertainment. Distribuzione Italiana: Bolero Film. Durata: 103’. Genere: Thriller - Noir. Interpreti: Matthew McConaughey (Killer Joe), Emile Hirsch (Chris Smith), Juno Temple (Dottie Smith), Thomas Aden Church (Anselm Smith), Gina Gershon (Sharla Smith). Mouse d’Oro al Festival di Venezia 2011 - Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, Saturn Award come Miglior Film Indipendente e Miglior Attore.

Tutti ricordano il geniale William Friedkin (1935) per Il braccio violento della legge (1971) e L’esorcista (1973), regista innovativo nel cinema horror e poliziesco, autore di lavori crudi e sperimentali come Cruising (1980).

L’esorcista è stata la fortuna e la maledizione di Friedkin, perché il grande successo della pellicola horror più paurosa degli anni Settanta - che generò sequel, imitazioni, persino un vero e proprio sottogenere italiano - ha segnato la fine delle sue produzioni ad alto budget. Fiedkin ha continuato a girare ottime pellicole indipendenti ma il grande pubblico non è quasi mai riuscito a vederle. Friedkin ha lavorato per la televisione, si è inventato direttore di opere, ricordiamo l’Aida (2005 - 2006) al Teatro Regio di Torino, e ha continuato a fare film interessanti.

Killer Joe è uno di questi, basato su un soggetto teatrale scritto dal premio Pulitzer Tracy Letts (che lo sceneggia). Racconta la storia torbida di una famiglia di disperati texani che per cambiare vita decide di far uccidere la madre per spartirsi i soldi della polizza vita. Joe Cooper, detto Killer Joe, un poliziotto che nel tempo libero si trasforma in uno spietato assassino a pagamento, viene incaricato di compiere il delitto. Non ci sono personaggi positivi, da buon noir che si rispetti. Chris è un giovane spacciatore che deve soldi a un boss della malavita, il padre Anselm è un ubriacone perdigiorno, la matrigna Sharla una prostituta, il killer è un poliziotto depravato. Unica luce che rischiara un ambiente marginale, ma fin troppo ingenua, la giovane Dottie, ancora vergine, che ricorda come un sogno un fidanzato dei tempi del liceo. Killer Joe chiede la ragazzina come caparra per compiere il crimine, perché la famiglia non può pagare il lavoro in anticipo. Tra i due nasce un torbido rapporto d’amore che condurrà lo spettatore verso un finale violento, anticipato da rivelazioni inaspettate, tra schizzi di sangue ed esplosioni di follia.

Killer Joe è un film intenso e cupo, recitato benissimo da attori ben calati in un’interpretazione teatrale, fotografato in una scenografia texana decadente, tra notti piovose e giornate torride, in un clima da noir metropolitano e thriller claustrofobico, pieno di flashback onirici e paesaggi degradati. Orrore, sesso malato, depravazione, eccessi gore e splatter, pestaggi realistici sono la cifra stilistica di un’opera che non sembra girata da un regista alle soglie delle ottanta primavere. Friedkin racconta una storia ironica e dura, amara, desolante, senza speranza infarcita di dialoghi surreali e di sequenze erotiche perverse che anticipano una carneficina.

Bene ha fatto il Festival di Venezia a premiare un lavoro che ricorda il nostro miglior cinema noir, opere come La belva col mitra (1977) di Sergio Grieco, ma anche l’opera omnia di Fernando di Leo (I ragazzi del massacro, 1969 - La mala ordina, 1972). Premiato anche al Toronto International Film Festival. In Italia si è visto poco e male, uscito a ottobre 2012, si è aggirato per qualche multisala delle maggiori città, per poi finire del dimenticatoio, come ogni produzione non sponsorizzata dalle major.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Killer Joe (2011)  di William Friedkin
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Killer Joe (2011)  di William Friedkin
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