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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

#unasettimanamagica Cena di Natale

21 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato il mattino con pizzette con le acciughe salate e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, acciughe o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, già segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore di giungere in tempo per celebrare il Natale, dischiusosi ormai alla speranza. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

Adriana Pedicini

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#unasettimanamagica Natale

20 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Natale

NATALE

Non v’è parola più dolce più piana

per ogni cuore che attende la speme

di un giorno di trepida pace

di gioia in una notte di Luce.

Ognuno si aggrappa a una stella

che guidi nel cammino alla stalla

dov’è il primo Bambino del mondo

che ogni uomo stupito circonda

di sguardi smarriti e incantati

per l’Amor tante volte donato.

Ognuno s’inchina a quel viso

al tenero e dischiuso sorriso

che affanni e dolori lenisce

e pensieri di bontà suggerisce.

Gloria Alleluia è Natale!

vibra ogni cuore mortale.

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#unasettimanamagica The Christmas diary

19 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica     The Christmas diary

19 dicembre. Brrr, freddo. Mi vesto.
Mutande calde e comode. (Leggi capaci di frenare qualsiasi iniziativa sessuale da parte di lui)
Reggiseno con tripla imbottitura, in grado di emergere da innumerevoli strati d’indumenti.
Maglia di lana pecorina a maniche lunghe.
Maglione a collo alto lavorato a coste giganti con ferri del n 12.
Collant 250 denari.
Cappello peruviano foderato di lapin ecologico.

Mi guardo le mani.
La curvatura delle unghie è da insufficienza polmonare acuta e ci sono inequivocabili striature verticali da eccesso di candeggina. Penso allo smalto Notte di perversione che ho comprato per la sera del 31. Le pagliuzze dorate s’insinueranno nei solchi? La pelle sembra il deserto del Gobi in una stagione particolarmente secca. Non ho tempo di mettere la crema, opto per i guanti.

Mi guardo allo specchio.
Vedo un essere flaccido, dal pallore mortuario, infagottato in un maglioncione informe. Ce la farò a trasformarmi in un’affascinante creatura in tempo per il veglione?
Esco per comprare il regalo alla suocera. (Meglio liberarsi in fretta dei brutti pensieri.)
In vetrina vedo un profumo che costa 40 €. Penso a quando lei mi ha fatto notare che suo figlio meritava di più. Cerco qualcosa da meno.
Esamino una sciarpa da 30 €. Uhm… Mi viene in mente quella volta che lei mi ha annunciato che l’ex moglie di suo figlio cucinava meglio di me.
Propendo per un piatto porta panettone da 20 €, con al centro Babbo Natale che svolazza nel cielo stellato, circondato da cristalli di neve.
Telefono a lui per conferma. Obietta che l’acquisto gli sembra fuori luogo, giacché quest’anno il Natale non lo festeggiamo da sua madre. (Colgo nettamente la nota di disappunto nella sua voce.) A che serve, dice, ormai a mia madre un piatto da panettone? Regalarglielo equivarrebbe a ricordarle la sua perdita di centralità e potere all’interno della famiglia ed a gettarla in uno stato di depressione dal quale riemergerebbe solo ad Aprile con l’organizzazione del compleanno del figlio.
E pensare che a me sembrava solo un piatto da dolce.
A questo punto mi rammento di quella colonia, regalatami dalla zia Severina buonanima tre anni fa, e scaraventata in fondo al cassetto dei calzini. Decido di riciclarla alla suocera e con i 20 € acquisto tre pecorine per il presepe ed un foglio di carta roccia.
20 Dicembre. Compilo la lista degli invitati.

Dunque. Io
Lui
Sua figlia (Anche se a Giugno mi ha detto che il
bikini nuovo mi segnava sui fianchi. Grrr)
Sua madre
Mia madre
Mio fratello
Zia ‘Melia
Zio ‘Milcare
La mia amica Alice. (Il marito è scappato nelle
Filippine con la colf.)

Mentre sto mettendo un punto interrogativo accanto al nome della mia figliastra, nella segreta speranza che non venga, telefona la suocera. Dice che quest’anno avrebbe pensato d’invitarci lei. Rispondo che lo fa da dieci anni. Incalza che ha già preparato l’impasto per i crostini. Replico che io ho già il cappone nel freezer. (Sembra l’ultima scena di mezzogiorno di fuoco.)
Appena riattacco, chiama la zia ‘Melia. Dice che le piacerebbe se andassimo tutti in campagna da lei, quest’anno. Leggi: casa colonica sprofondata nel nulla, stufa a legna rotta dal 1950 e mai riparata, caminetto senza tiraggio, temperatura interna - 15. Rispondo, grazie, ehm, magari l’anno venturo.
Per ultimo, si fa vivo mio fratello. E’ nauseato da tutto questo consumismo, dice, ed il Natale è solo una bieca operazione commerciale. Sta pensando ad un ritiro spirituale in un eremo, con i frati che cucinano cibi biologici e cantano la messa di mezzanotte. Per Capodanno, invece, ha in programma un trekking sull’Himalaya. Gli servirebbe proprio una tenda, aggiunge.
21 Dicembre. Ritelefona la zia ‘Melia. Annuncia che le sono improvvisamente cadute le cateratte e che lo zio ‘Milcare ha la pressione alta. Raccomanda un menù iposodico. Io penso all’enorme prosciutto di Praga che ho appena acquistato, quando chiama l’ex di mio marito. Insiste che, davvero, quest’anno proprio non può fare a meno della sua bambina. (Che ha 22 anni.) Io mi mostro entusiasticamente d’accordo ma mio marito un po’ meno.
Suonano alla porta. Con un sorriso acido, la mia vicina mi regala un’invisibile piantina spinosa dall’aspetto asfittico, punteggiata di finte bacche di pungitopo e soffocata da uno strato di spray dorato. Ringrazio. Stacco dalla porta il vischio dell’anno precedente, lo rinfresco sotto il rubinetto, e glielo sbatto fra le mani con tanti auguri.
22 Dicembre. Chiama la mia amica Alice. Mi tiene due ore al telefono per raccontarmi che il marito dubita, tentenna e forse tornerà pentito per festeggiare il Natale insieme con lei. Simpatizzo e intanto penso alla scatola di fazzoletti a forma di rosa che le ho comprato. Decido di sostituirla con un perizoma di pizzo leopardato.
Insieme al perizoma per Alice, scelgo per la mia figliastra un completino rosso fuoco. Ho la tentazione di chiederlo di tre taglie in più, per darle l’impressione che anch’io la vedo grassa. In un negozio specializzato, acquisto una canadese (nel senso di tenda) per mio fratello. Mi spiegano che trattasi dell’originale usato da Messner durante la scalata del K2.
La monto in salotto per vedere se manca qualcosa e ci trovo dentro una scatola di preservativi. Mentre controllo i tiranti, mi viene in mente che non ho ancora comprato nulla per la zia ‘Melia, poi rammento che non ci vede e lascio stare.
Compiaciutissima, compro per il mio lui una cravatta costellata d’orsetti lavatori travestiti da Babbo Natale, ognuno con un fumetto che gli esce dalla bocca ed urla MERRY CHRISTMAS!! Davvero molto, molto, molto originale.
23 Dicembre. Smonto la canadese per far posto all’albero di Natale. Non riesco a farla rientrare nell’apposita custodia, perciò l’appallottolo e la incarto così com’è, con i picchetti e tutto. Ne risulta il regalo più ingombrante che abbia mai visto. Quando ho finito d’incartare, scopro di aver dimenticato di togliere i preservativi.
Piazzo l’albero di Natale. Due metri e mezzo di puro polietilene. Provo a riagganciare tre rami staccatisi l’anno precedente. Non si attaccano più ed allora nascondo il vuoto contro la parete. Spruzzo ramo per ramo con uno spray all’aroma di pino montano. Ora l’albero sa di pasta d’acciughe e il gatto appare molto interessato.
Intreccio 15 serie di luci intermittenti sperando che magari una si accenda. Non si accende nulla e passo il resto del pomeriggio a cercare i pisellini fulminati. Attacco tutte le palline, (quelle rotte le metto dietro), appendo l’uccellino di vetro di Burano sul ramo più alto, lontano dal gatto. In piedi sulla scala, provo ad infilare il puntale. E’ lungo 55 centimetri ed ha la forma di un inquietante angelo con le ali spiegate. Non ne vuole sapere di stare dritto. Mi faccio prestare un ferro da calza dalla vicina. Me lo porge con l’aria di volermici trapassare. Ancoro il puntale col ferro e con mezzo metro di filo argentato.
24 Dicembre. Supermercato.
Compro.
2 salami, uno a grana grossa uno a grana fine.
6 hg di pancetta.
10 salsicce
½ kg di soppressata
(Il prosciutto di Praga c’è già)

Penso che finalmente farò fuori la suocera ipercolesterolemica, poi mi pento e, all’ultimo minuto, acquisto anche un vassoio d’insalata di mare per lei.

Ed inoltre.
Succedaneo del caviale per il fratello allergico al salmone.
Salmone affumicato per lo zio ‘Milcare allergico al caviale.
Wurstel per mia madre allergica ad entrambi.
Tortellini per brodo. Non li mangia nessuno ma fanno
tradizione.
(Il cappone è già nel freezer dal Natale dell’anno scorso.)
Lenticchie. (Mia madre dice che portano soldi.)
25 Dicembre.

Ore 12. Alla fine sono venuti tutti. Mio fratello ha superato la crisi mistica già all’aperitivo. L’ex di mio marito è partita per i Caraibi con un charter e ci ha telefonato a mezzanotte del 24, chiedendoci dall’aeroporto se potevamo tenere la bambina.
La bambina in questione è nella mia camera, davanti al mio specchio, con l’orecchio incollato da un’ora al mio cellulare, che si pavoneggia nel mio completino, che purtroppo la fa sembrare la sorella bella di Megan Gale. Lei mi ha regalato un paio di culottes rosse con su scritto, “Su con la vita, vecchia mia.”
Col naso paonazzo e gli occhi lucidi, la mia amica Alice affoga i dispiaceri dentro un bicchiere di Martini. Suo marito ha deciso all’ultimo minuto di vedere l’alba del nuovo anno a Manila.

Ore 13,30. Porto in tavola il cappone. Il puntale sceglie questo momento per precipitare e trafiggerlo esattamente nel centro. Il gatto si arrampica sull’albero e massacra l’uccellino di vetro di Burano.

Ore 15,30. La zia ‘Melia ha già rotto, in sequenza, 3 calici di Boemia, 1 insalatiera e 2 caraffe di cristallo di rocca. Adesso sta ciucciando coscienziosamente il torrone, mentre urla nell’orecchio dello zio ‘Milcare, il quale sta cantando a squarciagola Tu scendi dalle stelle.
A capotavola, mio marito propone un brindisi con aria inebetita. Ha al collo cinque identiche cravatte, corredate d’orsetti lavatori che urlano MERRY CHRISTMAS!!
Nell’aria c’è uno strano odore di pasta d’acciughe, datteri col mascarpone e lucine fulminate. Il gatto ha rubato le ossa del cappone e le sgranocchia sotto al tavolino. Amelia singhiozza col naso affondato nello spumante. Mia madre e mia suocera, in fondo al tavolo, si accapigliano per il possesso dell’unico schiaccianoci.
Non so.
Sarà la commozione. Sarà forse lo spirito natalizio, ma sento che mi sta per venire da piangere.

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#unasettimanamagica Natale

18 Dicembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #redazione, #unasettimanamagica, #luciano tarabella, #poesia

#unasettimanamagica Natale

Quella che inizia con oggi è una settimana magica: ogni giorno vi proporremo un contenuto in pieno spirito natalizio, sarà come aprire la finestrella di un nostro specialissimo Calendario dell'Avvento!

Tanti auguri da tutti noi.

Cominciamo con due poesie di Luciano Tarabella, una in italiano e l'altra in vernacolo livornese

Natale

Il Natale è una festa fanciulla,

il Natale è un ricordo lontano,

il Natale è mia madre alla culla che mi segna in ginocchio pian piano,

il Natale è una Grotta un po' tetra

e una Sacra Famiglia di pietra.

E' una notte trascorsa in attesa

che s'avveri chissà quale evento aspettando la bella sorpresa

che con poco mi faccia contento perché allora,

nel troppo bisogno, un pupazzo per me era un sogno.

Il Natale cos'è diventato?

Una corsa a comprare il regalo, un'offerta, uno sconto, un mercato

una gara a chi fa più gran scialo, uno spot che ho visto e rivisto

dove comprano e vendono Cristo.

Ma la Pace, purtroppo, non c'è. Se la guerra la fa da padrone

tu, Signore, mi spieghi perché non proteggi migliaia di persone?

Che vuol dir fratellanza, uguaglianza quando l'odio fa grande mattanza?

Il Natale è un affetto lontano,

il Natale è una casa fanciulla

il Natale è mia madre alla culla

che mi dice il rosario pian piano,

il Natale è un antico rimpianto

e una fiaba bambina soltanto.

Come ti sciagatto Ungaretti

'Un ciò mìa voglia di buttàmmi
in un grovìgliolo di strade
ciò un branco di stanchezza sul groppone.
Lasciatemi vì come un troiaio
arronzato in un cantino e dimetìato.
C'è un calduccino che è una bellezza.
E siccome ir caminetto 'un ce l'ho
m'accontento delle 'vattro capriole
di fumo der cardano.

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Ultime ore prima dell'alba

17 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Sei affacciato alla finestra, il pianto ti riga la gola e si confonde col sudore sul petto, il dolore ti contorce lo stomaco, un brivido t’increspa la pelle. Niente è come credevi che fosse, lei t’odiava e nemmeno te n’eri accorto. Era odio bello e buono, altrimenti non t’avrebbe detto certe cattiverie, non t’avrebbe chiamato fallito. Aspetta, com’è che ha detto di preciso? Ah, sì, fallito per natura. “Sei un fallito per natura, Tommaso, e lui vale mille volte più di te anche a letto.”
L’hai implorata mentre staccava dal muro il quadro di sua zia - la crosta schifosa che ti sei sempre tenuto per farle piacere - l’hai scongiurata di non portarsi via Chicco, mentre lei lo vestiva in fretta e lui aveva già il labbro inferiore che tremava.
“Il bimbo è spaventato, Anna, per l’amor di dio.”
Ma lei non vedeva più nemmeno suo figlio. Allora sei stato tu a tacere per primo, a tirare su per lei la valigia pesante.
“Ok, amore di papà, adesso la mamma ti porta per qualche giorno dai nonni, così puoi giocare col canino. Come fa il canino? Eh, come fa? Fai bu a papà.”
Ma lei si è voltata, quasi a nasconderti il bambino col suo corpo, quasi a proteggerlo da te, da te, che lo ami come non hai mai amato niente in tutta la tua vita di merda. Avevi giurato che tuo figlio non avrebbe mai sofferto, che gli saresti stato sempre a fianco, che lui avrebbe avuto un padre ed una madre, sì, almeno lui.
“Non hai aspirazioni, non hai ideali”, ti ha detto lei. Sì che ce l’hai, invece, cazzo, se ce l’hai. E’ Chicco la tua aspirazione, il tuo ideale. Lei non sa di quanto affetto sei capace, tu che non hai mai avuto una famiglia, che i tuoi genitori l’hai solo immaginati, notte dopo notte, in istituto, singhiozzando, mentre i grandi cercavano di saltarti addosso o ti riempivano di botte, e tu giù, a tenere duro, ad aspettare i diciott’anni per uscire, per imparare un mestiere, per trovare una ragazza, per farti una famiglia.
Lei e Chicco non hanno più bisogno di te, ti hanno abbandonato proprio come quei figli di puttana dei tuoi genitori, sei rimasto solo, in questa brutta città, col tuo laido lavoro all’officina, e non c’è ritorno, non c’è futuro, ogni gesto è inutile.
Lasci la finestra, vai nel bagno. C’è ancora la tutina di Chicco, di traverso sul bordo della vasca. L’afferri, te la strofini sulla faccia, l’annusi. E’ umida, sa di pipì. Te la tieni premuta sotto il naso con la sinistra mentre, con la destra, prendi una lametta. Molli la tutina, ti tagli il polso sinistro, poi cambi mano e tagli anche il destro.
Guardi il sangue che sbocca e ti butti sul letto, pensando quanto ci vorrà. I polsi ti fanno male, ma poco, solo un frizzore.
Hai paura.
Eh, sì, fino a poco fa, fino quando sei andato di là a tagliarti le vene, volevi solo mettere fine al tuo dolore, ma ora hai una fifa cane. E’ una sensazione forte che non ti fa pensare più tanto a lei ed a Chicco.
Chiudi gli occhi, affondi la testa nel cuscino, ma poi li riapri, anzi li spalanchi. Il cielo si sta scolorando oltre i palazzi, dove cominciano le colline. Senti il rumore del furgone dei giornali.

Giugno. Un gruppo d’alberi e un muro con troppe finestre, il cigolio di un’altalena. Sei disteso a pancia in su nel prato, fumi una sigaretta proibita. Hanno tagliato l’erba e sai che stingerà sulla divisa, ti prenderai un rimbrotto da padre Mattia, ma non t’importa, perché l’erba è fresca e ti piace il suo solletico.
Guardi il cielo, la scia bianca che lasciano gli aeroplani, un calabrone ti ronza sulla testa. Pensi che il caldo abbia un rumore, ed è proprio il rumore del calabrone.

Coglione. Stai morendo e pensi a quand’eri ragazzo, ai compagni di scuola - ma non erano tutti pedofili o picchiatori? - Pensi ai colleghi di officina, specie Mariotto che ti porta sempre la mortadella e il vino che fa suo padre al paese. Pensi anche ai tuoi genitori che, prima di abbandonarti, ti hanno offerto la vita.
Hai freddo, la fronte ti suda ghiaccio. C’è un bicchiere sul comodino, vedi l’acqua, la vorresti sulla tua lingua di cartone.
Hai sete, eh? Ci dovevi pensare prima, c’è scritto dappertutto che quando ci si dissangua è così.
Sete… Sete…
Cristo santo…
Pensi all’acqua che sgocciola lungo le grondaie e lava le macchine. Vorresti alzare il braccio, ci provi almeno. Rimane lì, incrostato al lenzuolo, come un macigno, già mezzo morto.
Lo sai vero, coglione, che ormai non ce la fai più a prendere il telefono?

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Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.

16 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.

Paese dalla spiccata vocazione balneare, permette di compiere escursioni ai margini del deserto o l’opportunità di avere una lettura più articolata della realtà ambientale, della vicenda storica e artistico-culturale che vi si è sviluppata nell’arco di almeno tremila anni.

L’Airbus 320 della Tunis Air si fa spazio agevolmente fra le fitte nuvole che coprono il cielo di Roma e di Fiumicino. E’ bello vedere il sole dopo aver attraversato lo strato di nubi che lo coprivano ai miei occhi. Parto nuovamente, ma questa volta il volo sarà breve. Non avrò neppure il tempo di allacciarmi le cinture che dopo meno di un’ora sarò già a destinazione. La mia meta di arrivo è Tunisi, tanto vicina a Roma da avere lo stesso tempo di volo che separa Roma a Milano. Ancora un viaggio stampa, ma questa volta non andrò a visitare un paese sconosciuto. Torno ancora una volta in Tunisia, un paese che conosco bene e che ha il potere di affascinarmi sempre. L’esotico a due passi da casa, si è sempre detto così ogni qualvolta si parlava del paese del nord Africa. Ed è proprio vero, Tunisi, infatti, dista soltanto 50 minuti di volo dalla capitale italiana e l’esotico è visibile ovunque. Dalla città di Tunisi alle rinomate zone costiere; dal magnifico deserto dalla sabbia color oro e dalle dune che il vento trasforma ogni volta che soffia, alle oasi, meravigliose macchie ricche di verde e di vita, che appaiono all’improvviso come miraggi in mezzo al nulla.
Torno volentieri in questo paese coraggioso che ha dato il via alla cosiddetta “primavera araba”, e che ha cambiato il vecchio regime con un altro eletto democraticamente.

Ecco, sarà interessante osservare la “nuova Tunisia” con gli occhi da turista e notare se, in questo frattempo, ci sono stati dei cambiamenti.
Il bel paese, proprio per la vicinanza con l’Italia, è sempre stato una delle mete predilette dei turisti italiani, ma non solo per questo.

In Tunisia sono in molti a parlare italiano, e non soltanto gli addetti al turismo, ma anche i normali cittadini o negozianti hanno amato parlare la nostra lingua, e così, ai nostri connazionali è sempre sembrato di trovarsi “a casa propria”.

Infine, il rapporto qualità-prezzo è sempre stato ottimo e le strutture alberghiere sempre di un livello elevato, a parità di categoria, rispetto a tante altre destinazioni.

E proprio il grande sviluppo alberghiero, avvenuto negli ultimi anni, era la dimostrazione di quanto la Tunisia fosse apprezzata, non solo dai nostri connazionali, ma anche dagli stranieri che, anche in inverno, venivano – e continuano a venire – per trascorrere le vacanze, grazie al clima mite, agli alberghi dotati di centri benessere, beauty farm e thalassoterapia.

Ma oltre a tutto ciò, anche in inverno si possono ammirare le bellezze naturalistiche, artistiche, storiche e monumentali di tutta la regione.
L’immagine più accreditata della Tunisia corrisponde spesso, agli occhi del turista italiano, a quella di Paese dalla spiccata vocazione balneare, con spiagge contornate di palme e di moderne strutture ricettive.

Più raramente è anche il paese dove è possibile compiere escursioni ai margini del deserto o avere l’opportunità di avere una lettura più articolata sia della realtà ambientale della Tunisia, sia della vicenda storica e artistico-culturale che vi si è sviluppata nell’arco di almeno tremila anni.
Il succedersi di tante dominazioni ha determinato non una semplice sovrapposizione rispetto alle civiltà preesistenti, ma l’assimilazione e la rivisitazione delle diverse espressioni artistiche e culturali: come accadde per Roma nei confronti di Cartagine e per la civiltà cristiana, che s’innestò sulla precedente tradizione imperiale cercando autonomia creativa ad esempio nell’arte del mosaico.
Un altro evidente e significativo fenomeno di sedimentazione è rappresentato dall’elemento berbero, precedente all’arabizzazione della regione, che esprime la matrice comune delle più interessanti manifestazioni della cultura tradizionale tunisina.
Ogni viaggio, offrendo conoscenze nuove, di arte e natura, di storia e ambiente, rappresenta un’incomparabile occasione di arricchimento personale. Un viaggio in Tunisia può essere anche la scoperta dei caratteri socioculturali di un popolo che negli ultimi cinquant’anni ha vissuto profonde trasformazioni, sospeso fra la riproposizione dei modelli propri dell’Islam e le spinte ad una incongruente modernizzazione di stampo occidentale.
La Tunisia consente di vivere un’esperienza intensa che porta a scoprire le sue bellezze.

Anche in pochi giorni si può passare da spiagge di sabbia finissima contornate da vegetazione tipicamente mediterranea a distese desertiche di rara bellezza e dall’aria misteriosamente magica, attraversando aride regioni semi-desertiche ravvivate sporadicamente da verdi palmeti.
Le importanti testimonianze artistiche e culturali delle città visitate e le affascinanti immagini, i colori, le sensazioni provate ammirando anche il nulla così straordinariamente pregnante delle regioni desertiche hanno il potere di riempire gli occhi e il cuore e stentano ad affievolirsi al ricordo.
La luce è molto più intensa e ogni cosa riverbera in maniera insolita per il nostro sguardo impigrito dai grigiori monocromatici delle città.

I nostri occhi sembrano liberarsi improvvisamente dalle cortine di smog che abitualmente li offuscano e correre finalmente verso orizzonti sconfinati.

La mente spazia, il cuore si allarga a comprendere il tutto e l’anima si ritempra in un tripudio di emozioni che coinvolge tutti i nostri sensi, avvicinandoci sempre più ad una dimensione spirituale.
E’ una sensazione di estrema calma e pace con sé stessi quella che si prova trovandosi nel deserto ed immergendosi in una magica atmosfera che finalmente appaga il nostro spirito quasi sempre inquieto.

Ma vediamo di conoscere un po’ più da vicino la meta del nostro viaggio.

Spesso un attento esame delle caratteristiche geografiche di un territorio può fornire la chiave per comprendere le vicissitudini storiche di cui è stato teatro e il susseguirsi delle diverse civiltà e culture che lo hanno caratterizzato nel tempo.

Non fa eccezione la Tunisia che, pur essendo parte integrante del Nord-Africa, si protende con le sue coste verso l’Europa, dalla quale la separa un braccio di mare che nel tratto Capo Bon-Marsala non raggiunge i 140 km.

Per la sua posizione la Tunisia può quindi essere considerata il più europeo degli stati africani, anche se la metà meridionale del Paese si estende in territorio sahariano.

Se da un lato la particolare posizione ha reso quest’area una tappa obbligata per le popolazioni interessate a spingersi nel bacino occidentale del Mediterraneo, provocandone il coinvolgimento nelle lotte per la supremazia nella navigazione e nei commerci del mondo antico, dall’altro le caratteristiche orografiche hanno determinato una certa vulnerabilità del Paese ad Oriente, direzione dalla quale provennero prima gli Arabi e poi i Turchi Ottomani.

Secondo quanto riportato da Virgilio nell’Eneide Cartagine fu fondata nell’814 a.C. da Didone, sorella di Pigmalione, che tentava di sottrarsi alla tirannia del fratello. I Fenici del Libano, diventati qui i Punici, inventori di una delle più antiche scritture alfabetiche, diedero vita ad un’economia basata su fini commerciali.

Le prime presenze dei Romani sono datate al 264 a.C.; Cartagine è sempre stata strutturalmente molto legata alla storia dell’Urbe, del resto la Sicilia è in posizione strategica e gli antichi toponimi presenti sulla costa tunisina rappresentano le tracce nettissime della colonizzazione romana in quest’area.

Profondamente romanizzato e cristianizzato, il territorio tunisino ha costituito la porta di ingresso e la terra di passaggio ideale per conquistatori e invasori fino alla sua completa arabizzazione, rimanendo comunque, anche dopo la recente occupazione coloniale europea, una delle strade preferenziali non solo verso l’Africa ma anche verso lo stesso Oriente.

L’arabizzazione della Tunisia, che già i Romani indicavano con il nome di Africa e gli Arabi con quello di Ifriqiya, ebbe inizio con la seconda metà del VII secolo; sviluppatasi con ritmi piuttosto lenti, influenzò la nuova civiltà e la nuova lingua, che risentirono se non in minima parte della successiva dominazione turca.

Hammamet

La nostra avventura ha inizio dalla penisola del Capo Bon: un territorio molto fertile quasi interamente favorito da microclimi ideali per le coltivazioni.

Nel tratto iniziale, il litorale presenta un susseguirsi di brevi pianure costiere che si alternano a tratti dominati da scoscese falesie; poi, dopo Hammamet, la fascia costiera va gradualmente allargandosi in un’estesa pianura, al cui interno permangono ancora zone incolte o adibite a pascolo.

Lo sviluppo della zona è stato caratterizzato da profonde trasformazioni: un tempo a vocazione essenzialmente agricola (fino al 1930 Nabeul e Hammamet erano i principali centri di produzioni di agrumi di tutto il capo Bon), la penisola è oggi un comprensorio turistico assai attrezzato e frequentato da una clientela internazionale.
Nessuna località della Tunisia interpreta più compiutamente di Hammamet l’immagine turistica del Paese, proponendosi quasi come il simbolo delle vacanze.

Clima dolcissimo (la temperatura in inverno è di 12°, con minime di 3° e massime di 20°), giardini che evocano piantagioni tropicali, numerosi e confortevoli alberghi celati discretamente tra cipressi, aranci e bouganville, oppure allineati lungo bellissime spiagge dalla sabbia fine.

E’ curioso pensare come quella che oggi è diventata la maggiore località turistica della Tunisia, visse pressoché fuori dal tempo fino agli anni ’20 di questo secolo, quando il miliardario rumeno G. Sébastian vi si stabilì facendovi costruire una villa sontuosa, celebrata all’epoca come una delle migliori opere dell’architettura contemporanea.

Così, nel giro di pochi anni, Hammamet si trasformò in un punto di ritrovo per scrittori, pittori ed artisti, tra cui André Gide, Georges Bernanos, Paul Klee, Frank Lloyd Wright.

Dopo la guerra (nel corso della quale la villa e il parco che la circonda furono requisiti e adibiti a quartier generale del maresciallo Rommel), la costruzione dei primi grandi alberghi, ha trasformato Hammamet in una grande stazione balneare.

La città vecchia, con i bastioni e la casbah che la sovrasta dal lato della spiaggia, conserva un aspetto caratteristico e per molti aspetti affascinante, con le stradine tortuose, le bianche case e le piccole corti interne.

Nonostante la posizione settentrionale e un po’ decentrata rispetto al restodella Tunisia, Hammamet costituisce un eccellente punto di partenza per escursioni di uno o più giorni nel resto del Paese.

Sidi Bou-Said

Una piacevole gita da consigliare è senz’altro quella alla scoperta di Sidi Bou-Said, villaggio andaluso di 700 anni fa. Si tratta di un antico insediamento di marabout (gli antichi monaci guerrieri) disposto a dominio del mare sulle pendici del Gebel Manar, sulla cui sommità fu edificato dagli Arabi un ribat, un monastero fortificato a presidio del golfo.

Luogo santo per i Musulmani, il villaggio trae fascino dall’architettura particolare delle sue abitazioni, dalle stradine lastricate, dai giardini appartati e dai patii, dalle case le cui bianche facciate sono impreziosite da stipiti scolpiti, dall’azzurro delle finestre, delle inferriate e delle porte, in un contrasto cromatico che si rinnova nel gioco dei volumi. Bouganville di ogni colore interrompono il bianco e azzurro delle case.

Dall’alto della cittadina si gode di un panorama mozzafiato: il Golfo di Tunisi e il piccolo porto si aprono alla nostra vista come un santuario della bellezza e della calma, che riesce ad infondere.

Il sole si riflette sul mare che sembra senza confini. L’impressione è quella di trovarsi all’alba della vita.

Sembra quasi che il tempo passi nel “dolce far niente”, anche se non è così perché i numerosi negozi, e bancarelle pullulano di turisti che fanno acquisti.

I bar sono il ritrovo preferito per gli incontri, dove gente cordiale ti saluta e ti invita a parlare.
Sidi Bou-Said deve il suo nome all’asceta che al principio del XIII secolo ne fece la base di diffusione del sufismo (nome con il quale viene storicamente definito il misticismo musulmano).
A partire dal XVIII secolo principi, ministri e notabili fecero a loro volta delGebel Manar il luogo prediletto dei loro soggiorni estivi costruendovi palazzi e residenze.

Restaurato secondo un progetto di rivalorizzazione dell’architettura tunisina e rivitalizzato nel tradizionale artigianato locale, in tempi recenti è divenuto un centro molto frequentato da scrittori, artisti, musicisti e poeti.

Tunisi e Cartagine

Trovandosi così vicini a Tunisi e a Cartagine non si potranno certamente tralasciare lo splendido Museo nazionale del Bardo nella capitale, il più importante dei musei archeologici del Maghreb e uno dei più ricchi al mondo per quanto riguarda i mosaici romani, costruito in un’ala di un antico palazzo del Bey e che conserva anche delle antiche statue e oggetti di epoca preistorica, punica e musulmana.

Tunisi è da scoprire come una bella donna perché è una scoperta continua.

Passeggiando nell’elegante e larga Avenue Bourguiba, delimitata da alti alberghi, è interessante osservare i vari stili dei palazzi che la contornano.

Si va dallo stile Liberty allo stile arabo, dall’Art Decò al classico e al moderno.

La strada principale è piena di bei negozi, di caffè, di pasticcerie e di ristoranti, di Chiese e del Teatro Municipale, in tipico stile Art Nouveau.

C’è anche una piazza, una volta Piazza dell’Indipendenza ed oggi dedicata a Mohamed Bouazizi , attivista tunisino, divenuto simbolo delle sommosse popolari in Tunisia, dopo essersi dato fuoco per protestare contro le condizioni economiche del suo paese.

La sua morte ha dato il via a quella che è stata definita la “Primavera Araba”, con la sommossa che ha portato alla fuga il presidente Ben Ali, al potere per 23 anni. In onore di Bouazizi, anche l’aeroporto di Tunisi ha preso il suo nome e in ogni città della Tunisia c’è una piazza che porta il suo nome

Alla fine del lungo viale alberato, ci si immette in quello che è il souk più colorato che si possa immaginare.

Nei vicoli, in entrambi i lati, si trovano piccoli negozi che espongono ogni genere di merce: ceramiche, abbigliamento, spezie, scarpe.

I colori degli oggetti dell’artigianato locale danno un tocco di vivacità e diversità dagli altri souk che si possono trovare nei paesi del nord Africa e del Medio Oriente.

Il souk, molto vasto, circonda la Grande Moschea Ezzitouna, una delle più antiche del Maghreb, le sue cupole sono ricoperte di intarsi di marmo.

A Tunisi c’è da visitare il quartiere della Kasbah, così chiamata perché era l’antica cittadella reale, che oggi non esiste più.

C’è una Moschea almohade, edifici in stile arabizzante e un antico palazzo dei Bey.

Ci sono poi le “Diar”, case antiche, che conservano il fascino speciale delle dimore dallo stile andaluso e italiano, i sobborghi con la caratteristica Piazza Alfaouine e il Museo della Ceramica, situato in una splendida Moschea-mausoleo del XV° secolo, Sidi Qacem El Zelliji. E poi c’è la Moschea di Sidi Mehrez, che ricorda le moschee di Istanbul e le Medersas, antichi collegi musulmani, dotati di eleganti portici e patii.

Non si può mancare di visitare le vestigia dell’antica Carthago, che tanta parte ebbe nelle vicende storiche puniche e romane. Non è rimasto molto della città, purtroppo. Ci sono alcune rovine di case, colonne e statue sopravvissute alla distruzione romana, mentre nel bel Museo sono conservati resti dell’epoca punica, romana e islamica.

Ci sono statue, sarcofagi, manufatti in ceramica, in marmo, mosaici, anfore che conservano ancora i colori originari e i disegni risalenti al 500 a.C., biberon, urne cinerarie, oggetti in vetro soffiato, un frammento in ceramica di epoca romana con scene erotiche e un Tanit, il simbolo di Cartagine, risalente all’800 a.C. con i segni che rappresentano una piramide, il sole e l’orizzonte.

Il Museo è stato costruito sulla collina di Byrsa il cui nome significa “pelle del toro”, e dall’alto è possibile vedere una parte della capitale.

Vicino al Museo di Byrsa si può ammirare un’antica cattedrale francese, dallo stile bizantino-moresco e che oggi è utilizzato come centro culturale.

Fra le rovine è possibile vedere alcuni resti di quelle che erano le Terme di Antonino, le Ville Romane.

Sousse

Costeggiando il mare verso sud si incontrano dapprima la plurimillenaria Sousse e poi Monastir, all’estremità meridionale del golfo di Hammamet, dove l’ampia curva delle spiagge cede il posto a calette scogliose.

La Medina di Sousse spicca con la massa bianca di casette cubiche, isolate e protette da un bastione merlato, sulle quali sembra vegliare la casbah, avvolta in fortificazioni color ocra.

Il dinamismo del moderno abitato che si estende verso il porto, con la zona alberghiera sulla costa e il grande centro di talassoterapia con spiaggia privata, è forse un’eco lontana dell’epoca aghlabide, il periodo di maggior splendore nella storia della Tunisia musulmana, della quale Sousse conserva preziose testimonianze.

La Grande Moschea dell’XI secolo, per le merlature e le massicce torri rotonde sembra somigliare ad una fortezza.

Lo ksar er-Ribat, allestito dai famosi Morabiti, è uno dei più importanti monumenti dell’Islam maghrebino; dall’alto della torre di vedetta si gode di una splendida vista panoramica della città, mentre all’interno la copertura del vestibolo è un autentico prototipo delle volte a crociera ogivali e la sala dipreghiera al piano superiore costituisce la più antica moschea africana tuttora esistente.

All’inizio del IX secolo la costruzione faceva parte di una serie di analoghi edifici costieri cui era affidato il compito di assicurare la difesa dell’Islam contro le incursioni dei Cristiani.

I ribat, erano infatti abitati da una sorta di monaci-guerrieri che dividevano il proprio tempo tra la preghiera e la lotta agli infedeli; impegnati nella guerra santa ma anche guardiani dell’ortodossia, essi propagavano l’Islam ed accoglievano i pellegrini in viaggio verso la Mecca.

Ben presto, tuttavia, la nascita di una potente flotta musulmana e l’erezione di cinte fortificate intorno alle città costiere privarono i ribat della loro funzione militare, favorendo così la tendenza a trasformarsi in centri religiosi.

Vicino a Sousse c’è la bella città di Port El Kantoui, dotata di un porto con 340 posti barca. Le sue abitazioni sono di grande eleganza e in stile arabo-andaluso.

Numerosi ristoranti dove si può mangiare dell’ottimo pesce, alberghi, negozi e luoghi di divertimento, oltre ad un campo da golf, ne fanno una delle località più belle della costa. Il suo nome significa “primo porto-giardino del Mediterraneo”.

Monastir

Le scogliere coralline, le rocce sul mare, i giardini e gli uliveti caratterizzano l’aspetto di questa città, il cui clima particolarmente mite la rende adatta ai soggiorni in qualsiasi periodo dell’anno.

Monastir era il centro economico e politico di tutta la Tunisia e rimane tuttora l’unica zona nel centro del Paese a godere di un aeroporto.

Base d’appoggio nella campagna africana di Giulio Cesare, l’antica Ruspina era difesa da una triplice cinta muraria della quale sono state rinvenute alcune tracce.

La zona assunse nuovamente importanza nell’VIII secolo con la costruzione del ribat: la tradizione secondo la quale chi era di stanza per tre giorni nel ribat di Monastir era certo di andare in Paradiso favorì l’afflusso dei fedeli.

Nell’XI secolo, quando Mahdia sostituì Kairouan nel ruolo di capitale, Monastir divenne la città santa della Tunisia, anche se nei secoli successivi decadde rapidamente, riacquistando importanza solo con i Turchi che, dopo averla contesa agli Spagnoli, ne fecero una loro piazzaforte.

La regione centrale

Per chi arriva dalla circostante regione stepposa, una zona dal clima caldo e molto secco, animata solo da qualche ciuffo di artemisia e dai rami spinosi dei giuggioli, Kairouan appare come un accampamento che spunta improvvisamente in mezzo al deserto, producendo l’effetto di una città del passato.

Ed effettivamente proprio da un accampamento ebbe origine: Uqba ibn Nafi vi fermò la sua carovana (da cui Kairouan) e, dopo aver dato ordine, secondo la leggenda, a serpenti, scorpioni e altri animali ostili di liberare il luogo, vi fondò la città dalla quale sarebbe poi partito alla conquista del Maghreb.

Ancora due secoli fa la regione intorno a Kairouan costituiva un’immensa area a economia quasi esclusivamente pastorale, dove prevaleva una popolazione di beduini nomadi e seminomadi che nei mesi estivi si trasferivano con le proprie greggi di ovini, caprini e dromedari verso il Sahel o i più fertili rilievi del Tell tunisino.

Del campo militare Kairouan conserva ancora oggi l’aspetto, con le alte fortificazioni e le case sorte all’ombra dei santuari.

La città è infatti un luogo santo, che ha nel minareto della Grande Moschea, alto sulla steppa circostante, il punto di riferimento e di adunata dell’Islam maghrebino. Da visitare anche la Medina e monumenti molto belli come la zavia Sidi Saheb. Oggi Kairouan è anche il centro principale dell’artigianato del tappeto.

Il Jerid e le oasi

Attraversando l’importante regione estrattiva del sud-ovest tunisino, in particolare il grande comprensorio minerario di Gafsa e delle zone circostanti, dalle quali proviene oltre il 30 % delle esportazioni del Paese (fosfati e petrolio), si giunge alle oasi del Jerid, il paese delle palme.

Tozeur, Nefta, el-Oudiane ed el-Hamma du Jerid situate lungo la lingua di terra che separa lo chott el-Jerid da quello di el-Gharsa, al limite fra la zona delle steppe e quella più propriamente desertica, sono le oasi di questa regione dal clima tipicamente predesertico (le temperature possono raggiungere punte massime estive oltre i 49° e minime invernali fino a –4°).

Dai palmeti di questa zona provengono i migliori datteri del Paese, appartenenti alla specie universalmente apprezzata deglet en-Nour (dita di luce, per la trasparenza color ambra che acquistano con la maturazione). Le palme da datteri (che possono vivere fino a 100-150 anni e raggiungere anche i 20-25 m. d’altezza, con un tronco di quasi un metro di diametro e foglie lunghe 4-5 m.), producono fra le 25000 e le 30000 tonnellate di frutti, in parte esportati; alla loro ombra crescono inoltre alberi da frutto e ortaggi di ogni genere, coltivati in giardini irrigati accuratamente secondo una normativa stabilita già nel XIII secolo.

Tozeur

L’oasi di Tozeur è una delle più belle di tutta l’Africa nord-orientale: irrigata da 200 sorgenti, con il suo splendido palmeto occupa oltre 1.000 ettari.

Costeggiando il braccio principale dei canali d’irrigazione dell’oasi si raggiunge una delle zone più pittoresche: ai piedi di rocce corrose, in un piccolo spazio circolare ciuffi di palme si specchiano nell’acqua delle sorgenti e, volendo, si può salire sulle colline circostanti da dove il panorama abbraccia le varie diramazioni del fiume, il palmeto, Tozeur e, all’orizzonte, lo chott el-Jerid e il Sahara.
A Tozeur le case del centro, anche quelle più recenti, sono molto caratteristiche con le loro facciate a mosaici decorate a motivi geometrici ottenuti con mattoni sporgenti e rientranti di color ocra: si tratta di un tipo di decorazione, di origine berbera, simile a quella dei tappeti e dei tessuti locali.

È interessante visitare il Museo Etnologico Dar Cherait per avere uno spaccato della vita sociale e domestica locale: al suo interno è possibile ammirare i costumi tipici delle feste e dei matrimoni, i gioielli, l’henné, le ceramiche e le armi. Il giardino botanico e lo zoo offrono poi al visitatore la possibilità di osservare da vicino tutte le specie vegetali e animali di cui è ricca la Tunisia

La medina di Tozeur è un gioiello architettonico del XIV secolo ben conservato che è consigliabile visitare al mattino presto quando la luce già intensa ed il cielo terso donano alle tipiche tonalità ocra dei mattoni dei riflessi decisi.

Aggirarsi fra i vicoli nelle prime ore della giornata consente di apprezzare maggiormente la bellezza del luogo e il silenzio è il complice perfetto. Svoltando un angolo può capitare di sorprendere dei bambini intenti nei loro giochi, di intravedere una donna con l’abito tipico che sta rincasando o un uomo a dorso di un asino.

Chott el-Jerid

Lasciata Tozeur la strada s’inoltra nello Chott el-Jerid, immensa distesa di sale dai riflessi argentei e violacei che appare priva di ogni forma di vita. La strada corre su una lunga penisola di sabbia che attraversa il lago salato e in alcuni punti è viva la sensazione di trovarsi sospesi su una superficie acquea senza fine. I riverberi abbacinanti del sole allo zenit acuiscono l’emozione e il paesaggio assume caratteristiche irreali.

A causa dell’eccessiva luce si prova infatti qualche difficoltà a tenere gli occhi aperti ma ciò che si vede è talmente insolito e bello da valere la pena di sopportare per un po’, anche perché è possibile assistere al fenomeno dei miraggi! I cambiamenti cromatici dello chott el-Jerid nei diversi momenti della giornata sono spettacolari ed occorrerebbe sostarvi a lungo per apprezzarne il fascino, peccato avere troppo poco tempo a disposizione; si possono però raccogliere quante più immagini ed impressioni possibile mentre si è sul posto per serbarle poi tra i ricordi più cari.

Allontanandosi a malincuore, solo dopo diverse decine di km appaiono le prime palme che segnalano la lunga sequenza di oasi distribuite fino a Kebili a “pelle di leopardo” ai lati dell’asfalto: vere oasi di vita nel paesaggio ostile all’insediamento umano formato dagli chott, dalle hammada pietrose e dalle immense distese di sabbia del Grande Erg.

La regione degli chott, che taglia in due la Tunisia all’altezza del golfo di Gabès, è infatti una zona di depressioni che corre da est a ovest per circa 350 km.: queste distese ricoperte da un velo d’acqua (sempre molto salmastra) solo nelle zone più basse e nella stagione delle piogge, risultano in larga parte poco stabili e difficilmente praticabili.

All’apparire delle prime oasi sulla strada per Kebili è molto interessante fermarsi ad ammirare le dune di finissima sabbia bianca pietrificata che, con le loro grotte e concrezioni particolari, incuriosiscono e stimolano la voglia di arrampicata.

Sembrano rocce e invece si tratta di collinette di sabbia (fortunatamente più facili da scalare delle classiche dune), piccoli rilievi che spuntano impertinenti sulla superficie quasi totalmente piatta del territorio circostante.

Douz

Arrivati a Douz si ha l’impressione di trovarsi in un territorio di frontiera; si è effettivamente ai confini del deserto vero e proprio, da qui partono le piste per le escursioni nel Sahara.

L’oasi di Douz ospita ogni settimana un animato mercato frequentato da allevatori nomadi di cammelli ed è proprio a dorso di questi animali e dei loro cugini dromedari che è possibile compiere delle passeggiate nel deserto, particolarmente deliziose al tramonto.

È consigliabile arrivare in tempo per vedere il sole che scompare all’orizzonte proprio dietro le dune e scoprire, dopo una prima fase di sconcerto e di disagio (avvertito maggiormente da chi si trova alla prima esperienza), che l’avventura è, non solo divertente, ma anche estremamente emozionante.

I tramonti nel deserto hanno infatti un fascino particolare, incomparabile, che ammalia. Subito dopo che il disco solare si è dipinto di un intenso color amaranto, i raggi crepuscolari si diffondono nel cielo dispiegando una magica tela rosata che persisterà molto a lungo sospesa sull’orizzonte, finché la prima stella della sera, proprio come uno spillo, giungerà a forare il tessuto ormai blu cobalto della volta celeste.

A Douz, tipico villaggio del deserto che conserva gelosamente i suoi usi e costumi tradizionali, si svolge ogni anno il Festival International du Sahara, una manifestazione culturale particolarmente interessante, nel corso della quale si può assistere a spettacoli di folklore nomade, matrimoni tradizionali, caccia con i levrieri, combattimenti di cammelli, hockey su sabbia, la “fantasia”.

Nel panorama culturale tunisino numerose sono anche le feste regionali, spesso legate o sovrapposte a festività religiose, che si tengono durante tutto l’anno in Tunisia.
Abitanti di queste regioni desertiche sono le popolazioni nomadi maghrebine più o meno sedentarizzate, come i Berberi, il cui complesso di cultura e tradizioni è vivo da secoli. All’interno della composita società tunisina, infatti, dove sono tuttora evidenti inclinazioni profondamente diverse che vedono accostarsi l’aspirazione mercantile delle città costiere, lo spirito intellettuale di Tunisi, il misticismo di Kairouan, l’intraprendenza delle genti della steppa o l’indipendenza dei nomadi costretti a una forzata sedentarizzazione, emerge tuttavia, nonostante le sedimentazioni culturali avvicendatesi nel corso dei secoli, un substrato comune, precedente all’arabizzazione del territorio, che affonda le radici nell’elemento berbero, con la sua particolare organizzazione sociale, i suoi valori, i simboli, le feste, le musiche e i canti.

Non a caso, proprio nelle regioni meridionali, dove la presenza di popolazioni di origine berbera è più massiccia, più autentiche e più gelosamente custodite sono quelle tradizioni culturali che altrove si manifestano in forma più standardizzata quando, addirittura, non sono state adattate a esclusivo uso del turista.

Le più interessanti manifestazioni popolari riguardano la musica e le danze dove, su una base che si rifà molte volte alla tradizione andalusa, si sono sovrapposte influenze provenienti dall’Oriente; ed è in occasione delle principali feste che è possibile vedere, indossati dalle donne, anche costumi e ornamenti tradizionali, tra cui spiccano i gioielli berberi.

Djerba

L’immagine della Tunisia turistica e balneare è indissolubilmente legata a quella di Djerba, l’isola dei Lotofagi che, non a caso, Ulisse e compagni fecero tanta fatica ad abbandonare. Le spiagge che disegnano il profilo dell’isola nell’azzurro del mare, la vegetazione lussureggiante e i tipici menzel (le casette con le cupole bianche) che spuntano tra una palma e l’altra costituiscono il fascino dell’isola.

Nota fin da epoche remote, sembra che i Fenici vi avessero un emporio commerciale, anche se non esiste alcuna prova certa che avvalori quest’ipotesi. Posta sotto il controllo prima di Cartagine e poi di Roma, dopo la decadenza di quest’ultima subisce un lungo periodo di vicissitudini: invasa prima dai Vandali e poi dai Bizantini, viene conquistata dagli Arabi nel 667 e successivamente devastata dall’invasione hilaliana dell’XI secolo.

Alle lotte degli abitanti di Jerba e i Musulmani ortodossi fece seguito una lunga resistenza contro i diversi padroni del Mediterraneo (Normanni di Sicilia, Aragonesi, Spagnoli); a partire dalla seconda metà del XV° secolo l’isola diventò un covo di pirati e per porre fine alle loro incursioni venne organizzata nel 1560 una spedizione, comprendente truppe fornite dalla Spagna, dalla Francia e da Napoli, che nello scontro col corsaro Dragut, appoggiato dalla flotta turca, si trasformò in una clamorosa disfatta per le truppe cristiane.

La maggior parte degli abitanti di Jerba è costituita da Berberi che si stanziarono sull’isola fin da un’epoca anteriore alla conquista araba e che parlano ancora l’omonima lingua. Nell’isola non esistono veri e propri agglomerati urbani se si eccettua Houmt-Souk (da Houmet es-Souk, che significa il quartiere del mercato), capoluogo amministrativo dell’isola; tutti gli altri centri sono insediamenti di mercati, attorno ai quali si raccolgono tutte le abitazioni con i relativi giardini.

Le palme, elemento essenziale del paesaggio di Jerba sono assai numerose soprattutto lungo la costa, dove formano una sorta di anello. Gli olivi, talora antichissimi, occupano tutta la parte interna del perimetro delimitato dalle palme, i fichi danno frutti estremamente saporiti, parte dei quali viene fatta seccare per l’inverno.

I frutteti abbondano: meli, mandorli, albicocchi, aranci, mandarini, limoni e melograni sono così fitti che alla loro ombra è possibile coltivare ogni sorta di verdura, dando quasi l’idea di un lussureggiante giardino.
Il turismo, settore molto importante per l’isola, ha conosciuto uno sviluppo rapidissimo divenendo una delle principali risorse economiche dell’isola; le infrastrutture alberghiere sono in generale di buon livello e distribuite in modo da evitare agli ospiti l’impressione di congestione urbanistica, anche se la continua espansione, dove non regolamentata e rallentata, rischia di portare rapidamente alla diffusione di un’architettura un po’ anonima, con l’abbandono degli edifici antichi e delle coltivazioni tradizionali.

Nonostante la massiccia invasione dei turisti, Houmt-Souk ha saputo conservare l’aspetto di animato emporio commerciale particolarmente attivo. I souk, al centro dell’abitato, ospitano soprattutto sarti e mercanti di tessuti, mentre altre corporazioni di artigiani si raggruppano nelle strade vicine. Tutt’intorno si aprono piazzette collegate fra loro da passaggi a volte e vicoli, gli spaziosi cortili sono circondati da gallerie sulle quali si aprono piccoli ambienti d’abitazione o botteghe artigiane.

Particolarmente interessanti sono i banchi delle spezie dagli odori inebrianti: dal peperoncino al coriandolo, dalla cannella allo zenzero, dallo zafferano al sesamo, all’anice e così via è una girandola di stuzzicanti sapori e colori sfavillanti che è un piacere di rara intensità per la vista e l’odorato.
Vagabondare senza meta e mercanteggiare nei souk è una delle esperienze più interessanti e divertenti di un viaggio in Tunisia.

Il prezzo va sempre contrattato: si tratta di un rituale indispensabile che si svolge secondo regole ben precise, acquisibili solo con la pratica. Il prezzo proposto dal commerciante può essere il doppio, o anche più di quanto egli valuti la sua merce, ma esiste comunque una soglia al di sotto della quale nonscenderà e spetta alla contrattazione individuarla.

Si deve ribattere sempre con prezzi molto inferiori a quelli richiesti senza timore di reazioni verbali, che del resto fanno parte del rito, e prendendo tranquillamente tempo. I prodotti artigianali più convenienti sono i tappeti, le ceramiche, i lavori in rame, i monili in argento, i profumi e le graziosissime gabbie per uccelli di Sidi bou-Said, praticamente dei palazzi in miniatura decorati da balconi, riccioli, cupole, belvedere.

Gabes e Matmata

Gabes è una grande oasi marittima nella quale vale la pena soffermarsi per visitare il suo palmeto e i souk molto colorati, mentre Matmata è qualcosa di incredibile per chiunque abbia la fortuna di poterla visitare

In mezzo ad una zona desertica, dove sorgono alcune sparute case in paesini berberi, tutte rigorosamente di colore bianco in modo da spiccare sul suolo color ocra, in alcune cavità della terra ci sono le cosiddette case dei trogloditi, antiche abitazioni-caverne scavate nella roccia.

Dall’alto si notano soltanto quelle che sono le porte e sono visibili, nel cortile che raccoglie queste abitazioni, alcuni oggetti di uso quotidiano All’interno, le case hanno una temperatura fresca – se si è in estate – e abbastanza calda, nel periodo invernale. Alcune famiglie ancora ci vivono e accolgono i visitatori offrendo loro una tazza di thé e la gentilezza della loro ospitalità. Matmata è veramente un posto unico e impensabile!

El Djem

Appena si arriva a El Djem si ha l’impressione di trovarsi in una città italiana. In questo piccolo centro sorge un Colosseo che è terzo al mondo, per grandezza, dopo quello di Roma e quello di Capua. La città fa parte del Governatorato di Mahdia ed ospita alcune delle più belle, e meglio conservate, rovine romane dell’Africa. La città fu costruita dai romani su un insediamento punico ed era un centro molto importante per la coltivazione dell’olio di oliva.

A El Jem c’era una diocesi romana che esiste tuttora ed è retta da un vescovo cattolico. Il suo Colosseo era in grado di accogliere 35 mila spettatori seduti. Si presume che sia stato utilizzato per spettacoli di gladiatori e corse dei carri. L’anfiteatro nel 1979 è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

Tabarka

Esiste una parte della Tunisia che si sta facendo conoscere da qualche anno e che è completamente diversa da quella più nota ai turisti. E’ la zona situata a nord del paese, che viene comunemente definita la Tunisia verde. E non a torto. A meno di tre ore di macchina dalla capitale, infatti, il paesaggio ètotalmente differente da quello che si è abituati a vedere nella parte sud-est della regione.

E’ una Tunisia molto mediterranea ma anche un po’ alpina, ricca di foreste e di laghi che mai si immaginerebbe di trovare in quella parte di Africa. E’ un territorio nel quale si alternano lunghe spiagge, scogliere, piccoli porticcioli e paesaggi montani. E’ la parte che unisce in maniera egregia il mare alla montagna e che regala al turista un ambiente ancora naturale, incontaminato, e paesaggi singolarmente opposti.

Chilometri e chilometri di coste si contrappongono ad un entroterra particolarmente ricco di boschi nel quale scene di vita pastorale e campi coltivati si avvicendano a centri abitati, a Fortezze monumentali e a stazioni balneari. E’ una terra che sa di passato, di storia che si incrocia con quella dei romani; di battaglie combattute per la difesa di una regione che faceva gola ai nemici per la ricchezza dei suoi fondali e del suo entroterra.

Fra le città più belle della Costa del Corallo, così viene definito il nord della Tunisia, vi è Tabarka, antico porto fenicio dominato dal monumentale “Forte dei Genovesi”, oggi cittadina balneare apprezzata dai sub per le immersioni nelle sue limpide acque, ricche di fauna ittica e, naturalmente, di banchi di corallo disseminati sui suoi fondali. Lo sviluppo turistico di Tabarka è proprio legato alle attività subacquee, qui si organizzano, infatti, gare internazionali, corsi di sub e di fotografia subacquea.

Luogo ideale per le immersioni, può essere anche il punto di partenza per una escursione ai siti archeologici di Dougga, l’antica Thugga, nella quale sorge il più grande complesso di rovine romane della Tunisia, oppure di Bulla Regia (ricca di splendidi mosaici), di Chemtou e di Utica.

Allontanandosi dalla costa, l’entroterra di Tabarka offre un ambiente naturale costituito dalla foresta della Krumiria nella quale, a 800 metri di altitudine, si trova la stazione termale di Ain Draham (Fonte d’Argento). Tabarka, quindi, si propone come nuova meta di turismo balneare, ma anche culturale e ecologico. Da molti anni, inoltre, vi si svolgono importanti manifestazioni che richiamano un folto numero di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Fra questi vanno ricordati la Festa del Corallo e il Festival del Jazz, che si propone come uno dei più importanti eventi di musica internazionale.

Tunisia, terra dai mille volti e dalle innumerevoli bellezze che si svelano pian piano agli occhi dei visitatori. Tunisia, paese che riserva tante sorprese ancora tutte da scoprire. Tunisia, che affascina con i suoi panorami, le sue gole profonde, il suo deserto con le dune dorate, le sue oasi verdi con i palmizi carichi di datteri, le rovine delle città romane, i miraggi nel lago salato, i tramonti caldi e ammalianti, i bazar profumati di spezie, la sua storia che si confonde con le leggende e i suoi miti. Tunisia, una nazione che non stanca mai.

Liliana Comandè

Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.
Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.
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Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato

15 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato

Paese la cui magnificenza e gloriosa storia sono ancora visibili ovunque e affascinano chiunque abbia la fortuna di visitarlo.

Bastano poche ore di volo per lasciarsi alle spalle lo stress metropolitano ed il consumismo di massa e ritrovarsi in Egitto, nel magico mondo dell’infuocato deserto, affascinante per i suoi misteri e i miti, ingentilito dal nastro argenteo del Nilo, con le rive affollate da verdi palmizi, tra il colore della gente e quello delle feluche dalle grandi vele. E’ così, soprattutto davanti all’isola Elefantina, uno dei luoghi più emozionanti della nostra Terra.

L’Egitto, paese dove il mito si confonde con la realtà, è certamente l’unico luogo al mondo dove il gran libro della storia è ancora aperto sul passato.

Questo paese può essere riproposto, in chiave ancora più affascinante e suggestiva e un viaggio nel paese dei Faraoni, può diventare l’occasione per un’indimenticabile vacanza non solo all’insegna della comodità ma anche della scoperta di tutto ciò che di più misterioso e invitante può ancora offrire questo paese dove il tempo si è fermato.

Questo non è solo un paese ormai sicuro, ma anche un paese ospitale. La gente accoglie i forestieri con il sorriso e la gentilezza.

Sorseggiare il tradizionale tè alla menta è un piacere del quale non bisogna privarsi perché offre al turista la possibilità di capire il vero spirito di una terra, culla della civiltà mediterranea. Era cara già ai nostri antenati Romani.

Dopo averla conquistata, infatti, non ne fecero una delle tante province dello sterminato impero. Lo stesso imperatore, invece, se ne prendeva cura personalmente, come il più prezioso dei suoi gioielli.

Ed il passare dei secoli non ha mai cancellato le caratteristiche di questo Paese e del suo popolo, anzi, gli operatori intendono valorizzarle per offrire ai clienti quanto di meglio c’è sul mercato turistico: natura, storia, cultura, ma anche il contatto con gente erede di una civiltà raffinata, la stessa di Cleopatra, dolce e femminile al punto di far breccia nei duri cuori, prima di Cesare, poi di Antonio.

Ma lasciamo stare la storia, anche se, come maestra di vita, rappresenta un faro per un viaggio all’insegna del divertimento e della cultura, qual è quello in Egitto.

IL FASCINO DEL MISTERO

Le proposte? I tour, alla scoperta dell’ Egitto classico, tra Luxor e Aswan, lungo strade comode, sicure ed asfaltate che costeggiano il Nilo e attraversano paesi e città permettendo di osservare la popolazione.

Quella di offrire un itinerario “via terra”, a differenza della tradizionale crociera, è una scelta qualificante, che permette di assaporare fino in fondo la realtà locale.

Le navi, comunque, sono comode, lussuose ed affascinanti. Scivolano sulle tranquille acque del Nilo, offrendo i lunghi silenzi della natura, interrotti solo dalla maliarda melodia delle chiome dei palmizi che si lasciano accarezzare dal tiepido vento africano.

E’ un viaggio, questo, che aiuta ad evadere dalla realtà e dallo stress della vita in città per entrare in una dimensione di vita diversa, quella della storia che si confonde con il mito, dei culti egizi e della magia che li caratterizza.

Negli occhi del turista non si è ancora spento il fascino delle grandi piramidi, quando incontrano Karnak, con il grande tempio in onore di Ammone, il più importante dio degli antichi egizi.

Il fascino del mistero coglie il visitatore quando si trova davanti al grande viale costeggiato da sfingi. All’interno, poi, c’è la solennità delle grandi colonne, l’imponenza delle statue, l’eleganza dei bassorilievi. Tutto ricorda la grandezza della città, la potente Tebe, capitale del paese, del quale questo tempio era l’espressione religiosa più altisonante.

Era qui, appunto, che i Faraoni, celebravano con le loro consorti i grandi riti della fertilità, accompagnati dai sacerdoti, mentre le note dei musici si levavano al cielo insieme agli incensi bruciati in onore del grande dio.

Dall’altra parte del fiume, c’è la Valle dei Re, con le sue tombe ricche di decorazioni, scavate sulle arroventate balze del deserto. Ognuna di loro è una pagina di ricordi, quelli di un popolo capace di dettare legge al mondo e di uomini che concepivano la vita ultraterrena come la più bella occasione per conoscere la spiritualità.

E Filae? E’ un angolo dolcissimo sulle rive del tranquillo Nilo. La sua scoperta, tra le rocce che danno al fiume le sembianze di una selvaggia costa marina, provoca una forte emozione.

Ciò che appare subito è un’ elegante costruzione, in stile egizio, affacciata sull’acqua trasparente. Gli imperatori romani, soprattutto il raffinato Adriano, la scelsero come rifugio quando, volendo sfuggire agli affanni della vita romana, intendevano ritrovare se stessi per dialogare con l’anima e con gli dei.

Ma qui c’è anche il grande tempio in onore di Iside, dea che, per gli antichi egiziani, era la madre di tutti gli esseri umani. La struttura è spettacolare. Bassorilievi e geroglifici, poi, sono gli eterni testimoni di quella che fu la grande civiltà dell’antico Egitto.

Il viaggio continua toccando altre mete. C’è Edfu, per esempio, con i lunghi silenzi del grandioso tempio. Ma anche Komombo, regno del “dio coccodrillo”, santo e vorace. Anche qui c’è la ricchezza delle antiche strutture, il fascino delle antiche memorie. E si respira ancora l’atmosfera magica tra il colore e la simpatia della gente nei mercatini locali, profumati di spezie.

LE SORGENTI DI MOSE’

C’è un altro tour che, dal Cairo, porta al monastero di Santa Caterina, nel Sinai. Il turismo proverà non solo il fascino di ammirare il canale di Suez, ma anche le sorgenti di Mosè.

Per chi, poi, è in cerca di forti emozioni, c’è la possibilità dell’ascensione del Monte Sinai per assistere allo spettacolare sorgere del sole. E’ questo un tour che permette di abbinare il fascino della storia e dell’ambiente con quello di unasplendida vacanza marina sulle bianche spiagge di Sharm El Sheikh, nel Mar Rosso.

Oltre all’ Egitto classico c’è anche la possibilità di un inconsueto tour tra il Cairo, la costa mediterranea e l’interno del deserto, con le oasi di Siwa e Baharya, ricche di storia e tradizione, verdeggianti per le migliaia di palme che le popolano, fresche per le numerose sorgenti ma anche cariche di fascino per i misteri del passato.

Egitto, magico paese dal fascino unico e inconfondibile, dove si avverte la storia di un popolo glorioso e avanzato, che ha lasciato testimonianze di estrema bellezza avvolte ancora dal mistero della loro costruzione.

Liliana Comandè

Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato
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I POVERI E LE CLASSI SOCIALI IN USA di Biagio Osvaldo Severini

14 Dicembre 2013 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #saggi, #interviste

Franco Ferrarotti

Gli USA dopo 500 anni. New York e la povertà. Dai 600 mila ai 3 milioni di poveri per la statistica sono invisibili. Le cause. L’etica protestante e le massime evangeliche. Il cattolicesimo francescano. Le classi sociali. I ghetti al centro delle città. La questione sociale psicologizzata dai governanti reazionari. La responsabilità delle amministrazioni pubbliche nazionali e internazionali. Bill De Blasio sindaco democratico di New York.

A più di cinquecento anni dalla conquista dell’America da parte di Colombo, diventa interessante apprendere notizie su alcuni aspetti della vita negli USA direttamente da chi l’ha visitata diverse volte come ricercatore di sociologia. Questo ci permette di sottoporre ad esame critico l’immagine che di quel paese si è formata nella nostra immaginazione, attraverso i film, i documentari, i rotocalchi, i giornali, la musica, la letteratura, la filosofia, la psicologia, l’astronautica.

A tale scopo intervisto il professore Franco Ferrarotti che dal 1971, con cadenza quasi annuale, si è recato negli USA per motivi di studio.

Professore Ferrarotti, si sente dire che quella è la terra della ricchezza, dell’abbondanza, del dollaro che apre tutte le strade e risolve tutti i problemi. In questo paradiso terrestre esistono i poveri?

Guardi che io condussi una ricerca proprio sui poveri di New York, e precisamente di Manhattan nel gennaio del 1971. Ebbi modo, quindi, di vivere a lungo in quei luoghi e di osservare sul campo la situazione. Allora si incontravano gli “homeless”( i senza tetto), i barboni classici, gli intellettuali, e poi le “beg-ladies”, ossia signore cariche di sacchetti di plastica, che dormivano accucciate nelle cabine telefoniche o nella sala d’aspetto della Gran Central Station. I poveri c’erano, ma erano, come dire, poco visibili. Bisognava cercarli, attenderli al passaggio, sorprenderli nei loro rifugi. All’epoca a New York, la città più ricca del mondo, la città con la più forte accumulazione di capitale, si riscontravano almeno 2 milioni di persone miserabili, letteralmente alla deriva.

Oggi (1992) la situazione è cambiata?

Oggi la situazione è peggiorata. I barboni e i senza tetto si trovano dappertutto: sui mezzi pubblici, nei sotterranei della metropolitana. E non solo uomini, ma anche donne ancora relativamente giovani, con famiglia, bambini addirittura in tenera età.

Ma quanti sono questi poveri, attualmente?

Il fenomeno sfugge a calcoli statistici accurati, nonostante la nota mania degli americani per le statistiche. Il fenomeno non è esaminato con la solita accuratezza quantitativa. Forse è psicologicamente “cancellato”. Sta di fatto che le dimensioni appaiono, anche solo in base alle impressioni, notevoli. Gli “homeless”, i senza tetto, in termini globali per tutti gli USA, potrebbero andare dai 6oo mila ai 3 milioni ed oltre.

Ma come mai non si riesce a “controllarli”?

Gli “homeless” sono privi di automobili e di telefono, non hanno fissa dimora, per cui è difficile inquadrarli, nonostante la pur notevole meticolosità degli statistici.

Allora, essi esistono o no?

Secondo i criteri della classificazione della società “normale” i poveri non esistono. Sono uomini e donne invisibili. Ci sono certamente, poiché si vedono in giro tutti i giorni, ma ufficialmente non contano. Essi finiscono per essere annullati anche dalla consapevolezza comune. Sono ridotti a oggetti, a inerti componenti del paesaggio quotidiano.

Gli abitanti “normali” di New York come si spiegano il fenomeno degli “homeless”, se lo pongono come problema?

La cosa strana è proprio questa. Nessuno sa quanti siano i barboni e i senzatetto a New York, ma tutti hanno la loro spiegazione pronta. E’ una spiegazione tipicamente darwiniana che dovrebbe far gioire i sociologi. Secondo i cittadini “perbene”, gli “homeless” e i barboni è gente alla deriva, perché non vuole lavorare; sono individui dediti al bere e alla droga, schiavi irrecuperabili della bottiglia e della siringa. Può anche essere e, almeno in parte, è vero.

Ma non è estremamente difficile stabilire un così preciso rapporto di causa-effetto, dal momento che questi soggetti non vengono studiati scientificamente ?

Bisognerebbe prendere in considerazione, in ogni caso, anche le generali condizioni sociali ed istituzionali, in cui il fenomeno emerge, prende corpo, occupa uno spazio considerevole nel paesaggio sociale.

Come mai i newyorkesi sono, invece, così sicuri che la causa è da ricercare nella non volontà di lavorare? Si può pensare all’etica protestante molto diffusa tra la popolazione degli USA?

Certamente. E’ la vecchia, profondamente radicata nel sottofondo psicologico di massa, etica protestante, con la sua idea centrale che la “certitudo salutis” è già fin da ora data a chi sia prospero, guadagni bene, abbia un “good standing in the community”. Chi è povero non può sperare nella grazia. Il povero pecca per il solo fatto di essere povero. Il povero è un “percosso da Dio”. La povertà è percepita come giusto castigo per l’individuo che non ha voglia di lavorare, che non sa approfittare dei doni di questa terra, delle opportunità.

E le massime evangeliche?

In America le massime evangeliche sono rovesciate. Alla religione di fratellanza si sostituisce una religione dell’individuo, solo, senza mediazioni, senza la Madonna o Sant’Antonio, di fronte a un Dio severo, crudele, imperscrutabile. Nessuna meraviglia che i senzatetto non siano visti, tanto meno contati. Essi sono una stonatura. Meglio turarsi le orecchie, chiudere gli occhi e non farci caso.

Meglio, quindi, il nostro cattolicesimo francescano?

Senza dubbio. Il cattolicesimo mediterraneo ed in modo particolare lo spirito francescano considerano il povero un fratello privilegiato, perché più vicino al Regno dei cieli. Nei paesi anglosassoni non è così. La povertà come condizione cronica di individui e gruppi trascende il piano economico, diviene condanna morale che non investe solo i falliti, ma tocca anche giovani ai primi passi della carriera.

Negli USA, quindi, non esiste una “questione sociale”, nel senso che la struttura della società è rimasta statica nel tempo, e le classi sociali non si sono mai modificate?

Negli USA le classi sociali, almeno nel senso tradizionale, sono scomparse. L’evoluzione del meccanismo industriale, la robotificazione del lavoro e l’informatizzazione degli uffici hanno creato un processo di omogeneizzazione dei lavoratori in senso genericamente impiegatizio. I ceti medi vanno scomparendo, trasformandosi in una zona sempre più ampia senza un’immagine precisa. Il vertice della società diventa sempre più ristretto.

Alla base della società, adesso, c’è una umanità che non può essere chiamata “classe”, perché non produce, ma costituisce una “sottoclasse”.

Essa vive ai margini, anzi nello scantinato della società, in una zona dove le norme della società regolare non hanno corso, dove la stessa linea di demarcazione fra lecito e illecito, fra legge e crimine si fa incerta, labile, inesistente.

Questa “zona senza legge”può essere chiamata "ghetto”, anche se con un significato diverso dal ghetto del lavoro industriale?

Certo. Il ghetto odierno non è più quello operaio, analizzato da Marx ed Engels e da Charles Dickens. Quelli erano ancora ghetti operai in senso proprio, collegati con la razionalità del lavoro in fabbrica. Gli abitanti dei ghetti dell’Ottocento venivano sfruttati, perché inseriti in un processo produttivo regolare.

Il ghetto di oggi non produce niente. Esso è formato da neri, messicani, chicanos, portoricani e da tutti i tipi ispanici. Da questi ghetti di oggi escono i ragazzotti del lavoro minorile, le donne che lavorano ad ore e la notte spazzano gli uffici, tutta la manodopera precaria che alimenta l’economia detta invisibile, la quale è tale solo per quelli che non hanno occhi per vedere.

Lo sfruttamento di questi abitanti, formicolanti nel buio e nel tanfo dei vicoli privi di luce, ha assunto forme nuove, che aspettano di essere ancora esplorate e scientificamente analizzate.

In quale zona delle metropoli abita questa umanità cosiddetta “invisibile”?

Nei vecchi centri urbani decrepiti, abbandonati dai benestanti che vivono nel suburbio, a sicura distanza dalle aree degradate e dalle baraccopoli, che qui sorgono nel centro e non, come in Europa, nelle periferie.

La ricerca sociologica non fa nulla per studiare questa nuova situazione sociale?

Qui la ricerca sociologica si è, purtroppo, stranamente bloccata. Forse non ha trovato committenti sufficientemente generosi o distratti per commissionare certi studi.

Eppure, la violenta rivolta dei neri di Los Angeles (maggio 1992) ci ha fatto “vedere” persone che vivono ai margini della società, in condizioni miserevoli.

La mentalità media americana, ossia la “élite dominante bianca, anglosassone e protestante”, pensa che i moti e la sollevazione di Los Angeles sono dovute a cattive abitudini che i neri avrebbero contratto negli anni passati, specialmente durante le amministrazioni democratiche, a causa degli enormi benefici di ogni genere e soprattutto a causa delle elargizioni eccessive di denaro che ne hanno fatto dei fannulloni, incapaci di badare a se stessi, pigri, tanto esigenti quanto ignavi e perdigiorno.

La “questione sociale” è stata, dunque, “psicologizzata”, se si può usare questa definizione?

Questo, infatti, è il modo classico usato dai governanti reazionari per reprimere e sopprimere un problema, piuttosto che capirlo e risolverlo. Le differenze materiali, corpose, perfettamente quantificabili in termini di reddito, longevità media, salute, istruzione, tipo di abitazione e di lavoro, sono ridotte a stati d’animo. Le ineguaglianze economiche e culturali non derivano dalle caratteristiche strutturali della società, insomma, ma sono una conseguenza del comportamento degli stessi poveri. I poveri sono, cioè, colpevoli prima perché sono poveri e poi perché è colpa loro se lo sono. Le vittime diventano, in sostanza, carnefici di se stesse.

E’ per questo motivo che i programmi sociali delle amministrazioni democratiche vengono bloccati dalle amministrazioni repubblicane, come sta succedendo oggi, 2013, con la riforma sanitaria ( “Affordable Care Act”, Atto di cura a prezzi accessibili) sostenuta dal presidente democratico Barack Obama ?

E’ così, e di conseguenza la povertà diventa più insopportabile a seconda delle amministrazioni.

Mi permetto di trarre da questa conversazione con il professore Franco Ferrarotti alcune considerazioni.

Prima, che la povertà di massa non è una questione religiosa o di etica personale, tranne casi individuali.

Seconda, quindi, che la povertà dipende strettamente dalla politica economica messa in atto dalle amministrazioni pubbliche locali, nazionali e internazionali.

Terza, che i senza tetto e tutti coloro che vivono sotto la “soglia di povertà” ( 30.000 dollari di reddito per una famiglia di quattro persone), o di “quasi-povertà” ( sotto i 46.000 dollari a nucleo familiare), che all’incirca costituiscono il 48,5 % della popolazione, dovrebbero partecipare attivamente alle votazioni politiche o amministrative, esprimendo le loro preferenze per i candidati progressisti, che negli USA sono chiamati democratici.

Sono questi, infatti, che lottano contro la povertà, contro i privilegi, contro le disuguaglianze e soprattutto che vogliono tassare le grandi ricchezze economiche per realizzare, ad esempio, una riforma sanitaria pubblica, che assicuri le cure necessarie a tutti con costi accessibili; la costruzione di alloggi popolari; una scuola pubblica contro gli istituti privati accessibili solo alle famiglie dei miliardari.

Una dimostrazione della possibilità di rivoluzionare la politica sociale ed economica è stata data dalla popolazione di New York che ha eletto, nel novembre 2013, sindaco il democratico Bill De Blasio che, tra l’altro, appartiene ad una famiglia originaria di Sant’Agata dei Goti di Benevento.

( Franco Ferrarotti, I grattacieli non hanno foglie, Laterza, 1991; Bush e il ghetto invisibile, L’Unità, maggio 1992; Federico Rampini, Il sindaco rosso espugna la New York dei ricchi, la Repubblica, 6-11- 2013)

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Cuba, uno dei paradisi, è ancora qui

13 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Un viaggio attraverso la storia, la natura, i colori e il calore della gente.

Cuba è senza confini. La spiaggia fa da cornice ad uno dei mari più belli del mondo. Ed oltre, ancora c’è l’infinito. Una natura estremamente generosa le ha permesso di apparire come una bella fotografia incorniciata tra i tropici.
Qui il calore ispanico rincorre il fascino della natura selvaggia. Le sabbie, alcune ancora vergini, sono popolate unicamente dalle palme, mentre dai fondali marini si ergono barriere coralline, i cui coralli e pesci trasformano le sue profondità in giardini ricchi di colori. L’ambiente, sia marino che floreale è ancora incontaminato e si alterna alla bellezza dei suoi palazzi coloniali.

La preistoria, sopravvissuta alla furia distruttrice dei coloni, offre ancora oggi ai turisti i segni degli antichi abitanti dell’isola. I reperti delle popolazioni precolombiane e gli edifici ultramoderni fanno di Cuba un’isola fuori dal tempo, ideale per una vacanza di sogno all’insegna della storia, della natura e del divertimento.

A Cuba c’è solo l’imbarazzo della scelta. Trascorrere una vacanza tutto mare, tra candidi arenili baciati dal sole e accarezzati dalla calda brezza dei Caraibi, oppure effettuare un tour affascinante fra lussureggianti foreste, fiumi dalle acque limpide, villaggi e città, pagine ancora aperte su antiche storie, anche quelle mitiche dei pirati o degli antichi abitanti – i Tainos?

Cuba offre tutto questo: storia e natura, musica, ballo, colore e profumi, gioia di vivere il presente fra i ricordi del passato.

Iniziamo con l’Avana, la capitale. Non è una città anonima. C’è, innanzitutto, il calore e il folclore dell’animazione della gente. Ma anche la cultura qui è di casa: Hemingway, stella della letteratura del XX° secolo, abitò in quest’isola e qui trovò spunto per la sua creatività. Molti dei suoi romanzi sono nati a Cuba, scritti in una splendida casa (oggi diventata Museo) dove è ancora possibile vedere le sue stanze, i suoi vestiti e la sua barca “Anita” con la quale amava pescare il pesce marlin.

E qui scrisse Il vecchio e il mare , il romanzo che venne pubblicato per la prima volta nel 1952. E, proprio grazie a questo romanzo, lo scrittore americano ricevette nel 1953 il premio Pulitzer e il premio Nobel nel 1954. A ricordare ancora Hemingway ci sono i bar, fra i quali il famoso Floridita, e il bar-ristorante Bodeguita del Medio, dove lo scrittore si rifugiava anche per pensare alle sue pagine. Una delle mete da non perdere è anche il Giardino Botanico, con le rarissime essenze, i colori e i profumi delle piantagioni tropicali.

Ma l’Avana è una città che sa sorprendere anche per la sua architettura composta quasi esclusivamente da belle case coloniali, le cui facciate sono state quasi tutte restaurate e che costituiscono un vero gioiello di architettura dell’epoca.

Altro motivo di fascino? Le automobili, ancora quelle degli anni ’50-’60, che sono un insolito ed ritorno al passato, come l’auto del mitico eroe Ernesto Guevara, soprannominato “El Che”, ancora intatta ed esposta all’ammirazione dei turisti.
Negli ultimi anni anche l’Avana ha avuto una certa evoluzione e un’apertura al libero mercato.
Negozi, ristoranti e bar, sono sorti nel centro della città, mentre un grande mercato artigianale si trova nei pressi del “Malecon”.
El Malecon, il lungomare dell’Avana, con un sapore tutto speciale, ammaliante. Non si può stare all’Avana senza sedersi su uno dei muretti che separano la strada dalla spiaggia e dal mare. C’è un mondo che vive lungo tutto il Malecon. Dai bambini che giocano ai pescatori che tornano dalla pesca e tirano le reti a riva.

E’ un posto che possiede una magia particolare, soprattutto quando incomincia a tramontare il sole e il cielo incomincia a cambiare colore. Ho sempre visto il mare calmo a quell’ora della sera. Il mare incomincia a cambiare colore, entra in simbiosi con quello del sole e da azzurro diventa rossastro. Quando quest’ultimo, fulcro vitale per la vita, pian piano si immerge lentamente nell’acqua è come se volesse trovare quiete, la stessa che ci assale assistendo a questo straordinario e mai monotono spettacolo della natura.

I rumori sembrano essere tanto lontani, si è quasi fuori dal mondo. Alcune barche si stagliano all’orizzonte e i gabbiani volteggiano loro intorno per cercare qualcosa da mangiare. C’è calma, intorno, e si inspira profondamente per assaporare quel momento suggestivo, romantico, unico e indimenticabile.
Varadero, invece, chiamata dai cubani anche “Playa Azul”, è una scheggia di paradiso rimasta chissà come sulla Terra. E’ la spiaggia entrata nella hit parade degli angoli più belli del mondo. È stata scoperta dal miliardario americano Dupont De Nemours che, nel lontano 1925, qui volle far costruire la sua villa. Poi, su questa stretta penisola, che si allunga per oltre venti chilometri in un mare che ha pochi eguali al mondo, sono arrivati anche gli altri.

Oggi, con i suoi splendidi alberghi e luoghi di divertimento, è diventata una delle capitali del turismo mondiale. E non solo quello allegro e spensierato delle notti folli in discoteca, ma anche dell’altro, sensibile al richiamo di un mare trasparente i cui fondali sono come uno scrigno pronto ad aprirsi per rivelare agli ospiti i suoi preziosi segreti di storia e natura.

Cuba è tutta una sorpresa, qui le scoperte, spesso stupefacenti, non finiscono mai. Dalle spiagge affascinanti, dove il mare cristallino si confonde con l’azzurro del cielo ed i fondali sono il paradiso di chi scende negli abissi per cercare immagini e sensazioni forti, passando ai grandi silenzi delle lussureggianti foreste, mosse dal furtivo passaggio della fauna.

Chi vuole dimenticare il mondo caotico ed industrializzato deve invece andare a Cayo Largo, lunga e stretta isola la cui superficie è di appena 38 chilometri quadrati, adatta per una vacanza emozionante. Ci si troverà su un fazzoletto di terra, coperto da bianchissime spiagge, circondato da un fantasmagorico giardino. È quello della barriera corallina, le cui calde acque sono popolate da una miriade di pesci variopinti.

La natura, invece, trionfa a Playa Lindamar, sulla chilometrica Playa Blanca, sulla romantica Playa Los Cocos e sulla magica Playa Tortugas, per citare alcune incantevoli spiagge di questa isola a misura di sognatori capaci di sentire l’incanto della sinfonia delle palme accarezzate dal vento.

Si può gustarla passeggiando sulla battigia, mentre la risacca ci accarezza i piedi, oppure provando l’ebbrezza di farci trasportare dal vento che gonfia la vela di una barca o di un windsurf.

Cayo Largo è anche base di partenza ideale per chi cerca non solo una vacanza balneare ma anche quella dell’avventura. Da qui, infatti, si possono facilmente raggiungere isolotti popolati solo da tartarughe, iguane, fenicotteri, aironi e cormorani. Dar da mangiare alle iguane, animali dall’aspetto preistorico, è quanto mai emozionante! Queste strane creature amano molto il pane e le banane e saltano come cagnolini per prenderli dalle mani del guardiano o dei turisti che vogliono provare l’eccitazione di una cosa inusuale. Lo stesso vale per le tartarughe marine, che qui sono protette, ma che è possibile tenere fra le mani e provare una grande tenerezza.

Cuba è la meta ideale per chi cerca nella vacanza l’esaltazione dei sentimenti. E non solo quelli dell’amore per la natura. Questa terra, quasi sempre baciata dal sole, è fatta anche per chi ama l’atmosfera romantica, un po’ misteriosa, magicamente deliziosa. Dove trovarla? Anche in questo caso c’è solo l’imbarazzo della scelta. Santiago de Cuba, dalle suggestive stradine, offre non solo le immagini della sua antica cattedrale e degli edifici cinquecenteschi, risalenti alla colonizzazione di Diego Velasquez, ma anche l’emozione di un tuffo nel lontanissimo passato che solo una visita alla Valle della Prehistoria può offrire al turista.
Anche Camaguey, con la selva dei suoi campanili e le sue strade dai tetti rossi, o Trinidad, con il loro dedalo di viuzze romantiche e le piazze affollate, piene di piccoli bar angoli dove l’aria caraibica, carica di essenze ed emozioni, si respira a pieni polmoni, sono mete da non dimenticare.

Santa Clara, infine, è il capoluogo dell’omonima provincia di Villa Clara, città importante per la sede universitaria. Qui si può tornare indietro nel passato visitando il Parque Leoncio Vidal, perché fu qui che il mitico Ernesto Che Guevara, nel 1958, assalì un convoglio su rotaia pieno di armi destinate all’esercito dell’allora dittatore Fulgencio Batista. Il Che vinse e ci fu una svolta importante per la storia dell’isola.
Cuba…isola meravigliosa che entra nel cuore di chi la visita. Non è un’isola qualsiasi, di quelle che “vista una, viste tutte”. Cuba è diversa da tutte le altre isole caraibiche. E’ quella della fantastica musica dei Buena Vista Social Club e di Pablo Milanés, del grande scrittore, poeta e giornalista José Marti, dell’ottimo Rum, dei famosi sigari rinomati e apprezzati in tutto il mondo…e molto, molto altro.

Liliana Comandè

Cuba, uno dei paradisi, è ancora qui
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Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia

12 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia

Thailandia, un paese da amare e da scoprire come un ricco tesoro.

Un lieve e caldo vento accarezza il corpo di chi si avventura sui dirupi montuosi di Chiang Mai mentre lo sguardo spazia sul vasto e verde paesaggio ricco di suggestioni. Sembra quasi il respiro della giungla piena di misteri. Porta con sé il fruscio del suo mondo magico fatto di passi furtivi, di ramoscelli che si muovono, come se sentissero una musica che impedisce loro di stare fermi, e, infine, dell’inebriante profumo dei fiori colorati e selvaggi.

Questa terra, situata a nord della Thailandia, è definita anche il “Triangolo d’oro”, e appare come un frammento dei Giardini mitologici, uscita dal mondo degli antichi miti e lanciata quaggiù, dove scorrono le limpide acque dei ruscelli, ma non le lancette dell’orologio. Qui il tempo sembra essersi fermato. E’ tutto naturale, semplice, e niente è stato alterato dall’uomo, rispettoso delle tradizioni e della natura.

La città di Chiang Mai sembra un quadro uscito per caso da uno di quei libri che raccontano storie di grandi avventurieri, di mercanti girovaghi e di giovani donne dal grande fascino. Vi sono ancora lunghi tratti delle antiche mura in mattoni rossi che dovevano proteggerla dagli attacchi delle tribù del nord, il fossato colmo d’acqua limpida dove vivono enormi pesci colorati. E poi a dare un tocco di poesia a questo angolo incontaminato dal caos della cosiddetta “civiltà industrializzata”, ecco i templi: sono numerosi, con la facciata a mattoni rossi e ornata da sontuosi fregi color oro. L’interno rispecchia la semplicità della fede per Buddha: c’è gente che prega con i bastoncini d’incenso che bruciano tra le mani giunte e tante foglioline dorate sulla statua della divinità.

E’ una città dove la vita scorre placida tra gente che ha sempre il sorriso stampato sulla bocca ma che, nelle ore notturne, si anima. E tutto ad un tratto il paesaggio muta completamente. Si accendono mille luci lungo la strada, sono quelle del mercato, animatissimo, coloratissimo, dai tanti prodotti in mostra, tutti invitanti. La scenografia è resa ancora più suggestiva dalle musiche e dalle danze in piazza. Colori, suoni, aromi, come quelli delle “ banane fritte”, servite con il miele. Il tutto è condito da tanta allegria e semplicità.

Fuori dalla città cambia il paesaggio ma non lo spirito. Tra le balze rosse, maculate dal verde della macchia, il fuoristrada arranca verso i villaggi delle fiere tribù dei Meo o dei Karen.

L’urbanistica è quella della rete di semplici capanne davanti alle quali si respira un’atmosfera di povertà dignitosa. C’è gente che lavora, intreccia foglie e lavora canne di bambù. Le donne, nel variopinto e ricco abito tradizionale, stanno davanti agli antichi telai e creano tessuti colorati. Qui tutti sono artisti, ispirati da una luce che illumina soprattutto le anime.

La strada che unisce Chiang Mai a Chiang Rai è una lunga striscia che diventa color argento sotto i caldi riflessi del sole, è il fiume Koc, grande affluente del Mekong. Qui siamo a pochi chilometri dai confini con la Birmania e il Laos e si respira l’aria delle zone di frontiera. Mentre la piroga scivola dolce sulle acque, sulle rive c’è tutto il fervore di mercanti e viaggiatori.

L’impressione è quella di essere tornati indietro, all’epoca del grande viaggiatore Marco Polo.

Poi la superficie si increspa, tra le rocce si formano ghirigori spumeggianti: ci sono le rapide, ma non fanno paura perché la sicura mano del “traghettatore” sul timone è sicura e riesce a superare i punti difficili con incredibile bravura lasciando al viaggiatore la meravigliosa esperienza di avere vissuto un’avventura fuori dal comune. Da Chiang Rai al confine con la Birmania ci sono solo pochi chilometri di strada punteggiata da palmizi e spettacolari templi buddisti.

Phuket, mare cristallino e spiagge bianchissime.

La calda brezza dei tropici accarezza gli alti palmizi e il fruscio fa da sottofondo al melodioso cinguettare degli uccelli mentre una lieve risacca del mare colore smeraldo accarezza chi si avventura in questo angolo di terra. Siamo a Phuket, frammento di natura, spesso ancora allo stato puro, incastonato in un mare stupendamente trasparente, magico luogo perché può dare corpo ai sogni e far galoppare la fantasia.

Quest’ isola della Thailandia va bene per tutti i gusti: offre divertimenti, musica, gastronomia, shopping a chi si immerge tra le fantastiche luci delle strade di Patong, ma riserva angoli di sogno a quanti cercano momenti di rifugio nelle sue baie piene di fascino, nelle isolette che, come una collana di perle preziose, la circondano.

E’ difficile resistere al fascino di questi luoghi: poesia e magia di odori e colori, sensazioni romantiche e voglia di avventura si intrecciano fino a formare una fantastica miscela di fantasia e realtà. Un esempio? La spiaggia della baia di Katha, dove uno splendido e funzionale albergo convive con casette di pescatori e lindi ristoranti dove trionfano gustosi e, soprattutto, economicissimi piatti a base di pesce fresco.

Tutto il resto è natura allo stato puro. La scenografia può essere indifferentemente quella uscita dalla fervida fantasia della penna di Salgari con le sue storie di pirati e di tigri malesiane, oppure l’altra, altrettanto avvincente, di grandi passioni, sbocciate dalle pagine di un romantico narratore di amorose storie.

Phuket riesce ad offrire molto a chi cerca rifugio nella fantasia. La baia di Katha Beach è chiusa da un’isoletta deserta, una piccola collina verde circondata dal mare color smeraldo.

Dalla punta meridionale della baia è possibile raggiungerla nuotando in un’acqua sempre trasparente, calma e calda. Non ha dunque misteri per chi vuole avventurarsi nei suoi meandri.

Eppure la sua presenza evoca strane sensazioni: quelle di trovarsi nel rifugio di antichi pirati o nei nascondigli di romantici amanti. Sulla costa la candidissima sabbia crea un contrasto di colori con il verde delle palme tropicali, delle siepi di mangrovie e della bellezza delle piante rampicanti i cui fiori sono un tripudio di colori. Il paesaggio vario alimenta il piacere della scoperta, E’ come se gli occhi trasmettessero a tutto il resto del corpo un senso di felicità e di ritorno alle origini.

Andando verso sud si può scoprire cosa nasconde la verde collina che scende a strapiombo sul mare. La gradevolezza della passeggiata sulla battigia, addolcita dalla calda carezza della risacca marina, diventa un’eccitante sorpresa quando si scopre che in fondo alla baia di Katha c’è un angolo mozzafiato formato da un fiume che si confonde con il mare, formando una verde laguna.

Sull’acqua dondolano placidamente piroghe di altri tempi, le cui esili prue sono cinte da coloratissimi veli e profumate ghirlande di fiori, espressione della devozione dei pescatori. E per dare il tocco finale al quadro che rappresenta un paesaggio paradisiaco c’è anche un rosso ponticello sormontato da una slanciata cupola che assomma tutti gli aspetti più affascinanti della raffinata cultura tailandese.

Avventurandosi invece sulla parte opposta della baia, tra le rocce modellate dal mare, c’è il piacere di scoprire la natura dei fondali, il movimento dei variopinti abitanti degli anfratti, la fuga verso il largo dei pesci quando la marea sta per calare. E poi arriva l’ora del tramonto.

Quando l’orizzonte diventa infuocato, il cielo assume mille tonalità che vanno dall’arancione, che ricorda quello degli abiti dei monaci buddisti, per arrivare al rosa, fino a raggiungere il colore indaco, quello che avvisa che termina un giorno ed inizia una notte… Muore il giorno sulla baia ma la notte porta una nuova ventata di fascino su questa terra senza tempo.

Cambia la scenografia, ma non per questo è meno affascinante. C’è la bianca luna che si riflette con i suoi argentei raggi nel mare cristallino, ma non più trasparente perché è buio, mentre dalla vicina giungla giungono le “voci” degli animali notturni.

E’ facile lasciarsi prendere dall’emozione dei galoppanti sentimenti, cullarsi sulle ali della fantasia: qui tutto è magia e poesia. Per chi vuole, qui ci si può disintossicare e dimenticare la civiltà del consumismo occidentale e rigenerare il corpo e lo spirito.

Ma c’è anche un altro aspetto da non trascurare: quello gastronomico. Qui pesci pregiati e aragoste sono piatti comuni, alla portata di tutte le tasche.

E poi la cucina thailandese è la sublimazione delle ghiottonerie. A cominciare delle squisitissime “banane fritte” servite con miele e gelato di cioccolato, vaniglia o cocco. E poi la realtà allegra e spensierata di ogni luogo di vacanza che si rispetti è sempre a portata di mano, tra le musiche e gli odori del giardino dell’albergo, oppure fuori negli animatissimi mercati notturni dove di trova di tutto, soprattutto la felicità di una vacanza non solo simpatica e allegra, ma anche sicuramente diversa.

Perché qui si riscopre il piacere di sognare ad occhi aperti, anche se sei già dentro un sogno!

Liliana Comandè

Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia
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