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Intellettuali contro burini in "Ferie d'Agosto"

21 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ferie d'agosto (Italia - Commedia - 1996).

Regia di: Paolo Virzì. Aiuto regista: Gianluca Greco. Soggetto: Palo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Fotografia: Paolo Carnera. Montaggio: Cecilia Zanuso. Casting: Fabiola Banzi e Beatrice Kruger. Costumi: Claudio Cordaro. Scenografia: Sonia Peng. Suono in presa diretta: Mario Iaquone. Musica: Battista Lena. Organizzazione: Mario D'Alessio. Produzione: Mario e Rita Cecchi Gori. Interpreti: Silvio Orlando (Sandro Molino), Sabrina Ferilli (Marisa), Ennio Fantastichini (Ruggero Mazzalupi), Laura Morante (Cecilia Sarcoli), Antonella Ponziani (Francesca), Piero Natoli (Marcello), Paola Tiziana Cruciani (Luciana Mazzalupi), Gigio Alberti (Roberto), Silvio Vannucci (Mauro Santucci), Rocco Papaleo (Brigadiere), Raffaella Lebborani (Betta), Claudia Della Seta (Graziella), Agnese Claisse (Martina), Vanessa Martini (Sabrina Mazzalupi), Emiliano Bianchi (Ivan), Evelina Gori (Signora Gina), Daniele Barchesi (Fabio), Davide Clementi (Massimo), Teresa Saponangelo (Irene Vitiello), Mario Scarpetta (Rosario Vitiello) e Oumar Ba (Tewill).

Ferie d'agosto è una commedia all'italiana in puro stile Virzì che dopo l'epopea operaia di Piombino si cimenta in un lavoro a più ampio respiro per mostrare vizi e difetti di due modi di essere italiano. L'intellettuale colto e raffinato, elitario, di sinistra è ben rappresentato da Silvio Orlando (Sandro) con una mimica facciale unica e un'interpretazione perfetta. Il qualunquista un po' di destra ma sostanzialmente burino e menefreghista è ben teorizzato nelle fattezze di Ennio Fantastichini (Ruggero) che dà vita a una maschera di rara efficacia. Intorno ai due protagonisti emblematici della vicenda ruota una corte di attori ben gestiti da Virzì e inseriti nei due opposti schieramenti. Più che parlare di scontro epocale tra sinistra e destra come hanno fatto in molti parlerei di lotta tra intellettuali e burini, tra vacanzieri stile Capalbio e stile Ladispoli, tra persone impegnate e qualunquisti. La politicizzazione della pellicola fu una conseguenza dello scontro elettorale in atto nel 1996 e molta stampa quotidiana si gettò a pesce sul piatto prelibato offerto dal regista.

L'azione si svolge sull'isola di Ventotene in pieno mese di agosto. Siamo in un vero paradiso naturale un tempo meta esclusiva di turismo raffinato, adesso purtroppo (dal punto di vista di Sandro) alla portata anche dei burini che l'hanno scoperta, la invadono e la deturpano con un modo volgare di fare vacanza.

La pellicola ha inizio con la banda che sfila per le strette vie del paese e Sandro rincorre la compagna Cecilia mentre tiene per mano Martina, la figlia della donna che lo tratta come se fosse suo padre. Sandro viene subito presentato dal regista come un intellettuale morettiano che corregge il modo di parlare di Cecilia e indica la maniera giusta per esprimersi. "Un'insalata non può essere simpatica", dice. Pare di sentire Michele Apicella quando esclama: "Ma come parli!". Nessuno meglio di Silvio Orlando avrebbe potuto indossare quella maschera, lui che è stato compagno di tanti film di Nanni Moretti e che incarna più di ogni altro la figura dell'intellettuale di sinistra incorruttibile e puro, anche se un po' deluso dalla piega che ha preso il mondo. Di sicuro Sandro sarebbe un ottimo amico di Michele Apicella. Pure Laura Morante è un'ottima attrice di scuola morettiana e incarna a dovere il personaggio della bella Cecilia, donna sola e innamorata con una figlia a carico che cerca un solido riparo alle tempeste della vita. Pare averlo trovato in Sandro e adesso ha tanta paura di perderlo perché sull'isola è arrivata anche Francesca, una giovane ragazza che un tempo ha avuto una storia finita male con Sandro. Nel gruppo degli intellettuali c'è anche Mauro, il vero padre di Martina (ma lei non lo considera), un immaturo che suona la chitarra ed è buon amico di Sandro. Roberto fa parte pure lui della squadra di vacanzieri, è un rubacuori a caccia di donne e un incredibile contaballe. Ci sono anche Betta e Graziella, due amiche lesbiche, pure se una di loro ha messo al mondo un figlio che sa tutto della relazione. Il figlio è Ivan, un ragazzino cannarolo che con le sue battute sembra la coscienza di una sinistra che ha commesso troppi errori.

A guastare le vacanze di questo gruppo di intellettuali che vive sull'isola senza televisione, priva di corrente elettrica, in modo naturale, arriva una famiglia del tutto diversa. Si tratta di due romani un po' rozzi coniugati con due sorelle che di mestiere fanno rispettivamente il venditore d'armi e il profumiere.

Ruggero è il più rude dei due, il carattere dominante, il burino puro che disprezza cultura e natura, che vive solo per il denaro e per fare il comodo proprio. Quel che caratterizza il personaggio è l'assoluto disprezzo per gli altri, il modo di trattare le persone come fossero oggetti. Ruggero ha sposato Luciana ma ha un debole per la sorella Marisa che invece è andata in sposa Marcello, la seconda figura maschile. Marcello è un debole, il suo matrimonio con Marisa sta andando a rotoli, si è riempito di debiti con il cognato che glielo rinfaccia in continuazione ed è succube del parente. Marisa è la bella Sabrina Ferilli, che dopo l'ottima interpretazione fornita ne La bella vita cerca di bissare il successo con un personaggio meno drammatico ma in ogni caso ben riuscito. Marisa è pure lei una burina superficiale, stufa del matrimonio, piena di manie di grandezza e di sogni per il futuro, pensa alla sua profumeria e sogna di diventare ricca. Marcello e Marisa hanno un figlio (Fabio) ma nonostante tutto non sono felici. Ruggero e Luciana, invece, hanno due figli: Sabrina, che passa il tempo a sognare davanti alla televisione, e Massimo che è più piccolo. Completa il quadro la nonna Gina che all'arrivo sull'isola viene caricata sul cassone di un motocarro insieme alle valige.

Per ironia della sorte i due gruppi sono vicini di casa e subito cominciano i litigi e i battibecchi, sin dal momento in cui Marcello e Ruggero montano l'antenna per la televisione.

"Noi non ce l'abbiamo", dice Sandro.

"Mi dispiace", risponde Ruggero, "potete venire da noi se c'è qualche programma che vi interessa".

La televisione da una parte è vista come un elettrodomestico irrinunciabile e la sua mancanza come qualcosa di terribile. Ruggero pronuncia quel "Mi dispiace" con la morte nel cuore, come per dire: "Poveracci, neppure la televisione…", senza capire che invece per gli altri l'assenza dell'apparecchio è una libera scelta.

Marisa appena arrivata mostra tutta la sua burinaggine: ""Ho già capito che qui è 'na rottura de' cojoni". Lei avrebbe preferito un posto con più vita, meno naturale ma con più attrazioni, un posto stile riviera adriatica, una Rimini con Acquapark incluso nel prezzo. Ventotene è fuori dalla sua portata. E così questi burini cominciano a combinarne di tutti i colori: navigano con il motore acceso sotto costa, gettano rifiuti in mare, fanno rumore. Al tempo stesso non tollerano i vicini intellettuali che la notte passano il tempo a cantare musica impegnata. Il solo che ama la musica è Marcell, ma ben altro genere: Fred Bongusto, Califano, gli stornelli in romanesco e le canzoni di Edorado Vianello. Una sera cerca di unirsi al gruppo e viene deriso da tutti.

In questo quadro si dipanano le storie parallele dei protagonisti legate da un filo conduttore molto esile costituito dai continui scontri tra i due gruppi di vacanzieri. Il film è una commedia all'italiana classica, strutturata come un romanzo che pone la storia e la sceneggiatura al centro di tutto. Virzì è regista che ama i soggetti articolati e ironici che non rifuggono dall'impegno sociale. Ferie d'agosto è un film corale con tanti personaggi che rappresentano ognuno una sottotrama che si sviluppa autonomamente senza mai perdere di vista il filo conduttore della storia. Tra le tante storie del film c'è pure l'amore adolescenziale di Ivan e Sabrina che finiscono per baciarsi ma lui si dimostra traditore e subito dopo va con un'altra. Sabrina alla fine grida tutta la sua disperazione per un amore finito male ma che non poteva durare.

Toccante è pure la narrazione di Francesca che racconta a Martina come fosse una fiaba il suo amore per Sandro. I due si ritrovano, parlano, si abbracciano, ma comprendono che non è più tempo per il loro amore. Sandro finisce di nuovo con Cecilia che tra l'altro aspetta un figlio da lui. Roberto racconta a tutte le donne che trova le bugie più assurde, come quella di essere stato a Cuba e di aver conosciuto Fidel Castro. Roberto riesce pure a farsi Marisa una sera che Marcello si è lasciato andare alla vecchia passione per il canto. Marcello resta tutta la notte a parlare con Francesca e le fa mille confidenze. Alla fine però Marisa e Marcello restano insieme, delusi l'uno dell'altra, soli e senza dialogo, ma insieme. Per loro non è possibile un salto nel vuoto.

Il film è una commedia di personaggi e tra tutti un posto particolare lo merita un perfetto brigadiere scansafatiche come Rocco Papaleo, chiamato a indagare su una brutta storia di fucilate contro Tewill, un extracomunitario che Ruggero ha preso di mira. Il brigadiere soffre il caldo e guarda con interesse tutte le donne dell'isola, vorrebbe solo che i turisti non gli procurassero guai.

Da citare alcune battute di Ivan che segnano il dibattito politico contemporaneo. "Siete elitari", dice il ragazzino. "Non ha più senso parlare di destra e di sinistra", rincara. "State lasciando alla destra il terreno delle libertà", conclude quando Sandro vorrebbe che smettesse di farsi le canne. E poi è notevole il dialogo tra Ruggero e Sandro, le due anime contro di tutto il film. Forse un po' scolastico e intriso di luoghi comuni, ma è vero che certe persone ragionano così quando si trovano a discutere. Ed è difficile far parlare di qualcosa un qualunquista e un intellettuale. Sono due mondi troppo distanti.

Sandro apostrofa Ruggero come "un violento, fascista, cacciatore di gabbiani e di extracomunitari". Ruggero vorrebbe solo mettersi d'accordo, Sandro gli dà del mafioso e dice: "Questo è quello che state facendo voi a questo paese, voi che guardate solo la televisione". Ruggero ribatte: "Voi intellettuali non ce state a capì più gnente…".

Sandro è il comunista puro e integerrimo, l'idealista romantico e sognatore. Ruggero è il praticone zotico, l'ultima cosa che può aver letto è davvero il libretto di istruzioni del suo cellulare.

Una parte davvero suggestiva è la caduta delle stelle per San Lorenzo dove ognuno dei personaggi sogna quello che non ha e che vorrebbe dalla sua vita. Nessuno è contento della sua sorte. Roberto desidera una famiglia normale e una donna sola, Irene un futuro da velina, il brigadiere vuole una donna, l'extracomunitario la casa e così via. Conclude Sandro che "troppi desideri è come non averne nessuno".

Il personaggio di Marcello, interpretato da un ottimo Piero Natoli, fa tenerezza, è un povero ignorante che confonde Bertrand Russell con Renato Rascel ma è pure un uomo dall'animo puro e buono. Lui è legato mani e piedi al cognato, gli deve cinquanta milioni, la causa delle sue disgrazie è l'aver sposato Marisa che l'ha imbarcato nell'avventura di aprire una profumeria. Marcello avrebbe voluto fare il cantante e suonare la batteria.

Il film termina con la fine delle vacanze d'agosto. Il senegalese viene spedito nella sua terra con il foglio di via, Marcello e Marisa fanno rientro a casa, gli intellettuali pure. Sabrina minaccia il suicidio e fa spaventare Ruggero al punto di farlo sembrare più umano in un lieto fine che lo riscatta agli occhi dello spettatore.

"Stronzo, io ti amo", grida Sabrina verso il traghetto che si porta via Ivan, il suo amore per un giorno. Le ferie d'agosto sono finite.

Ferie d'agosto è pure un film sul fallimento dei maschi. Se ci fate caso non c'è un personaggio maschile del tutto positivo. Gli uomini di Virzì sono malati di infantilismo e non sanno prendersi le loro responsabilità di padri e di mariti. Sono tutti personaggi pronti a sfidarsi come tanti galletti che sparano giudizi ma di fatto sono incapaci di essere uomini veri. Le donne al tempo stesso non ci fanno una figura migliore. Sono femmine sconfitte che non riescono a essere madri e si lasciano trascinare da una vita che non comprendono. Forse l'unico personaggio positivo è Sandro, il solo che sa fare il padre e che si occupa di Martina come mai nessuno ha fatto. E il lieto fine assicura che il figlio di Cecilia e Sandro sarà fortunato perché crescerà in una vera famiglia. Sandro è un frustrato per vocazione ma ha il merito di saper fare il padre. Ruggero è un padre di famiglia vecchio stampo, di quelli che non dialogano con il figlio se non per rimproverarlo e che si tengono stretti la figlia nel momento in cui sentono che potrebbero perderla per sempre.

Da notare che la sigla finale di Ferie d'agosto è cantata da Rocco Papaleo ed è la napoletana "Chelle ca vulesse" scritta dallo stesso Papaleo in coppia con il compositore Di Lena. Il film è un contenitore musicale interessante e - al di là di una colonna sonora ben realizzata - fanno capolino motivetti alla moda come: "Tarzan boy" (Bassi - Huckett), "Tu sei l'unica donna per me" (Sorrenti - Kipnerr), "Centro di gravità permanente" (Battiato - Pio), Mueve el cuerpo" (Borillo - Franchetti - Ponte). "Un'estate al mare" (Battiato - Pio), Matilda (Span), "Maké Mana" (Barolero - Riomino).

Ferie d'agosto è un film - romanzo, una commedia dolce e amara da vedere e da rivedere. Per capire chi siamo, quello che siamo diventati e per riflettere sui nostri difetti con il sorriso sulle labbra.

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L'ipocondriaca

20 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Ne ha saltato uno.”
“Eh?”
“Ne ha saltato uno, ti dico.”
“Ma uno cosa?”
“Un battito, per la miseria! Se ti occupassi di me, Ennio, se mi guardassi ogni tanto, sapresti che mi stavo misurando le pulsazioni cardiache.”
“Lo fai almeno dieci volte il giorno, Elena, e poi sono le due di notte. In ogni modo, fammi sentire…” Ennio allunga un braccio verso l’abat jour e accende la luce. Con l’altra mano, prende delicatamente il polso di sua moglie e comincia a contare fissando l’orologio.”
“Mi sembrano regolari.”
“No! Ne salta uno ogni tre! Ti rifiuti sempre di vedere i problemi. Te l’ho spiegato che sono giorni che ho un dolore, qui a sinistra. E’ proprio come hanno detto alla televisione. Ci sono certe vene che ti si possono rompere da un momento all’altro e la mia deve essere vicina. Ecco, vedi, non respiro, soffoco!”
“Calmati, Elena, non è niente. Vedrai, appena smetti di agitarti, ti passa tutto. Ieri piangevi per la vescica e dopo dieci minuti hai fatto pipì ed è tornato tutto a posto. Ti preparo una camomilla, va bene?”
“Mettici tre cucchiaini di zucchero. Mi sento così strana, Ennio. Deve essere colpa delle supposte che mi ha dato il dottor Collecchi. Sul bugiardino c’è scritto che possono provocare aritmie.”
“E tu i bugiardini non li leggere!”
“Fossi matta! Così ci resto secca!”

Prima di andare in cucina a preparare la camomilla per Elena, Ennio si ferma in bagno a sciacquarsi il viso accaldato e gli occhi lustri.
Quando rientra in camera, Elena si è assopita con la luce accesa, la testa reclinata, il respiro regolare e tranquillo. Ennio posa il vassoio sul comodino, accanto ad un fascio di riviste mediche, e rimane a guardare sua moglie in silenzio. Sta per dirle quanto bene le vuole, ma il cucchiaino scivola e sbatte sul pavimento.
“Mi dispiace, ti ho svegliata.”
“Hai messo lo zucchero, Ennio?”
Lui annuisce, non dice niente per colpa del groppo che gli chiude la gola. Torna a letto, si stende accanto a lei, spegne la luce. Prima o poi dovrà dirle la verità.
Lei però si accoccola nell’incavo del suo braccio bollente e si riaddormenta subito, mentre lui rimane sveglio a fissare il soffitto, buio come il coperchio di una bara.
*******

“Mi creda, dottor Collecchi, ho avuto una notte terribile, il cuore sembrava impazzito e mi sentivo una morsa sul petto, ecco, proprio in questo punto…”
“Signora Malagodi, visto che è qui, sarebbe opportuno che io le parlassi, ciò che devo dirle mi è infinitamente gravoso, ma è giusto che lei sappia...”
“Allora è vero, sono cardiopatica! Ed Ennio sempre a negare, a darmi dell’ipocondriaca! Pensa solo a se stesso, gli uomini sono tutti egoisti…”
“Signora Malagodi, non …”
“Lo so, dottore, lo so, sta per dirmi che l’elettrocardiogramma è sballato…”
“Signora Malagodi … avrà notato che suo marito non è più lo stesso da qualche tempo…”
Ennio? Cosa c’entra, adesso? Anzi, perché non è qui a confortarmi, a tenermi la mano?
“… è pallido…”
Pallido?
“… la sua massa muscolare si è atrofizzata…”

Uscendo dallo studio del dottore, l’unica cosa che Elena ha capito, è che Ennio sa da tre mesi di dover morire.
Non le ha detto niente, povero Ennio, si è tenuto dentro il dolore e la paura, senza dividerla con lei. Anche questa mattina, salutandola sulla porta, le ha dato un bacio, mormorando: “Io vado, Elena, ma, mi raccomando, tu non ti agitare, stai serena.”
Povero, povero Ennio.
(Uhm… E se il bacio era contagioso?)

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SAZIA DI LUCE poesie di ADRIANA PEDICINI (ed. IL FOGLIO)

19 Ottobre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Nota dell’autrice

La prima sezione della silloge di poesie che hanno sottolineato e accompagnato il mio cammino in un momento difficile, intrecciandosi con scenari sociali di tristezza e disperazione, si apre e si conclude secondo una struttura ad anello con un dato olfattivo metaforico che, spontaneamente sgorgato dall’animo, ha alla fine evidenziato il sorgere della speranza nell’arco di tempo che separa le prime poesie dalle ultime.

Senso di disfacimento, di sconfitta, di nostalgia, il senso del tempo che non ritorna alberga nelle prime poesie dove mal si cela il timore dell’ignoto, della vicenda umana post mortem; la poesia “Profumo di Natale” è invece la cesura che comporta la rinascita, se non fisica, almeno spirituale che ogni evento nuovo favorisce o determina quando nuovamente si ripete carico di valore simbolico.

Se non fosse così persi sarebbero per sempre i nostri passi.

Pertanto, nella seconda sezione della silloge, il poetare trae alimento da un più fiducioso rapporto con la vita e con la natura tutta nelle varie manifestazioni; soprattutto esso è frutto della convinzione serena e consapevole che il male come il bene fanno parte della vita umana: il male anche inteso come dolore sofferenza e infine morte.

La sofferenza può essere l’inizio di un cammino nel Profondo di noi, speculare al cammino verso il Cielo, verso il livello più alto dell’umano, dove l’elemento estetico, etico, e religioso si compenetrano e si condizionano reciprocamente. Si conquisteranno allora definitivamente il Bene e il Bello, testimoniare i quali nella vita e con la vita sarà un atto di autentica Fede.

contatti per l'acquisto del libro (costo 10 euro)

adripedi@virgilio.it

Prefazione di Giuseppe Possa

Con questa feconda e sofferta raccolta lirica, Adriana Pedicini è giunta nei più remoti fondali della propria anima, per esorcizzare la disperazione che sorge nei momenti di triste sconforto, quando l’esistenza pare minata da un destino crudele: <<Oggi è paura/ il nodo che stringe la gola/ svelle le radici dei sogni/ tinge di nero la prossima alba>>.

La poetessa, però, con quella ricchezza d’aneliti che aspira al sublime, nei suoi versi armoniosi, intensi e commoventi, non si abbandona a un discorso consolatorio; si affida, invece, a una superiore speranza che la volontà o la fede spesso possono realizzare: <<Se mi abbandono a te/ la mia certezza è salda>>.

Di primo acchito, le sue liriche rievocano un mondo intimo e privato, di “silenzi inquieti” (<<…mentre sulle orme della sera/ già plana l’angoscia>>), ma a una più attenta e coinvolgente lettura ci si trova immersi in un’energia luminosa che è “afflato universale” dello spirito umano, desideroso di risorgere dagli abissi, che non rinuncia a lottare e che con grande caparbietà sa scorgere sempre uno spiraglio di luce, pure nello sconforto: <<Godo la pace/ di questo momento/ che sa d’infinito>>.

Si può, quindi, affermare che Adriana ha fatto della poesia un poderoso strumento d’analisi del mondo interiore, dei pensieri e dei sentimenti che albergano nel cuore degli uomini: un diario vero e sincero dell’animo puro di chi crede nei valori della vita e nel ricordo di un passato che non si vuole dimenticare: <<Sono qui/ attendo/ l’ultimo vagone/ da sola/ con i miei ricordi/ e una speranza>>.

A gettarla nella disperazione sono il pensiero della malattia, della consunzione e della morte (che definiscono la poetica della prima parte del volume), “mostri” che improvvisamente le si parano davanti, mentre lei si sente ancora dentro la forza e l’entusiasmo di donarsi a coloro che le stanno accanto “nel nido sicuro d’amore”: <<Non vorrei che la mano/ del destino/ assetata arpia/ mi trascinasse via/ mentre spuma di rabbia/ m’illividisce il volto>>. La realtà, in quei terribili momenti, è filtrata attraverso una lente mutata (spuntano “le polveri sottili della paura” ), fa vacillare le certezze e mette a nudo, tra l’essere e il nulla, la fragilità che accomuna tutti i viventi: <<L’anima/ affonda in sonno/ senza sogni>>, poiché si resta soli - quando si finisce “crocifissi al proprio dolore” - ad affrontare il personale destino.

A questi versi che si concretizzano con parole sovente angoscianti, colme di suggestioni e pervase da un’emotività struggente, fanno eco la passione e il desiderio, in “lampi di serene giornate”, di poter ancora amare: <<Cuore mio risorgi/ tra i chiarori di albe/ profumate di tiglio/ in questa calda estate,/ riposa all’ombra d’Amore/ senz’ombre>>.

I suadenti, armoniosi, componimenti della poetessa si snodano senza schemi prestabiliti, dando vita anche ad strazianti messaggi, scaturiti dalla propria etica interiore e da un pathos genuino, sofferente, contemplativo: <<Si attende nuovo vento/ a sparigliare/ i frustoli del male/ perché l’alba riapra/ nuova via/ a questa danza di stelle/ sulla mia malinconia>>.

Non manca <<la domanda estrema/ che fu anche la prima/ Chi siamo?>> e non mancano neppure ansiosi interrogativi (<<Dove riparerà/ l’alito divino che fu mio/ che plasmò/ il fango in anima vivente?>>) che la poetessa si pone, colta da dubbi, angosce e aspettative, pullulanti in un crogiuolo di desideri e di sogni, ora terreni ora trascendenti; quindi, conclude: <<Oggi/ ti sento/ Signore/ a me vicino/ Sei l’aria/ che respiro/ l’orizzonte/ che mi attrae/ questo cielo/ che mi abbraccia>>.

Sconfitta “la nuvola nera”, la rinascita porta l’autrice (nella seconda parte del libro) su un nuovo percorso esistenziale, in cui è ancora possibile lasciarsi affascinare dall’intima essenza della vita e del suo mistero: <<E sarà suono di violini/ nell’anima,/ fiori di pesco/ sui rami/ volo di rondini/ in cielo./ Semplicemente/ sarà/ nuova vita>>.

A questo punto le ritorna anche l’enfasi della voce che “canta” i colori della natura (<<Sono qui/ in attesa/ del profumo dei mandorli/ in fiore/ del volo garrulo/ della rondine intorno allo stagno/ del battito d’ali/ di bianche colombe/ sul ramo d’ulivo>>) e la felicità di poter continuare a vivere con chi che le sta vicino <<dove ha ancora senso/ essere uomini insieme>>. Ora, finalmente, ha di nuovo la forza per affrontare i problemi quotidiani o d’impegno sociale, come quelli di grande respiro che riguardano i bambini <<umiliati/ traditi/ violentati/ affamati/ malati/ sono tanti i bimbi infelici>> o <<i nodi stretti e violenti/ di guerre e soprusi>>.

Le illuminazioni liriche di Adriana Pedicini sono “pane spezzato di condivisione” col lettore, emozioni raffinate, semi per profonde riflessioni, in particolare quando passa da uno stato angoscioso alla fatica della speranza (<<Ho temuto/ il cedimento,/ le lacrime come pioggia/ di primavera/ mi hanno resa/ nuova>>) e, infine, alla gioia perché <<una gemma di vita e/ di speranza/ ha baluginato/ tra le ombre/ incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie/ ascose del tuo amore>>.

Concludo con un giudizio critico, sebbene diventi superfluo, perché i giudizi tendono a dare ordine e significato a un’opera che, come questa, a mio avviso, non vuole essere incasellata o spiegata, ma desidera presentarsi nella sua peculiarità e nel suo forte impatto emotivo, nella sua tensione intima, rogo continuo di riflessioni e sentimenti.

Tuttavia, la tecnica espressiva propria di Adriana Pedicini (compatta e riconoscibile nella sua individualità che ha affinato negli anni) è appropriata ai temi trattati, omogenea e ricca di spunti non solo meditativi ma pure estetici, con grande sensibilità della parola incanalata nelle sue declinazioni testimoniali e timbriche. Inoltre, forma e contenuto si coniugano in modo esemplare per la limpidezza del dettato e per il fremito, o ritmo del cuore, che ne percorre i versi compiutamente riusciti.

Chioserei sostenendo che la poetessa, ha trovato liricamente, nella sua dolorosa e sofferta esperienza, il giusto equilibrio tra la disperazione dell’essere umano, messo di fronte alla vita e alla morte, che serenamente accetta, ma non si rassegna a lasciarsi sopraffare dal male, e la felicità di ritrovarsi risanato, nel corpo e nella mente, per affrontare l’esistenza con rinnovato spirito e con un diverso ottimismo universale.

Giuseppe Possa

Finalità del libro

Raccogliere fondi per l'Associazione Komen Italia per la lotta ai tumori al seno (sede operativa nazionale via Venanzio Fortunato 55, 00136 Roma; sede legale largo Agostino Gemelli 8, 00168 Roma. www.komen.it

SAZIA DI LUCE poesie di ADRIANA PEDICINI (ed. IL FOGLIO)
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Marco Milone, "Dove va il mondo"

18 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Dove va il mondo

Marco Milone

“Dove va il mondo” di Marco Milone è una raccolta di dodici brevi liriche scaricabili gratuitamente.

Non si esce da una visione solipsistica del mondo, registrato, valutato, ricreato da un punto di vista soggettivo. L’autore scava dentro di sé, fra “questioni irrisolte”, dipingendo le “tele delle incertezze” . Prende posizioni mediane su ciò che vede, sta in disparte, sceglie il compromesso, la “contesa leale”.

“Numerare i ponti, tagliarne

una parte. Decidere

dove stare ottimamente”

“La gente è sempre quella. Immobile

duole vederla. Solo chi sta in disparte. La vita

è lotta, è aggressività, è contesa

leale. Il metodo

è sempre il confronto”

Dopo il diluvio c’è sempre una rinascita e “si ricomincia a vivere"ma la vita è breve, “il giorno fa testamento" (è subito sera, verrebbe da aggiungere.)

Nell’insieme, un tentativo onesto di ricerca linguistica non ancora maturo ma, almeno, personale e attento, una scrittura poco consolatoria che risulta stagna e troppo controllata anche se scaturisce da angosce profonde.

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“Sinistre Presenze”

17 Ottobre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #recensioni, #margareta nemo

“Sinistre Presenze”

Sinistre Presenze
AA.VV
Bietti, 2013
pp 397
20 euro

Sinistre Presenze è una raccolta di racconti horror e un tentativo di esplorare nuovi margini e possibilità per questo genere. I racconti compresi nella raccolta sono diciassette e spaziano in numerosi sottogeneri dell'horror, dal dark fantasy allo splatter, ma ciò che li accomuna tutti è la volontà dichiarata di dare vita a un horror socialmente e politicamente impegnato, che nelle speranze dei curatori potrà aprire nuove prospettive per il genere e il suo pubblico. Come essi stessi affermano nell'introduzione, l'horror è un genere che più di altri si è mostrato refrattario a una scrittura e lettura impegnata, in quanto veicolo ed espressione di paure e pulsioni subconscie, che sfuggono al piano razionale e a un legame diretto con la realtà sociale. Proprio per questo, però, offre ancora molte possibilità di sperimentazione e la prospettiva allettante di arrivare a comunicare con l'efficacia e l'impatto tipico di questo genere, anche contenuti che normalmente gli rimangono estranei.

I diciassette racconti affrontano l'impresa con una gran varietà d'approcci e con risultati molto diversi fra loro. Se in alcuni casi si arriva alla satira esplicita e quasi a una parodia del genere, o forse della società che vi viene rappresentata, in altri la trama di riferimenti evocata dagli scrittori è più complessa e di meno immediata lettura. Altri ancora, con la loro crudezza, rappresentano un attacco diretto e privo di ogni filtro a realtà molto specifiche.

Per avere un breve quadro della varietà dei racconti compresi nella raccolta, e senza nessun giudizio di valore, se ne possono mettere a confronto quattro. “Emocrazia” di Alessandro Vietti, attraverso la rappresentazione ironica e sottilmente disturbante di un'Italia in cui sale al potere un partito di vampiri, traccia una parodia efficace e trasparente della società contemporanea e dei pericoli legati a un certo modo di fare politica e subirla. Molto diverso è “L'autostrada dei cani perduti”, di Dario Tonani, una storia brevissima, estremamente cruda, che non lascia spazio ad altro che allo sgomento del lettore di fronte all'assurda mattanza cui deve assistere e ha l'effetto di uno schiaffo alla sua indifferenza. “Da sotto”, di Stefano Roffo, invece è uno dei racconti più complessi, nella struttura della narrazione e nell'evocazione di un mondo di fantasia, cupo e affascinante, che a tratti rievoca le atmosfere inquietanti di certi quadri di El Greco e va ben oltre una semplice rappresentazione filtrata della nostra realtà. Per ultimo, “Alla testa del paese” di Alessandra Daniele, una delle due autrici comprese nella raccolta, è una narrazione rapidissima, fredda, quasi sarcastica, che investe il lettore con scene dell'immaginario zombie, ma poi lo abbandona nell'incertezza più totale sulla reale entità delle vicende a cui ha avuto modo di assistere, lasciandogli l'impressione di una realtà politica degenerata, complessa e indecifrabile, che sfugge ormai al controllo dei suoi stessi artefici.

Nel complesso, al di là dell'intento programmatico, la raccolta rappresenta sicuramente una lettura appassionante per gli amanti del genere, ma anche un’esperienza interessante e godibile per chi ha poca confidenza con l’horror e vuole esplorarne le sfumature e potenzialità.

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La terza notte

16 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Premetto che di questo racconto gira in rete una versione "decostruita" e cambiata senza il mio permesso.

La luce è gialla, abbastanza forte da tenermi sveglia, non abbastanza perché certi rumori non mi facciano paura, come questa vecchia qui accanto che respira con la gola, almeno la facesse finita.
Non sto peggio, mi fa male un po’ il braccio della flebo, solo che il professore ha detto che morirò.
Tre giorni che lo so, e tre notti.
I miei suoceri si ostinano a parlare di quando Miria sarà guarita, quando Miria tornerà in ufficio, quando Miria porterà la bambina a scuola. E’ per via che dopo l’infarto al vecchio tante cose vengono risparmiate.
Luigi tre giorni fa ha pianto, poi ha detto che mi daranno la morfina quando non ce la farò più ed ha smesso di piangere. E’ sollevato, ha diviso il suo dolore con me, si è tolto un peso, lui ha sempre avuto bisogno di appoggiarsi a qualcuno.
Mia madre, lei, ha persino ripreso a rimproverarmi, “devi finire tutta la carne”, ha detto, “quanto credi di andare avanti con il gelato e basta?”
Se dormo, sogno ancora quel loculo di cemento che si chiude, allora è meglio se ora vado nel bagno. Trascino il sostegno della flebo in fondo al corridoio, mentre al piano di sopra, reparto maternità, le mamme vanno ad allattare i neonati. Cinque anni fa c’ero anch’io, con questa stessa vestaglia addosso, quando è nata la bimba.
Faccio pipì, mi sciacquo la faccia, e mi guardo allo specchio. I capelli non li ho più, la testa è come un uovo di carne. Devo ricordarmi dell’uovo di Pasqua per la bimba, Luigi magari non ci pensa, ha tante cose per la mente. L’assicurazione della macchina, il passaggio di proprietà, la casa intestata a tutti e due. “Ci vogliono soldi per morire, non sai quanti, Miria”, mi ha detto, poi si è morso le labbra.
Due infermiere grasse, appoggiate allo stipite della porta, parlano di calze autoreggenti. Mi piacerebbe comprarne un paio, se avessi ancora tempo. Piacerebbero a Luigi, me le sfilerebbe piano, come fanno al cinema, come nella scena del Laureato.
Al funerale sarò distesa sull’imbottitura col tulle che mi vela la faccia, una specie di bomboniera, come la zia Carmelina, quella a volta che siamo andati tutti giù a San Vito lo Capo, e c’era così tanta gente.
Torno nella stanza, la vecchia ora russa e muove le mani davanti al viso, come se scacciasse gli insetti, chissà che vede. Chissà cosa si vede, prima, dopo, durante.
Carrelli vengono trascinati nel corridoio, sento odore di caffè d’orzo. Suor Francesca attraversa la corsia ed apre il finestrone, fa entrare la luce.
Ce l’ho fatta, la terza notte è passata.

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Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

15 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Stefania Nardini, &quot;Alcazar - Ultimo spettacolo&quot;

Stefania Nardini

Alcazar –Ultimo spettacolo

Edizioni e/o Collezione Sabotage

Euro 16,50 – Pag. 260

La collezione Sabotage delle Edizioni e/o di Roma - che non finirò mai di ringraziare per aver tradotto in Italia il grande Pedro Juan Gutiérrez - si propone di raccogliere voci, scritture, storie di qualità per dare spazio a un narrativa senza steccati di genere ma aperta ai contenuti. La dichiarazione d’intenti è scritta da Massimo Carlotto - curatore della collana - uno che se ne intende di narrativa di genere capace di indagare il mondo circostante. Dirige il tutto Colomba Rossi, nome meno noto, ma editor competente, artefice di una collezione ricca di nomi interessanti come Massimo Maugeri (Trinacria Parck), Matteo Strukul (La ballata di Mila e Regina nera), Carlo Mazza (Lupi di fronte al mare), Piergiorgio Pulixi (Una brutta storia), Tersite Rossi (Sinistri), Eduardo Savarese (Non passare per il sangue) e Roberto Riccardi (Undercover. Niente è come sembra, Venga ancora la fine). In tempi editoriali difficili è già un merito investire sulla buona narrativa italiana, soprattutto di genere, campo nel quale la concorrenza straniera è molto dura.

Stefania Nardini è una brillante giornalista, per lungo tempo animatrice di pagine culturali (Scritture e pensieri del Corriere Nazionale), biografa di Jean-Claude Izzo (Perdisa Pop), autrice di un noir interessante come Gli scheletri di via Duomo e di Matrioska (tradotto in Ucraina), un libro sulla condizione della donna nella ex repubblica socialista. In questo nuovo romanzo la Nardini, con un scrittura lineare ma profonda, racconta un storia d’amore nata a Marsiglia, tra un contrabbandiere italiano e la bella Silvana. Siamo in pieno periodo fascista (1939), ci sono le leggi razziali, Marsiglia è italiana, una compagnia teatrale s’imbarca da Napoli per raggiungere la città di confine e portare in scena Pioggia di stelle al teatro Alcazar. Stefania Nardini ambienta la storia in due luoghi dell’anima: Napoli e Marsiglia; si documenta, racconta con dovizia di particolari l’occupazione nazista e la resistenza degli italiani, ricostruisce l’ambiente dei contrabbandieri, trafficanti di formaggio, cocaina, armi e degli sfruttatori della prostituzione. Una storia racchiusa in una cornice mirabile composta da italiani che fuggono dal fascismo e dalla miseria. Un libro per capire il nostro recente passato, imperdibile per gli appassionati di storia della seconda Guerra Mondiale e per tutti i fan di Jean-Claude Izzo.

Gordiano lupi

www.infol.it/lupi

Stefania Nardini, &quot;Alcazar - Ultimo spettacolo&quot;
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La scelta

14 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Fra non molto chiudiamo, sorella.”
La ragazza dei biglietti la fissava dalla sua nicchia, con le mani guantate. Ma il tramonto non era freddo, almeno non per lei che amava camminare nell’aria dolce e pulita. “Non si preoccupi, cara, solo un giro veloce.”
Gli ultimi visitatori si attardavano a scattare foto lungo la Via Sacra. Lei camminò senza sforzo, col mezzo tacco d’ordinanza, sui lastroni convessi e lucidati dal tempo. Negli ultimi tempi, percorreva quella strada ogni volta che aveva qualche ora libera.
Ecco i faticosi gradini e poi subito su, verso il tempio di Vesta.
Un poco ansimando, si voltò a guardare da quella posizione elevata. I rumori del traffico erano attutiti dall’isola pedonale. A sinistra l’arco, le colonne scanalate, annerite, a destra le grandi pietre collassate, su cui i turisti ancora si arrampicavano per mettersi in posa. Lontana, sullo sfondo, l’imponente mole del Colosseo.
D’impulso, appoggiò la fronte contro il marmo di una colonna. Lo sentì tiepido, come di ricordi assorbiti nelle venature porose.
Voci, uno scalpiccio di zoccoli, un clangore di ruote, di metalli.
“Licia?”
Licia sussultò, voltandosi a incontrare lo sguardo severo della superiora. “Che cosa c’è, Licia?”
Come spiegare l’uggia che teneva in petto, il desiderio di un’altra vita. “Da quanto sono qui, madre?”
“Quasi dieci anni, il tuo noviziato è al termine, presto sarai addetta al culto, lo sai.”
Licia chinò il capo, sospirando, poi sollevò di nuovo lo sguardo e lo lasciò vagare sui tetti rossi di Roma.
“Che c’è che non va?” incalzò la superiora, “non pensi ai privilegi, all’onore di servire la Dea che rappresenta la vita stessa della città? Sei una vestale, Licia, riverita e venerata da tutti. Anche i magistrati ti cedono il passo.”
“Sì, madre e, più di questo, ti confesso che amo l’idea di sentirmi parte di una comunità. Ma…”
La superiora si avvicinò, la prese per le spalle con entrambe le mani. “Il dubbio non ti è concesso, Licia. Sai cosa accade a chi tradisce. Hai visto cosa hanno fatto a Drusilla.”
Licia rabbrividì, come se l’aria si fosse improvvisamente gelata. Drusilla, la sua compagna di giochi, quando entrambe erano entrate nel tempio, all’età di sei anni. Drusilla dalla risata dolce e squillante, dal passo veloce. Drusilla era morta, murata viva dentro una tomba. Perché una vestale non la si può uccidere, deve morire da sola. Ogni sera, Licia stentava a prendere sonno, pensando a Drusilla, alla sua disperazione, a come doveva aver grattato la pietra fino a scorticarsi le mani, chiamando aiuto, chiedendo la grazia di un po’ d’acqua.
Licia si scosse, si allontanò dalla stretta della superiora. “Non ci voglio pensare, non voglio più ricordare, è troppo penoso.”
“E allora tieni duro, se non vuoi fare la stessa fine.”
Licia trasalì, fece un passo indietro. Capiva che la superiora era così dura con lei perché temeva il suo turbamento.
“Voglio solo il tuo bene, Licia”, le confermò, “pensa che hai delle radici, che appartieni a questo luogo. Guarda come è bello.”
Sì, era davvero bella la luce che riverberava sui colli infiammati dagli ultimi raggi. Le facciate imponenti dei templi parevano rifletterla, s’indoravano, si arrossavano nella dolcezza di quella serata tiepida.
“Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta. Credi che anch’io non abbia sofferto, credi che non mi siano mancate le braccia di un uomo, la mano di un bambino nella mia? Ma la nostra è una vita di rinuncia. E alla rinuncia ci si abitua, Licia. Dopo un po’, vedrai, non brucerà più.”
Licia annuì, sentendosi sconfitta e stanca, stanca come se, sulle giovani spalle, non avesse anni, ma secoli.


Riaprì gli occhi. Aveva visto e sentito cose che non avrebbe dovuto vedere, né sentire. Aveva avvertito le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo. Prese in mano il crocifisso che teneva al collo e lo baciò. “Gesù, credo che tu mi stia parlando attraverso lei.”
Suor Maria fece tutto il percorso a ritroso, fino all’uscita. Attraversò il varco a testa china, le mani in tasca, il passo frettoloso. Salì sul primo autobus che l’avrebbe riportata in Vaticano. Per tutto il tragitto ripensò a Licia, la giovane vestale. Non mise in dubbio neppure per un istante che la ragazza fosse esistita davvero. Troppo vivide le sensazioni, troppo nitidi i ricordi. In un modo inspiegabile, qualcosa o qualcuno l’aveva guidata più e più volte fino al tempio in rovina, affinché Licia potesse mettersi in contatto con lei.
E non era un caso, ma un messaggio che nostro Signore le inviava.
I dubbi, che non l’avevano mai sfiorata quando aveva pronunciato i voti molti anni addietro, all’età della giovane vestale, stavano germogliando adesso dentro di lei. Da giorni, da mesi, sempre più forti, incalzanti, dolorosi. E non poteva più negarli, lei che, al contrario di Licia, una scelta l’aveva.
Due donne, pensò, accomunate da uno stesso destino. Una giovane pagana consacrata sull’altare della rinuncia, e una suora di mezza età, preda dell’abitudine e di gesti meccanici, ormai vissuti come vuoti di senso e ripetitivi, privi di slancio autentico.
Mentre scendeva dall’autobus, pensò che, quella sera, nel chiuso della sua cella, avrebbe meditato a lungo. Avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza per guardarsi dentro, per mettersi in discussione come non aveva mai fatto, per cercare l’autenticità di vita e di fede alla quale era sempre sfuggita seguendo binari prestabiliti e forse neppure scelti da lei. E se questo significava lasciare il seno confortante della madre Chiesa, lo avrebbe fatto. Avrebbe riflettuto e pregato fino a sfinirsi, fino a spellarsi le ginocchia sul legno, per capire se ancora c’era una via d’uscita.
L’avrebbe fatto per suor Maria. E per Licia.

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Matteo Pugliares, "Imperfetto"

13 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Matteo Pugliares,  &quot;Imperfetto&quot;

Matteo Pugliares

Imperfetto

Edizioni Creativa – Pag. 85 - Euro 11

www.ilibridim

Matteo Pugliares

Imperfetto

orfeo.blogspot.it

A volte ti capitano dei libri che riesci a leggere in meno di un’ora, ma non perché vuoti e composti di storie che scorrono come acqua fresca. Non stiamo parlando di Moccia e Volo. No davvero. Sono libri che ti prendono e non ce la fai a smettere di leggere, perché impregnati di profondità, intensi e poetici. Imperfetto di Matteo Pugliares, edito da un imprenditore onesto come Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, è uno di questi. Imperfetto non è un romanzo vero e proprio, sono diciassette capitoli di riflessioni e poesie che indagano il senso della vita, domanda eterna che ogni giorno ci facciamo senza mai trovare risposta adeguata. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, canta De Andrè, l’autore segue la filosofia del cantautore, si guarda allo specchio, si aggrappa alle speranze per rimanere a galla, pensa al futuro, cerca di rendere la vita degna d’essere vissuta. Racconta la storia d’un bambino e della sua innocenza violata, vuole vivere fuori dagli schemi, dalle mode, camminando sulla strada, lontano dalle cattive abitudini, in mezzo a sogni, ideali e pensieri positivi. Fermiamoci un istante - come ci chiede più volte dalle sue pagine intense questo interessante autore siracusano, nato nel 1972 - e leggiamo uno dei racconti migliori, compreso nel capitolo dieci di Imperfetto. (Gordiano Lupi)

10

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più stronzo del reame?»

Ci sono molte cose che non mi piacciono del mio corpo.

So che mi stai ascoltando. Me lo ricordo bene che sono creatura perché è difficile lavorare sempre al buio.

Guardo ancora lo specchio e vedo il mio alone aureo e mi chiedo perché esistono gli aghi, questi bastardi che violentano la tua pelle. È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle? Eppure avete inventato tanta merda: la plastica, le centrali nucleari, i supermercati, gli allevamenti di polli.

È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle?

Allora mi rendo conto che sono felice che siete lontani da me, che la vegetazione invade quasi tutto il mio spazio vitale, che quando annaffio il mio geranio lo sento ringraziarmi perché vive grazie a me.

Mmm… forse è arrivato il momento di accorciarmi la barba.

E mi chiedo a cosa serve la mia mano. Ad accarezzare i bambini o a schiaffeggiare gli stronzi? E poi penso alle fabbriche di armi, ai centri commerciali, al caffè servito nei bicchieri di plastica. E penso ai cataloghi, ai nonni abbandonati, alle farfalle che non ci sono più.

So che mi stai ascoltando… Poi quel virus l’ho vinto. È stato come battere un nemico più forte che proprio perché sa di esserlo si perde nella sua superbia e si espone agli stratagemmi di chi ha solo la disperazione dalla sua. Ed io ho fatto così. Ho dato voce alla mia disperazione e l’ho sconfitto col pensiero. E quello l’ha smesso di attaccarmi perché il mio pensiero era un’arma che non aveva previsto. Il mio pensiero inferocito ne ha fatto poltiglia. Ripassa un’altra volta stronzo di un virus, gli ho detto.

Sento la mia energia sempre più debole e un terremoto interno che mi sta devastando, ma ho ancora il mio pensiero che mi fa da parafulmine. Rimango nell’attesa di ulteriori sviluppi.

Torno a guardarmi allo specchio e mi vedo un po’ più bello.

So che mi stai ascoltando… E allora ti chiedo perché stai a chattare quattro ore al giorno al computer di casa tua.

Il tuo sorriso non mi ha convinto, secondo me stai diventando paraplegico nel cervello. Ma scendi in strada, innamorati, abbraccia le persone. Fai ciò che io non riesco a fare. Esci di casa perfino allegro se ci riesci e poni fine a questo strazio.

Sono almeno cinque anni che non prendo la febbre. Sarà grazie ai miei piccioni del parco. Quando do loro le molliche di pane mi fanno l’inchino e tengono lontana da me la febbre. Ed io raccolgo le loro uova e le conservo. Scrivo sopra la data per vedere quanto tempo ci stanno a marcire. E poi me li sogno spesso i miei piccioni.

So che mi stai ascoltando… Forse ha ragione il mio amico Valter: è tutta colpa dei giudici, o delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Facile parlare… Opportuno parlare… Inevitabile parlare… Inevitabile, tanto quanto ci siano al mondo dei disperati e dei perfidi. Ne parleremo allora.

Forse ha ragione il mio amico Valter: gli alieni buoni non ne possono più di noi e gli alieni cattivi pensano a modificarci geneticamente in peggio. Valter dice che se non la smettiamo immediatamente, rimarremo schiacciati dai tumori dell’anima. Forse ha ragione il mio amico Valter.

Sono un po’ stanco adesso. Potrei andare a dormire sotto il letto, oppure sdraiarmi fuori, davanti alla casa, ma non sopporterei quella gente insolente che ti guarda come un pazzo solo perché dormi davanti casa tua. Che idioti! Che superficiali! Non hanno capito che il senso della vita è il sorriso di chi ti ama o le fusa del tuo gatto. E non l’ho capito nemmeno io, perché non mi ama nessuno e perché non ho un gatto.

So che mi stai ascoltando… Ma dovrai vedertela con il mio folletto protettivo che, anche se a volte mi fa i dispetti, ha giurato davanti al gran consiglio di proteggermi per sempre. È bello quando insieme ci fermiamo a guardare la luna che, come la camomilla, ha su di noi effetti diuretici e soporiferi. Sempre meglio che prendere quelle bastarde pillole rosa che mi fanno dormire e vomitare. Sempre meglio che far finta di non star male da morire. Sempre meglio che raccontare agli angeli che tu fai tutto ciò che vuole Dio. Che ne sanno loro di Dio?

Che ne sanno loro di Dio? Io lo conosco bene. Ogni tanto andiamo insieme a passeggiare sulla spiaggia, di notte, e ci fumiamo una sigaretta. Dio tossisce molto, chissà quante ne fuma.

Che ne sanno loro di Dio? Io ogni tanto lo seguo, a distanza per non farmi vedere. Ho scoperto che la sigaretta non la fuma solo con me. Va a fumarsela anche con Greta, quella che per pochi euro ti vende il suo corpo. Quando Dio va da lei, le accarezza il volto e le dice: Quanto sei bella Greta! E Greta, ogni volta, si mette a piangere, perché che è bella non glielo dice mai nessuno. Poi, Dio le asciuga le lacrime con la sua lunga barba e le offre una sigaretta. E fumano. E Greta, solo per il tempo di quella sigaretta, è felice.

Che ne sanno loro di Dio?

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My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

12 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

FILMOGRAFIA

:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)


Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 -
Pag. 335

My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.

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