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Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

20 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #teatro

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

Vita da Giornalaia
Aldo Dalla Vecchia

Vi proponiamo un’anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo.
C’è un attore al centro della scena e c’è una voce fuori campo che pone delle domande. Quello che potrebbe essere un lungo monologo si trasforma in un’intervista, dove il ruolo dell’intervistato e dell’intervistatore si scambiano. A subire un fuoco di domande, infatti, è colui che per abitudine, per professione, per competenza, di solito le ha sempre fatte: lo scrittore, giornalista e autore televisivo Aldo Dalla Vecchia.
Aldo racconta la sua gavetta di figlio d’industriale che ha sempre amato la parola scritta più dell’azienda di papà. Fin da piccolo ha avuto nel sangue il desiderio di diventare giornalista. Lasciato Chiampo, piccolo paese del vicentino, per Milano – città della quale s’innamorerà al punto da piangere di gioia ritornandovi dopo un “brutto” soggiorno romano – Aldo comincia un iter fatto di telefonate in tutte le testate. Si arma di gettoni, occupa una cabina e chiama la “spettabile redazione”. Alla fine qualcuno risponde. Da “Epoca” a “Sorrisi e Canzoni tv”, Aldo si fa strada nei giornali più importanti, dove si occupa di costume e di gossip, di musica, di spettacolo, di arte.
Ma Aldo appartiene anche a quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla tivù di stato a quella commerciale. Da una televisione ingessata, didascalica, moralista, si ritrova catapultato in un’emittente fantasmagorica e yuppi. È la nuova tv del biscione, quella dei mitici anni ottanta, dei lustrini, con tutti i chiaroscuri del caso.

Aldo viene accolto in Mediaset e ne vive forse il periodo più innovativo e brillante, quello degli esordi, del Drive in, della Milano da bere. Firma un programma che resta nella storia della televisione “Target”, partecipa a “Verissimo”, a “il Bivio” e a “Giallo Uno”.
Tutto il monologo è una scoppiettante rievocazione di tanti anni di televisione e di mille incontri, da quelli con i miti come Mike Bongiorno, a quelli con personaggi colorati e istrionici come l’amico Malgioglio, Platinette, Moira Orfei, la sensuale Alba Parietti dei tempi del glorioso sgabello. Scorrono sotto i nostri occhi tutti i big: Raffaella Carrà, Mino Reitano, i Pooh, Rita Pavone, Miguel Bosè, Amanda Lear. Il pezzo è tutta una carrellata di soubrette e soubrettine, di personaggi chiacchierati, come Nina Moric e Fabrizio Corona, ma anche di contatti professionali importanti, di maestri del giornalismo e della televisione come Maurizio Costanzo.
Il tono è disteso, ironico, facile ma in grado di ricostruire dall’interno un mondo che tutti noi conosciamo solo superficialmente, senza renderci conto del lavoro che c’è dietro, della fatica anche fisica. Immaginiamo l’impegno, gli appostamenti in attesa del vip di turno, la difficoltà di ottenere l’esclusiva di un’intervista, il lavoro certosino che sta alla base di un programma, la dedizione e la passione di chi non conosce domeniche o feste comandate.
Si spazia attraverso tutta la storia della televisione, da “Pippi Calzelunghe” a “La Casa nella Prateria”, da “Michele Strogoff” a“Drive In”, da “Orzoway” al “GF” - autentico spartiacque fra ciò che lo ha preceduto e la grande stagione del reality – e, ancora, dalla tivù generalista ai canali digitali.
Il testo si apre in due direzioni: da una parte l’approfondimento saggistico, dall’altra la memoria. Le due componenti si fondono in una sola, cosicché l’excursus attraverso la storia della televisione è tracciato sul filo di una prepotente nostalgia personale.

La fine degli Anni Settanta segnò per noi piccoli telespettatori un passaggio epocale e uno choc assoluto ma benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5 dove ritrovai molti dei miei beniamini. Il primo è stato Mike; dopo di lui, arrivarono Loretta Goggi, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Corrado: tutti transfughi dalla Rai.”

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Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

19 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

Vincent Spasaro

Il demone sterminatore

Cronache dal fiume senza rive

Edizioni Anordest – Pag. 682 – Euro 15,90

Non c’è modo migliore per presentare Il demone sterminatore che prendere in prestito le parole dette nel corso di una recente presentazione da Eugenio Saguatti: “Non saprei come collocarlo in libreria. È un dark-gothic-horror-fantasy-epic-adventu e altro ancora. Consigliato a chi ama le robe fosche, apprezza gli sconfinamenti di genere, cerca personaggi complicati, fuori dagli stereotipi, vuole una lunga e sporca avventura. Vivamente sconsigliato a chi pensa: il fantasy è per ragazzini, non somiglia per niente a Tolkien, che palle, non ci sono elfi, il fantastico italiano non produrrà mai niente di valido ed esportabile”.

La collana Criminal Brain di Edizioni Anordest colma un vuoto in tema di saghe fantasy per adulti con un romanzo innovativo, scritto da Spasaro, senza dubbio ispirato dalla narrativa horror - fantastica di Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti.

Tre cacciatori inseguono un pericoloso criminale che si è macchiato del più orrendo dei delitti, si muovono lungo un fiume senza rive, cercano di catturare un terribile demone sterminatore che potrebbe essere ovunque, nascosto in un mondo fatto di tranelli, dove le radici degli alberi si cibano di bambini indifesi. Un dark fantasy originale e ben scritto, con un linguaggio poetico e letterario, curato nelle descrizioni degli ambienti fantastici, come una scenografia di un film di Mario Bava, dai colori cupi e accesi tipici del gotico, ma a tratti angoscioso come un vecchio postatomico. Un esempio di stile: “Le mie terre sono monti torreggianti a meridione e un mare ghiacciato a Nord. Sono cresciuto su di un porto che puzzava di pesce di altura. Venuto su con addosso la puzza di pesce e il freddo intenso nelle ossa, e ormai ho l’impressione, a tanti anni di distanza, che me li porterò dietro finché campo, anche su questo fiume dove non si è mai visto alcun pesce”. Ogni capitolo è un canto, ogni singola storia si fonde e si concatena alle altre, senza la minima sbavatura, andando a comporre un corpus fantastico che crea un mondo infernale, apocalittico, oscuro, dove a ogni angolo si nasconde un pericolo.

Vincent Spasaro parte dalla tradizione per scrivere cose originali, omaggiando i classici. Intende il dark fantasy come il fantasy di Howard (Conan il barbaro), Smith (le storie dell’universo Zothique) e Lovecraft, autore onirico che conosce bene. I suoi maestri sono gli scrittori americani degli anni Trenta che facevano capo alla rivista Weird Tales. Il suo fantasy è molto oscuro, non è certo un Tolkien per ragazzini, ma ricorda molto da vicino George Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Riconosciamo tra le letture di Spasaro il fantasy oscuro di Micheal Moorcock (Elric di Melniboné) e di Robert Hodstock. Non mancano riferimenti alla narrativa horror di Stephen King e Clive Baker, ma anche al fantastico di Jack Vance, Poul Anderson, Ursula K. Le Guin, Dan Simmons e Serge Brussolo.

Abbiamo avvicinato Vincent per porgli alcune domande.

Perché un dark fantasy dopo il Segretissimo edito da Mondadori?

Perché mi piace variare. Fermo restando che amo scrivere di cose oscure, ritengo umilmente che il mio spettro narrativo sia abbastanza ampio. Avevo gran desiderio di pubblicare qualcosa di molto epico e tragico, un racconto che interessasse non solo un mondo ma un universo pieno di leggende, storie, religioni e società variegate, e impiantarvi una tragedia. Credo nella forza catartica della narrazione di storie. Volevo cimentarmi stavolta con qualcosa di molto variegato, senza necessariamente aderenze col reale come è stato invece per Assedio. Un omaggio a molti dei miei scrittori preferiti come Lovecraft, Moorcock, Brussolo…

Credi che il fantasy per adulti possa avere un mercato in Italia?

Penso proprio di sì, come ha dimostrato George Martin. La nostra è la patria delle storie oscure e avventurose, sia per la tradizione ancestrale del bacino mediterraneo con le sue grandi civiltà che per il percorso storico travagliato e denso di avvenimenti che ha interessato la penisola nei secoli. Se Shakespeare ambientava in Italia certi suoi drammi, un motivo ci sarà pur stato. Il problema, più che il fantasy per adulti, mi sembra il mercato. Al momento vedo che, per vari motivi che coinvolgono il deterioramento culturale e sociale della nazione, il mercato editoriale è uno stagno melmoso in cui tutti fanno fatica a sopravvivere. Reiterando un circolo vizioso, l’editore osa pochissimo e il lettore viene invogliato a scegliere temi che considera sicuri, separando lo scrittore italiano, che deve per forza scrivere di certi argomenti inerenti spesso più al proprio ombelico che altro, da quello straniero che può permettersi di divertire e appassionare.

Assedio uscirà in libreria, dopo l’edizione da edicola?

Sì. Sono orgoglioso di annunciarvi che a Settembre verrà ripubblicato da Anordest in un’edizione totalmente rivista. Credo molto in questo romanzo che esplora un’altra strada da me molto amata: l’orrore paranormale qui mescolato col thriller adrenalinico e l’hard boiled. Si tratta sempre di terrore e morte, naturalmente, come immagina chi mi conosce. Ma in Assedio l’orrore sovrannaturale va a infilarsi nelle pieghe dello spaventoso assedio della città di Sarajevo degli anni 90. Lo stile è molto diverso ma il batticuore assicurato.

Chi è il lettore ideale della tua storia?

Probabilmente il lavoratore che in metropolitana ha bisogno di staccare coi problemi della vita quotidiana e sfogare nei risvolti di una storia fantastica o orrorifica le sue frustrazioni. Chi insomma non desidera che gli si indichi per forza una strada di vita e gli si facciano prediche. La letteratura di genere ha aiutato un sacco di gente a trovare una finestra da cui guardare per un attimo altre prospettive, e ancor prima, per secoli, la narrazione orale di storie straordinarie nelle case dei nobili come dei contadini ha appassionato grandi e piccini. Perché non continuare?

Leggete Vincent Spasaro, se amate il fantastico e l’avventura. Non ve ne pentirete.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi
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L'Antico Egitto a Livorno

18 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'Antico Egitto a Livorno

"Tu squarciasti il velo mistico
che nascose al Nilo in riva
del saper la luc
e viva"
(Angelica Palli)

Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.
La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.
Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.
Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.
Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.
Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.
A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.
Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.

Riferimenti

Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore

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Libri per l’estate Fantasy, thriller, horror, love story…

16 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…

Sono tanti i libri che affollano la mia scrivania, anzi il mio comò, ché io i libri li tengo a portata di mano per quando vado a letto; prima di dormire - abitudine che si tramanda di padre in figlio - leggo sempre qualche pagina. Ma quando viene l’estate, le giornate si allungano, il tempo aumenta, Piombino è ricco di mare e pinete, leggo molto di più, tra libri e manoscritti che piovono da ogni dove, anche tre testi a settimana. Contando che molti siano affamati di libri, comincio a selezionare. Prendete appunti. Lettura estiva obbligata uno straordinario dark fantasy scritto da Vincent Spasaro, che dopo Assedio (uscito per Segretissimo, ma in ristampa per Edizioni Anordest), sorprende con l’inquietante Il demone sterminatore, libro di cui parlerò diffusamente in altra nota. Chi ama la divulgazione storica non si lasci sfuggire Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini di Daniele Dell’Orco (Historica), che racconta la vita dimenticata di uno dei fondatori del partito comunista italiano, passato al fascismo, per morire accanto al duce. Massimo Maugeri esce con E/O, nella collana diretta da Carlotto e Rossi, presentato da Valerio Evangelisti, con un giallo intitolato Trinacria Parck, ben congegnato e dotato di meticolosi meccanismi, utile come svago e capace di far pensare. Domenico Vecchioni aggiunge una biografia interessante al suo infaticabile lavoro di storico dello spionaggio e concepisce Kim Philby - Il terzo uomo (Greco&Greco), sulla vita di uno degli agenti segreti più efficaci di tutti i tempi. Amate la poesia? Non perdetevi Roberto Mosi e il suo Concerto (Gazebo), dedicato a Populonia, terra etrusca dalla quale scrivo. Tutt’altra materia affronta Le vendicatrici, edito dalla giovane e intraprendente Cut-up, che racconta la vendetta al femminile, tra eccessi splatter e horror. Tra i migliori autori - presentati da Alan D. Altieri - spiccano Danilo Arona, Marco Roberto Cappelli e Luigi Bernardi. Concludo con le molte novità di Edizioni Anordest, casa editrice di Villorba che sta lavorando bene, proponendo libri di autori giovani e interessanti, ma anche lanciando best-seller inediti in Italia. Lia Tosi è finalista al Premio Viareggio con Ispida stella, un romanzo a metà strada tra il diario e la cronaca sentimentale dei nostri anni Ottanta. La cubana di Los Angeles Cecilia Samartin pubblica Tutto l’amore di nonna Lola, un best-seller internazionale capace di far emozionare e sorridere, affascinante per la costruzione del carattere della protagonista. In appendice trovate anche le ricette caraibiche di nonna Lola. Amore, cucina, passione e la storia di un bambino che grazie all’affetto della nonna riesce a convivere con la morte e a godere di momenti di inaspettata felicità. Lauren Conrad è l’ultima scoperta internazionale di Edizioni Anordest, diventata famosa come protagonista di due serie di culto di MTV, mix tra reality show e fiction: Laguna Beach e The Hills. L’editore trevigiano pubblica L.A. Candy, il primo romanzo della Conrad, ispirato alla sua vita personale, il primo di una trilogia, vero e proprio best-seller nella classifica dei libri più venduti redatta dal New York Times.

Per ora basta. Avete da leggere almeno fino a luglio.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…
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Ida Verrei: Le primavere di Vesna

15 Giugno 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Le primavere di Vesna

Stralci dal II Capitolo:

    1939

 

…. Arrivarono alla stradina del Mulino, la percorsero, e si trovarono

ai piedi della scalinata che conduceva all’ingresso:

“Immensum ad antrum aditus”.

Eccolo, l’invito ad entrare. Ogni volta che leggeva quelle parole

Liana provava un brivido d’emozione, quasi una sorta di premonizione

di avventure fantastiche in quel meraviglioso regno sotterraneo.

Il trenino scoperto, trainato dalla locomotiva a benzina, era già

pronto, quasi pieno, stipato di giovani e meno giovani. Un coro di

saluti, di esclamazioni di piacere, di benvenuto.

Passarono radenti alle colate calcistiche, alle formazioni traslucide

di stalattiti e stalagmiti; nelle curve pareva, a volte, di sbatterci contro

e, nonostante la consuetudine a quel tragitto, tutto il gruppo si trovava

spesso ad abbassare istintivamente la testa, per la sensazione di urtare

quei gioielli calcarei sporgenti dalle pareti gocciolanti. Attraversarono

la Sala della Nave Rovesciata e poi la Sala Gotica e, infine, si fermarono

alla grande Sala da ballo, dalla cui volta pendeva un imponente lampadario

di cristallo; sotto la luce scintillavano le bianche concrezioni

che ricordavano un bosco cristallizzato nel gelo invernale.

Era l’ultima fermata del trenino.

La Sala da ballo era a vista. appariva già affollata. I tavolini di

ferro smaltato bianco erano disposti su tre lati; su ognuno, fiori colorati,

la cui fragranza delicata si mischiava all’odore acre di fumo e al

sentore dolciastro di profumi e ciprie. Grosse stufe elettriche intiepidivano

l’ambiente. Lampade tondeggianti illuminavano una piccola

pedana in fondo, dov’era sistemato un pianoforte bianco e l’orchestrina.

Alle quattro pareti, gli altoparlanti diffondevano la musica. Ad

angolo, tra la parete di fondo e quella laterale, si stendeva un bancone

da bar di legno, anche questo laccato bianco, alle cui spalle c’erano

gli scaffali colmi di bottiglie colorate. Camerieri in giacca bianca si

aggiravano indaffarati tra i tavoli.

Liana si guardò attorno. Le donne erano tutte in abito da mezza sera,

gli uomini in giacca e cravatta, tra la folla spiccavano molte divise……….

…………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………

«Basta, basta», lo interruppe, ridendo, Liana. «piuttosto, senti,

dopo mi suoni Jalousie

Gli altri orchestrali, intanto, avevano posato gli strumenti per

terra, sulla pedana, e si rinfrescavano bevendo bibite ghiacciate. Gli

altoparlanti diffondevano in sordina una musica proveniente da un

grammofono sistemato in un angolo.

Mirko rispose annuendo, distratto. Guardava con curiosità verso

un lato della sala. anche Liana volse lo sguardo, cercando di capire

cosa avesse attirato l’attenzione del giovane. Un uomo alto e grosso

era appena entrato trafelato e parlava in modo concitato

con un gruppo di ufficiali; sotto l’abito a doppio petto portava la

camicia nera.

«Che succede?» chiese Liana. Mirko non rispose. L’uomo con la

camicia nera si stava dirigendo verso la pedana dell’orchestra.

Con un gesto imperioso staccò il grammofono, facendo gracchiare

la puntina sul disco che continuò a girare a vuoto. La musica interrotta

restò per un attimo come sospesa nell’aria. Si sentiva solo il brusio

proveniente dalla folla nella sala.

«Ma…» cercò di protestare uno degli orchestrali indispettito.

L’uomo afferro il microfono:

«Attenzione, prego di prestare la massima attenzione», disse con

voce eccitata. Fece una lunga pausa. Tutti gli occhi erano volti verso

di lui:

«Pochi minuti fa l’EIAR, in edizione straordinaria, ha annunciato

che da qualche ora le truppe germaniche sono entrate in Polonia:

Francia e Inghilterra sono in guerra col grande Reich!»

Nella sala non volò una mosca. Tutti i presenti sembravano far

parte di quel bosco cristallizzato nel gelo.

«Viva la Germania!» Urlò con voce acuta un ufficiale.

«Viva il Duce!»

La sala in breve si era riempita di squadristi.

«Che succede?» bisbigliò piano Liana a Mirko.

«La guerra, Liana, la guerra», mormorò con voce tremante il giovane.

Ora tutti erano in piedi, i volti pallidi sembravano maschere di

cera. Applaudivano, rigidi e inconsapevoli fantocci animati da una

carica meccanica.

«Suona pianista, suona “Giovinezza!”» ordinò l’uomo con la camicia

nera: «Cantate, cantate tutti!»

Dal pianoforte si sprigionarono le note dell’inno e dilagarono per

la volta della Sala Bianca.

Un coro si levò tra la folla. Anche Liana iniziò a cantare a gola

spiegata, in piedi sulla sedia, col volto arrossato dall’eccitazione e lo

sguardo scintillante offuscato dalle luci. Provava un godimento infinito

a lasciare che l’allegria, la gioia di vivere, le zampillassero dal

cuore in piena libertà.

Ad un tratto sentì una stretta al polso. Bruno l’aveva raggiunta e

la tirava.

«Scendi, andiamo via!»

Fu costretta a seguirlo. Il fratello, scuro in volto, la trascinò attraverso

la sala fino al loro tavolo.

Anna era in piedi, con la giacca già infilata, pallida, tremava.

«Svelta, copriti e andiamo», ripeté Bruno.

La ragazza cercò di protestare: «Ma perché? proprio ora! E poi la

seconda parte della serata è sempre più bella, dai, restiamo ancora.»

Bruno non rispose e la sospinse con fermezza verso l’uscita.

Si scontrarono con l’uomo con la camicia nera:

«Andate già? Camerata, perché conducete via queste belle signore?»

«Mia madre non sta bene» rispose il giovane con voce dura e,

istintivamente, strinse il braccio delle due donne.

L’uomo guardò Anna. Il pallore e i due segni scuri che le erano

comparsi sotto gli occhi dovettero convincerlo.

«Peccato», mormorò. parlava a Bruno ma guardava Liana. Si scostò.

«Buonanotte, allora.»

I tre salirono sul trenino.

All’uscita dalle grotte, la città parve più spettrale del paesaggio

appena lasciato. Un nevischio sottile aveva preso a scendere lentamente;

un odore d’inverno, un tremolio di pulviscolo, cielo senza

stelle. Per le strade, nessuno, ma le luci delle case erano tutte accese.

S’indovinavano dietro i vetri mondi, pensieri, paure, voci, singhiozzi.

Senza sapere perché, Liana si sentì schiacciare dalla malinconia di

un tempo che finiva.

Anche nella loro casa tutte le luci erano accese. Dietro le tendine,

due sagome immobili.

Entrarono, accolti dal tepore della grande stufa a carbone.

Paolo era seduto al tavolo di cucina, dove le carte del ramino

erano rimaste abbandonate e rivelavano una partita interrotta bruscamente.

L’uomo, con gli occhi chiusi, si stringeva la testa tra le mani.

Danilo guardava smarrito il padre. La radio accesa trasmetteva notizie:

… Cracovia in fiamme… trentamila prigionieri…” Bruno alzò il

volume.

«Porci!» urlò Paolo.

«Sté ziti!» supplicò Anna, facendo un segno di croce, «Anco i

muri el gan orecie. Dio vedi, Dio provvedi.»

Liana corse a chiudersi in camera. non voleva ascoltare, non

voleva capire. Voleva solo dormire e risvegliarsi nel suo mondo di

sempre. Si spogliò, si infilò tra le coperte, mise la testa sotto il

cuscino. Dal giardino, il sibilare del vento, da lontano un abbaiare

di cani…

 

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Il cimitero dei Lupi

14 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere

Il cimitero dei Lupi

Chiedendoci se all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto sia forse il sonno della morte men duro oppure no, c'inoltriamo nel Cimitero dei Lupi, o Cimitero Comunale La Cigna, oggi ai margini dell'area portuale ed industriale della città di Livorno, vicino al torrente la Cigna, appunto, in località Santo Stefano dei Lupi. La zona prende nome dalla gronda dei Lupi, una vasta area che in epoca medievale si estendeva da Pisa al villaggio labronico, cosiddetta dalla famiglia possidente. È stato proprio l'editto di San Cloud, del 1804, cui fa riferimento Foscolo nel Carme "I Sepolcri", insieme ad una concomitante epidemia di febbre gialla, a decretare la nascita del nuovo cimitero.

È un pomeriggio di settembre, l'aria ferma e calda. Notiamo subito le baracchine dei fiori rinnovate, prima di superare l'ingresso. La Camera mortuaria è affollata, ahimè, sia di morti sia di vivi, ogni giorno c'è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno costretto a piangere. La chiesetta di San Tobia (XIX sec) ci accoglie con i suoi muri spogli e un paio di quadri cupi ma gradevoli.
Progettato dall'architetto Riccardo Calocchieri, completato da Pampaloni e Diletti, ampliato infine da Unis, il camposanto fu benedetto nell'ottobre del 1822. Ulteriori trasformazioni si ebbero a partire dal 1910 fino ai giorni nostri. È costituito principalmente da tombe a sterro.
A parte la piccola folla raccolta davanti all'obitorio, il luogo è deserto. Riflettiamo su quanto il culto dei morti vada scemando nelle generazioni attuali e su come, venuti a mancare quei vecchi che facevano del cimitero una meta bisettimanale, in futuro quasi nessuno più attraverserà il viale monumentale che collega l'ingresso al porticato classicheggiante aggiunto da Unis. La navetta che dovrebbe trasportare anziani e disabili gira a vuoto fra i cipressi. Ci colpisce il silenzio, il senso di pace (eterna).

La prima parte del viale è la più antica e quella meglio tenuta, ricca di monumenti risalenti all'ottocento e al primo novecento. Spicca la tomba di Andrea Sgarallino (1935-1887) il quale ebbe a bandiera patria e lavoro. Patriota insieme al fratello Jacopo, iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si distinse nella difesa di Livorno dall'assedio austriaco nel 1949. Proprio da Santo Stefano ai Lupi, alle sei del mattino del 10 maggio, si udirono i primi cannoneggiamenti austriaci. L'11 maggio era già tutto finito. Solo alcuni decenni dopo, i resti dei livornesi fucilati furono trasferiti ai Lupi, dove Lorenzo Gori scolpì un monumento commemorativo.
Come i fratelli Sgarallino, incontriamo anche Oreste Franchini, che ebbe per maestro Mazzini e per duce Garibaldi e le cui ceneri ancora attendono l'avvento dell'ideale che fu tutta la sua vita.
C'imbattiamo in nomi noti, come Cesare Alemà, il cui monumento è sovrastato da berretto garibaldino, baionetta, spada, bandiera, tromba, foglie di alloro; Enrico Bartelloni; Francesco Chiusa; Giuseppe Ravenna e altri personaggi del risorgimento italiano ma anche della lotta antifascista, come Ilio Barontini e Vasco Jacoponi.

Ogni tomba monumentale ha la sua storia da raccontare, le sue lacrime e la sua memoria. Ci piace ricordarne una fra le tante, di sicuro meno conosciuta, quella costruita nel 1919 per Emma Zigoli.
Emma aveva diciotto anni e tutta la vita davanti, quella sera, mentre, agghindata a festa, allegra e spensierata, si recava a ballare nella sede del Partito Repubblicano, pregustando il divertimento, i chiacchiericci con le amiche, gli sguardi ammirati dei corteggiatori. Ma ci fu una sparatoria davanti al Partito e un proiettile la colpì, uccidendola. Il partito fece costruire il monumento in onore della vittima incolpevole fulminata la sera del 10 settembre 1919 per umana follia delittuosa e da allora custodisce le salme di tutti gli Zigoli, del fratello Toselli - che cadde eroe sul Montello respingendo l'invasore, e che di certo portava il suo destino scritto nel nome, chiamandosi come l'eroico maggiore morto per difendere la postazione italiana sull' altipiano dell'Amba Alagi - di Giuseppe, di Barbara - diventata cieca, si narra, dal gran piangere la morte dei figli - di Natale, di Esmeraldo - che tutti chiamavano solo Smeraldo e, chissà perché, la E del nome sulla lapide continua sempre a cadere.
Ci colpisce il Cristo effigiato da Giacomo Zilocchi per la famiglia Soriani, e il monumento alla imperitura e gloriosa memoria dei livornesi morti a Mentana, ma anche la tomba che aspetta la salma del giovanetto ventenne Alfredo Z. che colpito da contagioso malore giace in terra straniera ove vige una legge che vieta per dieci anni l'esumazione. Morto a Marsiglia nel 1882. Ci chiediamo se il giovanetto è poi mai tornato a casa.
Inoltrandoci lungo il viale, i monumenti si fanno più maestosi e insieme più moderni, riconosciamo i nomi di tante famiglie note a Livorno in campo commerciale e portuale, dai Fremura, ai Debatte, ai Tanzini ai La Comba. Alcune tombe presentano simboli laici e religiosi diversi, dalle menorah, i candelabri ebraici a sette braccia, a disegni massonici.
Il cimitero ospita anche i sacrari che raccolgono le spoglie dei partigiani, dei caduti della guerra 1915-1918, delle vittime civili e militari del secondo conflitto mondiale e dei militari italiani e inglesi morti nell'incidente aereo del 1971, quando, il 9 novembre, un aereo inglese della R.A.F cadde in mare al largo della Meloria col suo carico di giovani parà italiani.
Tanti nomi scorrono sotto i nostri occhi, soldati che hanno perso la vita combattendo, civili morti sotto i bombardamenti, come la ventitreenne Lora, ma anche lapidi in ricordo di morti ignoti a noi ma noti a Dio.
Il "Quadrato dei Francesi" costituisce l'area delle tombe dei soldati caduti durante la Grande Guerra, alcuni dei quali di origine musulmana. Le salme sono allineate, i cattolici hanno una croce mentre i musulmani un arco. Ma si vede che questi morti erano destinati a non riposare in pace, che l'orrore della guerra doveva inseguirli anche nell'al di là, se nel settembre del 1943 "una bomba di grosso calibro ha distrutto 34 su 54 delle tombe", e i resti sono raccolti ora sotto un'unica lapide.
L'immagine di pace e gradevolezza, di camposanto ben conservato, scema man mano che ci avviciniamo al loggiato. Giungiamo all'intercolonio, sotto il porticato di Unis, che ospita notevoli opere marmoree apuane. Qui regnano abbandono e degrado, i piccioni hanno imbrattato con i loro escrementi il pavimento e le tombe; tutto è decadenza, disfacimento, vediamo segnali di lavori in corso che sembrano non progredire mai. Fuggiamo assaltati da sciami di zanzare provenienti dal vicino torrente. Preferiamo il mese di novembre, quando i cieli sono solcati da nugoli di stormi che disegnano ghirigori fra i cipressi.

A est sorge il nuovo complesso di loculi, molto ben tenuti, al contrario delle logge; verso sud troviamo Tempio Cinerario, un'imponente struttura monumentale realizzata nei primi anni del novecento per conto della Società di Cremazione. Chi ha visto cremare un proprio caro, sa cosa si prova quando la bara entra nel forno, scorrendo sul carrello, e quando poi, a operazione ultimata, l'addetto ti porge un pennello col quale raccoglierti da solo la cenere del tuo estinto.
Cartelli affissi sui colombari ci informano che gli ossari hanno durata di trenta anni mentre i loculi di cinquanta, dopodiché si procederà all'estumulazione d'ufficio e alla dispersione di resti e ceneri in ossari comuni, ma il pensiero sul momento non c'inquieta.
Altre aree del cimitero sono dedicate alle diverse comunità religiose e nazionali presenti a Livorno, come il "Quadrato degli Evangelisti".
Il "Quadrato dei Valdesi" e il "Quadrato dei Turchi" sono due cimiteri preesistenti inglobati nel sepolcreto attuale, che copre 110.000 mq e ospita circa 190.000 salme. Nel riquadro turco ci colpiscono le scritte in arabo e la tomba di Memet Neyal turco nativo di Alessandra d'Egitto modello di pubbliche e private virtù cittadine disinteressato usò le sostanze a protezione degli amici. Ci rincresce scoprire che morì nel 1846.

Un arco del 1893 accoglie i nomi di tutti i livornesi che prestarono servizio nelle schiere di Garibaldi, alcuni dei quali sono sepolti sotto lapidi ornate dal berretto garibaldino. Se questi morti ci suscitano rispetto e interesse storico, fanno invece accapponare la pelle quelle di ragazzi mancati nel fiore degli anni, ricoperte di peluche, di vecchi giocattoli rovinati dalle intemperie, di biglietti ingialliti di fidanzatine, di gagliardetti amaranto.
Con questo triste pensiero ci avviamo all'uscita, ma prima ci soffermiamo di fronte alla lapide dedicata a Bruna Barbieri, detta la Ciucia, popolana forte, generosa, sempre pronta a donare, a prendere per subito dare, piena di passione, di slancio, antifascista ma benvoluta persino dai suoi nemici che ne riconoscevano la forza, l'innocenza selvaggia. La lapide è stata fortemente voluta dalla pronipote Tiziana e così recita
"In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra".

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COSA FARE PER ESSERE INFELICI? Adriana Pedicini presenta Biagio O. Severini

13 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #filosofia, #psicologia, #biagio osvaldo severini

Paul Watzlawick

Manuale per la ricerca dell’infelicità. Infelicità, mente e creatività. Rigidità mentale, caparbietà e coerenza. Il peso del passato. Autosuggestione. Tasse ed evasione fiscale. Effetto dopo sbornia. La felicità sta nella partenza, non nella meta. Il piacere umano è futuro. Le illusioni delle alternative e la pazzia. Il pessimismo moralistico. Comunicazione e infelicità: Amore e spontaneità. Schopenhauer, l’amore e la compassione. La sublimazione della libìdo. Donne facili, prostitute e omosex. La collusione. Il latin lover.

Professor Watzlawick, lei ha voluto sottolineare l’importanza della conoscenza delle istruzioni per rendersi infelici. Come se gli uomini avessero bisogno di un aiuto o di una consulenza psicologica per diventare degli esseri infelici, per vivere una vita all’insegna dell’infelicità. Già naturalmente noi uomini siamo infelici. Il nostro scopo, le nostre energie psichiche dovremmo utilizzarle, invece, per combattere l’infelicità, o per attenuarla e, quindi, migliorare il nostro modo di vivere, durante l’arco di tempo, più o meno lungo, che intercorre tra la nascita e la morte. Lei, invece, ci vuole fornire un manuale, del tipo di quelli scolastici, con i precetti da seguire per diventare bravi ricercatori delle occasioni più succulenti per riempirci di infelicità. Non è strana la sua tesi? Eppure, psicologi e psichiatri si affannano a farci arrivare pubblicazioni di ogni tipo per orientare il nostro comportamento verso la felicità.

Guardi che nel corso della vita effettivamente tutti possono essere infelici per disgrazie varie. Quello che va imparato è, invece, il rendersi infelici. Per rendersi infelici non basta una sventura personale. E’ necessario impegnarsi a fondo. Purtroppo, in questa direzione non ci aiuta la letteratura psicologica e psichiatrica, perché pochi autori e studiosi si sono dedicati a fornirci delle indicazioni o delle informazioni utili e pertinenti su tale questione. Questi autori, anche se pochi, sono eccellenti. Io voglio solo aggiungere una metodica e basilare introduzione ai meccanismi più sfruttabili e verificabili dell’infelicità.

D’altra parte, l’infelicità ci è dolorosamente necessaria. L’infelicità, se ben si riflette, è la materia delle grandi creazioni artistiche. La letteratura mondiale si nutre di catastrofi, crimini, colpe, follie, tragedie, disgrazie. Si pensi all’ “Inferno” di Dante che è di gran lunga più geniale del suo “Paradiso”; al “Paradiso riconquistato” di Milton che è del tutto insipido nei confronti del “Paradiso perduto” ; del “Faust I” di Goethe che ci commuove fino alle lacrime, mentre il “Faust II” fa sbadigliare.

Mi scusi, ma per secoli ci hanno fatto credere che lo scopo della vita doveva essere la felicità. Certo, sotto specie diverse, di volta in volta la vita etica, la vita contemplativa, l’assenza di turbamenti e di passioni, la vita ultraterrena, il nirvana o altre cose simili. Ma sempre alla ricerca della felicità. Ora, ci domandiamo, a costo di sembrare ingenui, che cosa è la felicità?

Le rispondo subito che il concetto di felicità non è definibile. Terenzio Varrone contava 289 interpretazioni sulla vita felice e così anche Agostino.

Quindi, l’uomo è condannato ad essere infelice, a non avere un attimo di respiro in questa infelicità quotidiana, predeterminata, definitiva?

A tal proposito voglio ricordare le parole tratte dai “Demoni” di Dostoevskij: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.

In sostanza, dobbiamo capire che “noi” siamo i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche nella stessa misura della nostra felicità.

Ma come si fa ad accusare l’uomo, gli uomini di essere gli autori della propria infelicità? Essa non dipende dal destino, da una forza superiore, misteriosa, imperscrutabile, o dalla convivenza con gli altri? Come facciamo a diventare giorno dopo giorno avversari di noi stessi?

La strada per l’infelicità ce la mostrano continuamente le massime del buon senso, della sensibilità popolare o, addirittura, ci viene indicata dall’istinto. D’altra parte, ricordiamoci che prima di tutto l’infelicità ce la possiamo creare nel chiuso della nostra mente.

Un esempio concreto?

Si pensi alla massima fondamentale della vita di ciascuno di noi: c’è un unico punto di vista valido e questo è il mio. Chi è convinto di ciò rimane fedele a se stesso, ai suoi principi e non è disposto a nessun compromesso; rifiuta continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso; il duro e puro in questo senso rifiuta anche un consiglio che oggettivamente sarebbe vantaggioso per lui. Egli, in nome di una coerenza eroica, rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione, in quanto raccomandazione fatta a se stesso. Chi agisce alla luce di questa convinzione, conclude che il mondo sta andando in rovina.

In questo caso che fare?

Tenere presente l’aurea massima degli antichi romani: “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” , il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste.

Mi permetta di aggiungere che la coerenza come fedeltà ad una teoria o una visione del mondo non deve trasformarsi in cocciutaggine, caparbietà, cecità mentale fino alla negazione di qualsiasi evidenza. Ma bisogna essere capaci di valutare razionalmente sia gli obiettivi, sia i mezzi, sia i principi alla luce del nuovo, se il nuovo è più consono alla vita socio-ambientale.

Certo.

Si dice che il fluire del tempo effettivamente guarisce le ferite psichiche, lenisce il dolore per la perdita di una persona cara, per l’abbandono di un’ innamorata o di un innamorato, perché subentra l’oblio che avvolge tutto il passato nella nebbia della dimenticanza. Eppure c’è chi si ostina a voler ricordare tutti gli avvenimenti più dolorosi degli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, quasi a voler far rivivere le sofferenze, dimenticando di proposito qualche avvenimento bello.

Purtroppo, è così. C’è chi si ostina a ricordare la propria infanzia e pubertà con crudo realismo, come periodo dell’insicurezza, del dolore del mondo e dell’ansia per il futuro e non rimpiange di quei lunghi anni neppure un giorno di felicità.

Anche in amore l’aspirante all’infelicità per eccellenza non si convince e non si lascia convincere che in fondo quella relazione fosse da tempo mortalmente malata, anzi che troppo spesso si era chiesto in qual modo avesse potuto fuggire da quell’inferno. No, per lui la separazione non è il male peggiore. Allora si isola dalla vita sociale e aspetta al telefono che l’amata perduta gli comunichi il suo ritorno, cosa che non avverrà mai.

Questo guardare al passato, questo camminare con la testa rivolta all’indietro, ci impedisce, quindi, di dedicarci al presente e di constatare che, se ci soffermiamo sui particolari attuali, possiamo anche scorgere qualche occasionale non-infelicità. Ma questa probabilità deve essere assolutamente esclusa dalla mente del votato all’infelicità: il passato è sempre presente e condiziona giornalmente la sua vita! Non è così?

Sicuro. Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter forse fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un’offesa. E inoltre manca di scientificità...

Mi perdoni, se l’interrompo, ma teorie, tecniche e terapie psicologiche famose – si pensi alla psicoanalisi – sostengono che la personalità presente è frutto del vissuto, del passato di ognuno di noi.

Qualsiasi testo di psicologia ci dice, infatti, quanto la personalità sia determinata dai fatti accaduti nel passato, soprattutto nella prima infanzia. Del resto, ogni bambino sa che ogni cosa accaduta lo è per sempre. Ciò spiega tra l’altro la brutale serietà ( e la lunghezza) delle relative indagini psicologiche.

A questo punto, le domando: se un numero crescente di persone si convincesse che la loro condizione è disperata ma non seria, si potrebbe non dico rompere, ma almeno scalfire questo legame con il passato e aprirsi al presente e al futuro?

La persona esperta di infelicità, in caso di una gioia non voluta e improvvisa, direbbe : “ora è troppo tardi, ora non la voglio più”, oppure renderebbe il passato responsabile anche del “bene”, a tutto vantaggio della presente infelicità.

Ricordo la frase pronunciata da un lavoratore del porto di Venezia, quando gli Asburgo lasciarono questa città: “ Maledetti gli Austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno!”

Oltre alla forza maggiore, esistono, quindi, anche adattamenti e comportamenti ai quali gli individui votati all’infelicità sono attaccati saldamente come la cozza allo scoglio. E questo è segno di rigidità mentale, di incapacità di flessibilità logica, di mancanza di ristrutturazione del campo visivo e di “insight”, di illuminazione geniale innovativa.

Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono a considerare gli adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Per cui si continua a utilizzare la stessa soluzione del passato, con il risultato di non trovare “ora” la via di uscita dalla situazione problematica, il che genera disagio.

Non si capisce che le situazioni mutano con il passare del tempo. Anzi, l’aspirante all’infelicità è convinto che esista un’unica soluzione e che questa, in quanto unica, non può mai essere messa in discussione.

Allora, ognuno di noi è autore della propria infelicità, e questa infelicità se la crea rifiutando l’evidenza della ragione e dell’esperienza, che gli farebbero trovare una luce di ottimismo nel mare magnum del pessimismo. E’ così che ci creiamo l’infelicità, con l’autosuggestione?

Prendiamo ad esempio, un innamorato che sia convinto di amare follemente una donna, ma che non abbia mai fatto capire a questa di ardere di passione per lei. Poi, all’improvviso chiede alla donna, inconsapevole, di sposarlo. La donna manifesta sorpresa, e quasi sconcerto. L’innamorato autosuggestionato, allora, di fronte a queste reazioni, conclude che aveva ragione lui, che aveva accordato la sua benevolenza a chi non se la meritava.

Altri esempi molto comuni. Ogni semaforo, in luoghi diversi, diventa rosso ogni volta che voi vi avvicinate. La fila che scegliete è sempre la più lunga. La ragione vi porterebbe a pensare che la frequenza con cui trovate il verde o il rosso è quasi la stessa. Ma voi, incalliti pessimisti, respingete questa probabilità. Vi convincete, invece, che oscure potenze superiori si accaniscono contro di voi. Questa consapevolezza vi rende possibili ulteriori, importanti scoperte, perché ora il vostro sguardo è pronto a cogliere connessioni sorprendenti, che sfuggono invece alle ottuse e inesperte intelligenze normali! Gli uomini comuni tendono a minimizzare le situazioni. Voi no, voi notate dappertutto le insolite e misteriose connessioni della vita quotidiana! E gli amici che si sforzano di dimostrarvi che non ogni cosa è dannosa per voi, ebbene questi amici sono ipocriti!

Ogni cittadino può riuscire, attraverso questo speciale “training” mentale, a crearsi una situazione penosa e soffrirne, senza sapere di esserne l’autore.

Come si può uscire da questa situazione?

Bisogna affrontare il problema non solo mentalmente, ma facendo ricorso anche alla verifica pratica.

Molti adottano un’altra soluzione: rifiutano o scansano una situazione temuta. Essi, ad esempio, fanno il calcolo dei rischi a cui si va incontro, compiendo una determinata azione, ed evitano quella o quelle azioni. Ma quante e quali sono le situazioni pericolose che si devono evitare o accettare? Andare in aereo? Andare in auto? Andare a piedi? Rimanere in casa? Non alzarsi dal letto? Non mangiare i cibi provenienti da terreni inquinati? Non mangiare cibi grassi? Ognuna di questi comportamenti presenta, però, dei rischi. Allora, che fare?

Bisogna abituarsi ad applicare il sano buon senso a un problema settoriale e accontentarci di successi parziali.

Se ho ben capito, significa evitare gli eccessi, ricorrendo a soluzioni razionali, come mangiare per nutrirsi, senza “abboffarsi”, rimpinzarsi (se si tratta di bulimia, allora è una situazione patologica), ma anche senza rifiutare del tutto il cibo (in tal caso si tratta di anoressia, altro aspetto patologico); o valutare, in generale, il rapporto costo-benefici di ogni azione. L’uso della ragione ci deve tenere anche lontani dall’astrologia. Ma quando l’oroscopo ci predice un incidente, un incontro amoroso, una vincita al lotto e l’evento si avvera, noi ci convinciamo che l’astrologia è credibile. Allora, la profezia che si avvera fa parte del mondo culturale dell’aspirante all’infelicità?

Le profezie che si realizzano da sé fanno parte anche del contesto sociale. Si pensi alla questione dell’aumento delle tasse. Quanto più in un paese vengono aumentate le tasse per compensare l’evasione fiscale dei contribuenti, ritenuti ovviamente disonesti, tanto più vengono indotti a questo reato anche i cittadini onesti e, quindi, aumenta l’evasione fiscale.

La mia personale opinione, a tal proposito, è che bisogna, di conseguenza, non aumentare le tasse dei contribuenti onesti, ma combattere l’evasione fiscale con mezzi efficienti e radicali. E si può fare. Il problema è che non lo si vuol fare politicamente.

Concordo pienamente!

Lei parla di un effetto “doposbornia”. Ci vuole chiarire il significato di questo fenomeno?

L’esperto in infelicità conosce bene l’effetto “doposbornia”. Ossia, lo scopo non ancora raggiunto è più desiderabile, romantico e luminoso di quanto possa esserlo quello a cui si è già arrivati. Nella partenza sta la felicità, non nella meta. Ogni realtà annienta il sogno. Il “Seduttore” di Hermann Hesse dice: “Resisti, bella donna, rendi più severe le tue vesti! Incanta, tormenta, ma non concederti a me!” Anche la “vendetta è amara”, come scrive George Orwell. L’isola della felicità di Thomas More si chiama “Utopia” che, guarda caso, significa “in nessun luogo”.

A proposito di felicità che sta nell’attesa, mi permetta di ricordare il nostro grande Giacomo Leopardi che, nello “Zibaldone”, sostiene: “Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell’ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà”. Ed esprime poeticamente questa riflessione nel “Sabato del villaggio”(l’attesa del dì di festa). Fino ad ora, comunque, ci siamo occupati solo dell’infelicità autosufficiente. Vogliamo, ora, affrontarla anche nel campo dei rapporti sociali?

Bene. Diciamo subito che gli aspiranti all’infelicità usano la tecnica delle “illusioni delle alternative” per complicare i rapporti umani. Questo meccanismo consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra. Lo schema è questo: se egli fa A, avrebbe dovuto fare B; se fa B, avrebbe dovuto fare A. Regaliamo a nostro figlio due camicie sportive. Quando ne indossa una per la prima volta, guardandolo con aria avvilita, diciamo:”L’altra non ti piace?”

E’ un meccanismo usato molto bene dai giovani nei confronti dei genitori!

Certo. Nel vago periodo compreso tra l’infanzia e l’età adulta, riesce loro facile esigere dai genitori quel riconoscimento e quelle libertà che spettano a un giovane. Ma quando si tratta di doveri sanno sempre nascondersi dietro il pretesto di essere giovani. E quando il padre o la madre ammettono a denti stretti che era meglio non avere figli, passano facilmente per dei genitori snaturati.

Negli istituti psichiatrici, ad esempio, si lascia libero il paziente di partecipare o no alle sedute di gruppo. Se rifiuta, è manifestazione di resistenza, come tale patologica. Se partecipa “spontaneamente” riconosce di essere ammalato e di aver bisogno della terapia. Inoltre, se chiede chiarimenti su quello che gli altri pensano della sua pazzia, gli viene risposto :“ Se tu non fossi pazzo, sapresti che cosa pensiamo”. Se mette in discussione la sua malattia, viene giudicato ancora più pazzo. Se accetta la sua condizione in silenzio, dimostra di essere pazzo e gli altri hanno ragione a definirlo tale.

Con questa tecnica non solo si dimostra la propria normalità, ma si spinge l’altro in una disperazione estrema.

Lei parla di una felicità con significato negativo. Ci vuole spiegare questo aspetto?

I sostenitori del pessimismo moralistico, appartenenti all’ordine dei puritani, sostengono:”Puoi fare quello che vuoi, basta che non sia piacevole.” Per loro, anche se un giorno scoppiasse la felicità nel mondo intero, ci sarebbe sempre da tener presente che “Cristo è morto sulla croce!”

Anche la comunicazione tra persone, siano pure intimamente in rapporto tra loro, può causare incomprensione e, quindi, infelicità. Tra marito e moglie, genitori e figli, innamorati, amici, parenti. Riprendendo riflessioni di Bertrand Russel e di Gregory Bateson, lei sottolinea che ogni comunicazione presenta sia un livello oggettivo che un livello relazionale. La proposizione “questa rosa è rossa” indica oggettività; “questa rosa è più rossa dell’altra” indica relazione. La moglie chiede al marito: “Ti piace questa minestra nuova preparata appositamente per te?”Il marito può rispondere “No” se la trova disgustosa (livello oggettivo); o rispondere “Sì”, per non offendere la moglie (livello relazionale). In quest’ultimo caso, però, il marito corre il rischio di vedersi preparare quella minestra per decenni. Come rispondere in questo caso, per salvare capra e cavoli?

I puristi della comunicazione sostengono che la risposta giusta dovrebbe essere:”La minestra non mi piace, ma ti sono molto grato per la fatica che hai fatto”. La moglie sarebbe contentissima? Provare per credere.

Un’altra difficoltà nella comunicazione è rappresentata dal paradosso dell’esortazione: “Sii spontaneo!”. Come giustamente fa notare anche lei, per la logica formale – di aristotelica memoria – costrizione e spontaneità si escludono: o si agisce spontaneamente di propria iniziativa, o si esegue un ordine. “A o è B o è non-B. Tertium non datur”.

Ma che ci importa della logica? Se posso scrivere “Sii spontaneo”, posso anche dirlo, che sia logico o no. Il problema nasce quando il destinatario dell’esortazione deve eseguire il comando. Compie l’azione, perché la desidera lui, o compie l’azione contro voglia, solo per accontentare l’esortatore? Lo stesso ragionamento vale per l’esortazione “Sii felice”, o per “Mi devi amare spontaneamente”, e per tante altre paradossali sofisticherie.

A proposito del sentimento dell’amore, a prima vista sembra una cosa semplice, facilmente comprensibile, dolce nei momenti di profonda intimità, quando non si ragiona, anzi non si parla, ma si agisce solo. Quando s’incomincia a ragionare e a parlare sul significato del rapporto, le cose si complicano, per via della comunicazione nel suo livello relazionale. Ossia, quando il partner si pone le domande “Perché mi ama?”, “Perché mi si dona?”, “Perché non chiede di sposarmi?” e simili , allora l’armonia dei corpi e degli spiriti incomincia ad incrinarsi, perché elementi razionali penetrano nell’unione psicofisica spontanea e la trasformano in relazione doverosa, in cui i partner devono assumersi responsabilità, impegni per il futuro, facendo progetti e programmando la vita. E si perde, quindi, la spontaneità dell’amore. Che fare?

In primo luogo, non cercate mai di sapere troppo dal partner sul perché vi ama, ma chiedetelo a voi stessi. Il partner potrebbe non saper rispondere o dirvi un motivo per voi insignificante; inoltre, egli avrà pure un secondo fine che certamente non rivelerà a voi.

C’è un aspetto particolare che voglio discutere con lei. Molti, o alcuni uomini – intendo maschi – hanno, avevano la concezione che la donna che si concede, proprio per questo, non merita più la loro stima.

E’ vero. Questa concezione, nobile soltanto in apparenza, è molto diffusa in un paese dell’Europa meridionale. L’innamorato disprezza la donna che gli si concede, perché una donna onorata non avrebbe fatto “questo”. In questo stesso paese esiste il detto secondo cui “tutte le donne sono puttane, tranne mia madre: lei è una santa”.

Questo per il figlio. Per amore di completezza, professore Watzlawick, ci sarebbe da aggiungere che il ruolo di fratello e di marito porta a precisare:”Tranne mia sorella e mia moglie!”

Ma c’è anche chi non ha nessuna stima di sé e si ritiene non degno di essere amato.

E’ questo il caso di chi non si ritiene meritevole di amore ed è portato a gettare discredito sulla persona che lo ama. Ella ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore: sarà masochista, sarà nevrotica, sarà morbosamente attratta per ciò che è abietto, sarà, insomma, una persona, di sicuro, patologicamente disturbata.

L’irriducibile sostenitore dell’infelicità troverà, dunque, di che alimentarsi in queste singolari e insolubili complicazioni dell’amore. Egli – come lei afferma - troverà aspetti miserevoli nel comportamento delle persone innamorate: “si dice innamorata di me, perché vuole che io la sposi!”; sia nell’amore in quanto tale. A proposito di quest’ultimo aspetto, mi permetta di ricordare la concezione pessimistica che dell’amore aveva Arthur Schopenhauer:“l’amore è nient’altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara…Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale…Se la passione del Petrarca ( per Laura) fosse stata appagata, il suo canto sarebbe ammutolito…” Che cosa possiamo, dunque, consigliare a questo eroe dell’infelicità?

Egli dovrà innamorarsi disperatamente di una persona sposata, di un prete, di una stella del cinema o di una cantante d’opera. In questo modo viaggerà fiducioso e lieto, senza mai arrivare, e, inoltre, si risparmierà il disinganno nel dover constatare che l’altro è eventualmente del tutto disponibile a iniziare una relazione – cosa questa che gli farebbe perdere subito ogni attrattiva.

Lo stesso Schopenhauer, però, afferma che esiste un amore da elogiare ed è quello della pietà, della compassione. L’eros, essendo egoistico e interessato, è un falso amore; ogni puro e sincero amore è pietà, è agàpe, che è disinteressato. Anche lei afferma che l’aiuto disinteressato è un eccellente ideale e trova in se stesso la propria ricompensa. Che cosa può obiettare sulla nobiltà della compassione, dell’amore disinteressato per gli altri l’incallito votato all’infelicità?

La forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo. Egli pensa: “Mi comporto così perché voglio meritarmi il paradiso, perché voglio essere ammirato ed elogiato, per curare eventuali disinganni? E’ così semplice smascherare il marciume del mondo!

Certo che la letteratura psicoanalitica dà un notevole contributo al pessimista ad ogni costo, allorquando parla di “sublimazione della libìdo”. I casi li ricorda perfettamente lei: il ginecologo è un voyer; il chirurgo è un sadico mascherato; lo psichiatra vuol fare la parte di Dio; il coraggioso pompiere è in realtà un piromane represso; l’eroico soldato sfoga il suo inconscio impulso suicida, il suo istinto di morte; il poliziotto si occupa dei delitti degli altri per non diventare egli stesso un criminale; il famoso detective ha un malcelato atteggiamento paranoide. E si possono aggiungere i casi del figlio o della figlia che non si sposa per accudire la madre o il padre e che sotto l’amore filiale nasconde il complesso di Edipo o di Elettra, ossia l’amore inconscio per la madre o per il padre; o di chi si vota alla castità per il timore, sempre inconscio, di essere castrato; per l’ignoranza dell’anatomia e fisiologia femminile ( la convinzione della donna bambola, senza sesso) o di quella maschile ( la convinzione dell’uomo bambolotto, senza sesso); o per l’ossessione di commettere atti immondi.

Anche la persona soccorrevole può con il suo comportamento far naufragare un rapporto?

Certo. Immaginiamoci soltanto un rapporto a due fondato principalmente sull’aiuto che uno dei partner dà all’altro. Questo rapporto può fallire o riuscire (anche qui “tertium non datur”). Se fallisce, alla fine la delusione porterà il soccorritore ad abbandonare. Se riesce, il soccorritore abbandonerà lo stesso, perché non è più necessario il suo aiuto . Il rapporto comunque si spezzerà.

Mi pare che soprattutto nelle donne si riscontra questa tendenza a convertire i reietti in modelli di virtù!

Ci sono donne, infatti, che per potersi sacrificare hanno bisogno di uomini problematici e deboli: bevitori, criminali, giocatori. Per realizzare il loro potenziale di infelicità, esse si impegnano a fondo con amore e soccorrevolezza, incuranti dei comportamenti sempre uguali degli uomini. Per questo tipo di donna non va bene un uomo relativamente indipendente, perché egli non avrebbe bisogno di aiuto costante. Per lei non va bene il principio che una mano lava l’altra. L’uomo deve essere sempre debole e bisognoso di essere redento.

E, quindi, non si dovrà mai arrivare alla redenzione, altrimenti lo scopo finisce e il rapporto si rompe. Viaggiare, dunque, ma mai arrivare alla meta!

Lei afferma che nella teoria della comunicazione questo modello si chiama “collusione”. Ce ne vuole spiegare il significato?

Immaginiamoci una madre senza figlio, un medico senza ammalati, un capo senza Stato. Sarebbero soltanto ombre, uomini provvisori. Ognuno di noi ha un’immagine di se stesso e nel rapporto con il partner tendiamo a farci confermare e ratificare tale immagine. Solo attraverso quel partner che svolge nei nostri confronti un tale ruolo, noi siamo “veramente”; senza di lui siamo abbandonati ai nostri sogni, e i sogni, si sa, sono bolle di sapone.

Per semplificare, il masochista ha bisogno del sadico. Ma anche il giudice ha bisogno dei delinquenti, così come lo psichiatra ha bisogno dei pazzi, lo psicologo dei disturbati psichici, e così via.

E’ così. Anche l’altro partner si adatta al ruolo, proprio perché egli stesso per esistere “veramente” vuole svolgere quel ruolo. Ogni rapporto di collusione finisce immancabilmente nell’assurdità del “Sii spontaneo!”

Possiamo pensare al rapporto di un cliente con una prostituta!

Il cliente desidera naturalmente che la donna gli si dia non soltanto per i soldi, ma anche perché lo vuole “veramente”. La cortigiana di talento riesce benissimo a suscitare e a mantenere questa illusione. Praticanti dotate di meno abilità falliscono, perché portano il cliente al disinganno, al “doposbornia”. Anche nelle relazioni omosessuali esiste il pericolo del disinganno, perché il desiderio è quello di avere un rapporto con un uomo “vero”, ma purtroppo si constata che l’altro, a sua volta, è “soltanto” un omosessuale.

Il disinganno può verificarsi anche nel comportamento del “latin lover”?

Certo, se si pensa che i comportamenti delle donne in America latina, negli Stati Uniti, in Scandinavia e in Europa sono diversi e sono cambiati nel corso dei decenni. Il “latin lover” che fosse convinto di ottenere sempre successo con lo stesso comportamento, si troverebbe ben presto a fare i conti con il disinganno, perché non troverebbe sempre la donna giusta pronta ad adattarsi alle sue esigenze.

Questa considerazione si può estendere anche al comportamento nostro nei confronti degli stranieri e degli stranieri nei confronti del paese ospitante. Nessuno può lasciarsi guidare dai pregiudizi, perché, se lo fa, cade in comportamenti insensati, stupidi.

Quasi tutti noi ci comportiamo, lasciandoci guidare dal presupposto che il nostro mondo “è” il vero mondo; insensati, falsi, illusori, stravaganti sono i mondi degli altri. Se siamo ostinatamente convinti che noi abbiamo ragione e gli altri sempre torto, le tensioni tra locali e stranieri non si attenueranno mai, anzi aumenteranno di intensità. Anche nel rapporto tra partner bisogna smettere di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non essere battuti. In questo modo si può vincere insieme e si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, che è la vita.

Come possiamo chiudere questa conversazione?

Con le stesse parole dell’inizio. Un personaggio dei “Demoni” di Dostoevskij dice: “Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice, perché non sa di essere felice. Soltanto per questo…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”

Grazie per la cortesia.

Biagio Osvaldo Severini

( Paul Watzlawick “Istruzioni per rendersi infelici”, Feltrinelli. Il professore è morto nel 2007 all’età di 85 anni)

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Un assaggio di Bianca come la Neve

12 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Un assaggio di Bianca come la Neve

“Bianca come la neve”, disse mio padre, “così la voglio, questa figlia del desiderio.”
Mia madre cuciva accanto alla finestra, si punse, gocce di sangue bagnarono il gelido cuscino sul davanzale. Si voltò allora verso mio padre, posò il lavoro, gli tese quella mano diafana che già presagiva la sua morte: “Sì, bianca, come la neve”, disse col suo molle sorriso, “ma anche rossa, come il sangue. Sarà nostra, sarà parte di me e di te, sarà l’impronta del nostro amore.”
Nacqui con la pelle trasparente, vene blu di sangue nobile e labbra vermiglie.
Le donne che assistettero al parto sorrisero, “bella”, dissero, “questa bambina.”
Mia madre mi mise fra le mani il rosario che padre Bernardu le aveva dato, fece il segno della croce sulla mia fronte. “Che Dio ti protegga, figlia del nostro amore.”



Parla Radu Florescu.
Fu quando lei si punse ed io mi voltai. Vidi il sangue sul davanzale. Tre gocce che spiccavano sulla neve candida, sul nero dell’ebano. Bianca come la neve, nera come l’ebano, più bella di tua madre, più bella di tutti, più desiderabile e desiderata, Bianca, figlia mia.



Mia madre mi portava con sé nelle visite in paese. Entravamo, casa per casa, lei sempre bella ed elegante. Chinando la testa per varcare le povere soglie, un poco tossiva ed il suo passo era stanco. Non ci badavo, perché, “bella bambina”, mi diceva la gente, “occhi come il fondo del lago.”
Scoprii in quei giorni di essere bella, ma vidi anche bambini vestiti di stracci in mezzo alla neve, bocche sdentate, gambe rattrappite e pelli deturpate dal vaiolo. “Non tutti hanno pane in tavola”, diceva mia madre. M’insegnava ad avere pietà di chi non era fortunato come noi. “Bianca”, ripeteva, “noi Florescu abbiamo da secoli la responsabilità di questa gente”. Gli stivaletti sporchi di letame fino alla caviglia, il visone inzaccherato di fango, mi tendeva la mano, io stringevo le sue unghie come mandorle rosa, guardavo nel fondo degli occhi uguali ai miei, e sentivo di amarla perché era buona.
L’ha detto anche padre Bernardu che mia madre era buona, “una donna pietosa”, ha detto, “una figlia amata da Dio. L’amava tanto che l’ha voluta accanto.”
Dio sceglie per sé i più puri, quelli come me li lascia qui, per sempre.


Parla padre Bernardu.
Dio vede e provvede, Bianca, Dio ha a cuore la tua anima.
Tua madre si confessò a me poco prima che tu nascessi. “Padre Bernardu,” mi disse, “di giorno ero la contessa pietosa, che visitava le case dei poveri, ma di notte bevevo latte di lupa per concepire. Il desiderio, padre, era più forte della paura. Quando mi sono punta, quel giorno mentre cucivo, il sangue mi chiamava dal davanzale. Ma oggi tremo per la mia creatura.”
Pregai con lei, poi le misi fra le mani il mio rosario. “Dallo al bambino o alla bambina che nascerà.”
“Sarà una femmina, padre e, attraverso lei, io non morirò”
Ma a non morire sei stata tu, Bianca.



Mancava l’odore del pane, il mattino che trovarono mia madre morta nel letto. Aprii gli occhi, l’odore non c’era, e la pelle mi s’increspò di un brivido lungo anche a primavera. Lei non morì col buio e col freddo, morì all’alba, accolta dal sole che le somigliava. Fuori della finestra cantavano gli uccelli.
Mio padre pianse nella sua stanza e non lo vidi fino al giorno del funerale. La pioggia m’inzuppava il pellicciotto, me lo faceva pesare addosso, non capivo più se era il fardello del pelo intriso d’acqua o l’angoscia ad opprimermi.
Mio padre non ha mai saputo che gli ho disobbedito, che sono entrata nella camera proibita dove, mi dissero, mia madre dormiva e non si poteva disturbare. La morte non è dolce come ci vogliono far credere. Quando la vidi, contornata da ceri ardenti, mia madre era già come creta dilavata dall’acqua, come cenere grigia, come vetro senza colore. Era un guscio vuoto, anima e vita svaporate in quel primo sole che l’aveva portata via.
“Io non morirò”, giurai. E forse fu in quell’istante che il mio destino si compì, forse Dio mi ascoltò.
Calarono mia madre nella fossa, la terra che scendeva giù in rivoli scuri, i fiori che si sfarinavano sul legno. C’erano tutti al funerale. Gente ricca ed elegante, i Badescu e i Visnic, gli Tsepes, persino un emissario del re, e gente povera, col maialino alle calcagna, con i piedi gelati nell’erba acquitrinosa del cimitero.
Goran, terzo marchese Badescu in linea di successione, mi fissava da dietro le gambe di suo padre, la zazzera nera incollata alla fronte, le labbra imbronciate. Avevo giocato con lui quando andavamo in visita al castello sulla collina.
Io guardavo le facce e cercavo il viso di mia madre, lo ricostruivo dentro, come ho fatto da allora ogni giorno della mia vita. Volevo star sola ed insieme volevo che la gente si accorgesse di me. Cercavo gli occhi di mio padre ma li vedevo lontani, vedevo più rughe sulla sua fronte. “Madre”, chiamavo in silenzio, “dove ti potrò raggiungere?”

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Sezione primavera: Ascanio

11 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #sezione primavera, #racconto

Un'avventura fantastica

di Ascanio Panarese (8 anni)

Un tempo un ragazzo di nome Oliver viveva con sua madre Delyne, con suo padre Cristopher e con suo fratello minore Jonathan. Oliver era un contadinello così povero da non poter neanche andare a scuola. I suoi occhi erano così azzurri e così brillanti che sembravano gemme illuminate dal sole; i suoi capelli invece erano più neri dei carboni. Era magrissimo dal momento che non aveva un soldo e doveva nutrirsi con il poco formaggio che la famiglia produceva, era smilzo e quasi gli si vedeva la gabbia toracica, ma con quel poco che aveva era comunque felice. La mamma era molto brava nel cucire i vestiti e con un po’ di lana riusciva a creare gli unici vestiti che lei, il marito e i figli portassero. Il padre, per quanto possa sembrare strano, era forte, robusto e veloce, in più alcune volte aveva mandato via gli uomini delle vicinanze che avevano cercato di rapire Oliver e suo fratello. Infine c’era il fratellino -che dire- era magro, basso e un po’ ritardato, ma, nonostante la sua dura-falsa vita, in cuor suo nascondeva un segreto: era colui che avrebbe guidato “il fratello” sino ai monti Megalitici per sconfiggere il mago che aveva reso suoi sudditi e schiavi i concittadini di Oliver: il suo nome era Perfyd. Ma una sera gli “uomini-rapitori” rapirono il padre e la madre di Oliver, e questi insieme al falso fratello (che però lui ancora non sapeva che fosse tale) scapparono in una campagna vicina. Ora, dovete sapere che quella campagna dove i due si rifugiarono era molto nota, poiché c’è chi sosteneva di aver visto una creatura mastodontica, dagli occhi rosso fuoco, una lingua appuntita e biforcuta come quella di un serpente e zampe robuste con uno spesso strato di grasso e pelliccia, con unghie che sfioravano il metro di lunghezza. Oliver ne udì il verso simile al latrato di un cane e in quel momento a Jonathan si illuminarono gli occhi e, da sotto la sua falsa pelle di umano, uscì fuori una magnifica e splendida creatura che volteggiava nel cielo come una farfalla appena uscita dal bozzolo, emanava un calore piacevole in quella fredda notte e la sua luce poteva abbagliare più di mille persone contemporaneamente perché il suo corpo illuminava come mille soli. Oliver sfortunatamente non riuscì a vederlo, perché dopo un attimo dalla trasformazione di Ulixe (il vero nome del “fratello”) svenne. Bisogna sapere che il mostro che ho descritto prima esisteva veramente, e Ulixe lo sapeva, infatti era stato proprio il mostro a strappargli dal petto il “cor incantesimus”, ovvero l’organo che gli permetteva di praticare incantesimi che, come avrete capito, non poteva più praticare. Al suo risveglio Oliver si ritrovò in un mondo pieno, zeppo fino all’ultimo millimetro di creature come Ulixe. Questi, appena Oliver si alzò, gli spiegò che lui era l’unico in grado di sconfiggere Perfyd; gli spiegò anche che gli uomini-rapitori erano complici di Perfyd e che avevano rapito i loro genitori perché erano della stessa razza di Ulixe. I compaesani, anche loro della stessa razza, si erano sottomessi a Perfyd come un coniglio si sottomette alla volpe. Ulixe gli disse che i Celestien, cioè la razza a cui apparteneva, erano stati sottomessi così facilmente da Perfyd, poiché a loro mancavano due cose che agli umani non mancavano di sicuro: il coraggio e lo spirito d’avventura. Oliver fortunatamente era sia umano che Celestien. Ovviamente col suo cuore onesto e leale accettò di affrontare Perfyd. Così dopo un lungo viaggio attraverso il “canyon de la muerte” e dopo aver attraversato “il passo del pendio roccioso”, arrivò a destinazione: “la tierra de mezzo”. Questa era desolata, disseminata di vulcani che fumavano ceneri color pece, scagliavano a terra detriti simili ad asteroidi. Questa parte remota del mondo fantastico era abitata da hobbit neri, troll con mazze lunghe un metro pronti a fare fuori chiunque avesse provato a rubare la pietra (dopo spiegherò cos’è) e da “mannaris canin” come la creatura della campagna, la stessa con occhi rossi e unghie lunghissime. Ulixe, che conosceva quella terra meglio dei suoi bucorim, cioè fessure sulle gambe dei Celestien usate per deporvi oggetti piccoli, indicò a Oliver la strada per il castello e il Celestien, fifone qual era, ritornò in terra sua. Oliver si avviò e ovviamente sapeva che la pietra non era altro che il cuore degli incantesimi di Ulixe, la fonte della tierra de mezzo. S’incamminò verso il castello alto e maestoso, con torri che superavano i duecento metri, ed entrò. Una volta dentro s’incamminò verso la sala del trono dove, come pensava sin dall’inizio, era seduto sulla poltrona in diamante Perfyd, dalla lunga barba nera e dal viso severo. Subito si accorse della pietra posata su un piatto d’oro abbagliante. Immediatamente la prese e con la pietra di Ulixe e con la sua divenne addirittura più forte di Perfyd e dopo aver formulato un “divisocorpum” uccise Perfyd e con questo crollò il suo maestoso impero che per anni era stato considerato la città dei mondi del regno fantastico, come da noi, tanto tempo fa, Roma fu l’impero più forte. Così i genitori di Oliver vollero restare nel mondo magico e con essi restarono Ulixe e Oliver, la cui vita da un giorno all’altro cambiò e senza nessun lungo preavviso salvò il regno magico e la nostra tanto amata Terra.

Ma un altro oscuro mistero stava per sorgere…

Ascanio Panarese

Istituto comprensivo “G. Mazzini” classe V A

Benevento, anno scolastico 2012-2013

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Un assaggio de "Il volo del Serpedrago"

10 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Un assaggio de "Il volo del Serpedrago"

Una ferita nella roccia rossa. Una bocca color ocra aperta nell’azzurro di un cielo che non conosce nuvole: la catena degli Ohnigah che si spacca in due prima di scendere sulla pietraia, i monti scavati dal letto secco dell’Egelloch. Di qua e di là del greto asciutto, il palmeto, nastro di smeraldo in un universo di terra rossa.

È tutto quello che Ahnu conosce del mondo, solo la sua oasi fra i monti del deserto, una piccola sorgente racchiusa nel cuore del palmeto. Durante i lunghi e infuocati mesi estivi, quella è tutta la sua acqua, torbida e fangosa, ma pur sempre acqua. A turno, un uomo fa la guardia alla pozza, da cui si possono attingere solo pochi secchi il giorno, tre per gli Ohnigah e uno per i pastori Somiah.

L’uomo che l’ha allevata le ha detto che suo padre è morto in battaglia, affidando la a lui, misero pastore Somiah fra i più poveri del villaggio. Ogni giorno l’uomo silenzioso porta le sue pecore ai margini dell’oasi. Camminano a testa china, brucando radi fili d’erba nella polvere. Il cammello si spinge un poco più lontano e col naso sposta i sassi per strappare fili d’erba secca, seguito dallo sguardo stanco, ma mai distratto, del pastore, che rosicchia datteri sputando noccioli nella sabbia.

Ahnu rimane tutto il giorno da sola nella capanna, un muro tondo di paglia e fango coperto da foglie di palma. Ogni mattina attinge il suo secchio alla pozza, cercando di non versarne nemmeno una goccia. Le sue mani reggono a stento il recipiente, mentre le altre bambine, dalla pelle lucida e scura, si divertono a spingerla. Lei cerca di non perdere l’equilibrio, fin quando vede, impotente, l’acqua oscillare nel secchio, debordare, rovesciarsi sulla polvere assetata. Là, dove prima si era creato un vortice di sabbia bagnata, resta solo una macchia umida. Lei alza gli occhi, li fissa in quelli delle altre bambine e una furia gelida le monta dentro. Vorrebbe ucciderle, stringere le mani attorno ai colli, far strabuzzare gli occhi bianchi e malevoli. Invece torna a casa col secchio vuoto. Sa che lui la sgriderà, ma non piange. Muta e ostinata va a raccogliere i datteri, poi prepara i formaggi che racchiude in forme di paglia. Un velo bianco di polvere ricopre tutte le cose e spicca sulla pelle nera dei bambini, le cui narici sono incrostate di mosche. Le madri sanno che una prima crosta d’insetti morti protegge i figli dall’assalto di quelli vivi. Ahnu cerca di difendere i suoi formaggi sventolando foglie di palma, mentre i bambini si rotolano nella sabbia ridendo e i vecchi chiacchierano accosciati.

A sera, quando il sole svapora dietro le palme, intreccia cesti in solitudine, davanti alla porta della capanna, sperando che l’uomo che l’ha allevata torni più tardi possibile o non torni mai più.

La fiamma guizza con lunghe lingue giallo arancio dalla terra battuta, il chiarore si diffonde a illuminare i muri dell’immensa fortezza. Una sentinella accovacciata in un angolo fissa distratta il bagliore.

Nel cuore della fiamma, una bimba intreccia cesti di palma. Ha i capelli chiari, i piedi avvolti in pelli di cammello.

“Vai da lei.”

La voce echeggia nella volta smisurata, la figura ammantata scompare in un buio corridoio laterale. La sentinella si alza e richiude la porta di legno che il suo signore ha attraversato.

Davanti alla fiamma rimane solo una strana creatura, che guarda perplessa l’immagine femminile che va dissolvendosi.

L’uomo raduna le pecore nel recinto dietro la capanna e lega la cammella sotto una palma. Ahnu lascia il cesto e, indifferente, entra in casa. Può vederla china sulle ciotole di coccio e sui piccoli canestri di datteri marroni. Sta crescendo, pensa, troppo in fretta.

Questa sera si sente più stanco del solito. E’ diventato vecchio senza mai riuscire a farsi amare da lei. Hanno vissuto insieme da quando la donna dalla pelle come la luna è morta, lasciando nelle sue braccia una bambina pallida, con gli occhi indagatori spalancati su un mondo ostile. L’ha chiamata Ahnu, dattero, un nome comune fra le raccoglitrici del palmeto, ed è cresciuta dura come una pietra e ostinata come un cammello riottoso. Meglio così, mille volte meglio così, meglio che lo chiami solo pastore, che non gli parli, che non senta la sua mancanza quando è fuori col gregge.

L’uomo mangia la sua cena a base di datteri e formaggio, poi si distende sulla coperta. Sente gli occhi pesanti e le membra indolenzite, ma il sonno tarda a venire. Il lavoro gli sembra sempre più faticoso, il freddo notturno l’ha arrugginito e la sua barba è bianca, la pozza dei suoi giorni sta per inaridirsi e la sabbia coprirà presto le sue ossa, ne è certo com’è certo che ritroverà il sole al risveglio e le palme polverose attorno alla capanna.

Non può lasciare Ahnu sola in questo mondo, si ripete rigirandosi sul duro terreno, deve assolutamente prendere una decisione, prima che sia troppo tardi.

La brezza si è sopita e il sole brucia già impietoso una metà del cielo. Le mosche stanno arrivando a nugoli attorno ai formaggi col loro sconcio ronzio. Ahnu modella un vaso d’argilla, le bianche mani affondate nel verde putrescente dell’antimonio di cui è pregna la terra delle sue valli. Pensa alla vita, sa di essere sola al mondo, sa che non sarà mai come le altre bambine. Non ha chiesto all’uomo che l’ha allevata perché la sua pelle sia così bianca, perché i suoi capelli siano chiari come l’erba inaridita, ma ha la certezza di non piacere a nessuno. Lo sente da come la guardano, da come bisbigliano, da come si danno di gomito quando lui le è vicino e da come, poi, la aggrediscono se lui non c’è. Le donne fanno strani segni di scongiuro al suo passaggio. I bambini tirano fuori la lingua, i vecchi la osservano da lontano. Nessuno la vuole accanto e lei non vuole nessuno accanto a sé. La solitudine un tempo subita è ora la sua compagna più fida.

Alza la testa perché qualcosa la sta osservando. Due occhi brillano pallidi fra il verde delle palme. Ahnu s’irrigidisce, scatta in piedi, indietreggia. E’ ancora piccola ma ha imparato a stare all’erta, glielo ha insegnato l’uomo che l’ha allevata, con lo sguardo, con la postura del corpo, con sibili e cenni.

Fra le foglie spunta un muso. L’essere somiglia a un rettile, ma ha piccole ali appena accennate sulla schiena e squame traslucide come scaglie di pesce. Le parla.

“Ho delle notizie per te”, lo dice sottovoce, lo dice attraverso una bocca coperta di denti aguzzi, e intanto muove la coda come un felino nervoso, “il mio padrone annuncia che avrai catene di gialla ambra, nerofumo per gli occhi e fiori d’ibisco per i capelli.”

Ahnu ha finito d’indietreggiare, ora non c’è più spazio, si appoggia al tronco di una palma, ha troppe domande che le urlano in gola. Ma le piccole ali sbattono, la creatura spicca un volo basso, radente, che scortica tronchi e fa cadere datteri a terra. Ancora non si è dileguata e già lei si chiede se non c’è un’altra vita fuori dall’orlo del palmeto, se essa scorra solo sui ritmi dell’Egelloch e sulla nascita degli agnelli. Annusa le mani che sanno di caglio, si domanda cos’è questo dolore che le esplode dentro. Della creatura non c’è più traccia, rimane solo la calura abbacinante dell’aia polverosa, il fetore dei datteri che marciscono al sole e gli escrementi di uomini e greggi.

Nel cuore della fortezza lo Spirito del Deserto annuisce compiaciuto. L’unica persona al mondo in grado di fare ciò che desidera, gli sta regalando la sua anima e la sua volontà.

L’ha svegliata quando i monti di argilla purpurea s’infuocano dei raggi del primo sole. “Sento scemare le mie forze”, le ha detto. L’ha visto rabbrividire nel caldo, come se una mano fredda gli percorresse le membra affaticate. “Sali sul cammello”, le ha ordinato. Non è mai brutale, ma nemmeno gentile.

“Vuoi vendermi, pastore?”

“No.”

Ora stanno uscendo dal palmeto. “Lui la porta via”, sente bisbigliare dalle donne che riempiono i secchi. Hanno sguardi ottusi e cattivi fissi su di lei. Ai lati del sentiero che conduce fuori dell’oasi si profilano i tronchi ruvidi delle palme. Il terreno, cosparso di noccioli rinsecchiti ed escrementi, esala un odore sgradevole.

L’universo è piatto e sempre uguale a se stesso, pensa Ahnu.

Poi, però, è fuori.

La luce del mattino la abbaglia, tanto forte è il riverbero da impedirle di guardare. Eppure solleva la testa, incredula, non più protetta dal fogliame. L’intenso cobalto del cielo si rovescia su di lei, che ha sempre visto la volta a spicchi, a barbagli diurni e notturni. Pensa di annegare e invece sta solo guardando il deserto di là del palmeto: un’immensa distesa sabbiosa, punteggiata di pietre. Attorno a lei, a perdita d’occhio, il confine del nulla: l’orizzonte dei monti che tremolano nell’azzurro, con le cime vermiglie battute dal vento. Per la prima volta, intuisce cosa possa essere la libertà.

Il pastore guida il cammello lungo il greto asciutto dell’Egelloch. Rade pozze stagnano ai bordi del fondo argilloso, contornate da cespugli avidi d’acqua. Ora può vedere da fuori il palmeto, sotto le cui fronde ha vissuto, riparata e insieme soffocata: è un nastro verde, uniforme e lucente.

All’improvviso l’uomo, che sta seguendo un percorso noto a lui solo, svolta e si avvia in direzione delle montagne. Qualche rada kasba fortificata brilla scarlatta nel sole. I monti Ohnigah appaiono vicini nella grande distesa e le cime formano una catena ininterrotta. Il pastore tace, concentrato nello sforzo di camminare. La pista segnata da pietre appuntite comincia a inerpicarsi lungo un pendio, il cammino si fa più ripido, l’uomo ansima, tossisce, sputa. Lei è indifferente alla sua sofferenza, mentre vanno avanti nella calura insopportabile. Il sudore svapora in fretta, lasciando la pelle secca, rovente. La sete non si placa, le gambe si appiccicano al pelo sporco del cammello, i parassiti addentano la carne.

Rosicchiano qualche dattero e succhiano un po’ d’acqua strada facendo, senza fermarsi.

Dopo alcune ore, Ahnu ha la schiena a pezzi, e l’uomo appare stremato. Sa che domandare a lui è inutile, non ha risposto ai suoi perché di bambina, forse non li ha nemmeno mai ascoltati. Allora parla con se stessa, come ha imparato a fare nei lunghi giorni di solitudine, cerca il motivo di quel viaggio, vuol tornare indietro con la memoria, ma non ha ricordi. Non sa chi fossero suo padre e sua madre, non conosce altri volti che quelli delle persone che vivono nell’oasi forse lasciata per sempre. Ripensa alla creatura con le piccole ali e i denti affilati. L’inquietudine è una lama che trafigge il petto.

Infine le ombre si allungano, giù nella valle, e le pareti dei monti si tingono di un riflesso violaceo. L’uomo acconsente a una breve sosta, durante la quale bevono ancora. La gola è riarsa, le parole, se uscissero, sarebbero secche di polvere, ma non escono, nessuno dei due parla. Il nudo versante su cui si sono arrampicati è ormai tutto in ombra, qualche folata di brezza serale ghiaccia il sudore sulle schiene rotte e incolla i vestiti addosso. L’uomo ora sembra diventato vecchio, l’affanno gl’impedisce di respirare. “Riprendiamo il cammino”, dice, “l’oscurità qui cala repentina, come se i fuochi dei palmeti cessassero di ardere tutti insieme.” Così ripartono, lei ciondolante, lui con la schiena curva e una mano abbrancata al collo peloso del cammello.

D’un tratto Ahnu ha paura delle ombre, delle montagne cupe ed echeggianti, dei serpenti che scivolano fra le zampe del cammello, dei sassi che rotolano giù per il burrone. “Pastore, così ti ucciderai!” No, è per lui che ha paura. Lui è come le rocce, è come la sorgente al centro dell’oasi: non lo ama ma non può immaginare che muoia. Spera che la salita finisca presto, che lui possa riposare.

Gli ultimi bagliori si stanno spegnendo sulle creste degli Ohnigah quando Ahnu, insonnolita e vacillante, alza la testa e guarda in fondo al grigio sentiero di sassi che stanno percorrendo. Un po’ più in basso della cima si stende un vasto altopiano, che s’incunea come una valle fra le vette. Davanti a loro, a ridosso della parete rocciosa, dove il sentiero si stempera nel pianoro, si vede una casupola di pietre scure.

Un filo di fumo esce dal tetto.

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