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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Intervista a Ida Verrei

21 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #interviste

Intervista a Ida Verrei

Ida Verrei, autrice di due romanzi raffinati, “Un , due, tre, stella!” e “Le primavere di Vesna” Fabio Croce editore ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

“Ciao, Ida, puoi dirci qualcosa di te?”

I.V. “Sono nata a Venezia ma risiedo a Napoli, città per cui nutro grande amore. Laureata in Pedagogia con indirizzo psicologico, ho fatto l’insegnante elementare per trent’anni, iniziando a venti, quasi contemporaneamente al “mestiere” di madre. Ho collaborato anche per qualche anno con un Istituto per minori a rischi, nel quartiere Sanità di Napoli.


“Che cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere in età, diciamo così, matura?”

I.V. “Ho sempre scritto molto, di psicologia dell’età evolutiva, di didattica, o elaborando sceneggiature di spettacoli teatrali per la scuola. Al romanzo sono arrivata per caso: capita nella vita di vivere stagioni di bilanci, giorni di revisione del proprio vissuto, e, se hai la passione per la scrittura, può accadere di voler fissare emozioni interiori e raccontare se stessi riuscendo a trovare nelle memorie il filo conduttore di una storia.”


“Parlaci delle differenze fra i tuoi due libri.”

I.V. “Il primo libro “un, due, tre, stella!” non è nato per essere pubblicato: scrivevo per me stessa, senza velleità letterarie. Ma qualcuno lo ha letto, lo ha apprezzato e ha deciso per me. E così si è generata quest’opera prima, che ha ricevuto un discreto consenso fra i lettori, anche se non sarà mai “un caso letterario”, visto che l’editore è un medio-piccolo editore, Fabio Croce, con un’onesta e soddisfacente distribuzione, ma senza quei canali di potere necessari per giungere alla grande diffusione.
Il secondo libro “Le primavere di Vesna” ha una genesi diversa: questa volta ho voluto misurarmi con una storia non mia, anche se ispirata a persone che hanno molto da vicino fatto parte della mia vita. Potremmo definire anche questo un romanzo di formazione, perché mi è piaciuto seguire i protagonisti in un lungo percorso di vita, e sono cresciuta con loro, partendo da un’adolescenza felice, sino a una maturità sofferta. Sullo sfondo, gli eventi bellici dell’ultima guerra mondiale, nella cornice di una Slovenia forzatamente italianizzata.”


“Quindi anche quest’ultimo libro gravita attorno alle vicende della tua esistenza, seppur romanzate. Consideri l’autobiografismo una zavorra o un ponte di lancio?”

I.V. “Il primo libro è decisamente autobiografico, cosa che in letteratura non sempre genera consensi. Soprattutto sposta l’attenzione del lettore dalle caratteristiche stilistiche e strutturali, dall’abilità narrativa, al contenuto biografico che provoca curiosità in qualcuno, diffidenza in altri. L’autobiografismo resta addosso come zavorra, tutti si aspettano il “seguito” della storia… e tutti cercano nel secondo legami con il primo. Se dovessi consigliare chi comincia, gli direi di tenersi ben lontano dall’autobiografismo. Molti grandi del passato hanno scritto romanzi ispirati alla propria vita, ma erano, appunto, già “grandi”. Chi inizia dovrebbe lanciarsi subito nel romanzo di fantasia, sembra più difficile, ma non è così: raccontare se stessi può essere lacerante e consegnare a “qualunque” lettore la propria vita, la propria anima è un errore che si paga.”

“Grazie, Ida, concludiamo con la domanda che porremo a tutti. Dove e come si possono reperire i tuoi romanzi?”

I.V. “Entrambi i romanzi si possono trovare in libreria a Napoli, Roma, Milano, ma possono essere ordinati facilmente anche in altre città. Oppure li trovate nelle librerie On line, da IBS a LIBRERIA UNIVERSITARIA a BOLIG:IT a tutte le altre.”

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Intervista rilasciata a Paolo Mantioni

20 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #interviste, #paolo mantioni

Intervista rilasciata a Paolo Mantioni

Di Paolo Mantioni

Patrizia Poli, di cui abbiamo recensito di recente il romanzo Il Respiro del Fiume, ha accettato di rispondere a qualche domanda e a qualche osservazione che il suo libro ha suscitato. Facciamo precedere la trascrizione del colloquio telematico con l’autrice da una breve scheda bio-bibliografica che la stessa Patrizia Poli ha stilato per noi.
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Sono nata e vivo a Livorno. Mi sono laureata, nel 1985, in lingua e letteratura inglese, all'università di Pisa, Il mio racconto "Quand'ero scemo" ha vinto il premio Guerrazzi ed è stato pubblicato sulla rivista "La Ballata"
Ho scritto "Il Respiro del Fiume", romanzo edito su www.ilmiolibro.it ambientato in India alla fine degli anni ottanta, frutto di studi e di meticolose ricerche.
Ho scritto "Signora dei Filtri", romanzo edito su www.ilmiolibro.it ambientato nell'età del bronzo. (Ri)racconta la storia del viaggio degli Argonauti, di Medea e Giasone, ma da un'angolazione inusuale, che percorre anche la giovinezza dei protagonisti ed approfondisce il mito di Orfeo.
Insieme a Allegri, Lucchesi, Marcaccini e Sciabà, ho pubblicato su www.ilmiolibro.it "La Livorno che c'è", raccolta alla quale partecipo con 11 racconti e la prefazione.
Ho da poco terminato un racconto lungo,"Bianca come la neve", che mescola la fiaba dei fratelli Grimm con i nosferatu, cioè i non morti della tradizione mitteleuropea, ora edito su ilmiolibro.it insieme ad un altro racconto fantastico "Il volo del serpedrago".
Per saperne di più, e per leggere alcuni dei miei racconti, visitate il mio sito www.signoradeifiltri.altervista.org
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Anzitutto l’India, la sua spiritualità e la sua situazione economico-sociale. Nella recensione scrivo che Lei ne fornisce informazioni di prima mano – almeno così mi è sembrato. Vi ha soggiornato a lungo? Nel periodo cui fa riferimento il romanzo, o anche in altri periodi?

Sono stata in India nel 1989, anno in cui è ambientato l’inizio del romanzo, ma solo per breve periodo e da turista profano. Solo al ritorno sono iniziati uno studio e un approfondimento che hanno richiesto anni.

Attualmente, secondo lei, la tradizionale concezione castale è ancora così forte come un tempo? E gli insegnamenti gandhiani, che sembrano ispirare il finale del suo libro, al di là delle vuote mitologie o delle strumentalizzazioni politiche, sono ancora vivi e operanti nella società indiana?

Poiché, come ho appena spiegato, non ho una conoscenza diretta dell’India di oggi, posso solo rifarmi a quanto apprendo attraverso la narrativa, il cinema e i giornali. Penso che l’influenza delle caste sulla vita di tutti i giorni abbia ancora un suo spessore, come, ad esempio, si può evincere dagli annunci che vengono pubblicati per la ricerca dei partners nei matrimoni combinati. Se una ragazza ha la pelle chiara - segno di una casta più elevata – è ancora molto più appetibile.

La sua tecnica narrativa, almeno quella operante nel Respiro del fiume - punti di vista diversi, narratore onnisciente quasi nascosto dietro i personaggi – mi ha ricordato molto quella messa in opera da Edna O’ Brian in un romanzo intitolato Una splendida solitudine. Conosce quel romanzo o altri romanzi della scrittrice irlandese?

No, mi dispiace, non ho mai letto Edna O’Brian, ma la mia tecnica fa ricorso a una terza persona immersa e a un jamesiano punto di vista rigorosamente circoscritto.

Quella tecnica narrativa – se vogliamo, non tanto diversa da quella dei Malavoglia verghiani – può avere un forte effetto “straniante”, ossia può indurre il lettore a rimettere continuamente a fuoco la sua attenzione, soprattutto se il personaggio, portatore di un punto di vista decisamente personalizzato, lo costringe ad uscire “fuori da sé”. Ecco, a me sembra che nel suo romanzo questo effetto sia attenuato, che non punti, cioè, a scuotere le aspettative del lettore, come se la materia narrata basti di per sé a catturare la sua attenzione e il suo consentimento. È un’impressione sbagliata o è una sua consapevole scelta?

Infatti non intendo “scuotere le aspettative del lettore” bensì mostrare fatti e persone attraverso una molteplicità di sguardi che concorrono, tuttavia, ad un’unica resa della materia, il più oggettiva possibile.

Se però non si “scuote l’aspettativa del lettore” si corre il rischio che la ricercata oggettività possa degradare a “medietà”, cioè a rimanere aderenti ad un punto di vista condivisibile perché prevedibile e non perché il testo ha creato un modo nuovo, originale di guardare al mondo, che è poi, a mio parere, la funzione essenziale dell’elaborazione letteraria.

I miei romanzi hanno come target il lettore comune e non sono alla ricerca di virtuosismi linguistici, anche se il mio stile non è sciatto né banale ed ogni parola è studiata attentamente. Dietro l'apparente leggerezza e mancanza di sforzo, mi creda, c'è una fatica da certosino.
Io mi considero una narratrice, una che dispensa emozioni e aspira a creare personaggi che restano nel cuore e nella mente de lettore medio, non eccessivamente sofisticato, anche se non stupido o incolto. Quindi, per me la "medietà" è un fine ed un valore, come lo sono il controllo estremo e la razionalità..
Tuttavia, negli anni, il mio linguaggio si è evoluto nel senso che dice lei e, se mai le capitasse di leggere l'ultimo mio libro, "Bianca come la Neve", si renderebbe conto che lì il registro è più originale, più poetico, intuitivo, lirico.

Lei ha pubblicato a sue spese più d’un libro. Perché questa scelta? Quali tentativi ha esperito per interessare alla sua opera un editore tradizionale? E quali risposte ne ha ricevuto?

Preciso che l’autopubblicazione non comporta spese da parte dell’autore. Non ho, infatti, l’abitudine di acquistare copie per rivenderle, lascio che sia il lettore a ordinare da solo il mio testo, se incuriosito dalla presentazione. Ho passato molti anni a cercare un editore per “Il Respiro del Fiume” e per l’altro mio romanzo “Signora dei Filtri (ora entrambi pubblicati su ilmilibro.it). Ho partecipato a concorsi dove arrivavo “nella rosa dei finalisti” senza mai vincere, ho sborsato soldi per editing inutili o addirittura dannosi, per tasse di partecipazione a premi mai effettuati, sono stata rifiutata da tutte le case editrici esistenti non a pagamento. Persino la compianta Elvira Sellerio ha definito lo stile di “Signora dei Filtri” nobile, e si è detta dispiaciuta ma ha, comunque, respinto il testo. Ero amareggiata, non vedevo vie d’uscita, soprattutto perché mi ero fatta un punto d’onore di non avvalermi di case editrici che richiedessero un contributo, allora mi sono rivolta all’autopubblicazione come ultima spiaggia. Adesso, però, nonostante le vendite siano ancora scarse, sono contenta della mia scelta e sto cominciando a liberarmi di quel vago complesso inferiorità che mi faceva sentire da meno di chi ha una casa editrice alle spalle.

Io credo che una delle novità più evidenti e controverse della storia letteraria degli ultimi venti anni – e che riguarda specificatamente la sociologia della letteratura – attenga proprio la pubblicazione, la divulgazione e la fruizione dei testi letterari. Da un lato le nuove tecnologie hanno enormemente ampliato la possibilità di far sentire la propria voce (e anche il nostro sito è espressione di queste nuove possibilità), dall’altro, però, hanno indebolito la capacità di filtro dell’industria culturale, che per quanto non sempre limpida e disinteressata, permetteva però una selezione e una cura dei testi non sempre rispettata nella letteratura “fai-da-te”. Insomma prima lo scrittore, il saggista, il critico letterario dovevano essere issati sulla tribuna e parlavano ad un pubblico silenzioso che aveva più o meno fiducia in chi ce lo aveva posto, ora ci si issa da soli, ma si rischia di non essere ascoltati. Qual è la sua esperienza in proposito?

Concordo con lei, anche per l’enorme quantità di libri che vedo pubblicizzati sui social networks, dove ogni libro viene osannato da un codazzo di “amici virtuali” e definito automaticamente “bellissimo”, in un appiattimento generale che svilisce tutto e impedisce l’emersione dei pochi ma buoni.

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See you next winter

19 Marzo 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

See you next winter

Quando non riesco a scrivere disegno...

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Intervista a Maria Vittoria Masserotti

19 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #maria vittoria masserotti, #interviste

Intervista a Maria Vittoria Masserotti

Maria Vittoria Masserotti ha esordito col romanzo breve “Luce.”


“Buongiorno, Maria Vittoria. Innanzi tutto, raccontaci qualcosa di te.”


M.M.V “Sono nata a Roma e vivo a Pisa dal 1971, dove ho lavorato fino al 2010 al Consiglio Nazionale delle Ricerche, occupandomi di ricerca in informatica sul ragionamento spazio-temporale, incertezza e ontologie. Per cinque anni ho fatto parte della redazione della rivista dell’Associazione Italiana Telerilevamento. Ho insegnato anche all’Università di Pisa e sono stata per anni coordinatrice didattica del Master Universitario in Sistemi Informativi Territoriali dell’Università. Fino ad oggi tutte le mie pubblicazioni hanno avuto carattere scientifico, articoli a convegni, capitoli di libri, articoli su riviste internazionali.”

“ Di cosa parla il tuo libro?”

M.M.V. “In realtà i libri sono due, solo che il primo, “O giorni, o mesi, che andate sempre via…” (Racconti per una “Canzone”) è in corso di stampa e si presume esca a settembre, pubblicato dalla casa editrice Progetto Cultura di Roma, e il secondo, un romanzo breve “Luce”. Il primo è una serie di racconti che usano come incipit le strofe di una canzone di Francesco Guccini, la Canzone dei dodici mesi” dall’album Radici del 1972, una sorta di mosaico di vite quotidiane, di punti di vista diversi con lo scorrere del tempo come protagonista principale. Il secondo è anch’esso un mosaico, qui però lo sfondo è fisso, Verona la città delle mie vacanze estive, la città di mio padre, un artista, un pittore e anche un istrione. Questi temi compaiono nel romanzo, me nolente, e mi fanno riscoprire emozioni sepolte nella memoria. Il protagonista vero qui è la vita di tutti i giorni con la sua grandezza ma anche i suoi “accidenti”, gli imprevisti che intorbidano le esistenze dei personaggi e li conducono verso il loro destino.”

“So che prima di cimentarti con i romanzi hai scritto alcuni racconti brevi, per altro molto ben costruiti. Dicci, cosa ti ha spinto a passare dai racconti ad un primo romanzo breve?”

M.M.V “La differenza tra un racconto e un romanzo è, almeno per me, la possibilità con il secondo di affondare dentro i personaggi, vivere con loro, anzi per giorni sono stata assente alla realtà quotidiana mentre scrivevo (come dice mia figlia, mamma ma dove sei?). La mattina la prima cosa che pensavo appena sveglia era come far progredire una certa situazione, per questo il romanzo offre più spazi ed è stato un’evoluzione verso un piano diverso, avevo meno bisogno di “tagliare”.”

“E adesso che posto occupa “Luce” nella tua vita?”

M.M.V. “Luce” è stato un banco di prova, arduo, perché ero convinta di non riuscire ad andare “oltre” il racconto. Mi sono misurata con me stessa, con la capacità di costruire e descrivere un mondo inventato da me ma che è diventato sempre più reale, tanto che alla fine mi sono affezionata ai personaggi. Qualcuno dei miei lettori, pochi in verità, mi ha detto, perché non scrivi il secondo? Ma io sono sempre alla ricerca di nuove sfide, l’ho fatto per mestiere e mi è rimasto nel sangue, quindi ora mi sto cimentando con un romanzo lungo e complesso, la storia di tre donne, nonna, figlia e nipote che abbraccia un secolo.”

“C’incuriosiscei e non vediamo l’ora di leggerlo. E ora, una domanda a bruciapelo. Rispondi senza pensarci troppo: che cosa provi mentre scrivi?”

M.M.V. “Semplicemente: scrivere mi rende libera e questo è sempre stato il mio desiderio più grande.”
“Grazie della tua disponibilità. Concludiamo con la domanda di rito: come e dove si può reperire il tuo libro?

M.M.V. Per il primo si dovrà attendere la pubblicazione, per “Luce” è possibile trovarlo a questo link:
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=622860

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La mia donna

18 Marzo 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Lenzuola sgualcite
stanche di odori e profumi taglienti
ritrovano pace, il vuoto e il silenzio.


Ruffiane, anche loro, han nascosto certi momenti
svestendo la vita, asciugando il sudore,
accogliendo i sospiri, trattenendo le grida.


Si sono intromesse tra i corpi e gli ormoni
ascoltando parole e promesse non vere,
carezze alla pelle ma col cuore, avare.


Un po' false, un po' serie, complici e testimoni,
han sospeso il respiro,
violato la mente pescando nel torbo
tra il piacere, il senso, il dissenzo e l'oblio.


Poi... cadon le stelle.
Lo specchio fatato restituisce l'immagine persa
e la mia vita si inebria di Te.


Oggi, lenzuola pulite si ridestano al cielo,
asciugano al sole anche di notte.
Distese sul letto, non han più timore, si aspettano solo noi,
nello struggente abbandono al tuo seno per quella volta di più.


18/03/2013

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Ida Verrei: Il nome che ride

18 Marzo 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poesia

Il nome che ride

 

Leiètuafiglia.

Con ciglia lunghe e occhi di pietra lavica rubati alla madre

che sanguina

Leiètuafiglia.

Col riso d’un golfo riarso dal vento strappato al saraceno

 bambino del sud

Leiètuafiglia.

Col presagio del bene nel nome che ride che ride

Leiètuafiglia.

Coi passi di piombo

di piombo nella vena azzurrina

Leiètuafiglia.

E io, percorsa da mitologie senza storia, coi silenzi di sasso nel cuore,

Iosonotuamadre.

E sbianco, senza certezze d’eterno.

 

Leiètuafiglia.

E a guardarla diresti: eppure è bella, anima mia, la vita

 

I.V.

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Livorno Magazine intervista Il Laboratorio di Narrativa

18 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa, #interviste

Livorno Magazine intervista Il Laboratorio di Narrativa

Vogliamo presentarvi un’esperienza - nata e cresciuta nella rete - che è per metà livornese: il Laboratorio di Narrativa. Le responsabili, Patrizia Poli di Livorno e Ida Verrei di Napoli, hanno accettato di rispondere alle nostre domande.

LM. Patrizia, innanzi tutto che cosa s’intende per esperienza virtuale?

P.P. Oggigiorno la rete offre possibilità sconosciute fino a pochi anni fa, tutte le partite si giocano sui tweet, sugli status di Facebook e sulle realtà “virtuali”, ma sono convinta che la parola virtuale, intesa come realtà simulata, cioè esistente solo in una rete di computer, sia ormai superata. Virtuale e reale non si distinguono più, amicizie nate sul web, come quella fra me e Ida, si consolidano anche nella vita. Il KLit, festival dei blog letterari, dove si sono incontrati fisicamente blogger da tutta Italia che fino a pochi giorni prima si scambiavano opinioni solo in rete, ne è un esempio, come ne è un esempio la stessa Livorno Magazine. Al giorno d’oggi anche per creare una rivista ognuno può lavorare da casa propria, comodamente nel suo studio, e le riunioni di redazione si fanno on line.

LM. Parliamo dunque del Laboratorio di Narrativa.

P.P. Sì, dopo una lunga pausa, dovuta a gravi problemi familiari, prima di Ida e poi miei, da settembre ha ripreso a pieno regime l’attività del Laboratorio che, proprio in questi giorni, compie due anni.

LM. Puoi dirci com’è nata l’idea?

P.P. Per capire che cos’è Laboratorio di Narrativa – Ida ed io lo chiamiamo affettuosamente Lab – dobbiamo fare un passo indietro. Due anni fa, una mattina di ottobre vicina al ponte dei morti, stanca di inviare i miei racconti a destra e a manca senza più saperne nulla, decisi di offrire a coloro che scrivono – si badi bene, non ho usato il termine scrittore – una cosa che, forse, ormai non s’usa più: il rispetto. Lanciai quasi per gioco una sfida dal mio status di FB: “Mandatemi i vostri racconti, li leggerò comunque, che siano belli o brutti, e vi dirò che ne penso”. Aprii un gruppo chiamato Laboratorio di narrativa e chiesi la collaborazione di Ida Verrei, amica scrittrice talento, sulla cui serietà, competenza, sobrietà e cultura sapevo di poter contare. Con sorpresa, nel giro di un’ora erano già arrivati i primi racconti e Ida ed io ci mettemmo subito al lavoro sui testi.
In seguito, visto il successo dell’iniziativa oltre ogni nostra previsione, aprimmo pure la Pagina Laboratorio di Narrativa dove poter mostrare i racconti esaminati e parlare anche di libri, di mondo editoriale, di narrativa intesa sotto tutte le sue forme, dal racconto al romanzo, dal classico al best seller, dal cinema alla fiction, senza dimenticare qualche incursione nella poesia, nella musica, nel teatro e nelle arti figurative.

LM. Come funziona, dunque, il Laboratorio di Narrativa?

P.P. Non appena ci giunge un testo, diamo immediata conferma all’autore della ricezione e dell’inserimento in coda di lettura. Sembra una cosa banale e invece è importante. Ogni autore sa quanto sia sgradevole affidare il proprio lavoro al nulla, senza più averne notizia, chiedendosi che fine abbia fatto, se sia stato letto, cestinato, archiviato, rubato.
Nei primi tempi l’attesa era più breve ma oggi, visto il numero di racconti che riceviamo, siamo costrette a far aspettare di più gli autori, però diamo sempre una risposta a tutti. Per ovviare all’inconveniente, potremmo allargare il parco dei lettori (conosciamo alcune persone la cui collaborazione sarebbe davvero preziosa) ma, siccome quello che ci piace di più e che dà buoni risultati, è proprio il pacifico e prolifico lavoro a due teste e quattro mani, i nostri autori ci scuseranno.
I racconti vengono esaminati in rigoroso ordine di arrivo, senza favoritismi per nessuno. Se, però, un autore ci invia contemporaneamente più di un brano, lo alterniamo con altri, per dare spazio a tutti. Ogni testo viene letto almeno due volte da entrambe. La lettura è attenta, parola per parola. Stiliamo poi giudizi separati e ogni volta mi stupisco di come non ci accavalliamo mai, di come ognuna sappia cogliere aspetti diversi. I due giudizi vengono poi fusi in uno solo. Inviamo sempre e comunque all’autore una scheda privata con il nostro commento e, spesso, anche alcuni suggerimenti che preferiamo non condividere con tutti.
A questo punto, se il racconto è di qualche interesse, viene editato, corretto per eliminare i refusi e pubblicato nella Pagina e sul blog Laboratorio di Narrativa arlara.blog, corredato dalla nostra recensione. In questi anni siamo state indulgenti e abbiamo scartato pochissimi testi, davvero improponibili. Non abbiamo mai gridato al talento ma non abbiamo nemmeno mai stroncato nessuno, neppure gli autori non pubblicati. Crediamo che non sia nostro compito e che il giudizio resterebbe comunque soggettivo. Cerchiamo piuttosto di analizzare la struttura del testo, metterne in evidenza le scelte stilistiche e contenutistiche. “Ogni autore”, ci piace ripetere, “ha il suo mondo da raccontare il suo modo per farlo”. Ci basiamo, tuttavia, solo sul testo, non chiediamo bibliografie dell’autore, curriculum, età o professione. Non chiediamo neppure il nome, se l’autore non desidera fornircelo. Ci interessa solo la parola scritta e non pretendiamo inediti assoluti.

LM Ida, a due anni di distanza che bilancio puoi farci dell’esperienza?

I.V. Positivo, certo: più di cento racconti letti, riletti, studiati, commentati. Sempre facendo ricorso alle nostre esperienze, alle competenze maturate, cercando di mantenere la maggiore obiettività possibile, ma anche, è ovvio, lasciando pure che prevalesse, talvolta, il nostro gusto personale.

LM. Quali sono stati i generi e le tematiche che vi siete trovate ad affrontare?

I.V. Diversi sono i generi in cui ci siamo imbattute: storie d’amore, di sesso, d’amicizia, di vita vissuta; fantasy, narrazioni surreali o fiabesche. Se dovessimo fare una statistica, potremmo dire che prevalgono i racconti che hanno come tema: solitudine, angoscia, ansie esistenziali. Il che fa comprendere il valore anche terapeutico della scrittura, che diventa, così, non solo passione da condividere, ma strumento sostitutivo di comunicazione, richiesta d’attenzione, sommesso singhiozzo di dolore. Né sono mancati racconti divertenti, pieni di spirito, arguzia e autoironia. Insomma, una varietà di contenuti che hanno alleggerito e reso piacevole il nostro lavoro.

P.P. Intervengo per dire che i maschi prediligono sempre il sesso mentre le donne, come c’è da aspettarsi, sono più sognatrici. Ma ci sono dei cliché cui si fa ricorso senza distinzione. Fra questi vanno per la maggiore soprattutto farfalle e rose, chissà perché.

L.M. E che mi dici degli stili, Ida?

I.V. Per gli stili il discorso non cambia: si passa dalla scrittura accurata, elegante, con ritmi e strategie narrative sapienti, proprie di quegli autori che sono veri e propri scrittori con esperienze di romanzi già pubblicati (cosa che ci ha gratificato), a stili più naif, qualche volta con tentativi di linguaggio moderno, giovanilistico, ma ancora tutto da costruire. Spesso abbiamo avvertito più attenzione ai contenuti che non alla forma. E in letteratura, si sa, i due elementi devono coesistere.

L.M. Tu, Patrizia, a livello personale che bilancio faresti dell’esperienza?

P.P. Come ha detto Ida, in due anni abbiamo letto e recensito circa un centinaio di racconti. Alcuni scrittori ci hanno visitato una sola volta, altri ci hanno inviato più testi e sono diventati “nostri autori”. Ci teniamo a dire che tutto il lavoro è completamente gratuito. Non abbiamo mai chiesto tasse di lettura né mai lo faremo, ci accontentiamo di un “mi piace” sulla Pagina, che, se non obbligatorio, è molto gradito anche perché, senza di esso, l’autore non può interagire con noi e con gli altri iscritti. Siamo davvero felici quando gli autori ci scrivono per commentare la nostra scheda, dando così credito e valore a una fatica che, seppur gratuita, non è per questo dovuta.
Nonostante in questo ultimo anno siano maturati per me altri progetti, come la collaborazione a www.criticaletteraria.org e l’ingresso nella redazione di www.livornomagazine.it, tengo particolarmente al nostro “Lab” e, finché ne avrò la possibilità e finché gli autori ci onoreranno con il loro appoggio costante, lo porterò avanti. Quindi, anche per me, il bilancio è senz’altro positivo, gratificante, e ringrazio tutti per la fiducia accordataci, per la pazienza e per la serietà con cui hanno accolto i nostri suggerimenti e persino le critiche.

L.M. Ida, vuoi dirci qualcosa per concludere?

I.V. Sì, ci auguriamo di essere state di qualche utilità per i nostri autori, con i commenti, le valutazioni e i consigli, sempre dati senza alcuna presunzione, ma come pareri soggettivi dettati da un pochino di esperienza e da tanta passione per la buona scrittura. Noi ci sentiamo certamente arricchite da questo nostro impegno nel Laboratorio: leggere, commentare, valutare il lavoro degli altri e confrontarsi con i diversi generi, aiuta l’autovalutazione, l’autocritica, l’autocorrezione.

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Carlo Adorni, "Omaggio a Giosuè Borsi"

17 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

 

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa. Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie. Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de “Il Telegrafo”, prima, e del “Nuovo giornale” di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia. Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio. Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco. Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca. Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato. Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.” “Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa. Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo in città dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del nostro concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

 

 

Giosuè Borsi (1888 - 1915) was born in Livorno, in the house on Via degli Inglese. It owed its name to Carducci, a friend of his father. He studied at the Niccolini Guerrazzi high school and graduated in Pisa.
He began to poetise early, with verses, needless to say, of Carduccian inspiration. In a period of experimentation and avant-garde like that, his position was established on traditional, classical, imitative forms.
He wrote comedies, short stories, short stories for children, but also critical and journalistic pieces. His father was the editor of "Il Telegrafo" first, and of the "Nuovo newspaper" in Florence then. With the pseudonym of Corallina, he was a reporter and made pieces as sent on the Messina earthquake and on the Venice art biennale.
He was elegant, much sought after in the living rooms, he lived a dissolute life which he later regretted. He was successful as a connoisseur and end speaker of Dante. But the death of his father and sister Laura threw him into despair, to the point that, when his beloved grandson, son of Laura, also died, Joshua attempted suicide.
Despite having grown up in an anticlerical and agnostic environment, the misfortunes of life directed him towards Christianity. He became a Franciscan tertiary, that is, a lay person who is committed to living the spirit of St. Francis in the world.
Between 1912 and 13 he wrote Le confessioni di Giulia, dedicated to the beloved woman, understood in an angelic and Dante's version.
He was an interventionist in the First World War because he considered death on the field as the atonement for a life of sin.
A few days before he died, he wrote a letter to his mother, considered his highest literary moment.

"Everything is therefore favorable to me," he said, "everything smiles at me to make a successful and beautiful death, time, place, season, occasion, age. I couldn't better crown my life. "
“I am calm, perfectly serene and firmly determined to do all my duty to the last, as a strong and good soldier, unshakably sure of our unfailing victory. I'm not quite sure I see it alive, but this uncertainty, thank God, doesn't bother me at all, and it's not enough to make me tremble. I am happy to offer my life to the homeland, I am proud to spend it so well, and I do not know how to thank Providence for the honor it does me.
Don't cry for me mom, if it's written up there that I have to die. Don't cry, because you would cry over my happiness. Pray a lot for me because I need. Have the courage to endure life to the last without losing heart; continue to be strong and energetic, as you have always been in all the storms of your life; and continue and be humble, pious, charitable, so that the peace of God may always be with you. Goodbye, mother, goodbye Gino, my dear, my loved ones. "

He will succeed in his intent: he will die in an assault on Zagora. In his jacket, along with bloody medals, a photo of the mother and the Divine Comedy will be found.

The Giosuè Borsi cultural association was born in 2004 as a continuation of the group of the same name, active in the city since 1988, on the occasion of the first centenary of the birth of the poet. Initially she took care of keeping the relics of our fellow citizen, previously kept in a small museum, now closed. With the recognition of the Municipality of Livorno, it has the ethical custody of the Famedio di Montenero, which collects remains and memories of the illustrious Livornese. The association, based in via delle Medaglie d’Oro 6, keeps the memory of Giosuè Borsi (1888 - 1915) alive and promotes conferences and studies on the history of the city and its forgotten characters. It publishes the magazine "La Torre" every six months and has arranged to reprint numerous works of Borsiane.

The president of the association, Carlo Adorni, edited an anthology entitled "Homage to Giosuè Borsi" with a preface by the late Professor Loi, of whom we have an admired memory as our history teacher. The anthology, published in 2007 by the publishing house "Il Quadrifoglio" and accompanied by beautiful photos, contains verses from various collections - including Primus Fons - some Dante interpretations - of which Borsi was passionate and fine speaker - the famous spiritual Testament, high example of religious writing, and the last letter to the mother, her highest poetic moment.

As Loi points out, Art, Homeland and Religion were the three inspiring motifs of the Borsian work, even though he was not a "great wing" poet. After a life of pleasures, lived with a sense of guilt, after growing up in the shadow of paternal carduccian and classicist ideals, after craving for himself the love of the woman and the glory of the artist, Borsi had a profound spiritual conversion that brought him closer to Christianity. The spiritual testament is a confirmation of how much he has felt, even in his existence, the vanity and weight of earthly things. 

The pain hit him, crossed, prostrated, with repeated and brutal blows: the death of his father, his sister Laura and his grandchild born from her relationship with D’Annunzio's son.

But in his death in battle, sought after, desired, there is a lot of decadentism, the last Wildian or D'Annunzian brushstroke given to an artistic life, sublimated, however, and illuminated, by spirituality, by a search for Franciscan purity. Death is beautiful, it is auspicious, because it tends to glory, makes us legendary, redeemed from sins and, however, in this death, understood as crowning rather than renunciation, the Franciscan tertiary, the renunciate, disappears and the Nietzschean superman resurfaces.

 

"I leave transience, I leave sin, I leave the sad and heartwarming spectacle of the small and momentary triumphs of evil over good: I leave my humiliating body, the heavy weight of all my chains, and fly away, free, free, finally free up there in the skies where our Father is, up there where his will is always done. "

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Angelica Palli

16 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Anghelikì Pallis (1798 - 1875), figlia del console, nonché direttore della scuola greca, di Livorno, nasce da genitori entrambi ellenici. Studia col maestro de Coureil (di origine francese ma morto a Livorno). Eredita dal padre l'amore per la letteratura e per i classici e comincia a versificare fin dall'adolescenza. Scrive poesie, novelle, tragedie, romanzi. Il suo "Tieste", del 1814, si merita le lodi del Monti. Nel 1919 diviene membro dell'Accademia Labronica, col nome di Zelmira. I suoi interessi, oltre che artistici, sono politici e sociali. È un'attiva sostenitrice degli ideali e delle lotte risorgimentali, si dedica alla causa del popolo greco contro gli ottomani (la stessa per la quale muore Byron). L'unica donna a essere ammessa al gabinetto Vieusseux - il circolo fondato a Firenze che, oltre a fungere da emeroteca e biblioteca circolante, serve anche a mettere in contatto fra loro gli intellettuali della futura Italia unita - le viene proposta una collaborazione ma rifiuta non sentendosi all'altezza del compito. Il sito angelicapalli.blogspot.com è una preziosa fonte d'informazione per conoscere la vita privata della scrittrice livornese. Vi si narra che, nel 1970, nella soffitta di una casa di campagna della valle Benedetta, è stata ritrovata una cassa contenente lettere di Angelica al padre. Siamo nel 1830, Angelica ha trentuno anni, un viso di una bellezza classica e pulita. Conosce il diciannovenne Giovan Paolo Bartolomei, nobile di origine corsa e patriota, e se ne innamora. Lui è cattolico, lei ortodossa, lui un ragazzo, lei una donna fatta. La famiglia di lui osteggia il rapporto. I due fuggono, aiutati dal fratello di Angelica, Michele, con l'intenzione di chiedere la dispensa papale per sposarsi. Ripiegano poi su Corfù, dove si uniscono in matrimonio con rito ortodosso. L'anno successivo Angelica scrive accorate lettere al padre, implorando il suo perdono, spiegandogli che ha ricevuto tanto ma ha anche sofferto. Sono, appunto, le lettere ritrovate nella cassa. Dal matrimonio nasce un figlio, Lucianino, e i tre fanno finalmente ritorno a Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, sugli scali del Pesce in Venezia, diventa il principale salotto mazziniano, tra il 20 e il 40, frequentato da Lamartine, Champollion, Niccolini,Guerrazzi, Bini e Manzoni. Quest'ultimo immortala Angelica in un'ode scritta per lei, dove la definisce "Prole eletta dal Ciel, Saffo novella". In questo periodo l'attività politica della Palli s'intensifica, ella collabora a riviste e giornali, scrive poesie e novelle di argomento civile e nel 47 si occupa dell'organizzazione dei volontari toscani. Il marito e il figlio adolescente partono insieme con un gruppo di patrioti livornesi per combattere a Milano durante i moti del 48 e Angelica li raggiunge per poi tornare a Livorno nel 49. Durante i mesi autunnali, per alcuni anni soggiorna a Fauglia, in corso della Repubblica 47 (dove una lapide la ricorda). Qui scrive il famoso "Discorsi di una donna alle giovan maritate del suo paese", in cui rivaluta in senso femminista il ruolo della donna nella società. Scrive anche "Cenni sopra Livorno e i suoi contorni", dove mostra di apprezzare lo spirito battagliero delle donne labroniche, descrivendole come buone, generose ma irrispettose e irriverenti. A questo testo fa riferimento anche Pietro Vigo nelle sue ricerche storiche. Nel 53 rimane vedova e si trasferisce a Torino ma muore poi a Livorno nel 1875. Le sue spoglie riposano nel cimitero greco in via Mastacchi.

Anghelikì Pallis (1798 - 1875), daughter of the consul, as well as director of the Greek school, in Livorno, was born to both Hellenic parents. She studied with Maestro de Coureil (who was of French origin but died in Livorno). She inherited his love for literature and the classics from her father and began to versify from adolescence. She wrote poems, short stories, tragedies, novels. Her Tieste, dated 1814, deserves the praise of Monti. In 1919 she became a member of the Labronica Academy, with the name of Zelmira.

Her interests, as well as artistic, are political and social. She is an active supporter of Risorgimento ideals and struggles, she is dedicated to the cause of the Greek people against the Ottomans (the same for which Byron dies). The only woman to be admitted to the Vieusseux cabinet - the club founded in Florence which, in addition to serving as a newspaper library and circulating library, also serves to bring together the intellectuals of the future united Italy - she is offered a collaboration but refuses not feeling up to the task.

The angelicapalli.blogspot.com site is a valuable source of information for knowing the private life of the Livorno writer. It is said that, in 1970, in the attic of a country house in the Benedetta valley, a chest was found containing letters from Angelica to her father.

We are in 1830, Angelica is thirty one years old, a face of classic and clean beauty. She meets the nineteen year old Giovanni Paolo Bartolomei, nobleman of Corsican origin and patriot, and falls in love with him. He is Catholic, she is Orthodox, he is a boy, she is a grown woman. Her family opposes the relationship. The two flee, helped by Angelica's brother, Michele, with the intention of asking for papal dispensation to get married. They then retreat to Corfu, where they are united in marriage with an Orthodox rite. The following year Angelica writes heartfelt letters to her father, imploring forgiveness, explaining that she has received so much but has also suffered. These are the letters found in the box.

From the marriage a son, Lucianino, is born, and the three finally return to Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, on the scali del Pesce in Venezia, became the main Mazzinian salon, between 20 and 40, frequented by Lamartine, Champollion, Niccolini, Guerrazzi, Bini and Manzoni. The latter immortalizes Angelica in an ode written for her, where he defines her "Offspring elected by Ciel, Sappho novel".

During this period, Palli's political activity intensified, she collaborated with magazines and newspapers, wrote poems and short stories on a civil topic, and in 47 dealt with the organization of Tuscan volunteers. Her husband and teenage son leave together with a group of patriots from Livorno to fight in Milan during the riots of 48 and Angelica reaches them and then returns to Livorno in 49.

During the autumn months, for some years she stayed in Fauglia, in corso della Repubblica 47 (where a plaque reminds her). Here she writes the famous "Discourses of a woman to the young married women of her country", in which she re-evaluates the role of women in society in a feminist sense. She also writes "Cenni sopra Livorno e i suoi contorni", where she shows her appreciation for the fighting spirit of Labronic women, describing them as good, generous but disrespectful and irreverent. Pietro Vigo also refers to this text in his historical research.

In 53 she was widowed and moved to Turin but then died in Livorno in 1875. Her remains lie in the Greek cemetery in via Mastacchi.

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"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni

15 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni

Paolo Mantioni

Il Respiro del Fiume

Patrizia Poli

libro pubblicato dall'autrice, 2010


Urmilla Zarullah è una bambina di 11 anni rimasta sola al mondo: l’adorata madre è appena morta e lo sconosciuto padre è in qualche altrettanto sconosciuta prigione dell’immensa India, a scontare una pena per un delitto non commesso. È una bambina coraggiosa, intraprendente e intelligente, figlia di una indù e di un musulmano (un paria, un intoccabile), è stata allevata secondo i dettami della spiritualità indù e, crescendo, ne sarà sempre una convinta seguace. Prima di essere affidata alla missione cristiana di Rangapore, retta da Padre Franz, un giovane prete tedesco, e suor Chandra, indiana, riesce a far visita al nonno, bramino di un tempio indù dei paraggi, che però, nonostante il ritrovato affetto, non può tenerla con sé perché “impura”, intoccabile. Qualche anno più tardi la stessa Urmilla è una bella fanciulla indiana che durante le abluzioni rituali nel Gange viene inquadrata dall’obiettivo fotografico di un giornalista italiano, Marco Ferrari, che se ne innamora. Nel frattempo Urmilla è diventata un’attiva animatrice della missione cristiana e si occupa dell’istruzione dei bambini che ospita, e a sua volta studia con grande profitto da medico. Marco Ferrari le promette di ritrovare il padre e parte alla sua ricerca. Ma la missione è colpita da un’epidemia di colera che uccide tutti i bambini tranne il sordomuto Kabir, mettendo a dura prova la fede cristiana del prete e scuotendo dal profondo la serenità di Urmilla. Dal baratro del più profondo sconforto, Padre Franz e Urmilla confessano a se stessi di amarsi non solo d’amore fraterno e si abbandonano ad una notte d’amore. Le conseguenze sono drammatiche: Padre Franz è sconvolto e sembra far pesare alla ragazza le devastazioni psicologiche del suo rimorso; Urmilla scopre di essere incinta, abbandona il nonno, il prete, Kabir, la missione, gli studi, abortisce e si trasferisce nella lontana Agra, dove lavora, disfatta e sconsolata, come guida turistica.

Altre rinascite e altre tragedie si succederanno nella vita di Urmilla e in quella degli altri personaggi, secondo un ciclo che appare eterno come il “respiro del fiume”, che dà il titolo al romanzo. E altre rinascite e altre tragedie si possono ragionevolmente immaginare anche dopo il finale iscritto sotto il segno della conciliazione religiosa e della pacificazione personale. I dissidi religiosi, la millenaria mentalità delle caste (che, si ricorderà, sono state il cruccio degli ultimi anni di vita di Gandhi e il movente del suo assassinio) e la disperata povertà continueranno a rodere dall’interno le vite degli individui.

Con il suo romanzo Patrizia Poli offre al lettore una conoscenza di prima mano (i dettagli e il contesto in cui sono inseriti non credo possano ingannare) di un mondo e di una tradizione spirituale spesso altezzosamente avvicinati solo per sentito dire, per luoghi comuni e per approssimazioni o, viceversa, entusiasticamente accolti come la panacea di tutti i mali occidentali. Sul piano dell’espressione, dello stile, della composizione, delle figure, il romanzo non offre particolari originalità: si tratta di una narrazione corale, di stampo tradizionale, dove ogni personaggio ha diritto al suo punto di vista, determinando la varietà del racconto e delle prospettive, e dove la terza persona onnisciente non impone un suo peculiare modo di vedere le cose. Insomma dallo stile non traspare la figura storica, biografica e temperamentale dell’autrice (senza però nessuna rivendicazione di poetiche neorealiste o fenomenologiche). La quale, evidentemente, punta sulla forza della materia narrata, sulle implicazioni ideologiche, religiose e sociali che essa suscita. Vengono messe a confronto la religione (e i temperamenti) del Dio del fare (Padre Franz, Marco Ferreri), di coloro che agiscono qui e adesso per intervenire sulla realtà, per migliorarla e renderla più vicina al modello precostituito in cui si riconoscono e la spiritualità (e i temperamenti) del Dio del lasciar fare, di coloro che si sentono parte di una realtà, di un mondo e di un’energia vitale che non può e non dev’essere ostacolata nel suo fluire (il bramino, il mussulmano). Occorrerà avvertire che questa seconda opzione, che nella vulgata occidentale è rubricata sotto la miserevole insegna del fatalismo, nasce invece da una profonda esigenza filosofica che spinge l’individualità a ritrovare in sé le ragioni dell’essere. E occorrerà altresì avvertire che il pensiero e la pratica filosofica cui fa riferimento hanno poco o punto a che vedere con la corrente di pensiero occidentale che va sotto il nome di fenomenologia esistenzialista, che si sofferma invece a indagare la relazione tra l’individuo e il mondo come fenomeno.

Per la mentalità occidentale è un delitto rassegnarsi indolentemente alla povertà, alla prostituzione minorile, all’ingiustizia sociale, ma non si può nemmeno negare che l’intervento, l’aggressione al Male ha spesso conseguenze peggiori del male che si è voluto combattere. D’altro lato, la placida accettazione del ciclo eterno di morte e rinascita non può nascondere che il mondo ogni volta rigenerato dal sole continua a essere corroso e insozzato dalla malattia e dalla morte. Le creature – innocenti – continuano ad abitare una creazione che, in quanto tale, è l’origine stessa del Male, secondo una concezione che è specularmente opposta a quella cristiana, dove la creazione innocente e perfetta è abitata da creature colpevoli. Forse è nella figura di Urmilla che l’autrice ha inteso additare una possibile conciliazione tra le due pratiche religiose e filosofiche e una possibilità di evoluzione per l’India futura (il romanzo è ambientato nel decennio che va dal 1980 al 1990), che, invece, a tutt’oggi sembra aver imboccato la strada della frenetica imitazione del modello economicista proveniente dall’occidente.

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