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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Livorno Magazine - Periodico di Informazione

12 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

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Grazie a Fabio Marcaccini

12 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

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"La Supplente" prima puntata di Chiara Zanin

12 Gennaio 2013 , Scritto da Chiara Zanin Con tag #chiara zanin, #educazione

di Chiara Zanin

Tema: La Supplente.

Svolgimento:

La Supplente è una maestra. Siamo sicuri? A dire il vero, essa è socialmente riconosciuta come la sostituta della maestra, quella vera. Allora, la Supplente è una specie di avatar. Un surrogato, una brutta copia. Deve prendere quello che trova e restituirlo, tale e quale, se possibile perfezionato. Per la legge è un'insegnante a pieno titolo, ma non può ammalarsi (è una supplente! Deve sostitutire chi si ammala!) non ha ferie retribuite.

Ma la Supplente ha pur sempre un lavoro; un bel lavoro, lavora con i bambini. Insegna; anzi, a dire il vero non è che insegna, no, a lei spetta la parte bella: "tenere" spensieratamente i bambini finché non arriva la Babbana, cioè la maestra quella vera, magari li fa disegnare mentre legge il giornale. Ma lo sapete che ci sono supplenze di 9 mesi? Lo sapete che esiste la responsabilità penale per dolo e colpa grave? O ricordate solo l'ora buca al liceo quando la prof si ammalava, saltava l'interrogazione e veniva uno lì a dirvi "state buoni-non fate casino-studiate per l'ora dopo"?

Alla domanda:"che lavoro fai?" risponde "la maestra", e la successiva è sempre "ah si,che bello! Di che materia?" Scusatemi signori: la maestra che avevate voi da piccoli, insegnava UNA materia? Sì vabbè, ma adesso non c'è più il maestro unico... ogni insegnante ha il suo ambito. Ah sì? Forse è così per le maestre Babbane, non certo per la Supplente. La Supplente oggi fa matematica in quinta, domani sostegno e dopodomani geografia in prima... non sa se la supplenza continua e per quanto, non lo sa mai e intanto si compra libri e guide sperando di rimanere lì, a fare geografia in prima. In genere, il giorno dopo aver speso 40 euro di materiale didattico ("ma non ve li danno a scuola?" Sì,in Svezia forse) perde il posto. Perché il lavoro della Supplente consiste più che altro nel perdere il posto, in favore di un'altra che a sua volta ha perso il posto. Però è bello perchè sei insegnante. Sì. Però è bello perchè adesso le supplenti hanno tanti diritti e privilegi, ti dice la baronessa in ruolo con la quarta magistrale da quando aveva 18 anni; che è tanto stanca, ma proprio tanto. Ha 60 anni ma in pensione non ci va perché la penalizzano del 2 per cento; e allora si mette in mutua e va alle terme, tanto mandano la Supplente. Che puntualmente non ha esperienza, poco importa se è laureata e gira per le scuole da un decennio. Ma dove l'hanno trovata?

Poi, un altro classico: "Sei supplente di chi? Della Pinca Pallina? Oh,è ammalata! Cos'ha? Come sta? Quando torna?"... A me,lo chiedi? A me? È una TUA collega. Ci lavori da 20 anni. Io arrivo oggi e non vi ho mai viste, né tu né lei. Alza il telefono e chiamala, se vuoi sapere come sta. Io sono solo la Suppente.

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"Preghiera di giugno" di Roberto Oddo

12 Gennaio 2013 , Scritto da Roberto Oddo Con tag #poesia, #roberto oddo

Io c'ero e l'ho visto

alitare nel vuoto

quel po' di calore

sbavato degli ingordi.

Ero là, l'ho sentito

deglutire

le sue parole allegre,

richiudere in un pugno

tutto suo

quel ronzante saluto

che sbuffa.

Lui non m'ha visto.

Chi guarda più in là

di cenni contati

e poi contati?

Ora tu, che stai in cielo

sull'alto dei tuoni,

tu che splendi se anche

non sento,

siediti qua e dimmi

se non è questo

il verbo da usare

con te

e dimmi se nell'alibi

di quell'ammiccamento

annoiato di felicità

passeggera

soffocherai la mia preghiera,

se non tenderò le mani

giunte, sempre basse

a salutare gente,

ben aperte a sprecare

vento che passa,

vediamo

se non m'alzo

davanti a tutta quella vita.

(da das-kabarett.blogspot.com)

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"L'ora della sera" di Adriana Pedicini

11 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

 

 

Si ferma il tempo

nell’ala che si stende

a sfogliare piumate ombre

sui tetti mentre in cielo

sola e lontana

posa la luna

a cui pur s’àncora il mio cuore.

Soffuso

l’eco della vita

mi ritorna e gioioso

stupore bambino

sul limitare

di giorni sconosciuti

nelle vene tremito

sul ciglio dell’ignoto

attese e desideri

sulla corda sottile

dii sogni giovanili

infranti o pronti a germogliare

da cuore saggio che oblia

con gli anni e accorto

impara a raccattare

splendidi tesori

nel ritmo di legge sovrumana

che  sveste dei respiri

ma poi di folate di luce

all’improvviso investe. .

Ammassati

nel granaio della memoria

-sedula formica-

i frustoli di un lungo faticare

della vita sicura dote

e cibo per l’anima

al tempo dei marosi.

E pur son giunti e non pochi

e ogni volta la tenue speranza

si è slabbrata in incubo.

Ogni volta non so se io viva

o sono un’altra

che ricorda il suo passato

o interpreta una parte non sua

in pirandelliano teatro. .

Non so se il sipario cali ora

ma vorrei che quest’ora

fosse segno e sintomo d’amore,

ultima battuta in forma di sorriso

aura perenne sul cammino

di chi resta.

Adriana Pedicini

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma

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signoradeifiltri.overblog.com

11 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

Ciascuno di noi può aprire un blog, ma non sempre si ha tempo e voglia per aggiornarlo costantemente, né si ottiene la necessaria visibilità.
Il nostro blog è collettivo, a più voci, ogni redattore collabora quando e quanto lo desidera, mantenendo una propria pagina personale.

http://signoradeifiltri.overblog.com/

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"Fratellini e sorelline" di Fabio Marcaccini

11 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #racconto

Domani compio il mio primo mese di vita. Anzi, sarebbe meglio dire, finisco un mese dal giorno della mia venuta al mondo, perché io, viva, lo ero già da ben nove lune. Che pacchia dentro pancia di mammina: sempre a gustarmi in automatico i ventitre chili di leccornie che lei trangugiava per me, o almeno così diceva. Un vero sballo stare in quell’ovatta, senza tutte quelle luci troppo forti e quel baccano intorno a disturbare.
Che brava è stata la mia mamma. Appena ha saputo di me, ha smesso di bere caffè, di fumare e di mangiare prosciutto crudo e pomodori dei quali, poverina, va matta. Subito dopo ha anche allontanato babbo in un angolino del letto. Diceva di aver paura che lui potesse farmi male. Secondo me si sbagliava. Perché avrebbe dovuto farmi male… Il mio babbo mi vuol bene.
Ogni tanto andavamo in ospedale dove veniva a farmi visita un signore, che poi ho scoperto essere anche un mio parente. Tutti lo chiamavano il “dottore”. Lui si divertiva ad infilare quella sua manona dentro, fino a salire su, verso di me. Sembra dovesse farlo per controllare il buon stato di salute mio e della mia mamma. A dire il vero, io stavo proprio bene dentro la mia mamma, protetta com’ero già allora, da tutto il suo amore. E le poche volte che non era così, era proprio quando il dottore veniva a farmi... “visita”.
Ricordo uno di quei giorni in cui lui, curiosando dentro com’era sempre suo solito fare, premendomi da tutte le parti con quel suo “cosino” che già allora avrei voluto tanto togliergli dalle mani, disse: “guardate... Questo è il cuoricino, queste sono le gambine, le manine... E’ completamente formata e procede tutto bene”.
All’epoca io avevo solo dieci-dodici settimane; misuravo due centimetri e mezzo. Di me avrebbero potuto fare ciò che volevano.
Il giorno che sono nata ero un po’ frastornata. Non avevo ancora fatto a tempo ad uscire che subito un sacco di gente era già li ad attendermi. - E’ qui la festa? Invece… pronti… via! Tutti a mettermi le loro manone addosso.
Prima ti spingono, poi ti tirano, ti prendono per la testa e per i piedi, ti aspirano, ti posano un po’ di qui e un po’ di là. E ci credo che la prima cosa che si fa, venendo al mondo, è quella di mettersi a piangere. Senza pensare che, uscendo tutti ignudi, che già fa un freddo boia, come se non bastasse, ti piazzano addosso, davanti e di dietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto, un affarino circolare ghiaccio ghiaccio che con un tubicino arriva fino alle orecchie di queste persone che manco conosci. Per l’amor di Dio. Tutte gentili… tutte ordinate e ben vestite in quei loro strani abitini verdi… e con quelle mascherine a coprir la bocca e il naso.
Eppoi… Il bagnetto, l’asciugatura, la pesatura! "E basta!!! E fatela un po' finita" - avrei tanto voluto urlare.
E’ stata davvero una gran liberazione quando mi hanno vestita e posata dolcemente sul seno di mammina. L’ho riconosciuta subito la mia mamma, dal battito del suo cuore che per mesi mi aveva fatto tanta compagnia specie quando spesso lei dormiva ed io non sentivo più la sua voce. In tutto quel casino temevo davvero d’averla già persa.
Mi rassicurai nell’averla ritrovata e così smisi di piangere, mentre lei... cominciò. Un po’ imbarazzata, allora, voltai lo sguardo da una parte dove in piedi, vicino al lettino, vidi un signore che mi guardava, anche lui con gli occhi lucidi. Che allegria!
Lui si avvicinò tutto emozionato e con un bacino sulla fronte mi disse: “ciao Amore mio”.
“Cavolo” - pensai. “Ma io questa voce la conosco. Lui è quello che tutte le notti, a notte fonda, mi parlava e mi teneva sveglia. Avrei voluto gridargli "Babbo... Ciao! Ma tu la notte non dormi mai?”, ma ero troppo stanca e mi lasciai addormentare.
I giorni poi hanno cominciato a trascorrere. Bene direi. Dopo che ne erano trascorsi appena due in ospedale, mi sono ritrovata tra casa e giratine. Bello questo mondo tutto pieno di colori; prima era tutto buio.
Da subito ho cominciato a ricevere doni e coccole. Mi piacciono tanto le coccole, tra una dormita, una poppata, un’altra poppata e l’altra ancora. Dei regali invece... sento che fanno piacere a mamma e a babbo, quindi vorrà dire che sono belli e che ci volevano. Tutti sempre a dire che “è solo un pensierino” e babbo e mamma a replicare “ma scherzi. E’ anche troppo”. Ma... A chi dovrò dare retta, io? Per adesso sono contenta del fatto che non me ne frega proprio niente. Per ora ho ben altro di cui dovermi occupare.
Ho conosciuto i miei nonni: mi sono sembrate quattro brave persone... Sento che mi vogliono già tanto bene. Poi sono arrivati a trovarmi anche i miei cugini... La cosa strana invece e che non riesco ancora a capire, è che di uno zio e di una zia che mi aspettavo di avere, me ne hanno presentati un esercito.
Comunque la cosa più bella è stato l’incontro con le mie due tate. Loro sono gli altri due grandi Amori del mio babbone. Sembra ci sia stata una signora che andava dicendo che io sarei stata solo la loro “sorellastra”. Io non so ancora cosa voglia dire essere sorellastra ma so che le mie sorelline, anzi, sorellone, per questa frase ci sono rimaste male davvero e che il nostro babbo, per questo, si è davvero tanto, tanto incazzato. Dopo un mare di parole nere che non posso ripetere, non capisco perché l’unica ad essere denunciata sono stata io, subito dopo essere nata. E che colpa ne ho!? Se poi penso che se son qua oggi, forse lo devo anche a questa persona… “Signoraaa… Io ti sono grata!”
Ho sentito il mio babbo un po’ preoccupato anche per un’altra cosa. Si sta chiedendo se troverà problemi con la Chiesa, per farmi battezzare... "Ehi, ragazzi... che ce l'avete tutti con me? E perché, poi? Io sono il frutto dell’Amore, non di un peccato". Non sarebbe affatto divertente facessero problemi a me quando nel mondo c’è tanta gente che fa del male e alla quale poi con un falso pentimento e una mezza confessione per rimediare agli errori dell’ultima settimana gli è concesso di poter ricominciare tutto daccapo.
Be’... Che dire. Sono convinta che il mio babbo sistemerà anche questa. Eppoi ho già capito che a volte, è lui ad esagerare con i suoi timori.
Io, che fino a poco tempo fa ero un Angelo, so che Dio c’è e che non dimentica nulla. Almeno spero!
Domani compio il mio primo mese. Buona Vita a me. E buona Vita anche a tutto il mio mondo che poi è anche il Vostro.


7 ottobre 2007

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Patrizia Poli shared La vita e' un'altra's photo.

11 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

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I miei racconti

11 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

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Uno sporco lavoro

11 Gennaio 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #Laboratorio di Narrativa, #franca poli, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli, è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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