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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Livorno Magazine - Periodico di Informazione

30 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

30.01.2013 dalla Redazione NEWS

Comunicato stampa congiunto
Radio Flash Livorno e LivornoMagazine.it:

RADIO FLASH LIVORNO e LIVORNO MAGAZINE insieme
per far innamorare sempre di più i livornesi della loro città.

INNAMORARSI DI LIVORNO ALLA RADIO E SUL WEB.
Dall’11 Febbraio 2013, all’approssimarsi di San Valentino, Radio Flash e la rivista on line Livorno Magazine invitano, livornesi e non, a riscoprire una città dalle mille facce, molte delle quali inaspettate. Dall’origine del “Boia dé”, al ponce e al cacciucco, passando per la presenza a Livorno di importanti personaggi come Andersen, Byron, Manzoni e Galileo. Le pillole della serie “INNAMORATI DI LIVORNO” tratte da www.livornomagazine.it andranno in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì alle ore 8,00 del mattino su www.radioflash.info, e saranno poi disponibili sul canale ondemand di Radio Flash, oltre che sulla rivista on line LivornoMagazine.it . Storia, Arte, Cultura, tradizione e tanta livornesità tra il passato e il presente della città dei Quattro Mori.
Particolare attenzione verrà dedicata al “compleanno” di Livorno, che cade il 19 Marzo.

David Di Luca per Radio Flash Livorno
Fabio Marcaccini per LivornoMagazine.it

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Ida Verrei - La drammaturgia dell'assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

30 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei - La drammaturgia dell'assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

Mister Yod non può morire

Maria Antonietta Pinna

Edizioni La Carmelina

pp.83

10,00

Recensione

di Ida verrei

“Mister Yod non può morire” di M. A. Pinna è una proposta teatrale che coniuga elementi realistici con quelli simbolici e surrealisti.

Nella nota introduttiva l’autrice stessa fornisce una prima chiave di lettura del suo dramma e ne sottolinea il significato allegorico: è un Dio creato dall’irrazionalità dell’uomo che, nella perdita della concezione del tempo e dello spazio, non riuscendo più a reggere il peso della propria identità, diviene “altro” e cerca nella morte la risoluzione della sua crisi esistenziale, “per poi scoprire di voler vivere ancora”. (pag.11 nota dell’autore)

Yod, il cui nome è la prima delle quattro lettere che in alfabeto ebraico compongono il nome di Dio, oscilla tra due nature: quella divina e quella umana; sembra non trovare una propria collocazione; tenta di proiettarsi nelle realtà che incontra, ma trova solo cliché e luoghi comuni, il vuoto. Tutto il suo percorso mostra una dualità inscindibile di ripulsa e amore verso la vita: è un dialogo interno di due parti scisse, il divino e l’umano, l’oggetto buono e quello cattivo, in un’angoscia derivante dalle pulsioni di vita e di morte.

La rappresentazione si dispone su tre piani temporali: un tempo lontano, in cui si smarrisce la ricerca di memorie; un presente incomprensibile; un futuro illusorio.

È un tempo ciclico nel quale niente si risolve e tutto ricomincia.

L’azione del primo atto si svolge in un luogo privo di definizione: cinque sedie vuote, cinque personaggi. In questo spazio scenico, carico di valenze simboliche, dove si condensa la mancanza di comunicazione, si muove Yod, tra maschere pirandelliane, che incarnano i membri di una stessa famiglia, estranei tra loro, isolati, indifferenti, incapaci di riconoscersi. Lo scambio verbale sottolinea un distacco disincantato, l’inconoscibilità, la fuga nell’irrazionale:

“Ma tu chi sei?”

“non lo so e tu? (pag.20)

“io cosa?”

“tu sai chi è quell’uomo?”

“a occhio e croce direi che è mio marito” (pag.21)

I dialoghi sono basati sui suoni e sul ritmo di frasi brevi che frantumano la percezione del reale. L’autrice usa luoghi comuni quotidiani;

“Davvero? Non ci si crede. Certe volte, i casi della vita…”

“Chi l’avrebbe mai detto?”

“Ma guarda che combinazione!” (pag.16)

battute brevi, frammentarie, con proposizioni indipendenti, per lo più interrogative; una comunicazione che sembra derivare dalla difficoltà dei personaggi di agganciarsi a una logica convenzionale; parole reiterate, slegate, che assumono la forma dell’enumerazione con effetti sonori:

“Inamovibile, incrollabile, imprescindibile,

innominabile, immangiabile,ineliminabile...

e sentite questa: inesautorabile!”

“Inesautorabile? Questa non vale perché non esiste!

“Se l’ho detta vuol dire che esiste!” (pp.34-35)

In questo groviglio di non-senso, Yod, cerca la soluzione del suo problema. Il suo ruolo, però, appare all’inizio sfocato, abbozzato, più spettatore che attore. Ma è proprio attraverso la demenzialità dei dialoghi, l’incoerenza delle parole, che si giunge ad individuare il protagonista-soggetto dell’opera.

Yod urla la sua ribellione, la sua richiesta di aiuto, ma si scontra con l’indifferenza, l’egoismo di parenti stretti , che fanno male come scarpe:

“Mister Yod non può morire, lo sappiamo tutti”

“Ma io devo morire!”

“Non puoi”.(pag.33)

Non gli resta che cercare altrove.

Si rifugia nell’antro di Paracelso, medico alchimista che funge da contrappunto ironico alla voce di Yod; è proiezione del “magico”, colui che, alla ricerca degli elementi basilari della vita, tenta di “separare il vero dal falso… Spirito e materia”.(pag.47)

Qui (secondo atto), cambia completamente la scenografia: una tenda sullo sfondo, colma di simboli: quelli cinesi, YANG e YIN, emblemi degli opposti, della dualità presente nel cosmo; i quattro elementi della vita (fuoco, acqua, aria, terra); simboli alchemici ed egizi; e l’Ouroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eterno ritorno, della natura ciclica delle cose. Yod spera finalmente di uscire dalla noia universale e perenne dell’immutabilità: “L’inizio coincide con la fine che è un principio che è una fine che è un principio che è la fine… Separare l’inizio dalla fine, questo è l’arcano!”(pag.49)

“Ma lo scienziato-mago-stregone compie una ricerca inversa a quella di Yod: cerca la formula dell’immortalità, che tenta di strappare dal corpo stesso del Dio. La scienza, quindi, è inadeguata alla comprensione delle oscure profondità dell’animo, a risolvere problemi esistenziali e pulsioni dell’inconscio.

Ancora una volta Yod, deluso, sparisce.

In una fusione perfetta tra comico e farsesco, avviene l’incontro con don Abbondio (terzo atto), rappresentante della Fede, ma eroe della paura, esponente di quel clero che appare più interessato ai beni materiali che ai problemi dell’anima. Yod spera in un consiglio dell’uomo di Chiesa, vuole “uscire dall’eterno ciclo della vita” (pag.61) ma i due viaggiano su piani diversi: “Io scanso tutti i contrasti e cedo a quelli che non posso scansare”(pag.62), dice il religioso, e si aggrappa alle regole: “ La legge è legge… Avanti, un uomo qualunque lo capirebbe”(pag.67). E l’Uomo qualunque, non più sinonimo di una negatività indeterminata, ma quasi alter ego di Yod stesso, evocato dall’urlo di don Abbondio, fa la sua comparsa. Socraticamente, con domande incalzanti, attraverso associazioni e quesiti continui, scava nell’io segreto dell’uomo-dio.

In un tragico assurdo, immerso nel flusso dei ricordi, Yod è costretto a naufragare nel passato; si tuffa nel ventre caldo e scuro della balena, che allude a simboli prenatali e ad antiche leggende Inuit.

Qui inizia la parte più visionaria del dramma, il suo autentico significato allegorico: alla ricerca delle proprie origini, il Dio creato dalle pulsioni inconsce dell’uomo, intraprende un viaggio a ritroso. E si perde, non riesce a ritrovarsi in ciò che gli appare, nelle colpe, nel male perenne che l’uomo infligge all’uomo. L’orrore lo travolge; scivola in una dissoluzione che rende incerto il confine tra vita e morte.

Ed allora, in un delirio finale, emerge il disperato bisogno di sopravvivere: perire per ritornare sempre identico a se stesso non ha senso. Vivere, per ritrovare l’illusione di un mutamento che sia catarsi, liberazione dalla condanna dell’Ouroburos, il serpente che si morde la coda.

Maria Antonietta Pinna costruisce un testo teatrale sperimentale; sente il fascino delle Avanguardie simboliste, nei contenuti e nello stile. Ma, con felice intuizione creativa, trova una propria originalità. Rielabora in modo personalissimo tematiche e linguaggi, riuscendo a darci testimonianza di un autentico talento.

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La commedia divina e il cortocircuito dell'anima

30 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #educazione

La commedia divina e il cortocircuito dell'anima

Era già l'ora che volge il disio

ai navicanti e 'ntenerisce il core

lo dì c'han detto ai dolci amici addio;

(Purgatorio, VIII)

Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di contesto storico, di terzine incatenate di endecasillabi, invece ripenso a quel libretto capitato per caso fra le mie mani infantili: La Divina Commedia spiegata ai bambini che mi ha fatto conoscere, e godere, l’avventura di Dante, Virgilio e Beatrice, a spasso nella selva oscura, giù nei gironi infernali, su per il monte del Purgatorio, in cielo fino all’amor che move il sole e le altre stelle. E penso all’edizione illustrata da Gustave Dorè che circolava in casa, i corpi nudi di Paolo e Francesca sbattuti dalla tempesta, i chiaroscuri cupi, le foglie d’alloro a incoronare i due poeti, lo sguardo truce di Caron dimonio. Penso, infine, all’edizione del 1962, commentata da Carlo Grabher, sulla quale ho studiato al liceo, col professor Aldo Baldini allora trentenne, che, non so se è vivo o morto, ma lo ringrazio per avermi trasfuso la passione per la letteratura e insegnato un metodo di studio. Penso alla stessa edizione spulciata all’università - tutto l’inferno minuto per minuto - imparata quasi a memoria con la mia amica Cristina, perché all’esame ti aprivano a caso il testo, coprendolo con le mani, ti facevano leggere un verso e ti chiedevano vita, morte e miracoli, che canto era, qual era il peccato punito, quale il contrappasso. E noi lì, a ripetere, a farci le domande l’un l’altra, a cercare di memorizzare tutti i personaggi minori, a innamorarcene nostro malgrado.

Ecco, questo mi viene in mente, quando penso alla Divina Commedia e gradirei parlare con quelli dell’organizzazione “per i diritti umani” che vorrebbero bandirla perché omofoba, razzista, anti islamica. Bramerei guardarli negli occhi e dir loro che anch’io ho diritto. Ho diritto alla mia cultura, quella che ho assorbito attraverso i secoli con la lingua dove il sì suona, a quella che mi ha fatto crescere, che ha fatto di me ciò che sono, nel bene e nel male. E poi vorrei costringerli a leggere il verso che ho citato, a ripeterlo come un mantra, a recitarlo come una preghiera, a sussurrarlo fino a farselo scendere dentro, oltre la metrica, oltre la struttura. “Ma non sentite?” urlerei, “non sentite la botta di poesia nella pancia, lo struggimento del cuore, il cortocircuito della mente, l’armonia celeste fra significante e significato, fra forma e contenuto, che ti fa salire le lacrime agli occhi ogni volta? Ma che uomini siete?

La Commedia è nostra, ragazzi, è poesia pura, è insuperabile e insuperata, è, appunto, Divina.

Guai a chi ce la tocca.

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La finestra rossa

29 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

La prima cosa che ricordo è una finestra rossa nella notte. E di essermi stupita che in un casolare così grande, perso in mezzo ai campi, ci fosse un'unica finestra illuminata, per di più di una luce calda e intensa, di quelle che provengono da un camino o delle candele, ma più luminosa. Mi sono incamminata in quella direzione.

Non ricordo come sono entrata nel giardino davanti alla casa, né come sono arrivata ad avere la testa appoggiata al portone e lo sguardo fisso sul legno e su un liquido scuro e vischioso che si apriva lentamente una via tortuosa verso il basso. Da lì i miei occhi devono essersi spostati sul gatto. Un persiano dal pelo morbido e gli occhi scintillanti che si strusciava sulle mie gambe.

Tutta la frazione di tempo dal momento in cui ho visto il gatto al mio prossimo ricordo è stata inghiottita da un vuoto oscuro. L'immagine successiva è una stanza sprofondata in una luce intensa, proveniente da tante piccole lampade coi parlaumi di stoffa, sparse in tutti gli angoli e invasa da un odore di mobili vecchi e dalla presenza opprimente di pesanti tende di velluto rosso, ai lati della finestra che devo aver visto dai campi. Sono seduta, ho le braccia pesanti, incollate ai braccioli di una sedia a dondolo e le gambe che penzolano inermi sul pavimento, quasi estranee al mio corpo. Sulla poltrona di fronte a me è seduta una donna anziana, che accarezza la testa di un gatto addormetato sulle sue ginocchia. Non il persiano, che, mi accorgo, continua a girarmi attorno e fare le fusa. La donna sorride.

- Il tè ti ha fatto bene. - dice.

- Non so come sono arrivata. - rispondo, e mi tocco la testa, in un punto dove ho percepito un vago fastidio. Ritraggo la mano e vedo le mie dita macchiate di sangue. Passo il palmo sul viso e mi rendo conto che il sangue è dovunque, sulla mia faccia, sui miei vesiti, sui braccioli della poltrona. Il persiano miagola.

- Non importa. - Dice la donna - l'importante non è che tu sappia da dove vieni, ma dove sei.

Si alza, il gatto salta giù ed esce dalla stanza, lei viene verso di me. Cerco di decifrare la sua espressione, ma ho la vista confusa e noto appena la mano che si avvicina al mio viso. Scosta qualcosa, fra i miei capelli. Sposta una compressa, scioglie e riavvolge delle bende.

- Non è niente.- dice.

- Non so cos'è successo.

- Non importa cosa è successo. - Ha una voce pacata, profonda, che mi fa perdere il filo delle mie ansie.

Torna a sedersi e guardarmi.

- Io posso dirtelo, sai? Ma dovrai rinunciare a molte cose. -

Sposto lo sguardo sulle pareti. Ci sono dei paesaggi a olio stranamente familiari, che gli uni accanto agli altri per quanto insignificanti, sembrano ansiosi di raccontarmi una storia che conosco. I mobili sono tutti di legno massiccio e mostrano i segni di almeno un secolo di usura. Qua e la ci sono dei libri sparsi senza criterio e delle piante da vaso, seminascoste nel caos dell'arredamento. Sul tappeto la fantasia geometrica della lana è andata a confondersi con una distesa di macchie multiformi, alle quali si sono probabilmente aggiunte quelle del mio sangue. Vedo almeno altri tre o quattro gatti seduti e accucciati qua e la per la stanza. Vedo la tazza da cui devo aver bevuto il tè, di una porcellana spessa e una forma barocca che stona con tutte le altre cose attorno a me. La donna sorride. Ha denti e capelli bianchi e gli occhi grigi, circondati da una trama di rughe che scendono in un unico disegno dal viso al collo, fino a sparire in un vestito di stoffa pesante, con una fantasia vistosa di fiori rossi. Dico l'unica cosa che non sto pensando:

- Voglio andare via. -

Mi sono risvegliata nel letto dell'ospedale, accolta dalla luce fredda del neon e dall'odore pungente degli antisettici. Nessuno sa cosa sia successo. Non c'è stato nessun incidente quella sera e nessun evento particolare sul mio tragitto. L'autista non ricorda di avermi visto salire o scendere dall'autobus, ma devo averlo preso come al solito, o non sarei arrivata in campagna. Cosa mi abbia spinto a scendere a metà strada, quando come e perché mi sia procurata la ferita, non lo so. Ho rifiutato la visita dello psicologo.

Da quella sera il mondo è diventato insolitamente freddo e nitido. Le luci, i rumori, gli odori, sono tutti più intensi, definiti e pungenti, ma allo stesso tempo più distanti, come se una barriera invisibile mi separasse dalla realtà. Non importa come sono arrivata al casolare. Ogni giorno dai finestrini dell'autobus scruto il paesaggio alla sua ricerca o di un punto in cui potrebbe plausibilmente trovarsi, ma non trovo nulla. La sera al ritorno non c'è nessuna finestra illuminata di rosso. Mi sono presa le domeniche per cercare a piedi nella campagna. Sono scesa a ogni fermata e ho fatto chilometri e chilometri fra i campi, ma non sono riuscita a ritrovarlo.

Quando mi hanno trovata quella mattina non avevo nessuna medicazione sulla testa, ma l'emorragia si era fermata. Da giorni continuo a vedere l'apprensione negli sguardi dei miei familiari e cerco di sfuggirli. Sono preoccupati, ma non sanno, e non devono sapere, dei peli. I miei vestiti, quando li ho ritirati all'ospedale, erano pieni di peli di gatto, lunghi e grigi.

Non importa se il casolare e la sua proprietaria esistano o meno, sento che sono la chiave verso qualcos'altro e li ritroverò. Non mi importa sapere da dove vengo, ma ho bisogno di capire dove sono finita.

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Noemàtia (piccoli pensieri)

29 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Noemàtia Adriana Pedicini Lineeinfinite edizioni. Recensione della Professoressa Adele Costanzo Noemátia, ovvero Piccoli pensieri, s’intitola la raccolta attraverso la quale la poetessa e scrittrice Adriana Pedicini ci racconta il suo percorso umano ed artistico. Si tratta di un libro che comprende liriche scritte nell’arco di circa trent’anni le quali costituiscono, pertanto, testimonianze di momenti diversi dell’esistenza, eppure talmente legate tra loro da rendere il discorso poetico fortemente coerente ed unitario. Ciò che dà unità alla raccolta non è tanto la soggettività, la persistenza dell’io lirico che si declina nelle comuni esperienze di vita (la gioia, il dolore, l’amore, la perdita, i luoghi e i tempi costituiscono, naturalmente, il materiale anche di questo libro di versi), quanto la domanda di senso, il bisogno di radicare l’esistenza, il qui ed ora, su di un terreno che lo trascenda e lo giustifichi. Ecco quindi il titolo, Noemátia, che chiama in causa la riflessione, la speculazione nel senso etimologico e filosofico del termine. Attraverso il linguaggio poetico, infatti, l’oggetto, vale a dire l’esperienza, si sdoppia, prende in qualche modo le distanze da sé e si universalizza, come in questi versi che evocano una incarnazione quasi platonica dell’idea stessa dell’amore materno: La madre che amavo/ non è finita per sempre/ se in altra io scorgo/ uguale tremito nel volto/ all’eco della gioia/ o del dolore. O, ancora: Ho guardato nei vostri occhi figli/ho visto in trasparenza/profili evanescenti/di volti già noti/sorrisi irradiati/di mistica luce/un coro/di candide mani/intrecciarsi in un’unica danza e tutto ampliarsi in concentriche onde, versi che auspicano una sopravvivenza che sembra andare ben oltre la dimensione familiare o genetica. Tuttavia c’è da dire che l’operazione, messa in atto dall’Autrice, di collegare l’esperienza concreta ad un piano altro, metafisico, presenta un carattere di assoluta reciprocità, poiché se il vissuto viene redento dalla fragilità e dalla caducità attraverso il richiamo ad una diversa dimensione, quest’ultima trova una sua concretezza proprio nell’unicità ed irripetibilità in cui si incarna: Non è somma di assiomi/la Vita,/bensì Teofania. La poesia di Adriana Pedicini è pertanto una poesia tutt’altro che astratta ( non a caso il libro si avvale dei bei disegni della pittrice Anna Perrone, i quali interpretano e danno concretezza visiva alle parole) anche se non imprigionata nella asfittica dimensione lirica ed autobiografica. Una poesia in cui il tempo, grande interlocutore, si propone come memoria collettiva di una generazione e di un ambiente culturale rappresentati con estrema pregnanza: Labbra spaccate/ maciullano di pane/grossi pezzi conditi/con l’ansia del domani , e ancora: Brulicano nella sera di festa/ciottoli levigati dalla vita /i semplici delle sagre/lungo i sentieri/delle luminarie. Un tempo/spazio, dunque, non contenitore astratto ma territorio sostanziato da una dimensione sociale, dall’alternarsi ciclico delle stagioni (a cui, detto per inciso, è dedicato il pirotecnico finale di brevissimi componimenti) e dal declinarsi lineare e transeunte della vita. A proposito di quest’ultimo elemento, emergono in modo assai singolare le due principali componenti della formazione culturale dell’Autrice, quella classica e quella cristiana, che una matura saggezza armonizza in una visone della vita serena ed antidogmatica. La malinconica percezione pagana, e moderna, del “tempus fugit” (L’ora scorre fugace/mentre sul ciglio della pena andiamo meditando il rimedio) trova infatti ascolto ed accoglienza all’interno della raccolta, mentre la fede si presenta con i caratteri modesti e tenaci della pascaliana scommessa. Un libro per pensare, dunque, ma anche per emozionarsi, perché i pensieri che l’Autrice ci propone sono, lei ci dice, “piccoli”: non perché banali o scontati, ma in quanto legati alla concretezza, semplicità e preziosità degli affetti e della vita.
Noemàtia (piccoli pensieri)
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Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"

29 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"

Una grande capacità narrativa. Si vedono gli arredi, si sentono gli odori, i sapori, i rumori. Bella la premonizione che c'è in ogni personaggio, già tutto il destino in nuce, fin dal primo apparire sulla scena. Descritto benissimo l'animo infantile, con uno stile che ricorda Niccolò Ammanniti: la repulsione per gli adulti, la lacerazione di Annarella fra i diversi affetti che, ella non capisce perché, non possono convivere. Sopra ogni altro sentimento, l'odio per Wanda, la matrigna che avvelenerà tutta la sua vita, fino all'ultimo gesto di strappare l'album di famiglia, togliendole persino la pace dei ricordi. Malcelato il disprezzo per il padre, vile, succube e sottilmente crudele. Un linguaggio asciutto, ma poetico, pulito, pregnante, "concluso". Uno stile semplice ma attentissimo, ogni parola ricca di peso e valore, non una virgola fuori posto o di troppo.

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Ettore Scola e Maccheroni

28 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Maccheroni (1985)

di Ettore Scola

Regia: Ettore Scola. Soggetto e Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola, Furio Scarpelli. Fotografia: Claudio Ragona. Montaggio: Carla Simoncelli. Scenografia: Luciano Ricceri. Costumi: Nanà Cecchi. Trucco: Francesco Freda. Musiche: Armando Trovajoli. Produttori. Luigi e Aurelio De Laurentiis, Franco Committeri. Casa di Produzione: Filmauro. Interpreti: jack Lemmon, Marcello Mastroianni, Daria Nicolodi, Isa Danieli, Maria Luisa Santella, Patrizia Sacchi, Bruno Esposito, Orsetta Gregoretti, Marc Berman, Jean-François Perrier, Giovanna Sanfilippo, Fabio Tenore, Marta Bifano, Aldo De Martino, Clotilde De Spirito, Carlotta Ercolini, Vicenza Gioiosa, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Alfredo Mingione, Daniela Novak, Umberto Principe, Giovanni Riccardi, Corrado Taranto, Franco Angrisano.

Maccheroni non è tra i film memorabili di Ettore Scola, ma se paragonato ai television movie che girano i modesti registi italiani contemporanei è un vero capolavoro. Scola, Maccari e Scarpelli insegnano come si scrive la commedia all’italiana, un mix di comicità e dolore, passione e dramma, dolcezza e sentimento, sorriso e tristezza. Insomma, la vita. La commedia all’italiana è rappresentazione dell’esistenza, fa sorridere raccontando quel che siamo, non costruendo patetiche storie televisive. Il film presenta l’insolito incontro di due attori straordinari come Marcello Mastroianni (consuetudine nei film di Scola) e Jack Lemmon (recita in inglese e interpreta un americano) che conferiscono spessore ai personaggi. Il regista racconta l’amicizia tra Robert, un manager americano (Lemmon) e Antonio, un impiegato napoletano (Mastroianni), che risale ai tempi della seconda Guerra Mondiale. L’americano era a Napoli per liberare il paese dalla presenza tedesca e aveva vissuto una breve storia d’amore con Maria (Sanfilippo), sorella di Antonio. Tornato a casa si era dimenticato di tutto, ma Antonio aveva tenuto vivo il ricordo del vecchio amore scrivendo a suo nome lettere ricche di passione. Robert era sempre stato presente nella famiglia napoletana con le fantastiche avventure inventate da Antonio - commediografo dilettante e autore di sceneggiate - anche quando Maria si era sposata e aveva avuto figli e nipoti. L’amicizia tra Antonio e Robert si rinsalda, nonostante uno screzio iniziale, l’americano vive la Napoli dei ricordi, rivede Maria, la sua famiglia, si emoziona pensando alla giovinezza. Nessuno gli chiede soldi, pure se è molto ricco e potrebbe aiutare, ma Antonio è orgoglioso, nobile d’animo, vuole soltanto amicizia. Alla fine Robert salverà il figlio di Antonio dalle mani dei camorristi, staccando un assegno da cinque milioni per rimborsare uno sgarro. Maccheroni è commedia all’italiana pura, perché il finale è amaro, ma non troppo. Antonio muore d’infarto, ma tutti siedono al tavolino e servono un piatto di pasta al capotavola, sperano che non sia vero, che sia solo una morte apparente, che si alzi dal letto come era accaduto in passato.

Maccheroni è un film sull’amicizia, immutabile nel tempo, capace di rivitalizzarsi se stimolata dal ricordo di momenti vissuti insieme. Scola cita Bergman (Il posto delle fragole, 1957) con la sequenza flashback di Jack Lemmon che rivede il suo amore giovanile seduto su una panchina, fotografa Napoli con dovizia di particolari, realizza mirabili piani sequenza con i due attori sul lungomare, indaga la vita dei vicoli di Spaccanapoli, Mergellina, Posillipo, via Caracciolo. Robert trascura il lavoro per compiere un tuffo nel passato, si lascia sedurre dall’amicizia, rischia di perdere il posto di dirigente d’azienda e persino la causa con la moglie che chiede il divorzio. Sceglie di restare a Napoli per aiutare un amico con un figlio in difficoltà e dopo la sua morte improvvisa partecipa alla veglia funebre, sperando che non sia morto ma che si alzi dal letto per mangiare con loro. Scola sfuma sulle immagini di un piatto di maccheroni, i rintocchi della campana indicano le una, ora del possibile risveglio. Non sappiamo se accadrà davvero…

Mastroianni dà vita a un personaggio riuscito di napoletano sognatore, sopporta una modesta realtà da impiegato con velleità artistiche che sfoga nella sceneggiata e nella scrittura popolare. Un uomo che crede nell’amicizia, confida nel figlio e nel futuro, sin troppo credulone e pieno di orgoglio. Lemmon è molto espressivo nella caratterizzazione di un americano alle prese con i ricordi, vinto dalla genuinità di un intero popolo e dall’amore che tutti gli manifestano senza chiedere niente in cambio. Tra gli attori merita una citazione Daria Nicolodi, in forma smagliante nei panni di una segretaria napoletana, innamorata del suo principale, ma con le idee piuttosto confuse.

Pino Farinotti concede tre stelle: “Attraverso l’antica amicizia, il pragmatico americano riscopre il fascino della magia napoletana e, dopo varie disavventure, arriva persino a sperare nei miracoli. Film intessuto di allegra malinconia”. Soltanto due stelle (ma tre di pubblico) per Morando Morandini: “Nella sua gradevolezza consolatoria è una commedia fiacca, flebile, di scarso spessore, specialmente nell’edizione parlata in italiano, e non bilingue. Qualche invenzione brillante e finale a sorpresa”. Duetto di bravura”. Paolo Mereghetti è il più caustico. Soltanto una stella e mezzo: “Dalla riflessione amarognola sull’amicizia si passa alla farsa e poi al dramma, con sorpresina finale: Scola lascia spago agli attori e non risparmia i luoghi comuni sulla napoletanità”.

In ogni caso il film è la prima produzione italiana distribuita da una major nelle sale degli Stati Uniti. Armando Trovajoli compone una colonna sonora suggestiva e malinconica, mixando pezzi d’epoca e musica napoletana. Montaggio e fotografia da manuale.

Ettore Scola (1931) è tra i registi della migliore commedia all’italiana, erede anche lui di molte tematiche neorealiste che supera in un discorso filmico moderno e originale. Nasce come sceneggiatore di commedie e debutta alla regia con Se permette parliamo di donne (1964) interpretata da Vittorio Gassman, ma il suo tratto d’autore va ricercato nella commedia sociale che critica il costume e i difetti nazionali. Ne sono esempi film come Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), Il commissario Pepe (1968) e Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1969). Tra i suoi migliori film va citato C’eravamo tanto amati (1974), opera soffusa di malinconica ironia, che attraverso le vite incrociate di tre personaggi innamorati della stesa donna racconta trent’anni di storia italiana, rappresenta il crollo delle ideologie e rende omaggio al cinema italiano. C’eravamo tanto amati va oltre la commedia all’italiana e compone un affresco mirabile che mette al centro il sentimento del tempo che passa analizzando i tanti ideali traditi. Ettore Scola è un regista che difficilmente sbaglia un film e quando esce con una nuova opera ha sempre qualcosa da dire. Sono ottimi anche Brutti, sporchi e cattivi (1976), sgradevole e cinica operazione per presentare i problemi degli immigrati, La terrazza (1980), che segna la fine della commedia all’italiana, e Passione d’amore (1981), insolito film in costume per raccontare una storia di emarginazione. Il capolavoro di Ettore Scola resta Una giornata particolare (1977), una superba interpretazione di Marcello Mastroianni e Sophia Loren in un dramma psicologico consumato durante un breve incontro nel giorno della visita di Hitler a Roma. Sono interessanti alcuni film successivi sulla realtà italiana come La famiglia (1987), racconto di ottant’anni di storia privata, Che ora è (1989), sulla difficoltà di comunicare tra padre e figlio, e Mario, Maria e Mario (1993), storia pubblica e privata ai tempi della fine del partito comunista. Tra i lavori più recenti va citato La cena (1998), pellicola girata in un’unità di tempo e di luogo per raccontare diverse esistenze prese a simbolo della realtà contemporanea. Gente di Roma (2003) è il suo ultimo film, girato in digitale, ma non è all’altezza di tanti lavori precedenti, anche se si sforza di raccontare la società multietnica. Ettore Scola si segnala come regista impegnato e animato da una sincera coscienza civile che realizza cinema da metabolizzare e riflettere per comprendere la nostra storia.

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L'albero

28 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Antonietta Pinna Con tag #poesia

L’albero

La testa

contro l’austera carnalità del giorno,

titanico,

l’albero geme,

par che senta

i colpi dell’accetta,

l’unghia ramosa

stretta

nei fianchi di una verde nuvola

di sangue,

l’albero aspetta,

freme,

si perde

nella lenta

agonia della foresta.

L'albero
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Fiori ciechi, la verità dell'assurdo di Mario Lozzi

28 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Antonietta Pinna Con tag #recensioni

di Mario Lozzi

E se la natura ad un certo punto dell’evoluzione avesse scambiato gli uomini con i garofani? E se i garofani poi si comportassero come gli umani?

È una vicenda probabile o un tentativo di spettacolo, quello che propone Maria Antonietta Pinna?

Mentre ci si immerge nella lettura non si riesce più a comprendere quali siano i limiti del surreale. La vicenda ti prende la mente e la conduce a sprofondare nell’assurdo più geniale: tra guerre di fiori, sdoppiamenti di personalità, ricerca di scansione mentale, addirittura dentro il proprio cervello. E leggendo, leggendo si passa ad abitare funghi,come se fosse la cosa più normale nell’anormale più abituale. Descritto così:

«Biancheggiare d’enormi funghi prataioli. Sui gambi altissimi si disegnano porte di legno intarsiate. Le Lamelle giallastre sotto i cappelli lucidi sono agitate dal vento. Emettono leggeri suoni musicali. Un fumo grigiastro sale al cielo dai comignoli di Flink, il più povero, eterogeneo, tipico e popoloso quartiere di Florandia».

Ecco! Sono funghi e sono case. Hanno la tenerezza delle lamelle e la solidità della costruzione. Emettono fumo come risultato della realtà prodotta da un fuoco interno, ma esprimono anche musica, impregnando la loro essenza d’una magia che si può trovare soltanto nelle favole. Il quartiere assume la caratteristica d’una favela brasiliana o d’una fetta di città della cultura europea; non è strano poiché in questo libro tutto è possibile. Perfino parlare con la propria ombra e penetrare nelle strutture fisiche della mente per ritrovarvi quelle spirituali.

Il gioco delle immersioni successive in se stesso, che il personaggio principale compone con la sua ombra-guida, spesso raggiunge il parossismo. Basta leggere il brano seguente: «…. E dove ci troviamo adesso?».

«Volevo appunto chiedertelo».

«Secondo te?».

«Ma che ne so!».

«Prendi, così capisci».

«Cos’è?».

«Un bicchiere d’acqua».

«Che ci devo fare?».

«Vedi tu, per il bagno credo sia poca, è fredda quindi la pasta non ce la puoi cuocere».

«La devo bere?».

«Esatto».

«Fatto. Era buona».

«Uno, due, tre … rieccola!».

«Piove! Che succede?».

«Niente è l’acqua che hai bevuto».

«Come sarebbe?».

«Sarebbe che l’hai bevuta e ci è ricascata in testa, dal momento che siamo nel tuo esofago».

È l’incredibile, costruito forse su un’allucinazione. Probabilmente però è l’espressione metaplastica dell’ironia, l’eironeia dei greci spartani, espressa per nascondere la terribile forza guerriera che li animava.

Ed è proprio in questa forma che fermenta e poi prorompe la vera personalità della scrittrice. Tutto il racconto infatti è animato da situazioni ironiche, immerse nell’inverosimile come sottolineatura. Tanto assurde poi non sono, dal momento che tendono ad illuminare, sullo sfondo delle situazioni di Florandia, comportamenti umani che, nei risultati, non si differenziano troppo da quelle che sono le conseguenze pratiche di tutta l’umanità, cosiddetta “reale”.

Nel libro balenano decisioni sociali ed anche personali che provocano infinite conseguenze di sofferenze e di male, come nella nostra società. La ricerca affannosa del personaggio principale, fatta anche attraverso i meandri della sua scatola cranica, non è altro che l’espressione della guerra che Maria Antonietta si propone di fare alle ipocrisie sociali, velate dietro apparenti astrusità. Come i suoi garofani di Florandia, si nascondono al di là delle situazioni paradossali.

L’autrice del libro è senz’altro una combattente che esprime la fiamma etica che l’anima in maniera talmente raffinata che non è facile riuscire a comprendere. Ed è questa la sua vera sfida verso il mondo della letteratura, prima, e verso il complesso degli uomini più o meno viventi, poi.

Poiché gli uomini: «Non sanno che la terra genera mostri. Sperano con la morte di curare la vita. Con la guerra credono di telefonare alla pace». E, nell’epilogo del primo racconto, la “cerimonia” dell’impiccagione di Tuc, garofano nero, ricorda tanto un’altra esecuzione recente dove un altro “garofano nero” è stato impiccato in una “lugubre danza” prodotta non per un’ affermazione di liberta e di civiltà, ma soltanto per inconfessati interessi economici.

Florandia termina con una visione che però è anche un’invocazione e un augurio, forse disperato, del trionfo dell’idea. Anzi dell’IDEA, quella che potrebbe far apparire al mucchio dei esseri pensanti la vera realtà della vita. In fondo, nella sua etimologia antica, la parola idea fu coniata proprio per comprendere due cose: l’apparenza e la manifestazione. Su questi due significati si dipana tutta la struttura di Florandia condita d’incredibile, di magie fatte da una vecchia fattucchiera, spolverate con guerre e con antiche minestre, abbagliante di visioni senza tempo né luogo, legate da una corda surreale eppure tanto viva.

Il secondo racconto è anch’esso una spietata rappresentazione di ciò che l’egoismo umano può produrre, magari associandosi alla ricerca scientifica, per difendere le proprie angosce di sicurezza, ma senza rendersi conto di sperimentare le tappe verso la propria fine.

Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.
Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.

Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.

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