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"Album di famiglia" di Fabio Marcaccini

9 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #racconto

Mi son svegliato di soprassalto stanotte o iernotte, non ho mai capito come si dice.
Un balzo sul letto, all’improvviso, con la maledetta sensazione che il cuore si sia fermato, abbia cessato di battere e quel senso di oppressione sul petto, quella insofferenza addosso. Un leggero attacco di panico, direbbe il medico, come sovente mi capita, forse per il troppo stress accumulato, giorno dopo giorno.
Anche qualche notte fa era successo ed in risposta non avevo trovato di meglio che catapultarmi giù dal materasso. C’è mancato davvero poco che non mi spezzassi uno stinco contro la rete del letto.
Stanotte invece no. In questa notte mi ha turbato l’averti sognata, averti rivista così eterea, evanescente; troppo eterea e evanescente per chi come me ti ha conosciuto davvero. O forse è talmente grande il mio ricordo di te, per accettare di vedermelo annebbiare così troppo in fretta.
Ho provato a riassopire i miei pensieri in un sonno che vincesse la stanchezza. Ma il cuscino si bagnava, poco a poco, sempre di più, di quel sudore acre e carico di ansia. E il mio cuore batteva ancora nel petto, con quel nodo che strozzava in gola, per una mente che ci rivoleva insieme.
Ho alzato la testa facendo leva sulle braccia per poter buttare uno sguardo d’amore alla mia sinistra, sulla compagna di vita di oggi. Lei dormiva tranquilla... Non la svegliano le cannonate, figuriamoci io.
Eppoi ora, con quel suo pancione che la appesantisce e la stanca a dismisura, nel doverselo portar dietro giorno e notte. A destra il rumore soffocato della tv ancora accesa.
Mi giro sul fianco e mi allungo per spengerla. Poi mi alzo e, a piedi nudi dopo aver cercato invano nel buio le ciabatte, m’incammino alla ricerca di refrigerio fuori e dentro di me. Lungo la galleria vedo una luce filtrare da sotto la porta: è la stanza dove riposano i miei primi due tesori: le mie bimbe. Come vorrei tu potessi vederle ancora.
“Bimbe? Artro che bimbe” - mi diresti - “guarda là che cosce... che popo’ di gambe. Mamma mia, Martina... E la piccina, poi? Bimbe...? Vedrai tra po’ino...”
Già. Le mi’ bimbe, come ir tu’ bimbo e la tu’ bimba. Come i bimbi de’ tu’ bimbi de tu’ bimbi.
Come poter dimostrare più intensamente l’amore per i figli, meglio di noi livornesacci. I nostri bimbi, sempre e comunque, anche quando si ritrovano sugli “anta” a combattere con la vita per avere un mutuo che, se non hai calci in culo o garanti, non c’è carosello né pubblictà che tenga: non te lo danno.
Noi, dove in questa città siamo bimbi sempre: anche dopo aver fatto la galera o dopo che qualche tegame di fora via, che qualcuno pur chiamerà mamma, ti ha dato del fallito, dimenticandosi di precederlo prima almeno con un semplice e rispettoso “signor”.
Ma del resto è il mondo di oggi, un ingranaggio dal quale, se non giri con lui, vieni schiacciato; molto diverso da quello che insieme andammo un tempo a cercare di scoprire: te lo ricordi il nostro viaggio nella patria degli zar e del comunismo?
E arrivano altri pensieri, immagini che un giorno ormai troppo lontano riempirono una pagina vuota:
“La vita è troppo diversa da come la sognavo da bambino e il sogno non dura che una notte: solo scampoli di immagini per la nostra mente. Il risveglio è ben altra cosa: è accorgersi di non essere più bambino.”
Già. Io non ero più bimbo ed ancor meno lo sono adesso, dopo che tanti altri soli sono tramontati oltre l’orizzonte… come oggi, ancora senza te. Eppure il ricordo di queste parole, mi stordisce e mi lascia impotente al pari di un bimbo che si ritrova solo di fronte al suo destino.

"C'è un assordante silenzio. Mi manca il respiro. Devo uscire."
Ho alzato piano la saracinesca che porta sul balcone. Micia era già li, ruffiana, ad attendere i miei piedi per strofinarcisi contro col muso. Ha sempre fame, lei... di croccantini e di coccole.
“Mmmh... bellino… C’hai anche ‘r gatto, oraaa?” M’avresti risposto tu, con fare un po' acido.
Mi accendo un’altra sigaretta, forse l’ultima del giorno da poco trascorso o la prima del nuovo giorno. Me la fumo davanti al mio piccolo cielo, dove un’altra stella da poco si è spenta. Sarà stata l’ora ma in questa notte tutto è più amaro, anche l’ultima sigaretta.
Perché certi ricordi ti assalgono sempre quando ti ritrovi solo? Forse perché in questo schifo di mondo, in questo tempo, per poter tirare meglio innanzi, c'è sempre bisogno di occuparsi d'altro. Altro da fare e a cui pensare che non siano i ricordi e momenti belli da dedicare a te stesso ma anche i rimorsi... i rimpianti.
Bello dev’esser stato il tempo del mito del buon selvaggio. Solo vita da vivere, in sintonia con la natura e con gli altri o almeno così me l'hanno raccontata.
"Ehi” - mi dico - “Basta! Ma che cazzo di pensieri ti fai, stanotte? Hai forse deciso di farti ancora altro male?”
Conosco già la risposta. "Cadere in un momento in una vita senza tempo, per poi creare un tempo senza vita".
E così mi ritrovo prima bambino, poi adolescente e poi solo poco più grande. Riapro il cassetto dei ricordi e tra le mani riappaiono appunti da sfogliare, fotografie da rivoltare alla ricerca di una data, di un momento vissuto da non dimenticare, ancora pezzi di me che non torneranno più. Solo album di famiglia: immagini mie, di uomini e donne, amici piccoli e grandi. Ci sei anche tu naturalmente: bella, fiera, superba; non evanescente come nel sogno e... mi scivola una lacrima.

Rivedo il tuo sorriso, lo stesso che oggi ritrovo ritratto su questa pietra bianca che separa il tuo nuovo mondo dal mio.

“Ciao zia. Potevi darmi almeno il tempo di salutarti. Ma tu, come me, hai sempre voluto fare solo di testa tua”.


estate 2007

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