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Cortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo Moderno

24 Marzo 2021 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #storia

Cortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo ModernoCortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo Moderno

 

Di Guido Mina di Sospiro

tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; pubblicato nell’originale nella New English Review dell’aprile 2021

 

“Gli esseri umani sono buoni.”—Jean Jacques Rousseau.

“Gli esseri umani sono buoni.” —Detto diffuso fra i cannibali.

 

Graham Hancock e Juan Carlos Sánchez Clemares hanno dato alle stampe due trilogie sulla conquista del Messico, rispettivamente: La guerra degli dei, il romanzo epico sulla conquista spagnola del Messico, che consiste in La notte del serpente (volume 1); Il ritorno del serpente (volume due); La profezia del serpente piumato (volume 3); e Cronicas de un Conquistador, che consiste in Un nuevo Mundo (volume 1); Mexico – Tenochtitlan (volume 2); Un mundo nuevo (volume 3). Nell’insieme, la trilogia di Hancock annovera 1476 pagine, mentre quella di Sánchez Clemares 1811. Sono due lavori colossali e “monumentali”, nell’etimologia originale, che deriva da monere, latino per “ricordare”. Queste due grandi opere sono un memento non solo di una conquista trionfale, e di una delle più incredibili serie di imprese militari nella storia, ma della nascita del mondo moderno, per ragioni che spiegherò entro breve.

Fin dal tempo di Impronte degli dei sono un avido lettore di Graham Hancock. Con tale libro ha essenzialmente inventato un nuovo genere letterario: la saggistica narrativa. È stato fra i primi ad avere l’idea di scrivere saggistica con la tecnica della narrativa (avvincente, veloce).  Come risultato ha prodotto un libro appassionante, e poi vari altri. Non solo ha adottato la tecnica del romanzo, ma molti, e io fra questi, pensano che sarebbe un romanziere eccezionale e, in effetti, lo è. La premessa della trilogia de La guerra degli dei è la creazione di due personaggi immaginari sul vivido sfondo di personaggi e avvenimenti storici: Tozi, una giovinetta locale dotata di poteri magici che cerca di salvare coloro che ama; e Pepillo, un orfano spagnolo che viene preso sotto l’ala di Hérnan Cortés, e impara come si diventa un conquistatore. Un’altra particolarità dell’interpretazione di Hancock della conquista è la magia: entra nella testa dell’imperatore azteco Montezuma e ci resta fino a che non viene ucciso, mostrando al lettore quanto la religione, qualcuno potrebbe definirla idolatria, abbia avuto a che fare con la caduta dell’Impero Azteco (sebbene “Mexica” sia la parola giusta, che userò da qui in avanti.)   

A causa dell’interesse di Hancock per l’esoterismo, c’è molta magia nella sua trilogia: quella di Moctezuma e quella di Tozi, oltre a lunghe escursioni nella mente di Cortés, che è ritratto come molto devoto a San Pietro. È importante che il lettore contemporaneo si renda conto che la religione ha caratterizzato sia l’Impero Mexica sia l’Impero spagnolo; la sua influenza è stata pervasiva in entrambi, dettando sia credenze sia azioni. Ma le due religioni erano straordinariamente differenti, cosa che ha esacerbato lo scontro di culture.

Nonostante tali lunghe digressioni nella magia, ciò che più di tutto mi è piaciuto sono le battaglie. Hancock si dimostra maestro nel descriverle, e ce ne sono molte; in tutte, gli Spagnoli sono assurdamente sfavoriti e tuttavia… Mi chiedo, ad esempio, quale altro avanzo di esercito della storia, assediato, affamato e sfinito, sarebbe stato capace di vincere la battaglia di Otumba, e subito dopo l’ecatombe della Noche Triste? Confesso di essere tornato di recente a questa trilogia proprio per rileggere le scene di battaglia che sono rese in maniera superba.

Un’altra caratteristica dell’opera è il ritratto che gradualmente emerge di Cortés di un Ulisse in carne e ossa: furbo, audace, astuto, spericolato, sicuro di sé, versatile (politropos), e così carismatico che, cinque secoli dopo gli avvenimenti, il suo carisma trasuda dalle pagine di entrambi i romanzi. Per fare un esempio: molti di voi hanno sentito parlare dell’ordine dato da Cortés di bruciare tutte le navi – che è parente del bruciare i propri ponti, nel senso militare di tagliarsi intenzionalmente la possibilità di ritirata – per obbligare i suoi uomini a sopravvivere per mezzo della conquista, sebbene non avesse idea di ciò che aspettava lui e loro. In realtà ha fatto di più: ha riunito i suoi capitani e ha detto loro che c’era un “broma” nelle navi, un tarlo che stava divorando tutto il legno. Era meglio smantellare le navi e tenere il legno che poteva essere salvato per costruire una città, per inciso La Villa Rica de la Vera Cruz, l’odierna Veracruz. E le navi furono debitamente smantellate. Come se non bastasse, in castigliano la parola “broma” significa anche “scherzo”. 

In Cronicas de un Conquistador, Sánchez Clemares ricorre a un unico personaggio – Diego de la Vega Hurtado y de Velasco – un mercenario, di antica e illustre nobiltà ma squattrinato che, dopo essersi distinto come grande combattente in Italia, finisce a Cuba, e s’imbarca su una delle navi della flotta di Cortés. Siccome Diego ha studiato, ma non è certo uno scrittore, nemmeno nella più fervida immaginazione, Sánchez Clemares non compie l’errore di farlo scrivere fluentemente e in modo accattivante, poiché sta soltanto compilando una cronaca, priva di velleità letterarie. Se ciò è stilisticamente appropriato, inevitabilmente rallenta la narrazione. Lo scritto procede lemme lemme senza gli abili crescendo e decrescendo, in intensità e ritmo, riscontrabili nella trilogia di Hancock. Ma il colpo  magistrale che Sánchez Clemares mette a segno è che molto gradualmente, quasi impercettibilmente, rende la prosa di Diego sempre più scorrevole e avvincente, così che alla fine del volume 2 è del tutto appassionante: l’iniziale (e voluto) tirare avanti si trasforma in un inarrestabile telos narrativo. La ricchezza di dettagli sui Mexica è stupefacente e, come nell’opera di Hancock, gli eventi narrati sono storicamente accurati, così come le ambientazioni e tutti i personaggi coinvolti, a parte i due creati da Hancock e quello di Sánchez Clemares, come spiegato. 

E che dire del linguaggio utilizzato da Sánchez Clemares? Un castigliano antico, a tratti aulico, con coniugazioni e consecutio temporum insoliti per i miei occhi e orecchi ma, oh, graditissimi. Il che fornisce ancora più credibilità alla storia: ci si sente come se si fosse tra i conquistadores, ad ascoltarli mentre tramano la prossima mossa – o il prossimo tradimento. Non erano santi, ma la loro avidità per l’oro e sete di fama erano uguali alla loro fede religiosa, e fin dal principio il clero fu dalla parte dei nativi, proteggendoli dagli abusi, con grande dispiacere degli spietati conquistadores.  

Dei molti conquistadores descritti oltre Cortés, tutti storicamente accurati, quello che più colpisce – tostissimo e senza scrupoli – è Pedro de Alvarado, le cui gesta, incluse quelle dopo la Conquista del Messico, che il lettore interessato dovrà cercare altrove, sembrano ugualmente irrealizzabili. Meriterebbe un romanzo a parte.

I Mexica erano convinti che gli spagnoli fossero dèi (teules), e alcune delle loro straordinarie imprese militari suggeriscono che fossero per lo meno … titani. Per inciso, dalle lunghe conversazioni che ho avuto con l’uomo della medicina della tribù Miccosukee in Florida, e con uno sciamano dei Navajos in Arizona, è emerso il fatto che a tutt’oggi essi considerano gli italiani e gli spagnoli diversi dal resto degli europei, gente speciale, favorita dagli dei. E i Mexica avevano molte profezie che presagivano l’arrivo dei conquistadores. Detto ciò, a quei tempi l’esercito spagnolo era probabilmente il più disciplinato e ben addestrato al mondo, e l’acciaio spagnolo era il più forte.

Entrambe le trilogie chiariscono che i Mexica erano conquistadores quanto gli spagnoli. Le nazioni che i primi avevano conquistato – e dalle quali esigevano un pesante tributo di prodotti agricoli, metalli, gemme, piume (che consideravano di gran valore), schiavi, così come gente da usare nei loro sacrifici e poi mangiare – tutte senza riserva li odiavano. Varie nazioni si allearono prontamente con Cortés contro i Mexica e, dopo la Noche Triste, mentre Cortés era intento a riprendersi Tenochtitlan, ambasciatori dei Mexica cercarono di persuadere i loro vicini ad allearsi con loro contro gli spagnoli, ma per la maggior parte invano.

Inoltre, le donne, di solito figlie di importanti dignitari, che venivano date in moglie come dono a conquistadores di alto rango, erano subito più felici fra gli spagnoli, poiché la condizione della donna fra i Mexica e le altre nazioni era terribile. Tali matrimoni misti, che iniziarono senza indugi, portarono al mestizaje (meticciaggio), cioè la mescolanza razziale e culturale degli amerindi con gli spagnoli che dette inizio al mondo moderno. Gli inglesi, invece, erano razzisti, e non ebbero mai intenzione di stanziarsi nelle proprie colonie. Ma gli spagnoli si stanziarono prontamente nel Nuovo Mondo, e immediatamente si sposarono con donne locali.

I sacrifici umani e la conseguente antropofagia, una costante allora tra i Mexica e tutte le nazioni che ruotavano attorno al loro impero, erano scioccanti per gli spagnoli, e continuano a esserlo per la nostra sensibilità moderna, al punto che per lungo tempo sono stati del tutto negati dagli storici ben pensanti. Ben prima della conquista del Messico, i padri fondatori della Cristianità avevano deciso di spiegare il sacrificio estremo di Cristo – la sua morte sulla croce per la redenzione dell’umanità – nei termini più scioccanti e abominevoli che potessero immaginare: il cibarsi rituale della carne di Cristo e il bere il suo sangue durante la Santa Comunione (che, nella cristianità pre-ecclesiastica, aveva presumibilmente più a che fare con l’agàpe o, più intrigante ancora, con ciò che il mio co-autore Joscelyn Godwin e io descriviamo nel nostro romanzo Forbidden Fruits). Chiaramente l’antropofagia fu considerata già a quei tempi come il più aberrante di tutti i comportamenti umani, che l’umanità peccatrice e immeritevole aveva inflitto al suo Salvatore. E questi cattolicissimi conquistadores giunsero in quello che è l’attuale Messico per scoprire con orrore che ogni nazione contro la quale combattevano si dedicava cronicamente all’antropofagia. Non ebbero dubbi: era opera del Diavolo. Persino quando alcune di queste nazioni divennero alleate degli spagnoli, non smisero di sacrificare esseri umani e mangiarli. Verso al fine della conquista, quando Cortés e il suo esercito stavano assediando Tenochtitlan con tale successo che nessun cibo poteva raggiungere i Mexica dentro la città, gli spagnoli si chiesero come potessero i loro nemici continuare a combattere così ferocemente per mesi. Come si scoprì, mangiavano tutte le vittime che trovavano: ottime proteine di grande valore nutritivo. 

Nel suo libro Los Invencibles de América, Jesús A. Rojo Pinilla sostiene che, lungi dal commettere genocidio contro i Mexica, Cortés e i suoi conquistadores li salvarono da un olocausto autoinflitto. Non conoscendo l’allevamento degli animali, i Mexica e i loro vicini si stavano mangiando l’un l’altro fin quasi all’estinzione. Non solo commettevano decine di migliaia di sacrifici umani ogni anno per motivi religiosi, e come conseguenza mangiavano le cosce delle vittime sacrificali, ma la loro antropofagia era diffusa per la scarsità di cibo. Il canone occidentale contemporaneo, ancora oggi strenuo difensore e propagatore della Leyenda Negra (la propaganda britannico/americana – e anche italiana [basta pensare a I promessi sposi] – che demonizza la Spagna e tutto ciò che è spagnolo), alla luce di prove storiche e archeologiche c’insegna l’opposto: che il Messico pre-colombiano era il Giardino delle Delizie e che i conquistadores procedettero allo sterminio. Il test del DNA sulla popolazione messicana contemporanea rivela però che il 30% è di pura discendenza Maya o Mexica; il 60% meticcio; e solo il 10 % bianco. Se il presunto olocausto avesse avuto luogo, il DNA dei messicani contemporanei non indicherebbe una schiacciante discendenza bianca? 

Ma il concetto di buon selvaggio è sopravvissuto fino a oggi; anzi, non potrebbe essere più di moda. In una visione del mondo distintamente manichea, ci viene insegnato che i nativi erano sempre i buoni, e gli invasori europei sempre i cattivi: una squisita e inequivocabile dicotomia. Jean- Jacques Rousseau ha scritto: Le principe de toute morale (…) est que l’homme est un être naturellement bon, aimant la justice et l’ordre: qu’il n’y a point de perversité originelle dans le cœur humain (…). (Il principio di tutta la morale [...] è che l’uomo è un essere naturalmente buono, amante della giustizia e dell’ordine; e nel cuore umano non c’è perversione intrinseca). 

Forse Julius Evola non aveva torto quando definì l’Illuminismo, Oscurantismo: prendi un’idea (un ideale) e trasformala in un dogma, ignorando ogni evidnza contraria. Questo non è accaduto solo con l’ovviamente erroneo concetto del buon selvaggio. Molte sono state le idee (gli ideali) inventate durante la cosiddetta Età dell’Illuminismo che si sono trasformate rapidamente in dogmi (quando tali idee hanno come sostenitore la ghigliottina, vi stupireste di quanto velocemente vengano adottate), sui quali si basa la società contemporanea. Non avevano e non hanno alcuna rispondenza nella realtà, ma da quando ciò è stato un requisito per un dogma? Indipendentemente da ciò, Il Discorso sulla Diseguaglianza di Rousseau e il suo Contratto Sociale sono i fondamenti del moderno pensiero sociale e politico. Rousseau divenne il membro più famoso della Société des amis del la Constitution, La Società degli amici della Costituzione, rinominata la Società dei Giacobini. Il periodo in cui essa fu all’apice include il Regno del Terrore, durante il quale più di diecimila persone furono messe a morte in Francia, molto spesso per “crimini politici”.

Così l’ammiratore del buon selvaggio, il difensore della bontà intrinseca dell’uomo incorrotto, è anche la mente dietro la macchina assassina votata all’eliminazione di ogni dissenso. Quella, ci viene detto da storici entusiasti, è stata l’Età dell’Illuminismo.

Bene, il buon selvaggio, cinque secoli fa, in quello che è l’attuale Messico, mangiava i suoi simili umani con trasporto. Portavano le vittime sacrificali sulla cima di una piramide, strappavano loro il cuore, che gettavano su un braciere, impalavano la testa oppure la lasciavano rotolare lungo i gradini, si tenevano le braccia e le gambe, che mangiavano, e gettavano via il resto. Si formavano fiumi di sangue che non seccavano mai.

Sia Hancock sia Sánchez Clemares raccontano dei recinti da ingrasso in cui venivano rinchiusi bambini e giovani vergini, per essere ingrassati e alla fine mangiati. L’incubo immaginato dai fratelli Grimm in Hänsel e Gretel veniva attuato su scala industriale dai Mexica. L’allevamento degli animali (come il concetto della ruota, o una metallurgia capace di produrre l’acciaio) non è mai venuto in mente ai Mexica: era più semplice e veloce mangiare la gente. Ciò non era limitato a un occasionale sacrificio ai loro déi sanguinari, era una pratica comune, un fenomeno pervasivo. Sembra caratterizzare le Americhe: con l’eccezione dei contemporanei Stati Uniti e del Canada, dal Messico odierno fino al Cile, l’antropofagia era un stile di vita (?) o, piuttosto, una graduale autoeliminazione. 

Entrambe le triologie sono magistrali; quella di Hancock sembra a prima vista la migliore, ma quella di Sánchez Clemares diventa altrettanto convincente e, poi, straordinaria. Come collega scrittore, non so come siano riusciti a… vivere mentre scrivevano le loro rispettive 1476 e 1811 pagine, visto che normalmente un romanziere vive col fiato sospeso e la mente militarmente occupata da trama, struttura, dialoghi e riflessioni fino a che la prima stesura non è finita. Tanto di cappello a entrambi: le trilogie mi sono piaciute immensamente. 

 

Cortés vs. the Anthropophagi: Two Trilogies about the Conquest of Mexico and the Coming into Being of The Modern World

 

by Guido Mina di Sospiro

 

Human beings are good.—Jean-Jacques Rousseau

Human beings are good.—A popular saying among cannibals

 

Graham Hancock and Juan Carlos Sánchez Clemares have authored two trilogies about the conquest of Mexico; respectively: War God: The Epic Novel of the Spanish Conquest of Mexico, which consists of Nights of the Witch (volume 1); Return of the Plumed Serpent (volume 2); Night of Sorrows (volume 3); and Crónicas de un Conquistador, which consists of Un nuevo mundo (volume 1); México-Tenochtitlan (volume 2); Un mundo nuevo (volume 3).

Cumulatively, Hancock’s trilogy numbers 1,476 pages, while Sánchez Clemares’s, 1,811. They are two colossal and monumental works, “monumental” in the original etymology that derives from monere, Latin for “to remind”. These two great works are a reminder not only of a successful conquest, and of one of the most incredible series of military feats in recorded history, but of the coming into being of the modern world, for reasons that will be explained shortly.

Ever since the now classic Fingerprints of the Gods I have been a keen reader of Graham Hancock. With that book he essentially invented a new literary genre: narrative nonfiction. He was among the first to have the idea of writing nonfiction with the technique of (engaging, fast-paced) fiction. As a result, he produced a page-turner, and several more after it. Not only did he adopt the technique of novel-writing, but many, and I among them, felt that, if he tried his hand at it, he would be a terrific novelist—and so he is. The premise for the War God trilogy is the creation of two fictional characters amidst the vivid background of historical characters and occurrences: Tozi, a local young girl with magical gifts who tries to save those she loves; and Pepillo, a Spanish orphan who is taken under the wing of Hérnan Cortés, and learns what it takes to be a conquistador. Another peculiarity of Hancock’s interpretation of the conquest is magic: he enters the head of Aztec Emperor Montezuma and stays inside it until he is killed, showing the reader how much religion, or some may call it idolatry, had to do with the fall of the Aztec Empire (though “Mexica” is the correct word, which I shall be using henceforth).

Indeed, because of Hancock’s interest in esoterica, there is a lot of pertinent magic in his trilogy: Moctezuma’s and Tozi’s, as well lengthy explorations of the mind of Cortés, who is depicted as being very devoted to Saint Peter. It is important for the contemporary reader to appreciate that religion featured very prominently in both the Mexica and the Spanish Empire; its influence was all-pervasive for both, thus dictating beliefs and actions alike. But the two religions were strikingly different from one another, which exacerbated the clash of cultures.

Despite such lengthy digressions into “magic”, what I enjoyed above all were the battles.[1] Hancock proves to be a master at describing them, and there are many; in all of them the odds were absurdly against the Spaniards, and yet… I wonder, for example, what other beleaguered, hungry, thirsty and exhausted remnant of an army in recorded history would have been able to win the Battle of Otumba, and right after the hecatomb of the Noche Triste? I confess to having gone back to this trilogy recently specifically to reread the battle scenes, which are superbly rendered.

Another characteristic of the work is the portrait that gradually emerges of Cortés as an Odysseus in the flesh: cunning, fearless, astute, risk-taking, overflowing with confidence and versatility (polytropos), and so charismatic that, five centuries after the facts, his charisma exudes from the pages of both novels. To give an example: most of you have heard about Cortés’s order to burn all ships — which is akin to burning one’s bridges, in the military sense of cutting off one’s own retreat intentionally — to force his men to survive through conquest, though he had no idea what he and they may have to face. He actually did better than that: he gathered his captains and told them that there was a broma in the ships, an insect that was eating away all the wood. It was better to dismantle the ships and keep what wood could be salvaged to build a city, incidentally, La Villa Rica de la Vera Cruz, today’s Veracruz. And the ships were duly dismantled. In addition to that, in Castilian the word broma also means “joke”.

In Cronicas de un Conquistador, Sánchez Clemares resorts to a single fictional character — Diego de la Vega Hurtado y de Velasco — a professional soldier from ancient and illustrious nobility, but penniless, who, after distinguishing himself as a great warrior in Italy, ends up in Cuba, and boards one of the ships of Cortés’s fleet. Being Diego well-schooled, but not a writer by any stretch of the imagination, Sánchez Clemares does not incur the mistake of making Diego write flowingly and engagingly, as the latter is merely compiling a chronicle, devoid of literary velleities. While this is stylistically appropriate, it inevitably slows down the pace. The writing chugs along without the artful crescendi and decrescendi in intensity and pace to be found in Hancock’s trilogy. But the magisterial thing that Sánchez Clemares pulls off is that he very gradually, almost imperceptibly renders Diego’s prose increasingly flowing and engaging, so much so that by the end of volume 2 it is no less than riveting: the initial (and deliberate) chugging along morphs into an unstoppable narrative thrust. The wealth of details about the Mexica and all the other nations is stunning and, much as in Hancock’s work, the events narrated are historically accurate, as are the settings and all characters involved except for the two created by Hancock and the one by Sánchez Clemares, as mentioned.

And what to say of the language Sánchez Clemares employs? An ancient, at times archaic Castilian, with conjugations and sequences of tenses unusual for my eyes and ears but, oh, so wonderful. This lends even more credibility to the story: one feels as if he were among the conquistadores, listening in as they plot the next move—or the next betrayal. They were no saints, but their greed for gold and thirst for fame were equal to their religious faith, and from the start the clergy was on the side of the natives, protecting them from abuse, much to the chagrin of the more ruthless conquistadores.

Of the many conquistadores described other than Cortés, all historically accurate, the most striking — ruthless and badass — is Pedro de Alvarado, whose deeds, including those after the Conquest of Mexico, which the interested reader will have to find elsewhere, seem equally impossible to achieve. He deserves a novel of his own.

The Mexica were convinced that the Spaniards were gods (teules), and some of their inconceivable military accomplishments would suggest that they were at least… titans. Incidentally, from long conversations I have had with the bundle-carrier of the Miccosukee nation of Florida and with a shaman from the Navajos, in Arizona, the reality has surfaced that to this day they consider Italians and Spaniards different from the rest of the Europeans, special people at least favored by the gods. And the Mexica had many prophecies vaticinating the arrival of the conquistadores. That said, the Spanish army back then was probably the most disciplined and well-trained in the world, and Spanish steel was the strongest.

Both trilogies make clear that the Mexica were conquistadores as much as the Spaniards. The nations the former had conquered — and from which they exacted a heavy tribute of agricultural produce, metals, gems, feathers (which they considered very valuable), slaves as well as people to use in their sacrifices and then eat — all unreservedly hated them. Various nations readily allied themselves with Cortés against the Mexica and, after the Noche Triste, when Cortés was intent on recapturing Tenochtitlan, Mexica ambassadors tried to persuade their neighbors to strike an alliance with them against the Spaniards, but mostly in vain.

Moreover, the women, usually daughters of important dignitaries who were given as gifts to high-ranking conquistadores to become their wives, were immediately happier among the Spaniards, as the condition of a woman among the Mexica and the other nations was dreadful. Such intermarrying, which got underway in earnest, led to the mestizaje, the racial and cultural mixing of Amerindians with Spaniards that began the modern world. The English, on the other hand, were racist, and never really intended to settle down in their colonies. But the Spaniards readily settled in the New World, and readily married local women.

The human sacrifices and the subsequent anthropophagy, a constant accompaniment to life then among the Mexica and all the nations around their empire, were most shocking to the Spaniards, and continue to be so for our modern sensibility, to the point that for a long time they were outright denied by bien pensant historians. Well before the conquest of Mexico, the founding fathers of Christianity had decided to explain Christ’s ultimate sacrifice — his death on the cross for the redemption of humankind — in the most shocking and abominable terms they could think of: the ritual eating of Christ’s flesh and drinking of his blood during the Holy Communion (which, in pre-ecclesiastical Christianity, was presumably more about agape or, more tantalizingly, what my co-author Joscelyn Godwin and I describe in our novel Forbidden Fruits). Clearly anthropophagy was singled out as early as then as the most extreme and aberrant of all possible human behaviors, which sinful and undeserving humankind had meted out to their Savior. And these very Catholic conquistadores arrived in what today is Mexico to discover to their horror that every nation they fought against chronically engaged in anthropophagy. There was no doubt in their mind: it was the work of the devil. Even when some of these native nations became allies of the Spaniards they could not stop sacrificing humans and eating them. Toward the end of the conquest, when Cortés and his army were besieging Tenochtitlan so successfully that no food could reach the Mexica inside the city, the Spaniards wondered how could their enemies keep on fighting so fiercely for months. As it transpired, they were eating all the casualties they could find, be they their enemies or their own soldiers: good protein there, and plenty of nutritional value.

In his book Los Invencibles de América, Jesús Á. Rojo Pinilla maintains that, far from committing genocide against the Mexica, Cortés and his conquistadores saved them from a self-inflected holocaust. Animal husbandry being unknown to the Mexica, they and their neighbors were essentially eating each other to the brink of extinction. Not only did they commit tens of thousands of humans sacrifices every year for religious motivations, and thereafter ate the thighs of the sacrificial victims, but their anthropophagy was widespread because of the scarcity of food. The contemporary western canon, still a staunch supporter and propagator of the Leyenda Negra (the British/American propaganda that demonizes Spain and all things Spanish), in the face of historical and archeological evidence teaches us the opposite: that pre-Columbian Mexico was the Garden of Earthly Delights and that the conquistadors proceeded to exterminate everyone. DNA testing on contemporary Mexican population reveals that 30% of them are of pure Mexica or Maya descent; 60%, mestizo; and only 10%, white. If the alleged holocaust had in fact taken place, wouldn’t the DNA of contemporary Mexicans indicate an overwhelmingly white descent?

But the concept of the bon sauvage has survived to this day; indeed, it could not be more in vogue. In a distinctly Manichean worldview, we are taught that the natives were always good, and the European invaders always ruthless and cruel: heroes and villains, how delightfully unequivocal. Jean-Jacques Rousseau wrote: Le principe de toute morale (...) est que l’homme est un être naturellement bon, aimant la justice et l’ordre ; qu’il n’y a point de perversité originelle dans le cœur humain (…) (The principle of all morality [...] is that man is a naturally good being, a lover of justice and order; that there is no original perversity in the human heart [...].) 

Julius Evola was on to something when he called the Enlightenment, Obscurantism: take an idea(l) and turn it into a dogma, regardless of all the evidence against it. That did not happen exclusively with the ostensibly flawed concept of the bon sauvage. Many were the idea(l)s invented during the so-called Age of Enlightenment that turned quickly into dogmas (when such idea[l]s have a guillotine as their enforcer, you’d be surprised at how quickly they get adopted), and upon which contemporary societies still hinge. They had and have no correspondence to reality, but since when has that been a requirement for a dogma? Regardless of that, Rousseau’s Discourse on Inequality and The Social Contract are the foundations of modern social and political thought. He became the most famous member of the Société des amis de la Constitution, the Society of the Friends of the Constitution, renamed the Society of the Jacobins. The period in which it was at its most effective includes the Reign of Terror, during which well over ten thousand people were executed in France, most often for “political crimes”.

So the admirer of the bon suavage, the advocate of the inherent goodness of uncorrupted man, is also the mind behind a killing machine bent on eliminating any dissenter. That, we are told by enthusiastic historians, was the Age of Enlightenment.

Well, the bon sauvage, five centuries ago in what is Mexico today, ate his fellow humans with abandon. They took the people to be sacrificed at the top of a pyramid, ripped out their heart, which they tossed on a brazier, either impaled their head or let it roll down the steps, kept their legs and arms, which they ate, and threw away the rest. Rivers of blood thus formed, and never dried up.

Both Hancock and Sánchez Clemares write of the fattening pens in which children and young virgins were kept, there to be fattened and eventually eaten. The nightmare imagined by the Brothers Grimm in Hansel and Gretel was carried out on an industrial scale among the Mexica. Animal husbandry (much like the concept of the wheel, or a metallurgy capable of producing steel) never occurred to the Mexica: it was more expedient to eat people. This was not limited to the occasional sacrifice to their bloodthirsty gods; it was an ongoing, all-pervading phenomenon. It does seem to characterize the Americas: with the exception of contemporary USA and Canada, from contemporary Mexico all the way down to Chile anthropophagy was a way of life (?), or rather, of gradual self-annihilation.

Both trilogies are superb; Hancock’s seems at first the better one, but Sánchez Clemares becomes just as good, and then, incredibly good. As a fellow writer, I don’t know how they managed to… live while they wrote their respective 1,476 and 1,811 pages, as normally a novelist lives with bated breath and his mind militarily occupied by plot, structure, dialogues and thoughts until the first draft is done. Hats off to both: I enjoyed the trilogies immensely.

 

 

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