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Gianni Venturi, "21 grammi di solitudine"

8 Gennaio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

21 grammi di solitudine di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è il peso poetico di un respiro, il soffio intimo, l’impalpabile essenza del dolore umano, l’evanescenza di sentimenti puri e autentici. Il poeta, attraverso la fermezza descrittiva, essenziale e distensiva nelle immagini, fende il terreno emotivo tracciando la superficie dei solchi interiori, imprimendo la traccia profondamente radicata delle espressioni viscerali, del mondo sensibile, del patrimonio familiare delle origini e della terra sopra il tempo della vita indifesa e fragile. Si narra che 21 grammi sia il peso dell’anima, pochi granelli inconsistenti sul peso di un destino che ognuno di noi riconosce nella fatalità prestabilita ed imperscrutabile degli eventi. La poesia di Gianni Venturi si inoltra lungo le condizioni e i sentimenti umani sradicando ogni passaggio spazio - temporale della memoria, frequenta le lacerazioni impulsive e la resistenza nelle intuizioni drammatiche e nostalgiche, nei frammenti di una disperazione in cui la solitudine è al centro di tutto. Il tragitto privilegiato della poesia verso la personale testimonianza dell’autore è presenza illuminata, eco deformata dell’anamnesi, rifugio ancestrale, richiamo ad una trama remota che si svolge oltre i limiti consueti della conoscenza, solitaria e sofferente, dell’umanità. I versi, affatturati all’efficacia espressiva degli abbandoni, suggeriscono un altrove quieto, un nascondiglio protettivo, dove custodire l’incondizionata immutabilità dell’assenza, nell’ostentato distacco di ogni atteggiamento intellettivo e carnale. L’estrema limitatezza della coscienza umana circoscrive l’evocazione del passato e domina il segno del presente. L’intensità accentuata ad ogni mutamento individuale è luogo di transito e di sosta della creatività, materializza la rappresentazione esplicita e cruda della infranta condizione umana. Il poeta è nel disamore della malinconia, nella perdizione del recupero di un passato che non muore ma che dilata una sconfitta insofferente e vagabonda e pone lo sguardo sulle essenze illusorie dell’uomo, accenna ai turbamenti e ai disorientamenti emotivi, è l’ombra cupa di ogni tormento. 21 grammi di solitudine approda ad un’introspettiva identità, assapora l’incanto suggestivo dei colori e delle forme delle possibilità, assorbe il sollievo dei cambiamenti, prolungando la corposità e la generosità dei ricordi. La dissolvenza rarefatta delle stagioni vitali congiunge la volontà di estendere l’accogliente risposta alla propria natura, alle radici, alle fondamenta che trattengono l’inclinazione di ogni qualità emotiva, in ogni alchimia delle proprie tensioni, confessando la consistenza rivelata dalle percezioni. I versi maturi sono consumati in una misurata e toccante lacerazione spirituale nella lontananza dell’isolamento. Nella semplicità e nella determinazione dei frammenti di un’esistenza svuotata, il poeta delinea scaglie di vita consumata, alla deriva nella nebbia esistenziale dell’uomo, segue la direzione della speranza e della rassegnazione, del coraggio e della paura, donando al valore della coscienza, il riscatto e l’accordo alla salvezza. Il peso sostenuto da chi sopravvive, libero di trasmigrare in altri luoghi del cuore è l’ispirazione per la più dolce elegia.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

abitavo un paese gentile dall’aia fiorita

e danze di fisarmoniche sussurranti

odoravo le campagne di settembre con sorrisi

la canapa era dura come il tempo

in quest’ora d’abbondanza infelice

sorseggio un’acqua fetida non più di fonte

 

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la terra ha brividi

che scuotono

paludi

come la nebbia errante

che di casa in casa si raggruma

un sole amorfo si raggomitola

tra monti di cenere

all’orizzonte

 

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le pietre parlano

la lingua sconosciuta dell’ontano

lo sciamano alti scopre i canti

alla dea del fiume che ravviva novembre

è il canto del vento tra le foglie

questa terra ha silenzi circolari

memorie granitiche

orari definitivi per la vita

 

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come gelo le parole dette

tutto appare chiaro

la maestra scuote dolce il viso trema

il parroco intona il verbo scivola

la vita oltre fondamenta fragili

sono uno sputo di luce e arranco

come l’inverno carezze sperse

tutto perduto memoria e dignità

 

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è tempo di condividere l’assenza

tempo di estrema partenza

c’è un ponte di nebbia che separa le strade

poco battute che conducono ovunque

partecipare condividere aggregare

mi sento la pietra lapidaria

non angolare nel muto dialogare

fuori tempo l’estremo abbandono

 

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L’archeologo osserva compiaciuto i reperti umani

in divenire noi un chicco di luce persiste

l’universo che ha voce accoglie la stella che implode

entropia o fine del clamore

come altari sulla sabbia

lo scorrere delle ere cancella le cose

e nulla resterà

 

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vecchi curvi avanzano dimenticati

come roccia che si sgretola

il tempo che scorre e racconta il silenzio

sono querce nel traffico impetuoso

questa distonia dimentica il passato

spaventa il bimbo in corpo di vecchio

 

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basterebbe un filo di vento qui nella stasi

dove tutto appare bloccato

quasi vuoto il movimento

l’assoluto si tende

 

 

 

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