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A cosa brindare?

7 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

Foto di Walter Fest

Foto di Walter Fest

 

Ho sempre odiato la festa dell’ultimo dell’anno. Giorno di bilanci ma, soprattutto, unico giorno in cui – io che sono supremamente e irriducibilmente asociale - mi sento sola da morire.

Forse perché ho una visione mitica della festa di Capodanno. Ricordo la prima alla quale partecipai, che fu anche la prima concessione da parte dei miei di uscire col favore delle tenebre. “A mezzanotte a casa”, tuonò mio padre, nemmeno fossi Cenerentola, ma mia madre si oppose: “Come fa a festeggiare l’anno nuovo se deve essere a casa a mezzanotte?”

Mio padre si arrese e io rientrai tardi, con la testa che mi girava e le orecchie che fischiavano per le tante emozioni. Avevo passato la serata a far tappezzeria in un angolo, muovendo i piedi dalla voglia di ballare ma troppo timida per farmi avanti. Avevo quindici anni, indossavo una gonna di velluto nero, le calze di nylon, un maglioncino di lurex che mia madre si era comprata molti anni prima ma non aveva mai usato. Rimasi ad annoiarmi finché un ragazzo, di cui non ricordo il volto ma solo il nome, m’invitò a ballare. La sua camicia immacolata profumava di Brut, aveva un paio di anni più di me. Mi chiese subito di metterci insieme. Io risposi con la fatidica frase: “Restiamo amici”. Due giorni dopo mi venne a prendere a scuola ma io, spaventata da quella cosa più grande di me, rimasi chiusa in classe per non farmi vedere. E poi seppi che si era messo con un’altra ragazza. Breve storia triste di un amore mai cominciato.

Ma il fatto di ricevere la mia prima richiesta amorosa da un ragazzo proprio la sera dell’ultimo dell’anno, ha reso questa festività così mitica nei miei ricordi che, dopo, nessun’altra volta è stata mai più a quell’altezza.

Non è che non mi piaccia l’ultimo dell’anno, è che mi piacerebbe troppo, che, a quasi sessanta anni, ancora m’immagino vestita come Cenerentola al primo ballo, o come Bella che volteggia con Bestia in un magnifico salone. Ma la realtà è fatta di patatine mosce e noccioline rancide, di cappellini, trenini e Brigittebardotbardot…  Oppure di serate solitarie con mio marito, lui che sta al computer in un’altra stanza e io che già crollo addormentata sul discorso del presidente della repubblica.

E quest’anno più che mai, proprio non riesco ad immaginarmi a brindare. Brindare a cosa? Alla fine di un 2020 orribile, bisesto e funesto, durante il quale, a parte l’atterraggio degli extraterrestri – ancora sempre possibile – è successo di tutto? Un anno dove, a livello planetario, globale, le nostre certezze sono crollate, abbiamo rischiato la vita ogni giorno, abbiamo subito lutti, malattie, sofferenze, libertà negata per il nostro bene? Un anno d’incolpevoli arresti domiciliari? Un anno senza viaggi, cultura, abbracci? O, forse, dovrei brindare a un 2021 che già si preannuncia altrettanto difficile e pesante?

E allora non so che farò quel 31 dicembre che si avvicina. Forse, alzerò il calice e guarderò il cielo della notte, aspettando un segno, una cometa, una stella cadente, pensando che esserci e poter guardare ancora quel firmamento nero, sia già tutto ciò in cui possa sperare.

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