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"Shilde" (1988) Regia di Darezhan Omirbayev

17 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Con il cortometraggio Shild ("Luglio" in lingua kazaka) il regista Darezhan Omirbayev esibisce deciso il suo biglietto da visita e, di conseguenza, mostra fin da subito un concreto potenziale. Successivamente diventerà uno dei maestri del cinema made in Kazakistan.

In questo caso si parla di cinema sovietico, anzi, di morente cinema sovietico, visto che il crollo dell’U.R.S.S. risultava imminente. Nonostante la limitatezza dei mezzi tecnici a disposizione, il regisseur riesce a confezionare un gioiellino che, a mio avviso, ha dei richiami con il neorealismo e dove la trama è secondaria, infatti, il susseguirsi è “narrato” attraverso la prospettiva di due bambini che, a momenti, potremmo etichettare come Ladri di meloni.

A questo punto mi chiedo se Omirbayev non abbia tratto ispirazione, almeno parzialmente, addirittura prendendo in prestito alcune sequenze, da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ad ogni modo, l’atmosfera ricreata non lascia indifferente l’attento spettatore: povertà, doveri e tediosità quotidiana. I due bambini trovano soltanto un qualche stimolo col cinema, con delle ragazzate e giochi infantili. Oltretutto il finale presagisce come, globalmente, per grandi e piccini la condizione nelle steppe in Kazakistan rimane e rimarrà “arida”.

Vorrei segnalare che con “Shilde” è possibile fare i dovuti collegamenti con il successivo lavoro filmico del già citato kazako artista, ovvero il lungometraggio, Kairat, tanto da considerare il primo un prequel diretto, per via di alcuni dettagli che non mi sono di certo sfuggiti.

Il bambino assomiglia tantissimo all'adulto Kairat, entrambi interessati a opere filmiche, entrambi provenienti da una località pastorale/contadina piuttosto squallida, entrambi protagonisti di quell'essere non proprio incentivati, ed entrambi che si lasciano travolgere dall'uggiosità esistenziale a dispetto di un sole che irradia quei luoghi dimenticati da Dio. Cosa molto importante, è presente una sequenza onirica che si confonde con la realtà, indubbiamente tale espediente filmico viene preservato e sfruttato successivamente in maniera ancora più decisa col film appena menzionato, prodotto agli inizi degli anni novanta.

Quindi, assemblando il cortometraggio e il lungometraggio, sicuramente il risultato finale non lascia margini di dubbio, ovviamente, secondo una mia predisposizione da appassionato spettatore cinematografico.

Tra le varie cose mi sono focalizzato su come fin dall'inizio sia stata gestita la cinepresa, in quanto si sposta verso l'alto e intorno alla finestra, attraverso la madre addormentata e il ragazzo sveglio, per poi seguire il movimento pigro di una mosca che ronza. Che sia una sorta di colonna sonora sperimentale? Il movimento appare scandito ulteriormente appena il protagonista si alza dal “giaciglio”, dove è facile capire la sua situazione, l’ambiente, il ceto etc.

La scalcinato ed improvvisato cinema, in cui viene mostrato un melodramma musicale russo in stile Bollyowood, beh, Omirbaev continua ad avere buona padronanza di regia e sa “inquadrare” con professionalità, ad esempio lo sfiorarsi l’avambraccio quasi discreto tra i due fanciulli, elemento peraltro presente anche in Kairat.

In conclusione, direi che è uno di quei cortometraggi da visionare, adatto per molti ma non per tutti.

 

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