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Kim Ki Duk, "Ferro tre"

22 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

Corea, 2004

 

È difficile dire se il mondo in cui viviamo è una realtà o una fantasia”. Questa frase appare in sovra impressione nella famosa sequenza finale del film, in cui si vedono due delicati talloni femminili racchiusi tra due piedi maschili che puntano verso di noi, entrambi su una bilancia che segna 0 kg. Impossibile. Deve essere rotta, come nel film ci hanno mostrato già 2 volte. Solo che durante il film la bilancia andava ricalibrata verso il basso, perché dava pesate eccessive. Forse perché segnava la pesantezza della gabbia lussuosa in cui è rinchiusa la protagonista, il cui nome, come quello del ragazzo, non è mai pronunciato. Entrambi invisibili, lui agli occhi della società, lei a quelli del marito che la riempie di oggetti ma anche di botte e urla, che la svuota di ogni aspirazione, di ogni bellezza, di quello sguardo fiero e profondo che conserva solo nelle fotografie che la immortalano in un momento certamente più felice della sua vita. Lui, pur non essendo un barbone è fondamentalmente un senza fissa dimora: entra in abitazioni private i cui occupanti sono provvisoriamente assenti, usa il letto, la cucina, ma ripara anche le piccole cose che non vanno più, lava i vestiti e i piatti, rimette in ordine le vite altrui, a suo modo. Lui, una vita da tenere in ordine non la ha, vive il momento. E per errore entrerà nella casa di lei, proprio perché, essendo invisibile, a differenza dei lividi sulla sua faccia, freschi di una lite col marito, lui non ne percepisce la presenza. Ma si vedono. Non pronunceranno una sola parola tra loro. Ci sarà solo la fuga, mai disperata, mai affrettata, mai spaventata. Nemmeno quando troveranno il cadavere di un uomo morto in casa, anzi, gli faranno un piccolo ma dignitoso funerale e lo seppelliranno. Perché il mondo è disordinato, anche in certe morti lontani dai figli che si preoccupano solo quando non rispondi più al telefono e non ti vengono a trovare pur sapendoti gravemente malato, e la gentilezza è il migliore atto di cura delle cose e delle persone. Ma quella pausa di doverosa delicatezza verso chi non può più provvedere a sé stesso segnerà la fine del viaggio. Lei torna alla odiata vita coniugale, con un coniuge che non si rassegna ad averla triste e sfiorita per sempre, col costante pensiero al ragazzo senza nome. Lui, invece, col sorriso che non lo abbandona mai, sfrutta la detenzione per rapimento per diventare invisibile agli occhi di chi usa la vista per vedere solo ciò che cerca. Solo così potrà tornare da lei evitando la feroce vendetta del marito. E lei per l’unica volta in 87 minuti di pellicola infrange il silenzio e pronuncia una frase, una bugia, enorme, su di sé e i suoi sentimenti. Ma deve farlo, per sopravvivere a quella gabbia dorata di indifferenza. Perché quando vivi in un mondo che costantemente ti ignora, a volte devi tradirlo per potere preservare il reame invisibile in cui puoi essere te stesso e fare entrare l’unica persona o cosa che ti fa nascere un sorriso. E pazienza per gli altri che pensano di esser solo la causa di quella incomprensibile gioia: alla fine vediamo solo ciò che ci conviene vedere. Solo la contentezza può andare contro la forza di gravità. 

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