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Ha-Shoter Azulai (1967) Regia di Ephraim Kishon

18 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La mia prima incursione nel cinema israeliano non poteva che essere delle migliori, in quanto ho avuto la possibilità di visionare uno dei film più rappresentativi della storia del cinema ebraico, o comunque made in Israel.  

Il lungometraggio Ha-Shoter Azulai è conosciuto globalmente e semplicemente come "Il poliziotto". Secondo alcune info reperite su internet, in italiano viene titolato col bruttissimo e squallido "Basso moro scalcagnato e... con i piedi piatti", giusto per rendere ancora più ridicolo Abraham Azulai, il personaggio interpretato da Shaike Ophir, una delle icone della cinematografia israeliana. A mio avviso bastava tradurre con "L'agente Azulai", sicuramente meno... "degradante".

Ad ogni modo, per i temi trattati, lo spettatore capisce cos'ha di speciale questo film. Tra le varie cose ci si focalizza sul sotteso senso filosofico. I personaggi, specie il protagonista, fanno parte effettivamente di una scalcagnata commedia umana, composta da piccole e grandi tragedie, che si dimena e sguscia via come un’anguilla. 

Direi che la pellicola è abbastanza ricca di elementi di satira, e s'incentra sulle disavventure di Abraham Azulai, un pacifico poliziotto di mezza età che opera a Giaffa, spesso in qualità di pattugliatore o ronda notturna, un uomo che si dimostra "tontolone" in più occasioni, che prova a bilanciare il suo senso del dovere con la sua gentilezza. Un poliziotto buono, quindi? Semmai un poliziotto troppo o eccessivamente buono, considerato da più di vent'anni lo zimbello della polizia. Il lato sentimentale, senza eccedere, viene messo in mostra, specie quando il protagonista si accorge di provare attrazione per una giovanissima prostituta che aveva cercato di far fuggire da una retata.

Il futuro dell’agente diventa via via più preoccupante, in quanto l’eventuale mancato rinnovo del contratto, nonostante una buona pensione, significherebbe non poter più svolgere il mestiere che, pur senza gratificazioni, ama da morire. Benché riesca ad avere qualche riscatto professionale legato al "risolvere" due casi, tra cui uno orchestrato da alcuni “amici” criminali, con tanto di promozione al grado di sergente, nel finale agrodolce e quasi commovente, è costretto ad appendere la divisa al chiodo, con un fermo immagine che vale la visione del film.

Giusto per sottolineare, la conclusione è una svolta amara e l'espressione straziante della soddisfazione/afflizione di Azulai nell'ultima scena rappresenta l'essenza principale di questo film, ovverosia  quando nel cortile le reclute salutano il superiore, proprio lui appena congedato, con la mano a paletta rivolta al copricapo.

Shaike Ophir è davvero bravo nel ruolo, con il suo sorriso infantile, la sua scarsa arguzia nel contrastare i criminali, combinati con un sacco di chiacchiere non di rado argute, poiché il protagonista è un profondo conoscitore della Bibbia, per non parlare del suo genuino francese, con cui fa inaspettatamente bella figura con una delegazione di gendarmi transalpini.

Fondamentalmente tali elementi fanno sì che il film si regga sulle spalle. Anche gli altri attori/attrici sono validi, per carità, ma la trama si impernia principalmente sul protagonista. 

Da segnalare come l'eterno conflitto politico-ideologico di natura israelo-palestinese venga trattato con originalità. Per certi versi c’è un assottigliamento, basti pensare il confronto tra Abraham Azulai e l’arabo israeliano Amar.

C’è da dire che realizzare un film in cui si vogliono trattare varie tematiche, per ovvi motivi risulta un’impresa ardua, difatti il rischio di banalizzazione è alto. Secondo il mio sentire, Ha-Shoter Azulai provoca un effetto strano: si sorride davanti al dramma e si piange davanti alla commedia. 

La colonna sonora poi è straordinaria, per non dire perfetta, tant’è che il brano è assai malinconico, incasella le scene iniziali sganciando quel senso di solitudine. Per chi lo desidera, nel web è possibile reperire il lyrics tradotto dall'ebraico all'inglese. Le note parlano di un uomo che smonta dall’ennesimo servizio notturno e, durante l'albeggiare, si perde in mille riflessioni, in mille amarezze e in mille rimpianti, dove, tra l'altro, si evince l'impossibilità di cambiare il mondo e il proprio passato.

Non aggiungo altro se non "Gut Shabbes" (buon sabato) a tutti nel consigliare questa pietra miliare del cinema israeliano.

 

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