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Pierluigi Curcio, "Riothamus"

22 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

Riothamus

Pierluigi Curcio

 

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pp 348

 

 

Pierluigi Curcio ci ha abituato alle atmosfere arturiane: la nebbiosa Britannia, gli eserciti che si scontrano sotto il vallo di Adriano, le armature e le spade luccicanti. Ma, ormai, il muro si sta sgretolando e le antiche ville romane sono in decadenza. Attraverso gli altri due romanzi della serie – di cui qui abbiamo recensito solo il primo, Artorius, – l’autore ci trasporta dalle origini romane della leggenda alla materia arturiana vera e propria, quella altomedievale.

La maggior parte della narrazione è affidata al dialogo, che risulta a volte un po’ troppo serrato (e confuso) a scapito dell’azione, dell’ambientazione e delle atmosfere. Si parla di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda in modo storico/romanzesco ma manca l’aura romantica del mito.

Arthnou discende dalla stirpe di Artorius, il condottiero romano da cui tutto ha avuto inizio. È il figlio perduto della stirpe dei Pendragon, l’unico destinato a diventare il Riothamus, colui che unirà i Britanni sotto un’unica egida e difenderà il mondo celtico - già contaminato dalle idee cristiane - dall’ulteriore invasione di Sassoni e Iuti.  Sebbene sia il solo ad aver estratto la spada, è impaurito e indeciso sul proprio fato, è roso dai sensi di colpa e tormentato da un unico gesto di codardia, fatto in gioventù, che lo trasformerà in un uomo “ligio e retto”, capace di compiere in ogni momento il suo dovere. Gli occhi di una bimba lo chiamano, gli indicano un cammino di coraggio e assunzione di responsabilità, che partirà proprio dall’aiuto dato ai più deboli, ai bambini, a una prostituta. Il giovane, che ha provocato la morte del proprio fratello per debolezza e vigliaccheria, adesso mette insieme un esercito e diventa ciò che era destinato a essere: un grande duce. Ma Arthnou è anche un uomo tormentato, stanco, che compie controvoglia il suo destino, che preferirebbe una vita tranquilla con una famiglia al fianco, un uomo che non ambisce al successo ma lo ottiene suo malgrado, un uomo che non vuole essere re ma lo è.

C’è un approfondimento psicologico del personaggio e un particolare rapporto col padre Adottivo, Antor, che prima lo ha cresciuto poi ha cercato di ucciderlo, e che morrà proprio per mano sua. E la cosa si ripete col figlio, nato dall’incesto con la sorella, con il quale combatterà una battaglia all’ultimo sangue. C’è il rapporto d’amore involontariamente incestuoso con la sorellastra Morrigan e c’è il matrimonio infelice con Gwen, ovvero Ginevra. La bella Ginevra non ha niente della castellana, della dama angelicata della poesia trovadorica,  è piuttosto una guerriera che ci ricorda la parte affidata a Keira Knightley nel film King Arthur del 2004, e ha come amante un Lancillotto molto più giovane di lei. Lancillotto è una figura diversa da quella cui siamo abituati, si confonde con Mordred, il figlio che combatte il padre.

La storia parla di mutamento, di destino che si compie. Ci mostra come il piccolo, mingherlino Arthnou - il “cucciolo d’uomo” di Kiplinghiana memoria - si trasformi nel Riothamus, un uomo che per compiere il proprio dovere deve rinunciare a una parte di sé, la più innocente. È anche una metafora della crescita, dell’accettazione dei doveri, della presa in carico della responsabilità.

“Lui sta diventando tutto ciò che noi volevamo e lo sta pagando sulla propria pelle” (pag 193).

Ma, soprattutto, quello che colpisce, ed è da ammirare, nei testi di Curcio, è la forte e indiscutibile contestualizzazione storica. Inoltre, come sempre nel caso di rielaborazione di materia arturiana, è interessante indagare come sia stata rimaneggiata la storia che tutti così bene conosciamo.

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