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Emanuela Amici, "Quello che resta"

31 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Quello che resta

Emanuela Amici

 

Ianieri Edizioni

pp 190

14,00

 

Quello che resta, di Emanuela Amici, ha una trama poco originale ed è scritto in modo elegante ma convenzionale. Però ha il pregio di farsi leggere velocemente e di puntare il dito su quelli che sono i complessi rapporti familiari, spesso mascherati da una patina di normalità. Più che l'intreccio di “non detto”, agnizioni e colpi di scena domestici, balza all’occhio il rapporto fra le due sorelle.

Irene è una scrittrice di successo che, da sempre, ha un legame difficile con la sorella minore. Sara è luminosa, bella in modo diverso dal resto della famiglia, tutto le riesce facile. Irene segretamente si rode d’invidia e sensi di colpa anche se s’impone di amarla per dovere fraterno.

Ma non c’è solo quello che dobbiamo fare, c’è anche quello che siamo, sottilmente ma inesorabilmente. C’è il rimosso, il torbido. Ci sono la trasgressione e l’erotismo che scardinano la quotidianità, c’è una madre, in mezzo a loro, che per anni ha indicato un cammino di dedizione e sacrificio e poi, di colpo, indica l’opposto, una madre che, quando morirà, smetterà di fare da filtro fra le due.

La morte lacera e scompagina, ci costringe a fare i conti con la perdita, con ciò che era e non sarà mai più, con ciò che dovremo essere d’ora in poi. Nel romanzo le due donne devono venire a patti con la perdita di entrambi i genitori, ritrovandosi orfane, madri, mogli e artiste. Dal groviglio di livori inespressi che le avviluppava, cercheranno la via per ricostruire un nuovo modo di sentirsi sorelle.  

Anche senza arrivare agli estremi di questa storia, grattando sotto la superficie di ogni famiglia si scoprono cattivi pensieri, sentimenti ambivalenti, si scopre che ciò che appare è spesso falso.

Fratelli e sorelle, genitori e figli non sempre si amano in modo immediato, facile, viscerale e senza riserve. Spesso ci sono preferenze, rivalità, inquietudini, rancori.

Mariti e mogli non sempre condividono interessi, complicità e passione. Spesso, insieme, hanno la “sensazione di appassire”, di vivere una vita di straniamento e reificazione, lontana dal nocciolo primigenio del proprio essere.

Ma, forse, non tutto è perduto, perché non tutto è bianco o nero, e l’amore – filiale, fraterno, coniugale – ha comunque “tante declinazioni”, tanti modi per rinascere.

Di là dalla trama e dal significato psicologico, ci sono due filoni particolari in questo libro, entrambi legati, secondo me, alle fantasie dell’autrice. Uno è il rapporto fra Irene e l’amante Herbert, porno soft e leggermente masochistico, l’altro è la relazione di Irene con la scrittura. Siamo in presenza di un “romanzo nel romanzo” ma anche di una protagonista che incarna i sogni di chiunque scriva, ovvero fama e successo. Sembrerà strano, ma questo è, a mio avviso, il vero cuore di codesta narrazione, prodotta da una studiosa d'arte col pallino della scrittura, immersa in un’atmosfera rarefatta, signorile, piacevolmente raffinata e molto intellettuale.

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