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Donato Carrisi, "La ragazza nella nebbia"

15 Luglio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La ragazza nella nebbia 

Donato Carrisi

Longanesi, 2015

 

Primo mio approccio a uno scrittore di gialli molto apprezzato, la cui opera è stata trasposta cinematograficamente. Lo dico subito, per me è un “NI”. E la “N” del “NI” riguarda proprio la parte finale che, come in tutti i gialli del tipo “whodunit” è sempre la parte più scivolosa. Non è certamente semplice costruire una trama che tenga il lettore avvinghiato alle pagine del libro (o alle parole in questo caso, visto che ne ho usufruito in audiolibro), ma in questo Carrisi è bravissimo, complice la sua conoscenza del sistema giudiziario italiano, della cronaca italiana degli ultimi 20 anni e i suoi studi di criminologia.

La trama è molto semplice: Anna Lou, adolescente normalissima e di buona e bigotta famiglia, scompare da una valle sperduta tra le Alpi. Ad indagare viene inviato l’agente speciale Vogel, noto per il suo smisurato amore per i riflettori, che usa in maniera spregiudicata i mezzi di informazione pur di ottenere visibilità. In realtà Vogel è noto anche perché nell’ultimo caso su cui ha indagato con tanta devozione è giunto ad alterare le prove pur di fare finire in carcere il suo principale sospettato, il quale, rivelatosi poi innocente, ha richiesto un lauto risarcimento offuscando per un pezzo la fama del brillante agente speciale. La storia viene raccontata a due mesi dai fatti dal Dr. Flores, psichiatra, il quale interroga un Vogel sotto shock e sporco di sangue, cercando di ricostruire le sue ultime ore. Nel clima ambiguo prima descritto finisce nella lista dei sospettati il mite Prof. Martini, docente nella scuola di Anna Lou, uno che la vita pare subirla in tutti i suoi scossoni. Possibile che davvero un uomo così remissivo e tranquillo abbia rapito la giovane studentessa?

Carrisi riesce a tenere la tensione spostando la nostra opinione da innocentisti (ma dai, si è pure tenuto la moglie che lo ha cornificato nel letto di casa e che lo ha abbandonato al primo sospetto, ma cosa vuoi che combini questo sfigato?) a colpevolisti (epperò un alibi vero non lo ha, e ci sono tutti quei piccoli indizi che potrebbero…. E se fosse stato lui?) di volta in volta, giocando sia sugli elementi giudiziari sia sulla personalità di Vogel, antipatico, arrivista e calcolatore, e Martini, gentile, sfortunato e smarrito.  Questo gioco di equilibrio fa sì che noi siamo alla stregua dei telespettatori che seguono lo squallido circo mediatico che si verifica nel nostro Paese in casi di cronaca simili, dove lo spettacolo consta dei soliti numeri: il linciaggio della gente comune, l’aggressività dei giornalisti, lo scavo indegno nelle vite private dei sospettati, la telecronaca del declino delle vite private dei sospettati, processati e giudicati prima da vicini di casa e televisione che dal sistema.

In questa lunga parte, gestita assai bene da Carrisi, emerge la sua conoscenza della cronaca italiana, è facile infatti riconoscere il caso di Unabomber in quello dell’uomo ingiustamente accusato grazie a prove inquinate, o il caso di Cogne in quello della madre che esce di casa per 7 minuti e, tornando in casa, trova il suo bambino morto in circostanze mai chiarite. Il lettore tuttavia non ha ancora deciso bene per chi parteggiare, finché non giunge il falso colpo di scena, telefonato dall’inizio, costruito sapientemente nei capitoli precedenti, che fa propendere il lettore/spettatore per il verdetto finale.

E qui inizia il meno convincente ultimo quarto del libro. Quando tutto sembra essere stato deciso, arriva il primo ribaltone alla Nesbo: una giornalista dimenticata da tutti che tira fuori un vecchio caso di adolescenti rapite una trentina di anni prima. Caratteristica delle ragazze: tutte rosse con le lentiggini, proprio come Anna Lou. Che il serial killer sia ricomparso dopo un periodo di sopore così lungo? E poi perché tirare fuori questo “cold case” adesso che tutto sembrava quadrare perfettamente? Perché il rapitore stesso si è fatto vivo con un video che dimostra tutto, pur mantenendo lui nell’anonimato. Tutto da rifare? A quanto pare sì. E invece no. Perché Carrisi, che ha ormai poche pagine per elaborare un finale, lo fa nel peggiore dei modi, utilizzando l’escamotage del doppio ribaltone (e fin qui vabbè) ma stecchisce, manco sospende, l’incredulità, con uno spiegone da parte del colpevole stesso che ci rivela le sue doti divinatorie, in quanto il rapimento non è stato commesso per motivi passionali, o comunque direttamente connessi con la vittima, bensì in vista di una serie di eventi che egli aveva previsto con una sconcertante sicumera, roba che il Commissario Matthai de La Promessa si rivolterebbe nella tomba, al fine di ottenere vantaggi morali e materiali.

A parte l’impossibilità di una visione quasi scacchistica delle mosse dell’avversario applicata alla vita, anche da un punto di vista criminologico mi lascia perplessa un piano tanto arzigogolato da parte di un personaggio che ha una vita normalissima, priva di precedenti patologie psichiatriche. Vabbè, tanto ormai è finito il libro, no? E no. Perché l’ultimissimo, superfluo a questo punto, colpo di scena, una soluzione a cui lo scrittore ci conduce per pura serendipità, dopo avere forzato le leggi della logica giallistica, arriva nelle righe finali. Colpo di scena che superfluo non sarebbe stato in un romanzo concepito diversamente, in cui alla fine capisci che tutta l’impalcatura del romanzo era tesa a svelare non il colpevole dell’ultima sparizione, bensì il misterioso mostro che decenni prima aveva seminato il terrore tra le adolescenti della valle, con il preciso intento di disorientare continuamente il lettore. Che però, a forza di girare il capo manco stesse osservando una frenetica partita di ping pong, avrebbe preferito un po’ di mistero irrisolto in più a favore di un colpo di scena in meno. Consigliato a chi si accontenta di finali stiracchiati. 

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