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Robot Inc

20 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Erano irrigiditi e funestati dal freddo. Il sole non filtrava nell'abituale coltre nera. Madre da sotto gli strati di intirizzimento, si lamentava con un lamento. Doleva in svariate parti del corpo in virtù del suo lavoro, alla mano, alle scapole, ai calli, al naso, al fegato – a causa della frustrazione apensionistica. Era inoltre ipertensiva, non riusciva a dormire la notte, e quando ci riusciva, gli inquilini di sopra provvedevano a sventare il suo sonno con qualche tempestivo intervento acustico.

«Il mio cuore si ribella a un altro dolore» aveva appuntato in gioventù sul proprio diario, durante i tormenti sentimentali, durante qualche distacco del marito, perso nelle sue fantasie intellettuali.

«Il mio orecchio si ribella a un altro rumore» scriveva ora, ispirata da altra questione.

Lo spirito vagamente ribelle o avventuroso – per i suoi canoni – della gioventù si era immarmottito e impigrito dopo i vari rovesci dell'esistenza, in seguito agli sberloni del fato, ai buffetti del destino  - consegnati come un'improvvida porta in piena faccia. Ora – quando poteva - preferiva starsene a casa a cullare l'abitudine, a coccolare il prevedibile. C'erano già sufficienti imprevisti all'Istituto.

Quando il personale umano aveva cominciato a esser progressivamente sostituito da androidi, si era rallegrata: finalmente qualcuno che avrebbe effettivamente svolto i lavori, invece che ciondolare e lasciare come al solito tutto a lei, troppo ligia per permettere che l'Istituto si esponesse a causa delle loro negligenze. La casa produttrice degli androidi, però, si vantava di averli costruiti e programmati in modo così VEROSIMILE e UMANO, per facilitare l'interazione, da renderli quasi indistinguibili. Purtroppo, non si trattava di esagerazione pubblicitaria: avevano fin troppo ragione. Questi robot eran tutti troppo presi da piccole rivalità, gelosie, sospetti, permalosità, crisi di affetto e accidie – per operare efficacemente. E tutto era praticamente rimasto come prima: la gran parte del lavoro toccava a lei. E in aggiunta doveva sopire le loro diatribe.

I robot ci tenevano a non fare un minuto di lavoro o di spostamento di oggetti in più degli altri, e se veniva loro richiesto, s'impuntavano. Cominciavano a puntare il metallico dito contro altri chiamandoli “sfaccendati” e insistendo che dovevano essere loro a svolgere la nuova mansione. In aggiunta, disturbavano anche le lezioni cominciando a litigare nei corridoi, se non nelle classi. A volte si strappavano reciprocamente un braccio o una gamba e li usavano per duellare, o si ruotavano direttamente la testa di 360° tentando di svitarla. Si danneggiavano se non distruggevano a vicenda. E lo stato doveva spendere in continuazione quantità immani di denaro pubblico per ripararli o sostituirli con nuovi modelli. Qualche folle complottista aveva il sospetto che fosse tutto calcolato sottobanco per far guadagnare soldoni alla Robot Inc. Che persone sospettose!

 

Nella scuola avevano persino cominciato a verificarsi strani accadimenti. Per esempio, l'oliatore di uno dei robot era sparito dall'armadietto. La capra per le pulizie, in dotazione a uno di loro, aveva cominciato a belare. In sintesi, gli androidi si facevano i dispetti. In un'occasione, il distributore di caffè aveva persino spruzzato dell'acido corrosivo contro uno di essi. Poco dopo, il distributore di caffè e il robot dovettero essere separati mentre s'intrecciavano in un violento corpo a corpo. La Polizia Androide era addirittura intervenuta per indagare sull'accaduto. Non solo. Erano cominciati a sparire utensili dal laboratorio. Con una videocamera nascosta avevano immortalato uno dei robot allungare il braccio idraulico sopra la porta, attraversare il sopraluce e spostarsi a raccattare oggetti vari probabilmente per rivenderli sottobanco, cosa piuttosto facile data la quantità di banchi presenti nell'Istituto. Il soggetto, confrontato, aveva confessato, giustificandosi disperatamente, piangendo lubrificante, di non avere abbastanza cacciaviti per riavvitarsi.

Era un ambiente molto difficile.

 

Continua...

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