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La torre mobile

10 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Un buco. Un bel buco. In cui sopprimersi. In cui comprimersi. In cui deprimersi.

Un buco che contenesse la sua voragine. Un buco nel battiscopa per scappare dalle stanze del mondo, in cui si sentiva rincorso dalla realtà, con una scopa in mano. Un portale, un varco, un tunnel sotto il campo di concentramento dell'ordine e della disciplina, dell'implacabile, del riflesso, del compromesso. Ricordava quando da piccolo, durante lunghi, noiosi e interminabili viaggi in macchina, sognava che si aprisse una botola sul tettuccio dell'auto, da cui potesse evadere in una torre, disposta su innumerevoli piani, invisibile e intangibile per il resto del mondo, che quindi permettesse comunque al mezzo di passare sotto a ponti, attraverso gallerie, di lasciare fili elettrici e telefonici intatti. Visualizzava come saliva le scale, incrociava un portaombrelli su una sorta di pianerottolo, sbucava in una stretta stanzetta dotata di comfort, moquette e passatempi, quando si stancava si arrampicava alla successiva – e il viaggio continuava senza di lui, svagato nella sua torre mobile, fin ad arrivare alla meta, senza accorgersene. Era una sua fantasticheria. Volume e forma interni che non corrispondevano a quelli esterni. Sarebbe stata una grande innovazione. Aveva questa immagine di un covo scavato dentro un cartellone pubblicitario, dotato di stanze e ampiezze impensabilmente, impossibilmente contenute in quel modesto spessore. Un labirinto in una scatola, un castello in un cassetto. Un altro progetto poteva essere svitare il collo, alzare le ancore, ritirare le scalette, e soffiare aria calda nella testa fino a sollevarla come un pallone aerostatico, lontana dal corpo, lontana dal mondo.

Babbo Naziale l'aveva arruolato per mettere in ordine il suo orrido e polveroso appartamento.

Vi si recò. Incontrò i soliti drappelli di gente dal viso appeso ai lampioni, sotto alla fuliggine del cielo. Uno, bocca spalancata e sguardo verso l'alto, sembrava perdere una bava lungo il mento.

La banda di luce li informava delle solite cose: che il leader della Seul del Nord era pazzo, una minaccia per l'universo, e doveva essere bombardato. La settimana dopo sarebbe toccato di nuovo a quello della NovoVodka. Quella successiva a quello della NeoPersia. E così via, passando in rassegna psicopatologica tutti gli avversari, a seconda del momento, o agglomerandoli in un'unica e alleata minaccia che prima o poi sarebbe occorso contrastare, giacché l'universalcrazia e l'incolumità dell'innocente cittadino eran senz'altro sotto minaccia a causa loro. Erano storie che venivano utilizzate e riciclate nel tempo, senza troppa fantasia e indubbiamente senza vergogna. Erano già state sfruttate in precedenza per invadere e attaccare l'Urik, il Talebanistan e innumerevoli altri nazioni, mondi, pianeti e galassie. Ma non importava, ogni volta la gente ci cadeva smemoratamente, perché stavolta era senz'altro vero, avevamo imparato dagli errori del passato e dai falsi pretesti, gli stessi Divulgatori Informativi si erano corretti, ora eravamo più consapevoli della differenza tra propaganda e realtà, ed eravamo realmente minacciati, e conseguentemente realmente caricati della responsabilità di confrontare il Male. Qualche anno dopo, come al solito, avrebbero cominciato a trapelare le infondatezze, le bugie, le distorsioni, le macchinazioni. Ma, ogni volta, il martellare informativo era così insistente, urgente e convinto, che gli accadimenti e le ombre che si addensavano sulla civiltà stavolta dovevano per forza essere reali, e dovevano per forza essere affrontate, combattute – neutralizzate con conquiste e invasioni. In luoghi usualmente, quanto coincidentalmente, ricchi di materie prime e preziosi.

Stava spolverando un alambicco incastrato in un grammofono collegato con un lettore DVD connesso con un vetusto tostapane, reperti di un mondo ormai dimenticato, dagli usi confusi – quando irruppe nella stanza Babbo Naziale, concitato e agitato agitato agitato agitato agitato agitato, in breve esa-gitato, che lo ghermì per il braccio esclamando:

«Ah bene, sei qui, dunque, sbrigati, dobbiamo andare!»

«Sei stato morso dal ragno della demenza? Voglio dire, di nuovo? Ho appena iniziato a pulire.»

«Pulire, chi se ne importa, gli acari sono i miei animali da compagnia – vieni via, non sei qui per questo.»

Si lasciò stancamente trascinare dal vecchio misteriosamente ringalluzzito. Forse aveva trovato qualche aliena di Phobos pronta ad offrirgli qualcosa di molto privato in cambio di un matrimonio di convenienza. Babbo Naziale lo strattonò in una specie di buio garage, gli infilò un casco rotto sulla testa, dalla cinghia penzolante, lo spinse in una cabina e gridò “ho ho!”: subitaneamente un portone si aprì come un sipario e l'abitacolo venne trascinato fuori, prendendolo di sprovvista e facendogli sbattere la testa, tanto da fargli dubitare di quel che vedeva: sei renne robot tiravano la slitta passeggeri a tutta velocità verso destinazione ignota, tra la nebbia fumigante e il cupo asfissiante, sinistramente illuminato di fiotti arancioni.

«Non ti sei calato un po' troppo nella parte?» chiese Pyotr jr, persino più istupidto del solito.

«Non voglio certo deludere il mio pubblico!» eruppe l'immondo vecchietto.

Grattacieli d'acciaio, che continuavano per chilometri sotto la superficie, si facevano slalomare spericolatamente, mentre il volto del disorientato Crispin sbiancava, e l'anziano panciuto ridacchiava seminando il traffico della sera irto di robot che tornavano a casa dal lavoro.

Parcheggiò in un parcheggio per disabili mentali, per cui aveva un tesserino, legò le renne di metallo a qualche lampione, prendendo a calci gli pseudo-zombie che lo attorniavano, e saltellando smaniosamente rutilò “muoviti, muoviti!” all'aiutante riluttante che lo seguiva meccanicamente, indeciso, come al solito, se essere morto o vivo. Lo seguì.

S'infilarono in un tunnel, oltre il quale si percepiva un gran boato, un costante clamore.

Alzò un tombino clandestino che dava nel dedalo sottocittadino, corsicchiarono lungo svariate passerelle e piattaforme, poi si fermarono, sotto un'altra botola.

«Shhhh!» gli intimò il vegliardo.

«Chi dice nulla» bofonchiò l'altro.

Ricevette uno schiaffo sulla faccia.

Il rumore aumentava.

Babbo scostò il tombino, e qualcuno cadde in testa a Crispin.

Naziale richiuse il tombino con un grugnito.

Crispin si strusciava la faccia e la testa lamentandosi, esclamando cose poco graziose.

Guardò davanti a sé, e vide una creatura spaventata e ansimante, nonché certamente più graziosa delle sue esclamazioni.

Era Miss Inoculo.

 

Continua...

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