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Il viaggio di Marta

11 Aprile 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto

 

 

 

 

La busta della lettera, di un colore marrone, è sgualcita. Le immagini dei tre francobolli rappresentano un Buddha seduto, una montagna innevata e un serpente. Il mio nome e l’indirizzo sono scritti con la sua calligrafia. È di Marta. Marta era sparita.

Katmandu, 18 Maggio 1968

Caro Mario,

ti sarai chiesto dov’ero finita. Non ci crederai sono in Nepal! A Katmandu! Scusami se non ti ho reso partecipe della mia decisione. È stato tutto improvviso come un fulmine e sono partita. Da tempo volevo farlo e gli ultimi avvenimenti della mia vita hanno risolto il problema. Il viaggio è stato davvero bello. Avventuroso! Ma ce l’abbiamo fatta. Siamo in tanti, tutti giovani. Lui si chiama Karl, è un crucco. È il mio amore. Non capisce un cazzo ma ora sta migliorando. Lo amo! Stiamo davvero bene insieme. Qui però le scarpe è meglio tenerle su. Se no te le rubano. Quei pochi, qui molti, soldi li ho cuciti nell’orlo della sottana. Ma anche lì è poco sicuro. Bisognerebbe girare nudi. Alcuni lo fanno. Li ho visti! Le donne no. Girano avvolte in drappi colorati. Va be’. Comunque qui la vita costa davvero poco. Con un po’ di rupie ti compri la felicità e l’erba te la tirano dietro! E tu come stai? Non ho telefono. Scrivimi! L’indirizzo è quello sulla busta. Un bacio.

Marta

 

Marta la matta. Marta la hippy. Era vestita quasi sempre con ampie, lunghe gonne tutte colorate. Ricordo i suoi folti capelli castani e gli occhi pareva sempre che ti scrutassero, curiosi. Faceva il terzo anno di Medicina ed io Lettere. Quell’ultimo giorno mi accarezzò la guancia. «Ciao», sussurrò e quella fu l’ultima volta che la vidi. Per quei lunghi mesi Marta continuò a essere scomparsa e non potevo farci niente. Non sapevo nulla di lei. Ma la lettera mi riempì di ammirazione per lei,  per il suo viaggio. Marta ce l’aveva fatta. Arrivò poi un’altra lettera di Marta.

Katmandu, 28 Dicembre 1969

Caro Mario,

Karl è morto. Adesso sono sola. Sono stata lasciata alla deriva. Sono così prostrata che non riesco nemmeno a piangere. Karl era andato con gli amici a comprare un podi erba in un villaggio vicino. «Dai, proviamo la bianca», avevano detto. Morti, lui e Giò. Li hanno portati a casa su un carretto e li abbiamo bruciati. Parto. Se sto qui mi sembra di impazzire. Ho ancora un podi soldi. Vado. Mi chiuderò in un monastero. Ritroverò me stessa. Scrivimi.

Marta

 

Le scrissi. Le dissi che sarei andato. Sarei anch’io partito per il grande viaggio. Non era vero, cercavo scuse. Mi mancava l’energia d’afferrare quella occasione, quel viaggio che sembrava a portata di mano. Arrivò il 1972. Arrivò la terza lettera di Marta.

Lhasa, 15 Maggio 1972

Caro Mario,

sono in Tibet! Vicino a Lhasa. Da non crederci. Sto bene. Al monastero, qui a Lhasa, non mi hanno voluta, le donne non sono ammesse. Ho trovato un posto bellissimo tra queste montagne. Dista un giorno da Lhasa. È la pace che avevo sempre cercato. La casa è incredibile! Sono solo quattro pietre addossate alla roccia della montagna con una lamiera per tetto. Tumur viene ogni settimana a portami viveri, carbone e anche legna. Gli ho comprato un mulo. Tumur è un uomo molto gentile e ci capiamo, a segni. Di giorno, col sole, vago tra le montagne. La sera fa freddo, accendo il fuoco tra le pietre, scaldo il cibo, mangio e poi mi rifugio nella montagna, in una piccola grotta. Un bacio, caro Mario.

Tua Marta

 

Quella lettera mi procurò sollievo. Avevo ormai rinunciato al viaggio e sapere che lei stava bene era un balsamo, alleviava la mia codardia. Insegnavo l’italiano e il latino al liceo, mi chiamavano professore. Immaginavo Marta in una grotta tra le montagne dell’Himalaya. A Dicembre del ’73 arrivò l’ultima lettera di Marta.

Lhasa, 7 Dicembre 1973

Caro Mario,

se e quando riceverai questa lettera io non ci sarò più. Tumur mi aiuta e voleva portarmi a Lhasa con il mulo. Ho detto di no. Preferisco stare qui racchiusa dentro la mia montagna, ora però non manca molto. Quando succederà Tumur chiuderà per sempre la grotta e ti spedirà questa mia ultima lettera. Non ho più paura. Un bagliore immenso illumina la via di quest’ultimo mio viaggio. A Dio, Mario.

Tua Marta Temprandi

 

La pioggia picchiava sui vetri, lavava il dolore. Baciai la sua lettera. Quell’ultima lettera conteneva il suo cognome. Andai alla segreteria della Università. Giuseppe, il vecchio segretario, era ancora lì, dietro il vetro separatore. «Ohè, professore! Allora?» disse. «Ciao Giuseppe. Ho bisogno di un favore.» Gli allungai il biglietto su cui avevo scritto nome, cognome, facoltà e anno. «Dove abita?» gli chiesi. «Maaario, medicina è di sopra, su per le scale!» Feci la faccia implorante. Uscì e si avviò per la scalinata. Tornò dopo dieci minuti. «Marta Temprandi. Sette, dodici, millenovecentoquarantasette. Terzo anno. Via Ghisleri 28. Mi devi una birra.» Ero già alla porta quando mi gridò: «Fuori corso. Tutti trenta!» Era un vecchio palazzo,  sulla destra c’era una porta a vetri col portiere nel mezzo. «Scusi abita qui la famiglia Temprandi?» chiesi. «Chi è lei?» mi interrogò. «Sono un amico di Marta, studiavamo insieme.» risposi. «Ah, la Marta, brava ragazza! Sempre allegra, mi salutava sempre. Me la ricordo. Son passati più di cinque anni, ormai. Pensi che ha accudito la madre fino alla fine. Un brutto male! Poi se n’è andata, non l’ho più vista».

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