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Bei ricordi della “tolleranza repressiva”, come la chiamava Marcuse

31 Marzo 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #storia

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro – pubblicato nell’originale inglese da New English Review, tradotto in italiano da Patrizia Poli.

 

Il contesto: l’Italia durante gli anni di piombo nei secondi anni settanta.  

 

La situazione: dopo la seconda guerra mondiale, si era creata una tregua camuffata da pace; l’Italia era riuscita a rimanere nell’Occidente, ed era divenuta un membro della NATO. La sinistra italiana non poteva accettare questa realtà, né poteva farlo il blocco sovietico. Ma il boom economico degli anni cinquanta e sessanta aveva distrutto qualsiasi speranza realistica di una rivoluzione marxista. Con l’economia che peggiorava nei tardi anni sessanta, e poi con la crisi del petrolio, la sinistra, i sindacati di sinistra, e la sinistra extraparlamentare cercarono tutte di trarre vantaggio dalla situazione. A suon di picchetti, scioperi, dimostrazioni sempre più frequenti e tumultuose, edifici occupati, e di tutti i mezzi a loro disposizione, un certo numero d’italiani, ingenui ma duri, si persuasero che il destino dell’Italia fosse nelle loro mani piuttosto che in quelle delle due superpotenze e dei loro alleati. Perciò, fecero tutto quanto poterono per realizzare una rivoluzione marxista. I simpatizzanti dell’estrema sinistra – i radicali, quelli che tiravano bombe Molotov e facevano fuoco durante le dimostrazioni – e i terroristi in piena regola, decisero di prendere una scorciatoia, e si dettero alla lotta armata, trasformando le principali città della nazione in zona di guerra.

 

Tali convulsioni riaccesero la miccia, e cominciò così la “strategia della tensione” - con bombe presumibilmente esplose da agenti italiani (ma non necessariamente), i quali seguivano l’agenda delle organizzazioni straniere o dei governi che non comparivano (“stay-away-gornments”).

 

Logistica dell’autore: giusto nel mezzo di tutto ciò, da ragazzo, nel liceo più caldo di Milano.

 

Il nuovo anno scolastico poteva cominciare trionfalmente, con uno sciopero, seguito da un’assemblea generale.

 

Il liceo scientifico Leonardo da Vinci era dotato di quella che oggi è conosciuta come la sala dei congressi della provincia di Milano, un auditorio che accoglie cinquecentoventicinque ospiti ma, allora, con sedili più striminziti, di più.  Era sottoterra, proprio sotto la scuola. Gli attivisti politici lo avevano requisito, e trasformato nell’aula magna delle loro assemblee generali.

 

Io saltavo le assemblee ogni volta che le circostanze me lo permettevano, ma era prudente non saltarle tutte, poiché eravamo osservati dalla Psicopolizia (per usare il termine coniato da Orwell in 1984), e un saltatore seriale poteva essere un qualunquista o, peggio ancora, un apolitico, passi falsi entrambi.

 

I relatori alle assemblee avevano preso a cuore la massima latina repetita iuvant. Erano i leader o rappresentanti di vari gruppi di ultra sinistra, come Movimento Studentesco, Lotta Continua, Il Manifesto, Avanguardia Operaia e altri, oltre alla Federazione Italiana Giovani Comunisti.

 

Il primo oratore esprimeva sdegno per questo o quello (di solito qualcosa di molto topico, che interpretavano come una provocazione fascista o borghese),  quindi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. Dopo un applauso non proprio fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello (lo stesso argomento del suo predecessore), poi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. Dopo un applauso ancor meno fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello, (lo stesso argomento del suo predecessore / dei suoi predecessori), poi giurava sostegno a questo e quello, e terminava con un eccitante incitamento a combattere per tutti i compagni. Siccome c’erano diversi gruppi di ultra sinistra, ogni capo rappresentante sentiva che fosse suo dovere politico parlare, così il tutto andava avanti per ore.

 

Ogni tanto, un roboante “Lenin-Stalin-Mao-Ze-tung!” si frapponeva (per darci la sveglia?); suonava sia ideologicamente appropriato sia ritmicamente accattivante.

 

Se qualcuno fuori dei ranghi esprimeva un modicum di dissenso, gli o le veniva istantaneamente urlato “boo”, e gli o le veniva tolto dalla bocca il microfono altrettanto velocemente. Se qualcuno esprimeva dissenso effettivo, un accadimento molto ma molto più raro, che da solo valeva la partecipazione all’assemblea, veniva pestato a sangue. E perciò l’armonia regnava suprema nell’aula magna durante tali maratone di libertà di parola.

 

Quando questa particolare assemblea terminò, lasciai l’aula tutto anchilosato e, come se mi stesse aspettando, m’imbattei in Fletcher (un attivista di estrema sinistra che alla fine diventò un terrorista a tutti gli effetti e che, per ragioni che non capivo, visto che di certo non lo avevo mai incoraggiato, aveva deciso che mi avrebbe fatto da mentore in questioni rivoluzionarie). Avevo cercato di stargli lontano dopo la sua lezione sulle molteplici categorie umane che dovevano essere spazzate via per poter ottenere l’ideale società marxista senza classi, ma inciampare l’uno nell’altro di quando in quando sembrava inevitabile.

 

 “Ehi, compagno!” disse.  

 

 Ancora quell’appellativo. “Ehi, come stai?” risposi.

 

 “Sto bene – ma sono preoccupato.”

 

 “Oh, no! Per cosa?” chiesi, mostrandomi interessato.

 

“Può darsi che ci siano dei neofascisti nei gabinetti,” disse indicandoli. “Vai a controllare, compagno, e fammi sapere cos’hai scoperto.”  

 

“Vacci tu,” pensai, ma invece mi sentii dire: “Consideralo fatto,” e all’interno dei gabinetti marciai stoicamente.

  

Non si muoveva una foglia, e comunque a dire il vero non ce n’erano. I gabinetti erano piuttosto grandi. Mi sarei preso tutto il tempo per ispezionarli. Non avevo paura, ero piuttosto sul riflessivo, forse come risultato della stimolante assemblea alla quale avevo partecipato.

 

Nei gabinetti c’era puzza di urina e di quell’altra secrezione umana; inoltre, altra cosa prevedibile, non c’era traccia dei fantomatici neofascisti.

 

Quando uscii, trovai Fletcher esattamente dove lo avevo lasciato. “Allora?” mi chiese, ansiosamente. 

 

“Non c’è nessuno lì dentro,” dissi. “I neo fascisti se la sono squagliata. Che peccato, compagno.”

 

Mi riservò lo stesso sguardo dell’insegnante compiaciuto dei progressi del suo allievo.

 

Mentre tornavo a casa, a piedi, poiché i mezzi pubblici erano spesso inutilizzabili per via degli scioperi, fui fermato dalla polizia. Niente d’insolito in questo; succedeva tutti i giorni, a volte anche due volte al giorno.

 

La polizia e i carabinieri come categoria erano uno strano gruppo. Molti venivano dal mezzogiorno rurale e poverissimo, dove la scelta era fra arruolarsi o morire di fame. Avevano subito un acuto shock culturale mentre, nello stesso tempo, erano già traumatizzati. Esili, bassi, spaventati, confusi, e di solo pochi anni più grandi di noi, o in alcuni casi ragazzi come noi, ci odiavano perché, a differenza di loro, ci stavamo facendo una cultura (insomma, di tanto in tanto); perché non eravamo contadini; e perché parlavamo italiano senza il loro pesante accento, del quale erano diventati acutamente consapevoli, poiché a casa parlavano esclusivamente nel dialetto del loro paese d’origine, e di cui erano ora imbarazzati. Ci percepivano come esseri privilegiati di un altro universo, il che non faceva che fomentare il conflitto di classe e il razzismo. Ad esempio, il termine usato da molti settentrionali per definire i meridionali era terroni, termine tanto offensivo quanto nigger in America; i poliziotti e i carabinieri l’avevano sentito raramente o addirittura mai quando vivevano ancora nel mezzogiorno. 

 

E c’era di più, la cosa più importante di tutte – il sospetto strisciante che dovevano provare di essere dalla parte sbagliata delle barricate: anche loro erano proletari, forse erano i veri proletari ma, durante le dimostrazioni, dovevano sopportare la furia distruttiva di una moltitudine di militanti invasati, e per poche lire.

 

Nessuna meraviglia, quindi, se la polizia e i carabinieri erano abbattuti e attoniti allo stesso tempo. Non c’era possibilità che potessero contrastare ogni reato, e ciò comportava che la criminalità comune prosperava. E, - ci credereste? – non amavano affatto la gioventù. Si basavano sull’equazione: giovane maschio abile, capelli lunghi, blue jeans = più che sospetto. La cosa arrivava fino a ciò che oggi si chiama “profiling razziale”, un serio passo falso nel decalogo della correttezza politica. A quei tempi la correttezza politica significava che ti avrebbero sparato alle gambe invece che al petto, come gentile avvertimento che t’inducesse a desistere dalle tue attività. Tali attività potevano consistere nell’esprimere il tuo dissenso come professore d’università, investigare alcuni compagni-che-sbagliavano come giudice, o ficcare il naso dove non dovevi come giornalista. Molta di questa gente veniva gambizzata (sparata nelle gambe), mentre altrettanti venivano direttamente ammazzati.


Io, e decine di migliaia di altri ragazzi della mia età, subivamo il profiling razziale giornalmente. Ecco perché la polizia fermava me e la mia criniera ondulata, talvolta puntandomi una mitraglietta, chiedeva la mia carta d’identità, e poi mi faceva aspettare per una mezz’oretta. Inoltravano via radio i miei dati al quartier generale per vedere se ero o meno su qualche loro lista nera. Nel frattempo, mi prendevano in giro nel loro accento pittoresco, e parlavano fra loro in un dialetto per me misterioso, sperando che reagissi in qualche modo. Qualunque cosa avessi detto diversa da “Sì, signore” o “No, signore” avrebbe dato loro un pretesto per arrestarmi e trascinarmi fino alla più vicina stazione di polizia per accertamenti, ovvero ulteriori investigazioni. Ben addestrato dalla Psicopolizia dell’estrema sinistra, tuttavia, riuscivo sempre a rimanere calmo. Alcuni amici e mie conoscenze non erano altrettanto composti e, portati in qualche stazione, sperimentavano la loro parte di brutalità poliziesca, sebbene non avessero fatto alcunché.

 

Perché non mi tagliavo i capelli? Perché, in quel caso, i militanti dell’estrema sinistra mi avrebbero potuto scambiare per un neo-fascista, e mostrare ancor meno civiltà della polizia. I capelli corti erano un altro passo falso del decalogo. La scelta era fra essere vessato dalla polizia o finire col cranio fracassato. Era più sicuro sembrare un attivista di sinistra.

 

***

 

 

The context: Italy during the Years of Lead in the 1970s.

 

The situation: After WWII, a truce-camouflaged-as-peace had come into being; Italy had managed to remain within the West, and had become a member of NATO. The Italian Left could not accept this reality, nor could the Soviet Bloc. But the economic boom of the 1950s and of the 60s had thwarted any realistic hope for a Marxist revolution. With the economy worsening in the late 1960s, and then with the oil crisis, the Left, Leftist trade unions, and the extra-parliamentary Left all tried to take advantage of the situation. By dint of picket lines, strikes, ever-more frequent and tumultuous demonstrations, occupied buildings, and all the means at their disposal, a number of Italians, naïve but tough, became persuaded that Italy's destiny was in their hands rather than in those of the two superpowers and their accessory allies. Accordingly, they did all they could to bring about a Marxist revolution. Ultra-Left sympathizers—the radical ones among them, those who threw Molotov cocktails and fired guns during demonstrations—and full-blown terrorists decided to take a shortcut, and engaged in armed struggle, turning the country's major cities into a warzone.

 

Such convulsions reignited the fuse, and the "strategy of tension" began—with bombs going off presumably exploded by Italian agents (but not necessarily) carrying out the agenda of foreign organizations or stay-away governments. In other words: if no revolution had been so tenaciously and so stubbornly pursued, in all likelihood the Years of Lead would not have happened. Then, with the fall of the Berlin Wall and with the falling apart of the Soviet Union, the elements of friction would have gone missing altogether, as they did.

 

Logistics of the author: right in the midst of it all as a teenager in Milan's most hazardous high school.

 

 

The new academic year could now commence triumphantly, with a strike followed by a general assembly.

 

The Leonardo da Vinci High School was graced with what is now known as the Congress Hall of the Milan Province, an auditorium that accommodates five hundred and twenty-five guests but then, with skimpier seats, more. It was underground, right beneath the school. Political activists had possessed themselves of it, and turned it into the official great hall for their general assemblies.

 

I used to skip assemblies whenever circumstances allowed me to, but it was judicious not to skip them all, as we were being watched by the thought police, and a serial-skipper may well be an anythingarian or, worse yet, an apolitical element—faux pas both.

 

Read more in New English Review:

• The Insidious Bond Between Political Correctness and Intolerance

• The Battling, Baffling Watergate Editor

• Our Irrepressible Conflict

 

Speakers at the assemblies had taken the Latin maxim repetita iuvant (repeating does good) to heart. They were the leaders or representatives of various ultra-left groups, such as Students’ Movement, Continuous Struggle, The Manifest, Working Class Avant-Garde and others, as well as the Federation of Italian Communist Youth.

 

The first speaker would express outrage at this and that (usually something very topical, possibly what they interpreted as a fascist or bourgeois provocation), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. After not-so-thunderous applause, the next speaker would express outrage at this and that (the same topic as his predecessor), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. After even-less-thunderous applause, the next speaker would express outrage at this and that (the same topic as his predecessor[s]), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. As there was quite a number of ultra-left groups, each chief representative felt that it was his political duty to speak, so this went on for hours.

 

From time to time, a loud “Lenin-Stalin-Mao-Ze-dong!” would be interposed (as a wake-up call?); it sounded both ideologically appropriate and rhythmically fetching.

 

If somebody from outside the ranks expressed a modicum of dissent, he or she was instantly booed, with the microphone being removed from their lips just as quickly. If somebody expressed actual dissent, a far, far rarer occurrence which alone was worth attending the event for its entertainment value, he was beaten unconscious. That was why harmony reigned supreme in the great hall during these marathons of free speech.

 

As this particular assembly came to an end, I left the hall feeling stiff in the joints and, as if he were waiting for me, I stumbled upon Fletcher (an ultra-left activist who eventually turned into a full-fledged terrorist and who, for reasons I could not understand since I certainly had never encouraged him, had decided that he would be mentoring me in revolutionary matters), I’d been trying to stay away from him after his lecture about the many categories of human beings that needed to be swept away in order to achieve the ideal Marxist classless society, but bumping into each other from time to time seemed unavoidable.

 

“Hey, comrade!” he said.

 

That appellation, again. “Hey, how are you?” I replied.

 

“I’m good—but worried.”

 

“Oh no! About what?” I asked, looking concerned.

 

“There may be neo-fascists in the restrooms,” he pointed at them. “Go check them out, comrade, and let me know what you’ve found.”

 

"You’re quite welcome to go yourself," I thought—but heard myself say, “Consider it done,” and into the restrooms I did march.

 

Nothing stirred. The restrooms were sizable. I’d take my time to inspect them. I was not afraid, but in a meditative mood, perhaps as a result of the stimulating assembly I had just sat through.

 

In the restrooms it reeked of urine and of that other human excretion; also predictably, there was no trace of the phantasmal neo-fascists.

 

As I exited, I found Fletcher exactly where I’d left him. “So?” he asked, anxiously.

 

“There’s no one in there,” I said. “The neo-fascists got away. Too bad, comrade.”

 

He looked at me like a teacher pleased with his pupil’s progress.

 

On my way home on foot, as public transportation was so often unavailable due to strikes, I was stopped by the police. Nothing unusual in that; it happened every day, sometimes twice within the same day.

 

The police and carabinieri as a category were a funky lot. Most of them came from the rural and impoverished south, where their choice had been between enlisting and starving. They were undergoing acute culture shock while at the same time they were already shell-shocked. Skinny, short, frightened, in a daze and only a few years older than we were, or in some cases teenagers like us, they hated us because, unlike them, we were getting an education (well, on and off); because we were not peasants; and because we spoke Italian without their heavy accent, of which they had become acutely aware, since at home they spoke almost exclusively in the dialect from their town of origin, and by which they were embarrassed. They perceived us as privileged beings from another universe, which only fomented class conflict, and racism. For example, the word used by many northerners to call southern Italians was terroni, as offensive as the N-word in America; policemen and carabinieri had never heard it as much, or even at all when they were still living in the south.

 

And there was something else, which topped it all—the sneaking suspicion they must have felt that they were on the wrong side of the barricade: they too were proletarians, in fact they probably were the real proletarians but, during demonstrations, they had to endure the destructive wrath of a multitude of possessed militants, and for a pittance.

 

No wonder, then, if the police and carabinieri were overwhelmed and stupefied alike. There was no way that they could address every violation, which entailed that ordinary criminality thrived. And—wouldn’t you know it?—they didn’t like young people one bit. They went by the equation: young, able-bodied male, long hair, blue jeans = more than a suspect. That amounted to what today is called racial profiling, a very serious faux pas in the scale of political correctness. Back then political correctness meant that you’d be shot in the legs rather than in the chest as a polite warning to desist from your activities. Such activities could be voicing your dissent as a university professor, investigating some comrades-who-make-mistakes as a judge, or sticking your nose where it didn’t belong as a journalist. Many such people were gambizzati (“legged”, shot in the legs), while as many were killed outright.

 

Read more in New English Review:

• Skewed Projection in a Broken Mirror

• The Revolution of Evolution

• Days and Work (Part One)

 

I, and tens of thousands of other kids my age, experienced profiling on a daily basis. That was why the police stopped me and my mane of wavy hair, sometimes at gunpoint, asked for my ID, and then made me wait for about half an hour. They’d radio in my data to headquarters, and see whether or not I was on some black list of theirs. In the meantime, they would mock me in their colorful accents, and speak in dialect among themselves, which I couldn’t understand, hoping for some reaction from me. Anything I’d say other than “Yes, Sir,” or “No, Sir,” would prompt them to arrest me and whisk me to the nearest police station for accertamenti, further investigations. Well-schooled by the ultra-left thought police, however, I always managed to keep calm. Some friends and acquaintances of mine were not as collected and, taken to some station, they experienced their share of police brutality although they had done nothing.

 

Why didn’t I cut my hair short? In that case, ultra-left militants might have mistaken me for a neo-fascist and they would have shown less civility than the police. Short hair was yet another faux pas from the decalogue. The option was between being harassed by the police or ending up with a crushed skull. It was safer to look like a left-leaning activist.

 

 

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