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Sibila il vento la notte si appresta

11 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ho un’immagine di me in prima elementare. Giro fra i banchi insieme ai miei compagni tenendo un righello fra i denti. Ma per me non è un righello, è un pugnale, e quei bimbi col grembiulino  sono rudi banditi, mentre le mura della mia classe racchiudono i cupi e frondosi alberi della foresta inglese.

Sto parlando de “lo sceneggiato degli sceneggiati”, in onda nel 1968, per la regia di Anton Giulio Maiano, La freccia nera, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson. Mai fiction televisiva mi è rimasta nel cuore quanto questa. Seguirla, puntata dopo puntata, nel tenebroso bianco e nero tanto evocativo, era emozione allo stato puro.

Ogni bambina giocava a essere Loretta Goggi nei panni della deliziosa e temeraria Joan Sedley, ed era innamorata del bellissimo, coraggiosissimo e dolcissimo Dick Shelton, al secolo Aldo Reggiani.

Amore romantico, una ragazza che si finge uomo, ma anche agguati, battaglie, tradimenti, cavalli e arcieri nella foresta.

Bellissima la sigla finale, con quel fischio di freccia a ritmare una musica di Riz Ortolani da far battere il cuore.

 

Sibila il vento la notte si appresta

e la cupa foresta minacciosa si fa

passa ma trema se senti un fruscio

forse è un segno d'addio

che la vita ti dà

lascia la spada se il cuor non ti regge

perché questa è la strada

che da noi fuorilegge ti porterà

La freccia nera fischiando si scaglia

è la sporca canaglia che il saluto ti dà

vieni fratello è questa la gente

che val meno di niente

perché niente non ha

ma se il destino rovescia il suo gioco

nascerà nel mattino una freccia di fuoco

la libertà

 

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