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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Volti dimenticati e volti amati

17 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca

 

 

 

 

Non vado spesso al cimitero e soprattutto non ci vado volentieri, mi ci reco meno controvoglia nelle giornate di festa, perché quando è festa, quando c'è motivo per sorridere, quelli sono i momenti in cui loro mi mancano di più. Nel lungo viale di ingresso è freddo, il vento fischia sempre tra i cipressi anche d’estate e rompe il silenzio fra le lapidi dimenticate. Non mi piace, forse perché è un luogo triste e sono stata costretta dalla vita a frequentarlo fin dalla tenera età, trascinata per mano da mia madre, vestita di nero. Di questa stagione  la nebbia offusca tutto, nasconde le tombe e lascia intravedere i lumini tremolanti, rendendo ancora più vivi il senso di incertezza e di smarrimento che provo. Sono passati da poco i giorni della ricorrenza, quando si ricordano i morti, quelli che tutti gli altri giorni cerchiamo di dimenticare per non soffrire e allora, anche un giorno di nebbia non è per caso.

Cammino piano e mi guardo attorno, attenta, curiosa, cercando di scoprire se c’è qualche volto nuovo, conosciuto, che si è aggiunto alle fila di visi anonimi, dimenticati dal tempo. Passo sempre sotto il porticato dedicato ai caduti di tutte le guerre e ogni volta guardo in alto dove pende una pesante scultura di bronzo, sospesa, raffigurante due fucili incrociati e un elmetto retti da un filo spinato. Guardo su e sto attenta come a temere che una volta o l’altra possa cadermi addosso, resa troppo pesante dal tempo, per quel muro sempre più vecchio. Giovani eroi in divisa, morti con coraggio, mi vedono passare veloce e sorridono del mio sciocco timore. Raggiungo la tomba della mia maestra, che ho amato come una madre e le sorrido chiedendomi se sarebbe orgogliosa di me. Ferma davanti a lei, ripasso una poesia a memoria, di quelle che in classe cantilenava con noi e quando mi allontano risento l’eco della sua voce che rimbomba fra le arcate. Oggi nell’aria c’è uno strano profumo di primavera fuori stagione che stride col grigio dei marmi oramai senza identità e senza storia, con le facce sbiadite di tutti quegli uomini e quelle donne di cui non resta che il bianco e il nero di uno scarabocchio impresso nel tempo: una data, una dedica, un nome. Poi attraverso il campo e, nella terra nera, dove un tempo c'erano le croci di legno ora ci sono prati vuoti, in attesa, irrispettosamente verdi come la speranza. Porto mazzetti di fiori in mano, li stringo forte, sanno di vita. Arrivo dai miei, li saluto dolcemente "Ciao babbo, ciao Ma’ ". A mio fratello strizzo l’occhio da lontano, poi accarezzo le fotografie lentamente una a una facendo finta di togliere la polvere che non c’è. La tomba di famiglia è sempre in ordine, pulita e piena di fiori, le zie vengono ogni giorno e provvedono a tenerla lucida, è un posto vecchio, come loro. Io preferisco dire che i miei cari li ricordo ogni mattina senza andare in quel luogo così tetro dove in realtà essi non sono. Li porto dentro, li rivivo nei gesti quotidiani, preparando il caffè, chiudendo le imposte, accarezzando una pianta. Metto i fiori nel grande vaso al centro della pietra sepolcrale, li sistemo con cura, aggiungo acqua, poi verso quella che resta sulle foto e la lascio scorrere giù, lungo i volti dei nonni, degli zii, che mi guardano di traverso. Lavo tutto, quasi a voler lavare via il dolore. Guardare i miei in silenzio mi stringe il cuore come se accettassi che non possono più sentirmi, né rispondermi e allora racconto cose belle: “È nato Joao sapete? Cresce ed è bellissimo mamma, ha gli stessi tuoi occhi.” Parlo con loro, mai di me non mi piace dare preoccupazioni ... poi vado… ciao Babbo , ciao Ma'...

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