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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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