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Giocagiò

15 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #educazione

 

 

 

 

Il tempo è smisurato da bambini. In particolare non finivano mai i quindici minuti che intercorrevano dalle 16,45 alle fatidiche 17, quando incominciavano i programmi Rai, inaugurati dall’immagine dell’antenna che saliva lentamente, immersa in una musica solenne.

Come anticipo sulla Tv dei ragazzi - beati tempi in cui nel pomeriggio criminologi dalle labbra gonfiate e direttori di riviste gialle ancora non disquisivano su delitti e donne fatte a pezzi - c’era un programma, andato in onda dal 1966 al ‘69, intitolato Giocagiò.

I conduttori più famosi erano Lucia Scalera e Nino Fuscagni (già, chi affiancare a una “Lucia” se non il mitico "Renzo" de I promessi Sposi, trasmessi nel 1967?)

Io ero una bambina curiosa e solitaria, mi piacevano le cose da ragazzi ma anche quelle per adulti, seguivo tutti gli sceneggiati tv senza perderne una parola, e forse è proprio così, fra fiabe, pupazzi animati e opere letterarie imperiture, che si è formata la mia fantasia. 

Giocagiò era dedicato “ai più piccini” ed era una sorta di Art attack ante litteram. Scopo del programma era insegnare, in modo divertente e leggero, a costruire oggetti e prendersi cura di piante e animali. In quegli anni là non si dimenticavano mai l’intento didattico e l’indirizzo etico del fanciullo.

Certe cose, per la loro semplicità, riuscivano persino a me che sono negata dal punto di vista manuale. Ad esempio mi piaceva costruire un igloo, disegnando col pennarello mattoni di ghiaccio su un guscio d’uovo aperto a metà. Chissà se i bambini di oggi sanno cos’era un igloo? Chissà se lo sanno almeno i bimbi eschimesi? (O devo dire Inuit, ora che le cose si offendono quando vengono chiamate col loro nome?)

La televisione era in bianco e nero, allora, gli sfondi erano pezzi di cartone dipinto, ma bastavano pochi oggetti - un tavolo, una sedia, la gabbietta di un uccellino - per scatenare la fantasia dei più piccoli, ricostruendo la casa immaginaria in cui era ambientato il programma, così come quando, nelle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri, bastava il suono dell’arpa per segnare il passaggio del tempo. Potente è la fantasia dei bambini, e potente quella del lettore se solo lo scrittore sapesse toccare i tasti giusti.

I due presentatori ebbero un gran successo perché erano educati, gentili, giovani e sorridenti. La Scalera era il prototipo della maestra che tutti avremmo voluto avere, bella e materna, dolce e allegra. Ma erano anche sobri, eleganti, formali. Lei aveva un casco scuro di capelli cotonati e lui l'immancabile giacca e cravatta. Erano anni in cui la forma contava ma non si sostituiva, tuttavia, alla sostanza.

Come vorrei che, all’improvviso, dalle mie mani scomparisse il telecomando e vi si materializzasse, invece, una tazza di tè caldo. Le cinque di un pomeriggio d’inverno… Mia madre e mia nonna sedute sul divano che è il mio letto, nel bel salotto nuovo della mia casa di via San Carlo, con le poltrone di sky marrone e le tende a rete gialla. La scrivania di mio padre in un angolo, ché lui lavora di giorno e studia di sera per diplomarsi. Io, accoccolata davanti al basso tavolinetto di marmo che per me rappresenta tutto: comodino, scrittoio, ripiano da gioco. Inzuppo biscotti al Plasmon che si sfanno nel tè, e ho nel naso un odore salato di raffreddore. Una lucina accesa brilla accanto all'apparecchio, perché “se no fa male agli occhi”, i bagliori bianchi e neri illuminano la stanza e, sullo schermo, Nino e Lucia sorridono: belli e giovani come non saranno mai più.

Non so se, fra schiuma party e feste di compleanno settimanali, i nostri bambini inondati di regali, imbambolati davanti al tablet, inchiodati al cellulare di papà, hanno mai provato una gioia del genere?

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