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Il colonnello

21 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

                                      

 

 

 

 

 

Il colonnello in pensione Francesco Solimene, dopo il riposo pomeridiano, si era rinchiuso nel suo studio, come succedeva ormai da cinque anni, da quando aveva deciso di scrivere le sue memorie. Era stato messo a riposo senza poter raggiungere il grado di generale, ma confidava che, fra non molto, dopo la pubblicazione del suo romanzo autobiografico, l’alto comando doveva riconoscere per forza i suoi meriti. Passava i suoi pomeriggi a scrivere, pagine e pagine, di ricordi, aneddoti, scene di battaglie da lui vissute in prima persona, una vita piena di avventure, sapeva che il libro che si stava formando era qualcosa di buono che poteva scuotere le coscienze  dei futuri lettori. La moglie s’irritava nel vederlo sempre chiuso in quello studio polveroso, pieno di libri e di cimeli, la sera, quando lui usciva per la cena, la stanza era avvolta in una fitta nebbia dovuta ai pestilenziali sigari che lui fumava di continuo, si giustificava dicendo che lo aiutavano a concentrarsi e a ricordare.

 

"Francesco, vieni a tavola, è ora di cena!"

 

La moglie passava e dava dei colpi alla porta per richiamarlo alla realtà. La voce del colonnello confermava di aver sentito. Quella sera invece nessuna risposta arrivò dall’interno, era la prima volta che il rituale serale era infranto, Adele, la moglie, tornò indietro sui suoi passi e bussò ancora una volta alla porta:

 

"Francesco per favore adesso basta, vieni fuori, la cena si raffredda!"

 

Nessuna risposta, allora Adele, infastidita, senza bussare aprì per entrare, ma, nello stesso istante, il colonnello stava uscendo: i due si scontrarono e Adele, irritata, lo redarguì.

 

"Ti rendi di che ore sono, sei chiuso là dentro da quasi sei ore, non ti sembra di esagerare? Adesso vai a cambiarti, per favore, perché puzzi come una fumeria d’oppio, non ti voglio a tavola così conciato, sbrigati che la minestra si fa fredda."

  

"Calmati Adele, se oggi ho tardato è per un buon motivo, tranquilla non si ripeterà più un evento del genere."

 

I due si ritrovarono a tavola, cenavano sempre da soli, i figli preferivano uscire e mangiavano fuori, i giovani non intendevano passare le loro serate ad ascoltare le memorie del padre, era diventata una ossessione, racconti sentiti centinaia di volte, erano stufi.

 

"Bene!" esordì Adele, versandosi un bicchiere di vino: "Allora sentiamo come mai hai fatto così tardi, cosa c’è di diverso da ieri? Avevi difficoltà a ricordare qualche dettaglio che ti era sfuggito?"

 

"Per cortesia, risparmiami il tuo sarcasmo, donna, è fuori luogo e lo sai, io ricordo tutto e fin nei minimi particolari, il motivo è un altro ed il più importante di tutti."

 

"Addirittura!" esclamò lei, sorridendo "che sarà mai?"

 

"Voglio sorvolare su queste tue battute infantili e ti annuncio che finalmente il libro è finito! Ho terminato, da domani, spero sarai contenta, sarò libero. Ora non mi resta che passarlo all’editore e, fra non molto, il pubblico potrà godere della mia opera."

 

"Sei proprio sicuro che un editore voglia pubblicarlo, caro? Dopo quello che abbiamo sofferto con la guerra, credi ci sia chi è interessato a rivivere quei giorni nefasti?"

 

"Non fare la solita disfattista, ti prego, sarà un successo, la guerra è appena accennata, funziona da sfondo alle vicende, si parla invece d'eroismi, di coraggio, di vita militare, dell’onore dei nostri soldati e dei nostri generali."

 

"Ah!" fece lei con una smorfia: "Se si tratta di questo, ci sarà da divertirsi. Allora, hai deciso a chi lo proporrai, o dovrai fare tante copie da distribuire a tutte le case editrici?"

 

"Non c’è bisogno, ho dove mandarlo, un capitano, vecchio commilitone, ha aperto un’attività in questo settore, non potrà rifiutarmi questo favore, non farà nessun'obiezione, l’opera merita, basterà leggerla. Domani mattina stessa farò una copia e la porterò io di persona, voglio parlare con lui da vicino."

 

Lo studio del dottor Latessa, ex capitano di fanteria agli ordini del colonnello, era situato nella parte terminale di un grande salone, dove numerose scrivanie accoglievano gli impiegati. Al riparo della porta chiusa i due parlavano animatamente, il colonnello era agitato, non si rendeva conto delle ritrosie dell’altro nell’accettare il suo manoscritto. Possibile che non cogliesse il valore di quell’opera che era costata anni di lavoro e di sacrificio personale?

 

"Armando, perché continui a tergiversare? Cosa c’è che non va nel mio scritto, ha tutti i requisiti per diventare un best-seller, dovresti essere felice, potrai fare un bel po’ di soldi, non è questo il tuo intento o sbaglio?"

 

"Colonnello, deve capire che non è così semplice, ancora non ho letto la sua opera e quindi per logica non posso dire se vale la pena investire, perché di questo si tratta, fare un investimento al buio. 

Dal suo punto di vista, i ricordi militari sono importanti per lei, ma potrebbero non esserlo per gli altri, i giovani d'oggi le risulta abbiano interesse a leggere cose di questo genere? Non sanno nemmeno cosa sia la guerra, hanno abolito anche la leva, figuriamoci. Il suo libro potrà essere anche un capolavoro letterario, ma è fine a se stesso, capisce cosa voglio dire?"

 

"No, non credo, se è un buon libro, perché non pubblicarlo allora?!"

 

"Come faccio a spiegarle, ok, diciamo che lo pubblichiamo, è ha anche un discreto riscontro di pubblico, poi che succede… che magari vogliono leggere altre cose di quest'autore, lei ha per caso un altro libro pronto o è in grado di scriverne un altro in breve tempo? Il guadagno per un editore è sulla continuità, non sul caso singolo."

 

"Certo che no, ho impiegato cinque anni per completare questo, poi non saprei cos’altro scrivere, non sono mica uno scrittore professionista!"

 

"Ecco, vede, questo è il punto, sa quanti manoscritti arrivano ogni giorno sulla mia scrivania? Centinaia!  Presunti scrittori, gente che, dopo anni, come lei, crede di aver scritto chissà cosa. Tutti vogliono pubblicare, per orgoglio personale, per speranze nascoste di far soldi, per prestigio e per tante altre ragioni, se dovessi consumare carta, personale e tempo per stamparli tutti, avrei chiuso, ancor prima di aprire questa attività. Mi ascolti, colonnello, sia lieto che ha potuto mettere su carta le sue memorie, sarà un'eredità da lasciare ai nipoti, se vuole pubblicare, oggi ci sono i mezzi per poter fare da soli, basta davvero poco per avere fra le mani un bel libro. Sono stato felice d'averla rivista, ma proprio non posso soddisfare la sua richiesta, spiacente!"

 

Il colonnello Solimene restò seduto come impietrito, non mosse un muscolo, solo un tic all’occhio destro denotava la sua irritazione, dentro di sé sentiva salire una collera verso quel piccolo insignificante omuncolo che aveva osato rifiutare la sua opera. Dopo alcuni minuti di silenzio si alzò con sussiego, in silenzio raccolse lo scritto che giaceva sul tavolo e, a spalle dritte, uscì dalla stanza senza guardarsi indietro.

Giunto in strada, dovette fermarsi per un leggero malore che lo colse impreparato, si sentì mancare, restò ad ansimare per un po’ poi si riprese e, nel primo cestino che incontrò, buttò la cartella con il suo scritto, proseguì verso casa, ma il suo sguardo era velato da grosse lacrime.

 

 

 

 

 

 

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