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L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

8 Dicembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

 

L’anno della vittoria è un breve romanzo di Mario Rigoni Stern pubblicato da Einaudi nel 1985 e ambientato nell’altopiano di Asiago. Le vicende si svolgono nell’arco di un anno, dagli ultimi giorni della Grande Guerra fino all’inverno successivo.  Con la vittoria di Vittorio Veneto il lungo e sanguinoso conflitto finisce; la gente dell’altopiano, sfollata fin dal 1916, può finalmente tornare nei propri villaggi. Protagonista è la collettività che popola quei paesi, mentre invece in Storia di Tönledello stesso autore, protagonista era il vecchio Tönle, archetipo dell’uomo nato in terre di confine, inquieto, dinamico, amante della libertà. Il romanzo di cui trattiamo ora è la continuazione ideale dell’altra opera, già affrontata in questo blog.

In nessun momento si respira la gioia per la vittoria; non ci sono momenti di esaltazione patriottica, quasi che il trionfo riguardi un altro mondo e che per la gente comune non ci sia scampo alla quotidiana fatica del vivere. Ciò che preme agli abitanti dell’altopiano è rivedere la propria terra e occuparsi della ricostruzione. La guerra, voluta dall’alto, fatta perché si doveva, è stata una parentesi dolorosa;  ora si deve porre rimedio ai danni e ai guasti che i festeggiamenti ufficiali tendono a far dimenticare.

La vittoria vera, sembra di poter leggere chiaramente, è ridare integrità al proprio mondo culturale; rimettere in piedi case distrutte, ricostruire paesi bombardati, riprendere una vita di comunità dopo anni di profugato. Per fare ciò bisogna recuperare e usare i materiali abbandonati dagli eserciti anche se è illegale farlo, lavorare nella bonifica del territorio, lottare con la burocrazia per avere gli indennizzi previsti per chi è rimasto senza un tetto.

È un mondo di tenacia e di costanza quello descritto; famiglie ricche di sapere pratico, capaci di mille fatiche, solidali tra loro, mai disperate nonostante la povertà e l’inverno alle porte. Si affacciano anche i primi scontri politici e non mancano le tensioni sociali. Ma accanto alla gente dell’altopiano, protagonista è una natura vivissima; la scrittura di Rigoni Stern pennella un mondo ferito dagli eserciti e dalle battaglie, ma sempre ricco di colori e mai fermo. La natura va avanti, le stagioni non si fermano e questo implicitamente offre speranza; tutto il dolore può diventare un fatto di ieri e l’amore per il territorio può spingere a riprendere a vivere come prima. La gente come valori personali è in fondo rimasta uguale nonostante le pene del conflitto, passato in trincea o in lontane città come profughi. Nessuno ha imparato a odiare o ha appreso una cinica lezione di egoismo. Si ricomincia a vivere come comunità; si condivide il sovrappiù in modo naturale, si spazza la neve nella via della famiglia dove ci sarà una nascita in modo che il medico che verrà in slitta abbia la strada libera, la vecchia generazione educa senza sussiego la nuova, obbligata  a diventare subito adulta. Il giovane tenente che aiuta la gente del posto riscatta l’arroganza di altri colleghi che in modo fiscale perseguono anche i piccoli reati, compiuti per ragioni di necessità da chi ha perso tutto. Anche l’inverno, come la guerra, passa e il nonno può parlare con fiducia alla nipote: “Osserva il sole, non tramonta più aldilà di quella punta di montagna, ma aldiquà. Andiamo verso la primavera”.

È una comunità che risana da sola le sue ferite, con umiltà e senza clamore, in un colloquio continuo con la natura circostante, pilastro insostituibile nel formare l’identità di un territorio che a lungo ha avuto una tradizione di autogoverno.

Il finale della vicenda in cui la durezza del vivere è alleviata dalla poesia del paesaggio, aggiunge un po’ di favola, dando speranza nell’avvenire.

 

 

 

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