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Sebastiano Testini, "Mai"

13 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Mai

Sebastiano Testini

 

Garcia Edizioni, 2016

pp 170

 

Perché non lo so se la gente lo capisce cosa voglio dire ed io non so come altro dirlo, se non con le parole. Ho quello come mezzo, mi hanno dato quello, tutti capiscono solamente quello.” (pag 118)

Un romanzo – se così lo sì può definire – claustrofobico, Mai di Sebastiano Testini. Avete presente quelle strisce a fumetti in cui luoghi e personaggi sono sempre identici, cambia solo leggermente la situazione da una volta all’altra? Ecco, i capitoli di questo libro sono così.

“Eppure c’è un filo, sotto, che (…) collega. Guardando indietro, è una trama da cui non vorrei uscire. (pag 161)

Il protagonista di giorno insegna in una scuola (di suore!) e di notte suona punk rock in scantinati underground, centri sociali, fienili, fabbriche in disuso, piazze, bar, etc. La musica hardcore e heavy metal è il centro del suo mondo e del romanzo stesso. Lui e i suoi compagni di band si muovono su sterrati, tappeti sudici, cocci di bottiglie, in una provincia nordica che finisce per assomigliare a un non luogo, bevendo e drogandosi fino a devastarsi, “pogando”, cioè ballando in modo sfrenato e pericoloso, suonando e cantando come non ci fosse un domani, per buttare fuori l’odio verso un’esistenza e un mondo che, visto la vita che fanno, forse nemmeno conoscono ma un poco invidiano.

Comunque, la vita è vita, l’amicizia è amicizia, anche in quelle devastate condizioni. E certe drammatiche infelicità, alla fine, assumono quasi il sapore della contentezza, dell’essere arrabbiati e paghi allo stesso tempo. La vita,  comunque, pure volendola tener fuori, si affaccia. Ed ecco che anche il terremoto dell’Emilia compare nella storia  

I test delle canzoni dei Mai sono poetici a modo loro e il protagonista pensa che potrebbero essere addirittura insegnati nelle scuole perché attuali e veri. La musica è assordante, aggressiva, urlata, suonata per passione e non per soldi. È un rumore fine a se stesso.

È anche una ricerca di libertà che non tutti, me compresa, siamo in grado di capire, una libertà da, invece che di. Libertà dalle convenzioni, dal conformismo ma, in fondo, dico io, anche dal coinvolgimento, da un’emozione autentica non solo frutto di stordimento, alcol e fatica. Una libertà che a me personalmente sa di rinuncia, però anche di sfogo, questo è certo.

“Forse in quei momenti ti sembra di scontrarti col nemico che non hai ancora identificato, sfoghi la frustrazione di non so quali problemi, espelli il marcio che ti mangerebbe, se lo tenessi dentro.” (pag 43).

A parte qualche lievissima imprecisione, lo stile del romanzo è sorvegliato e ironico, lascia intuire dimestichezza con la scrittura, a riprova che cultura e sottocultura possono coesistere. Nonostante la trama quasi inesistente, nonostante il tipo di vita poco edificante che il libro racconta. Nonostante tutto. Ci sono dei barlumi lirici, tipo quel “Ci si consuma a odiare sempre”, che possono far presa non solo su un pubblico giovanile di disadattati o arrabbiati, anche - sorprendentemente – su gente che ha passato il mezzo secolo ma che quella sensazione di odio per tutti e per tutto la conosce a sue spese.

“Io sono lì, con l’aria calda che mi prende a schiaffi e tenta di strangolarmi, di togliermi il fiato necessario a urlare tutte quelle parole e tutto quel sentimento. Poi guardo in su, nel buio, dove ci sono tutte le stelle, e scorgo una luce che forse starò vedendo solamente io ma che mi spinge ad andare avanti per questa strada, mentre la folle danza del pogo si mostra ai miei piedi in un cozzare di corpi che vorrebbe non finire mai.” (pag 87)

Sebbene abbia pensato di no per tutto il romanzo, alla fine Mai mi è piaciuto, per quel tanto di poetico e di maledetto:

“Entro nel mondo dell’accaci e ne esco tre quarti d’ora dopo, quando le tossine del mio sentire sono state espulse dai miei pori, quando sono diventato il sale sulla vostra ferita, quando mi sono trasformato in una piaga mai rimarginata, quando ho imparato a sanguinare senza far rumore” (pag 131)

E mi chiedo quanto ancor più mi sarebbe piaciuto quando, a diciotto anni, il massimo della trasgressione erano Leopardi e Renato Zero, e quanto, per i giovani di oggi, il protagonista potrebbe rappresentare ciò che erano ai loro tempi Werther e Kerouac.

Certi istanti vorrei avere a disposizione qualcosa da ridurre a brandelli, da mandare in frantumi, da sgozzare, per scoprire se così mi riesco a liberare da quanto mi preme nei visceri, dall’innato e forse atavico bisogno di espellere la rabbia che coltivo, senza voler essere terreno fertile per essa. Lei, però, mette le radici e dà i suoi frutti, che sono difficili da sopportare senza impazzire. (pag 79)

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