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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Racconto di Natale: parte terza

21 Dicembre 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Ah, lasciare ogni fortuna alle proprie spalle con una risata! - come recitava il Grande Bardo.

Era proprio giunto il momento, per una sera almeno, di tirare un sonoro calcione alla vita superficiale che aveva condotto sino ad allora: al cenone inaugurato da un po' po' de caviale co' li tocchi grossi come òva d'oca e co' cert'ostriche ar cucchiaio che parèveno meduse appena aggallate. Al macchinone scì scì. Alla strappona sbrilluccicante da portàsse sotto l'ala alla serata danzante, pè fa bella figura co' l'amici. Un calcio ai comfort e ai lussi. Come pure alle aziende e alle grane connesse, ai reclami dei creditori, alle tasse, ai lavoratori senza paga. Proprio la sera del Santo Natale, poi, quand'è che rinasce, da dumìl'anni a 'sta parte, Nostro Zignòre, che ci insegnò appunto a rimettere piamente i nostri debiti...

Abbracciare, anche se per breve tempo, una vita frugale, miserevole, disadorna: che grande idea! Vivere per una volta mettendosi nei panni di uno dei suoi operai: se nun era spirito natalizzio quello! (eppoi, fàmo a capìsse, chi mai anderèbbe a penzà che l'ing. Del Grosso Pasqualo, sotto viggìglia, sta 'mbucato derènto er cesso de casa d'uno dei dipendenti sua?!). Così pensava, complimentandosi in imo corde con se stesso, l'ultimo dei Del Grosso - già a suo tempo insignito della laurea in ingegneria presso una delle più importanti facoltà del Burkina Faso via corrispondenza, oltreché di già divinato del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana, e in puzza da parecchio per il Cavalierato del Lavoro – mentre si stropicciava le mani e, lappolando i festosi occhioni a bulbo, inneggiava: «Suvvia, amici cari, che si dia inizio al cenone! Il cenone!» levatosi per un attimo dalla propria sedia, pigiata nel mezzo delle altre sedie della famiglia De Dominiccis disposte intorno alla piccola tavola rettangolare, coi relativi culi De Dominiccis (o née Squanquaronzio) appoggiatici sopra.

I componenti della famiglia ospite guardavano l'ospitato con deferenza, mista a timor panico, misto a crescente insofferenza, mista a un travaso bilioso, misto a un istinto omicida vieppiù pronunciato. Nessuno che osasse prender la parola per primo e farsi portavoce del generale malanimo: «Accà ci sta 'nu cazz'e nint', dottò!» Preferivano permanere a testa bassa, assoggettandosi tacitamente all'ignota evoluzione degli eventi.

Annunziata, senza dare troppo nell'occhio, scivolò verso la madia da cui trasse scarti di cibo o deterioramenti organici relegati lì dentro alla rinfusa, ne fece un impasto alla buona, che scallò poco poco a balneum Mariæ, dopo di che lo scodellò davanti all'augusto convitato, accompagnando il gesto con un commento didascalico e risoluto: «È tutto chell' che c'è rimanuto!» E tentava frattanto di darsi un qualche contegno.

Pasqualo non accusò il colpo, ma ringraziò e si getto a capofitto sul pasticcio, spazzolandolo in tempo record sotto gli occhi ploranti e sdegnati assieme degli altri commensali. «Ah, bontà divina! Che manine c'ha, signora mia! Bella e brava! Te sì che sei 'n omo co' tutte le fortune, ah Natalì!» A quel complimento, per la verità, l'irrigidimento di Annunziata parve un pocolino squagliarsi.

Finita la scorpacciata richiese il doveroso cafferino, seguito dall'ammazzacaffè (il fondo di un nocino che tenevano da conto comm' fùss'ò sang' 'e San Gennaro).

Poi, tentando di alzare la voce quel tanto da superare il coro di brontolii sempre più ostinati che le pance vuote del gruppetto di cristiani e del canide non la finivano di emettere, Del Grosso tenne però a precisare: «Non mancherò di ricambiare la vostra ospitalità, questo è chiaro. Vi inviterò da me, amici cari. Nelle magioni avite...»

E Annunziata, con occhio sempre più languido: «E da quanto tiempo li avìte?»

«Che cosa?» si sorprese Pasqualo.

«Codesti omaccioni di cui andate parlando...»

Pasqualo Del Grosso s'era accomodato. S'era rilasciato. S'era acclimatato e aveva familiarizzato col simpatico nucleo famigliare a tal punto che, nel giro di un'oretta e mezza massimo massimo si sentiva già ormai perfettamente a casa. Per finire in bellezza s'era pappato pur'anche la manciata di fagiuoli dalla scatola della tombola, così, crudi e rinseccoliti quali erano, e ora strippava spaparanzato sul sofà buco, a pancia all'aria, grattandosi rumorosamente il siedisopra, mentre il più piccirillo dei regazzini s'era messo, nascondoni, a leccare il fondo del piatto dell'ospite, giusto per mettere qualcosina sul palato...

Via via che la confidenza si era sviluppata, il visitatore si era dapprima allentato il giro della cravatta intorno al collo, quindi si era alleggerito della giacca sancrata, poi della camicia bianca candeggina, restando in un'altrettanto immacolata canottiera Dolce & Gabbana che ne risaltava il busto tuttora prestante: Annunziata, a quella vista, si morse ferocemente il labbro inferiore. S'era anche sfilato le Churchill infangate, accompagnando l'operazione con un «Oooooh!» che doveva esprimere tutto il deliquio per l'avvenuta liberazione da quella coriacea cattività. Levatosi i calzini in fil di refe, aveva domandato un pediluvio, cui la prole De Dominiccis aveva sollecitamente provveduto ricorrendo alla puntina di bicarbonato che rimaneva in dispensa sciolta in acqua càlla. Infine, fatta sua l'ultima nazionale del pacchetto di Natale, grato per la sentita strenna, se l'appicciò, continuando a mantenere, con l'altra mano, il vino in cartone, al quale generosissimamente s'abbeverava.

«Sapete che farei mò?!» chiese retoricamente rivolto alla famiglia che lo ospitava: dalle facce davano l'impressione di non saperlo, «Me metterebbe callo callo sur bordo daa piscina de casuccia mia, con un Martini ghiacciato stretto ammàno, un sigaro Cohiba nell'artra e sto da papa!... Perché, dite, voàntri come ce l'avete la piscina? Olimpionica? O a forma de faggiòlo, magara?»

«Nun la tenìmmo...» confessò, un po' imbarazzato il pater familias.

«Come, come? Cioè, tu me vòi dì che drent'a 'sta bigoncia... o internamente alla vostra tenuta, per meglio esprimersi, sète privi de piscine? E come mai?»

«Ehm... Preferiamo la doccia...» tentò di giustificarsi ancora l'interlocutore.

Dopo quella, Pasqualo tacque per un po'. Si sgarganellava il suo Tavernello. Terminato un cartone, s'attaccava al successivo. Andò a finire che in breve tempo aveva depredata l'intera prestigiosa riserva di casa De Dominiccis-Squanquaronzio.

La sua aria serena sembrava certificare una raggiunta riappacificazione con l'intero mondo. I De Dominiccis, da parte loro, lo fissavano a bocca aperta, come si osserva una bestia rara.

Dopo un po' che snasava tutto in giro, cominciò a incuriosirsi: «Mmm... Ma dite un po', pure voi, cari, avvertite questo pungente fetore?»

E Natale: «Mmm, seee... A dire ò vero sò juòrni e juòrni che ovunque vàco sento 'sta puzza...»

Pasqualo ci meditò un po' su, dopo di che si permise una domandina: «Mm, mm... Ma... sicuro sicuro che la doccia ti piaccia?...»

Poi venne il tempo della requie postprandiale, quando - ci insegna Galeno – gli umori che sottendono ai temperamenti, come da dei vasi comunicanti, si scambiano di tra loro quantità, proporzioni e corrispondenze e, una volta che, ormai sazi, da quella doppia specie di mangiativo e bibendum cui si è attinto nella loro iniziale pienezza metafisica, si trapassa, bocconcino bocconcino, in primis al bolo, in sequela al chilo, e da lì alla peristalsi colta nei suoi rotismi strada facendo sempre più raffinatori, sofisticati e, da ultimo, suscettivi di un aeriforme saluto finale che, abbandonando il corpo per l'uscita inferiore, altro non fa che esporre al mondo, nella sua sonora allegria, la felice conclusione del processo digestivo, le cervella, or non più gravate, in quel loro monistico viluppo, dalle necessità dell'area esofageo-stomacal-intestinale, infine son libere di perdersi dietro ad altri imperativi biologici, magari un po' meno urgenti quanto all'autopreservazione dell'individuo, ma non per questo meno salubri al fine di un'ottimale tenuta psicofisica.

In parole povere, dopo quella che il Belli nomava bravamente «l'ora der cazzaccio», sta a dire: la controra, il leggero abbiocco, o cecagna, ovvero pennica (o pseudo-tale) che coglie di regola il soggetto che si sia forse troppo precedentemente abboffato, indotta dai fumi e dai fluori di un'assimilazione quantomai macchinosa, ebbene, cassato quel naturale obnubilamento e riavuta appieno la forza di volontà che altrimenti l'assisteva, nella testa di Pasqualo presero a gemmare, concrescere e vorticare onninamente e tutto d'un colpo certe stuzzicanti ideuzze che fino a un attimo prima nemmanco era in grado di fantasticare.

Il sangue, or non più ingaggiato dal sistema vegetativo, ricominciava a defluire e scorrere altrove, lungo sedi periferiche la cui capacità di arrecare soddisfazioni si annunciava non meno promettente. Fu così che la signora De Dominiccis iniziò a sentirsi oggetto delle occhiatine sempre meno dissimulate, con cui da dieci minuti a quella parte il presidente, nonché proprietario unico, della Del Grosso Bitumini & Similia aveva preso a dardeggiarla.

E perfettamente rassomigliante a come le maree s'alzino e s'abbassino sotto l'influsso del satellite e della stella a noi più prossimi, rispondendo esse pure a quella forza di gravitazione universale che pretende che due qualsiasi corpi si attraggano secondo una reciprocità proporzionata alla distanza che li separa, anche il sangue di Annunziata, come per simpatia, come per una foscoliana corrispondenza d'amorosi sensi, andava agitandosi tal quale a quello che scorreva nelle vene e nelle arterie del suo sempre più incistato osservatore. Sobbolliva anzi, comm'ò ragù che stèva tutt'a nuttàt'a fà plòp plòp 'ncopp'a fiamma, rint'ò buio ra cucina 'e màmmesa. Mancava poco che quel sangue le si trasmutasse in lava, sotto lo sguardo levantino e provocante dell'importante invitato.

«E io tra di voi se non parlo mai capisco già tutto quanto,» avrebbe ben potuto duettare De Dominiccis Natale, insieme ad Aznavour, durante quell'amaro frangente. Tanto che, constatando la fulminea intesa instauratasi tra consorte e principale, si fece un po' da parte, lui e i figli - l'espressione da cane battuto che rivaleggiava alla pari con quella presente negli occhioni umidi di Maradona IV, che scodinzolava stancamente appresso alla tavola, nella vana attesa che qualcheduno gli riempisse la ciotola – e con un filo di voce, e la morte nel cuore, fece infine a Pasqualo: «Dottò, à camera da letto nostra sta di là. Nun è à stanza 'è Napuliòne, vabbuò, ma si vulìte favorire, se ve vulìte cuccà 'nu poco, nun facìte i complimentazzioni...»

«Venite, dottò. Vaa mostro je à camera da liètto...» Approfittò immantinente di quell'assist à mugghièra, che, disvelando un tantino il non disprezzabile décolleté, e sculettando ancora meglio di Maradona IV, lo chapperonò sin là dentro, anticipandolo di qualche passo e gettandogli durante il tragitto qualche golosa guardatina da sopra la spalla scoperta. Pasqualo la seguì tacco tacco come la Santa Pasqua segue la Quaresima.

Passò un niente e dalla stanzetta attigua provennero certi cigolii, certi lamenti, certe imprecazioni dalla sospetta escalation (il cui equivalente ginnasiale risulta peraltro essere climax).

«Macché, mammà sta male?» si informava il piccolo Ciro.

«No, no. Che te vai a penzà? Sta tutt'a pòst! Ce sta mamma là dìnt' che va chiedendo un aumento di stipendio all'Ingegnèro,» lo rassicurò papà suo.

Lo scambio secretivo en privé tra il Del Grosso e Nunziatella portò via non più di cinque minuti mal contati.

Per tutto quel periodo di tempo, il concertino di molle sotto sforzo e gemiti flegreo-trasteverini a go-go fu contrappuntato, con disciplina impeccabile, dalle lamentazioni del piccolo Ciro, piantato a una spanna dalla porta che sigillava la camera da letto: «Mammà, tiengo suonno. Pozzò tràsere? Fammi entrare, ché vado a dormire dentro ò cassettone mio,» implorava Ciruzzo.

A un bel momento però la soglia gli si spalancò innanzi: gli occhi gli si empirono della trama a righine sottili della canottiera indossata da Pasqualo, zona-panza. Se ne distolse arrampicandoli pian piano su per il busto, poi il torace, il collo taurino, quindi gli occhi del Del Grosso, ficcati di rimando avverso lui, che si potevano notare percorsi in contemporanea da un'aria di goduria per la refezione fisica da poco conclusa e, per altro verso, da un certo tono di disappunto: «Allora, regazzì, l'hai finita de scassà er cazzo?» gli domandò, senza troppi preamboli.

«Dovete scusarlo, dottò: à criatùra tiene suonno,» provò a giustificarlo Natale, dal limitare del tinello.

«Ennò Natale mio, così nun va. Nun te devi intenerì. Se te fai vedè troppo bbono er marmocchio s'approfitta. Duro devi da èsse. Mò te lo imparo io com'è che se raddrìzzeno li discoli!» Neppure aveva terminato la frase che Ciro già s'era trovato adagiato a panciarotta, contro il proprio volere, sopra il ginocchio dello sconosciuto, che a sua volta s'era accomodato sullo strapuntino più alla portata a beneficio dell'operazione in fieri.

Le chiappette smagrite di Ciro sbandieravano al vento, ma ci pensò presto Pasqualo a riscaldarle con una sequela di sculacciate a pieno palmo. Ciruzzo chiagnèva, ma Pasqualo, forte dello gnomico ammaestramento che andava impartendo al giovane sottoposto, non si fece commuovere. Anzi, tanto che bersagliava quel popò dalle nuance ormai color pervinca, ribadiva al genitore legittimo: «Nun te lo scordare mai, ah Natale mio: li fìi sò come li tappeti, si nun li batti se raggrìnzeno!»

«Ma pecché, dottò, vùje quanti figli tenìte?»

«Io? Macché so scemo? Manca ancora che me metto a fà dei rompicojoni che me gìreno peccàsa...»

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