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Racconto di Natale: parte prima

17 Dicembre 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Il capitano d'industria Del Grosso P. versava in grosse difficoltà e, combinazione voleva, proprio a ridosso delle più liete feste che la Cristianità avesse saputo concepire in un paio di millenni di storia.

In azienda si era ormai in odore di chiusura annuale, tempo di consuntivi, di partite doppie, di dichiarazioni dei redditi e degli inevitabili esami di coscienza che le fredde comunicazioni di bilancio paradossalmente comportano.

Del Grosso guardava attorno a sé con aria desolata, con sguardo volto a un accigliamento che presagisce il pianto. Altro non vedeva che lande desertiche: la terra bruciata che s'era fatto dattorno. Com'era successo? Venire a patti con le manchevolezze e i mea culpa di tutta una vita pareva esercizio troppo gravoso per le poche forze che ancora assistevano il suo animo, che era stato sino a poc'anzi animo battagliero di leone, come tutti quanti, fans e detrattori, non avevano mai fatto a meno di riconoscergli unanimemente, ma che ora – provato ed eroso dalle avverse fortune - si riduceva ormai allo spirito vitale d'una mammoletta.

Si abbandonò prostrato alla poltrona ergonomica in pelle di alligatore che troneggiava nel suo ufficio ormai semi-vuoto. Fissò per qualche tempo l'acquario davanti a lui, dentro il quale pinneggiava placidamente uno splendido esemplare di Chiloscyllium Plagiosum. Del Grosso fissava il pesce nell'acqua e sospirava. Il pesce, di rimando, lanciava qualche occhiatina di sfuggita su Del Grosso e boccheggiava, senza però voler conferire a quell'azione alcun tipo di valenza psichica.

Si trattava di uno squaletto di piccola taglia, anche detto squalo bambù maculato. Gli era stato regalato natali prima dalla commissione per ricordargli il soprannome con cui Del Grosso era da tutti conosciuto nel settore, che era appunto “Squalo” (anche se il suo nome completo all'anagrafe era Pasqualo).

Inutile starci a girare tanto attorno: i conglomerati bituminosi non tiravano più come un tempo. Poco da farci.

L'impero che il padre di Del Grosso Pasqualo, e ancor prima il padre di suo padre, e prima ancora il padre del padre del padre, e più in generale tutta l'infilata filogenetica delgrossiana che aveva esordito a far su ghiaia a secchiate dal greto dei fiumi e si era poi impratichita nei tratturi in terra battuta e giù giù, attraverso i selciati, i basolati, i lastrici, i macadam, era poi approdata alla pavimentazione delle superstrade e delle arterie viarie a percorrenza veloce, beh, insomma, tutta quella elefantiaca intrapresa si andava inesorabilmente sgretolando, sotto gli occhi torpidi e inattivi dell'ultimo rampollo, con una rapidità solo comparabile a quella con cui si liquefacevano, si spaccavano, si sfarinavano già al primissimo e pur timido contatto con gli elementi naturali gli asfalti e i cementi della Del Grosso Snc.

Pasqualo era interdetto, ma al contempo paralizzato dal corso degli eventi. «Qua ci vuole un sano rinnovamento! Ripensare la Del Grosso Bitumini & Similia di sana pianta!» aveva più volte tentato di scrollarlo il direttore unico preposto all'ufficio-gare. Ma non c'era stato verso. Quegli sproni risuonavano alle orecchie ormai brucianti di Del Grosso Pasqualo quale indicazione d'un cimento senza meno irraggiungibile. Rinnovare? Non capiva nemmeno bene che si intendesse con un tale infinito verbale. Macchinari nuovi? Mezzi nuovi? Prodotti nuovi? Impasti nuovi per impiantiti stradali? E con quali investimenti? Con quali ingegni? Con quale coraggio?

Pasqualo, poveretto, aveva sempre trovato la pappa pronta. Mica l'aveva inventata lui la ditta, mica se l'era mai studiato a fondo il mestiere, mica ci capiva più di tanto. Lui s'era limitato a sperperare le risorse che generazioni precedenti avevano accumulato e risposto in sicuri caveau. Aveva fatto un punto d'onore personale nello scialare il patrimonio ereditato in tutte le sfaccettature immaginabili di quella che viene correntemente chiamata “bella vita”, ritenuta nel suo significato più dozzinale e divulgato.

Quanto al lavoro, il suo titolo padronale gli tornava utile giusto giusto per darsi un tono in società. Per il resto, s'era barcamenato sino ad allora alla bell'e meglio, vivendo di rendita e “asfaltando” – mai gerundio sarebbe più azzeccato che in un caso del genere - l'intera concorrenza, che aveva praticamente annichilito grazie a amicizie ed entrature ancora risalenti all'epoca del babbo. Poi le amministrazioni erano cambiate, le richieste di mazzette s'erano fatte via via più esose, nuove ditte più competitive erano apparse all'orizzonte e tutto era repentinamente precipitato, con la stessa brusca verticalità che assumeva la caduta di quei suoi operai che talora scivolavano inavvertitamente giù dai carrelli delle gru, dalle torrette o da certe impalcature un po' volanti, come a voler simpaticamente interpretare di persona gli esperimenti galileani circa i gravi e le loro accelerazioni.

Del Grosso stava là, nell'ufficio semibuio, a sospirare dai polmoni costipati e a poppare penosamente dal lungo sigaro a siluro, faccia a faccia con lo squaletto bambù maculato, che di nome faceva Xanax, per via del carattere piuttosto docile.

Del Grosso il corruttore, Del Grosso l'insolvente, Del Grosso il noto puttaniere, Del Grosso il frodatore del fisco, Del Grosso l'amante del bondage estremo ora avevano lasciato tutti il posto a Del Grosso il disperato.

In quelle poche ore Del Grosso Pasqualo era stato visitato dai tre fantasmi di Natale. Nell'ordine: la guardia di finanza, i creditori, i pignoratori. Quando sentì rintoccare nuovamente il cicalino del citofono contro quegli spazi vuoti e, approssimandosi titubante alla cornetta per accertarsi dell'identità dei due signori nei loro completi blu da saldi di discount che comparivano nell'immagine tremolante del monitorino a bassa risoluzione, allorché si sentì nasalizzare da uno dei due, via microfono: «Equitalia!» capì ch'era giunta l'ora di portar via i coglioni.

Impossibilitato a infilare l'uscita principale, uscì sul cornicione, nel rigore frizzantino di quel tardo pomeriggio che sembrava annunciare una nevicata incantevole di lì a non molto. Messo al ripiede, in una vertiginosa periclitazione sopra quella risicata porzione di centimetri sospesi sopra il baratro del sesto piano, alla fine di una lunga oscillazione riuscì ad aggrapparsi alla grondaia cigolante poco sopra la sua testa, da cui penzolò per cinque minuti buoni come un caciocavallo fresco dalla trave del solaio ammuffito nelle case dei bifolchi. Avvertiva gli avambracci dolergli prima, indolenzirsi poi, infine non assisterlo più. Mentre cascava giù per quella ventina di metri, con una velocità tale che se ne udiva il fischio fendere la santa notte silente, fu allora che fece appena in tempo a capire tutta l'inutilità di pagarsi la tessera Platino presso la palestra meglio attrezzata della città, se poi, al posto di pensare a rafforzare bicipiti e deltoidi, trascorreva tutto il tempo al bar interno, a sgargarozzarsi Negroni doppi e a tampinare le camerierine bielorusse, seppur abbigliato in tuta in poliestere e sneakers.

L'operaio specializzato Natale De Dominiccis stava facendo mesto ritorno alla propria Ford Ka di quarta mano, usato sicuro, color verde bile, confidando che almeno stavolta si accendesse senza dover scongiurare qualche passante non troppo malmesso di dargli una spintarella.

Natale De Dominiccis aveva una piva che gli toccava terra. Era abbattuto e triste, quattro rompipalle di figliuoli a carico, una moglie bisbetica, debiti dal pizzicagnolo, debiti dal gommista, debiti dalla parrucchiera della consorte: “Madame Pinuccia Butìch”. Un conto corrente talmente in rosso e da talmente tanto tempo che tendeva ormai all'ultravioletto.

Un'altra festività da vivere senza mezzi, masticava amaro il De Dominiccis, raggiungendo passo passo l'utilitaria parcheggiata chissà dove. Era cinque mesi tutti che non vedeva stipendio, e quella volta lì gli saltava pure la tredicesima, mannaggia a chi t'è muort'. Stava giusto uscendo dalla vertenza sindacale indetta da dipendenti e quadro congiunti della Del Grosso Bitumini & Similia, anche se manco a quell'incontro si era addivenuti a un granché. Non si era neppure riusciti a decidere se, come contromosse alla latitanza dirigenziale, fosse meglio bucare le ruote della Bentley del principale oppure rigargli le portiere nottetempo con un chiodo.

Ma quando finalmente rintracciò il proprio macinino... meraviglia delle meraviglie! Lo riconobbe subito. Infatti, chi era andato ad atterrare precipitosamente, alla conclusione di un volo di sei piani più relativi mezzanini, sopra il tettuccio della Ka? O, per meglio dire, sopra il materasso semi-sfondato a una piazza che Natale ci aveva caricato su il mattino, legato a fil di spago, regalo di zia Cettina, che se n'era appena disfatta per quello nuovo in lattice? Proprio lui!

Quello che tra la colleganza, durante gli scioperi a oltranza, negli incontri carbonari per decidere come rivalersi contro il padronato boia e affamatore, tuttora appellavano “lo Squalo” (più come onore delle armi che per effettiva tenuta del nome di battaglia all'attuale stato dei fatti).

Non poteva credere ai suoi occhi blefaritici: lo Squalo stava là, atterrato sul morbido, la capotte della Ford Ka ripiegata sotto quella notevole aggiunta ponderale, un lieve soffocato lamento che sembrava uscire da qualche parte di quel corpo mal rischiarato e goffamente accartocciato su se stesso.

«Marònn' ro Carm'n'!» esclamò per prima cosa Natale, constatando lo stato del materasso dopo l'impatto: «Povero Giggetto: tengo paura c'addà durmì 'ncopp'ò pavimento ancora assai...»

Anche Del Grosso Pasqualo riconobbe il dipendente al primo colpo. Non che fosse tipo da conoscere la propria manovalanza parcellizzandola in singoli individui. Ma, per ironia della sorte, proprio un paio di giorni prima l'ufficio-personale gli aveva sottoposto la lista completa dei lavoratori da sfrondare quanto più recisamente, in vista dell'anno entrante. Pasqualo aveva aperto il faldone con riluttanza, non per ritrosia ai licenziamenti, ma piuttosto perché refrattario a occuparsi delle vite tristanzuole di quella massa di perdigiorno. Aveva girato i curricula con schifiltà, trattenendone gli angoli con la punta dei polpastrelli di indice e pollice. Al quarto o quinto foglio s'era soffermato e, puntando il dito sulla brutta faccia sei per sei che si ritrovava sotto il naso, aveva quasi urlato: «Questo è il primo ad andarsene, con 'sta cartola da portasfiga che c'ha, con 'sto nome da scemo che c'ha! Cacciatelo via a pedate!» È forse superfluo aggiungere che il nome del futuro cassintegrato risultava essere Natale De Dominiccis. Nome che riecheggiò anche quella sera, quando Pasqualo, alzando appena appena il capo dal sofferente giaciglio, riconobbe a colpo d'occhio quel viso storto, colpito dalla luce zenitale del lampione.

Natale si era ripromesso che, se avesse mai incontrato il padrone uòcchie rinte l'uòcchie, ci avesse sfrantato à uàllara a pugni e calci, calci e pugni, eppoi sputazze ognidove, insulti, pèrete sott'o naso. E invece... a vederselo lì davanti, dolorante, ciancicato, supplichevole, tutta la rabbia che aveva immagazzinata nei mesi e negli anni svaporò all'istante, come per incanto.

Sarà stata pietà cristiana, sarà stata commiserazione, sarà stato il dolce suono che facevano le sue generalità pronunciate da chi aveva sempre immaginato neanche fosse a conoscenza del suo esistere, sarà quel che sarà - cinguettava la brunetta dei Ricchi & Poveri - ma comunque non ce la fece ad ingiuriare e accanirsi ancor più su un uomo già tanto mal piazzato.

«Natale De Dominiccis, caro! Vie' qua! Soccòrime!»

E lo sventurato rispose…

 

Continua

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