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Morte antologica permanente

8 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

 

 

Trattatello

 

 

PREFAZIONE:

le parole seguenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

 

Il silenzio è un’isteria di solitudine

che genera e accumula:

prodotti temporali,

energie cinetiche,

reazioni di gesti a catena.

I sogni, inseriti nella rassegnazione

come in un programma di noia pianificata,

sono gli arti di questo silenzio;

o, se preferiamo,

gli organuli ciechi del silenzio

che lavorano a tastoni

dentro il suo liquido citoplasmico.

Il silenzio può anche essere

la cellula monocorde

di un sentimento spaventato,

di un amore rappreso,

di un guanto scucito:

in tal caso

trasforma la solitudine

nella raggiera cerimoniosa

d’una nausea che procede,

maestosa,

con moto uniformemente accelerato.

(Si registra un’accelerazione a sbalzi

solo quando

un’effervescente disperazione

s’intromette con scatti sismici

a deviare il corso

dell’accelerazione stessa).

Per concludere,

l’evoluzione della nausea

può secernere un vuoto,

avente più o meno

le caratteristiche della morte;

o germogliare per gemmazione

quella strana forma di vita

identificata col nome di indifferenza,

la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)

il chiasmo di paura e odio.

 

POSTFAZIONE:

le parole precedenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

Ogni allusione

a sentimenti e/o fatti reali

è voluta

silenziosamente.

 

 

 

Pensieri terra terra

 

 

Mi rovino l’appetito,

prima di far cena,

mangiando fette di pandoro.

 

Che pensieri terra terra

vengono in mente

mandando giù bocconi

pastosi di burro:

pensieri... stomaco stomaco.

Tipo: «Sono stracco di vivere

a mia rovina;

sono stracco di vivere

alle mie spalle».

 

La gente rimane sbalordita al sentire le mie risposte così lapidarie (quindi troppo categoriche). Ma io per nessuno provo cattiveria: perché la mia rabbia è confusione.

Insomma è un malessere transitorio che bisogna pur soffrire passando, tutto d’improvviso, dalla gioia al dolore. È un po’ come il malore successo a quelli che han volato da un fuso orario all’altro. Poi, quando la rabbia finisce, il mio pessimismo è solo rassegnazione.

 

III

Se vedo, però, intorno a me

sorrisi di compassione

per l’enorme sfiducia

che mi affligge il cuore,

mi rincacchio con passione

e, senza nemmen finire

di rovinarmi l’appetito,

corro a letto immusonito

saltando l’antipasto

(e figurati la cena!).

 

«Ah, sono stracco di vivere

a mia rovina;

sono stracco di vivere

alle mie spalle».

 

 

 

Pomeriggio sfaticato

 

 

A casa,

nel disordine alchimistico

delle ore scapestrate,

sfoglio un libro

foruncoloso di parole.

 

Allora esco

e vado a guardare i miei passi

che vorrebbero tanto

(come mille moschettieri)

essere uno

per ogni raggio di sole.

«Miao», fa il micio.

«Vruum», risponde l’automobile.

«Boh!», commento io. E torno a casa

galleggiando su questi passi

che ormai hanno capito

di essere ben pochi:

«Vorremmo tanto» – pensano –

«che i raggi di sole

(come tre moschettieri)

fossero uno

per ognuno di noi».

 

A casa,

nel disordine alchimistico

delle ore scapestrate,

mi ritrovo a fare

la critica letteraria

di uno starnuto

o della mia

scarpa sinistra.

 

 

 

Il traviato

 

 

Nel vero senso del cimitero

e di un riposo ossessivo

non sa più divincolarsi

dalle materie (o macerie) di studio

che pian piano disimpara con pigrizia

nella vecchi’aia del suo podere.

 

Traviato da un senso malinteso d’allattamento,

al contrario dei fratelli

partiti allo sbaraglio

(coraggiosi inermi in armi),

lui cerca rifugio

nella casa di famiglia:

la masseria

prensile e sterrata.

 

 

Morte antologica permanente

 

 

Siccome la vita

ci rovina la vita

(sempre!),

a giugno ho visitato

(un po’ turista, un po’ becchino

e un po’ parente sconsolato)

l’interessante morte

antologica permanente

delle mie speranze

migliori:

quanti sogni falliti

imbalsamati in bella mostra!

 

Li guardavo e piangevo

desolato nero,

dannandomi frenetico

la salute.

 

E adesso è soltanto

stanchezza rabbiosa

resistere ogni giorno

al ripetersi ingombrante del respiro

 

e della luce.

 

 

 

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